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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • IL GIUDEO FRA LE SPINE.
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IL GIUDEO FRA LE SPINE.

 

Un uomo, che recava in mano una borsetta da viaggio, entrò in una grande città e si recò difilato nel migliore albergo. Chiese la camera più bella, una cena succulenta; poi segnò sul registro un nomuccio qualsiasi e andò a coricarsi. Ma, al mattino, ebbe l'imprudenza di lasciare sul tavolo un foglio di carta da lettera con tanto di corona principesca e di stemma nell'angolo superiore. Subito, dall'albergatore all'ultimo mozzo di stalla, tutti seppero di aver da fare con una persona ragguardevole. Il nostro uomo continuò a dormire nella camera più bella e a mangiare le più appetitose pietanze. A volte, discorrendo, si lasciava sfuggire qualche parola compromettente. Diceva: Sua Eccellenza tale, mio vecchio amico....; oppure: Il duca tal altro, che la pensa così.... Ma subito, riprendendosi, mutava discorso o taceva. Solo con l'albergatore, durante un colloquio intimo, si sbottonò un poco: non rivelò il casato gentilizio; però fece capire, alla larga, che viaggiava in incognito a causa di una certa moglie, gelosa come una tigre e alla quale egli aveva dato a bere un viaggetto niente popò di meno che in Cina. Spesso batteva famigliarmente con la mano inguantata sovra una spalla di quel suo confidente, esclamando: "Dovrei pagarvi, ma non ho un soldo in tasca; ho soltanto un libretto di conto aperto. E mi rincresce di sporcare un foglio per simili inezie". L'altro, fra mille salamelecchi, rispondeva: "Per carità! Padronissimo! Padronissimo!". E amici più di prima.

Quel diavolo di libretto era un tormento. Ogni giorno il nostro uomo doveva chieder moneta spicciola ora a questo cameriere ora a quello. E spesso era obbligato a ricorrere, per più grosse somme, alla borsa dell'albergatore. "Pensate!, brontolava; sciupare un foglio per simili inezie!" E l'altro lo approvava con la testa, col dorso e, se avesse potuto, anche coi piedi. C'era il tornaconto, perbacco! E poi, brillava, fra cielo e terra, una certa croce di cavaliere, che, se Sua Eccellenza incognita avesse alzato un dito.... L'albergatore vi almanaccava su tanto, che dimenticò di chiedere alla moglie perchè sgattaiolasse di nottetempo entro la camera dell'illustre cliente.

Ma, alla lunga, i camerieri cominciarono a perder la pazienza e a pensare che, invece di dar seccature al prossimo di continuo, sarebbe stato meglio far due sgorbiacci, una volta tanto, sul famoso libretto. Nessuno osava rivolgersi al nostro uomo; ma i lamenti crescevano, divenivano sempre più molesti e inducevano persino l'albergatore a riflettere.

Intanto Sua Eccellenza incognita aveva affittato un grande studio nella via principale della città, e comprata una gigantesca cassaforte, che fece incastrare accuratamente nel muro maestro.

Appena udì un cenno delle lagnanze, egli prese l'albergatore a braccetto e lo condusse davanti alla cassaforte.

dentro ci son milioni, — disse. — Credete ora che siano abbastanza sicuri i quattrini vostri e di quei bravi figliuoli? Perchè dovrei renderli invece di metterli a frutto con un buon interesse?

L'albergatore non solo approvò con la testa, col dorso e, se avesse potuto, anche coi piedi, ma corse a prendere tutti i suoi onesti risparmi e li portò all'illustre cliente, scongiurandolo di volerli