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Un uomo, che
recava in mano una borsetta da viaggio, entrò in una grande città e si recò
difilato nel migliore albergo. Chiese la camera più bella, una cena succulenta;
poi segnò sul registro un nomuccio qualsiasi e andò a coricarsi. Ma, al
mattino, ebbe l'imprudenza di lasciare sul tavolo un foglio di carta da lettera
con tanto di corona principesca e di stemma nell'angolo superiore. Subito,
dall'albergatore all'ultimo mozzo di stalla, tutti seppero di aver da fare con
una persona ragguardevole. Il nostro uomo continuò a dormire nella camera più bella
e a mangiare le più appetitose pietanze. A volte, discorrendo, si lasciava
sfuggire qualche parola compromettente. Diceva: Sua Eccellenza tale, mio
vecchio amico....; oppure: Il duca tal altro, che la pensa così.... Ma subito,
riprendendosi, mutava discorso o taceva. Solo con l'albergatore, durante un
colloquio intimo, si sbottonò un poco: non rivelò il casato gentilizio; però
fece capire, alla larga, che viaggiava in incognito a causa di una certa
moglie, gelosa come una tigre e alla quale egli aveva dato a bere un viaggetto
niente popò di meno che in Cina. Spesso batteva famigliarmente con la mano
inguantata sovra una spalla di quel suo confidente, esclamando: "Dovrei
pagarvi, ma non ho un soldo in tasca; ho soltanto un libretto di conto aperto. E
mi rincresce di sporcare un foglio per simili inezie". L'altro, fra mille
salamelecchi, rispondeva: "Per carità! Padronissimo! Padronissimo!".
E amici più di prima.
Quel diavolo
di libretto era un tormento. Ogni giorno il nostro uomo doveva chieder moneta
spicciola ora a questo cameriere ora a quello. E spesso era obbligato a
ricorrere, per più grosse somme, alla borsa dell'albergatore. "Pensate!,
brontolava; sciupare un foglio per simili inezie!" E l'altro lo approvava
con la testa, col dorso e, se avesse potuto, anche coi piedi. C'era il
tornaconto, perbacco! E poi, brillava, fra cielo e terra, una certa croce di
cavaliere, che, se Sua Eccellenza incognita avesse alzato un dito....
L'albergatore vi almanaccava su tanto, che dimenticò di chiedere alla moglie perchè
sgattaiolasse di nottetempo entro la camera dell'illustre cliente.
Ma, alla
lunga, i camerieri cominciarono a perder la pazienza e a pensare che, invece di
dar seccature al prossimo di continuo, sarebbe stato meglio far due sgorbiacci,
una volta tanto, sul famoso libretto. Nessuno osava rivolgersi al nostro uomo;
ma i lamenti crescevano, divenivano sempre più molesti e inducevano persino
l'albergatore a riflettere.
Intanto Sua
Eccellenza incognita aveva affittato un grande studio nella via principale della
città, e comprata una gigantesca cassaforte, che fece incastrare accuratamente
nel muro maestro.
Appena udì un
cenno delle lagnanze, egli prese l'albergatore a braccetto e lo condusse
davanti alla cassaforte.
— Lì dentro
ci son milioni, — disse. — Credete ora che siano abbastanza sicuri i quattrini
vostri e di quei bravi figliuoli? Perchè dovrei renderli invece di metterli a
frutto con un buon interesse?
L'albergatore
non solo approvò con la testa, col dorso e, se avesse potuto, anche coi piedi,
ma corse a prendere tutti i suoi onesti risparmi e li portò all'illustre
cliente, scongiurandolo di volerli accettare. Quest'ultimo nicchiò un poco,
perchè aveva già troppi affari e non poteva addossarsene altri e patatì e
patatà; ma infine, data la vecchia amicizia, li prese.
*
Il nostro
uomo, che per modestia o per quella tal gelosia aveva conservato il nome
oscuro, messo sul registro dell'albergo, volle dare un'altra prova della sua
umiltà cominciando a bazzicare certi luoghi, dove si radunavano i commercianti
al minuto, la piccola borghesia e altre simili classi inferiori. Egli soleva
dichiarare che i doni della fortuna sono disprezzabili e inviliscono, anzichè
elevarlo, chi li riceva, se costui non sia uomo da saper, all'occasione,
valersene in vantaggio del prossimo. E aggiungeva sospirando che le maggiori
virtù e le più istruttive conversazioni si trovano avvicinando gli individui nè
troppo in alto, nè troppo in basso per nascita e censo. Questi discorsi,
uscendo dalla bocca di una, benchè incognita, eccellenza, accaparravano tutti i
cuori. Ad accrescere, poi, la stima, si aggiungeva la notizia, rapidamente
diffusasi, che il nostro uomo, pur essendo ricco e possedendo una cassaforte
grande come un palazzo, non negasse i propri consigli e l'aiuto per il proficuo
collocamento degli altrui capitali. Qualche alto impiegato, che teneva presso
di sè un peculio posto da parte a furia d'economie mensili e fossilizzato in
cartelle di rendita, tastò pel primo il terreno: e si vide accolto con tanta
paterna affabilità da indursi a convertir subito le cartelle in denaro e a
insinuare questo, con l'atteggiamento di chi sappia di offrire assai poco, fra
le benefiche dita. Molti funzionari seguirono, ben presto, l'esempio. E la
lampante onestà e certa ricchezza del nostro uomo non tardarono a smuovere
anche gli animi, più induriti, dei negozianti provvisti di segrete risorse.
L'incognita
eccellenza non si contentava, nel suo entusiasmo umanitario, di accumulare i
modesti risparmi per collocarli, poi, nelle grandi imprese; ma agevolava anche
il passaggio degli oggetti preziosi dalle mani povere e superbe in quelle
facoltose, e la formazione di dolci nodi matrimoniali tra creature, divise dal
caso e riunite sia da una comune convenienza, sia dal provvido intervento
dell'illustre benefattore. È vero che questo, sentendo scorrer nelle vene il
sangue degli antichi baroni, si compiaceva talvolta, specie trattandosi di
fanciulle senza mezzi ma con gradevole fisico, di usare del diritto cosciatico
o di prima notte che dir si voglia. Ma un principe, anche se si viva in tempi
democratici, rimane sempre un principe; e, d'altra parte, non era assolutamente
provato che Sua Eccellenza incognita fosse stato il primo ad aprire la strada.
Le faccende
procedettero senza intoppi per qualche tempo. Alla lunga, però, alcuni piccoli
commercianti chiesero notizie, se non dei lor capitali, almeno degli interessi.
"Ingrossano il capitale!", rispose il nostro uomo sorridendo
bonariamente. Lì per lì, nessuno osò ribattere sillaba. Ma nuove domande non
tardarono ad elevarsi. Chi aveva bisogno di quattrini per comprare una certa
merce, chi doveva pagare un debito sorto come un fungo dalle nebbie del
passato, chi sentiva l'imperioso bisogno di fare un viaggetto con la
famigliuola. "Le assicuro, Eccellenza: un'occasione unica. Guai se me la
lascio sfuggire." "Eccellenza, per carità mi aiuti, altrimenti quel
cane manda gli uscieri in bottega!" "Se sapesse, Eccellenza, che
voglia ha mia moglie di distrarsi!" Il nostro uomo rispondeva, facendo
burlescamente il vocione: "Matti, tre volte matti! Volete che sciupi ogni
cosa realizzando adesso il vostro capitaluccio? Sarebbe un vero delitto!".
Sì, ci
volevan altro che parole! Quelli tempestavano più di prima: e, intanto,
cominciava a propalarsi qualche brutta voce, sorda sorda sul principio, poi a
poco a poco sempre più grossa e minacciosa. Si discutevano i discorsi e gli
atti di Sua Eccellenza incognita! Qualcuno dubitava, persino, della sua
cassaforte! Ben presto, ogni luogo di riunione del ceto medio sì trasformò in
una bolgia, nella quale si udivano strida e imprecazioni, proprio come in
quelle infernali, e si vedevano le persone saltare e contorcersi punto per
punto a mo' dei dannati. Furono inviati messi a pregare, a scongiurare per
tutti i santi del Paradiso. Il nostro uomo li riceveva con festa, dimostrava in
modo chiaro chiarissimo il loro torto, ne asciugava le lagrime e li rimandava
con Dio. Furono spedite ambascerie numerose. Il nostro uomo le conduceva davanti
alla cassaforte, batteva con le nocche sui lastroni d'acciaio, sorrideva e le
riaccompagnava fino alla porta.
In fine, si
deliberò di ricorrere ai grandi mezzi. E Sua Eccellenza incognita fu chiamato
dal giudice. Quanto alla cassaforte, i modesti capitalisti la fecero aprire e
vi trovarono, disposte in bell'ordine, un migliaio di letterine femminee.
Alcuni fra essi, anzi, riconobbero, qua e là, le scritture; ma non ebbero tempo
d'occuparsene. Eh, bisognava pensare a ben altro!
*
Il giudice
non sapeva che pesci pigliare. Sua Eccellenza incognita era rimasto tale
malgrado i più stringenti interrogatorii e le più accurate ricerche. Inoltre,
aveva dimostrato in modo inconfutabile che le somme affidategli stavano
fruttificando in una impresa letteralmente colossale. "Di che si
tratta?", aveva domandato il giudice. "Non posso dirlo, aveva
risposto il nostro uomo; in commercio, il segreto è la prima virtù; e chiamo a
testimoni giurati di ciò i miei medesimi accusatori." "Se sarete condannato,
addio impresa!", obiettò qualcuno. "La mia è di quelle, che durano
anni e rendono, alla fine, il cento per dieci", ribattè con orgoglio il
nostro uomo. "Fornite un'idea, almeno!", aveva insistito il giudice.
E Sua Eccellenza aveva detto con suprema indifferenza: "Se non mi si
chiede altro! Si tratta di una miniera diamantifera!".
Insomma, fu
un trionfo. I piccoli capitalisti supplicarono per ottenere un immeritato
perdono, che fu loro generosamente concesso; e i grandi capitalisti, udendo
parlar di milioni, drizzaron le orecchie. Fra questi ultimi si parlò molto del
processo. "Si è difeso bene; dunque, possiede un'abilità
indiscutibile!", esclamavano alcuni. "È stato assolto; dunque, merita
la fiducia!", aggiungevano altri. E tutti concludevano: "Bisognerà
informarsi e, se del caso, persuadere Sua Eccellenza incognita a mettere in
commercio le azioni della miniera". S'informarono: ma buio pesto.
"Che furbone!", si mormorava da ogni parte. Però, le azioni vennero
fuori: e i grandi capitalisti ne comprarono a sacchi. Anche il giudice del
processo ne acquistò una dozzina: e ne avrebbe prese di più, se ciò gli fosse
stato consentito dal suo stipendio. E a poco a poco i biglietti di banca
sostituirono, nella cassaforte, i bigliettini amorosi. Solo i piccoli
capitalisti brontolavano. L'albergatore, anzi, valendosi dell'antica amicizia,
osò dire a Sua Eccellenza incognita: "Se i pezzi grossi si accaparrano
tutto, poveri noi!".
Un giorno il
nostro uomo uscì dallo studio, recando in mano una borsetta, e andò difilato a
consegnare al portinaio del giudice un suo cartoncino da visita. Sulla busta
egli aveva scritto il nome e cognome del magistrato e, in un angolo,
l'indicazione s. p. g. m. di prammatica. Dentro, si leggeva: Per
ringraziamenti e congedo.
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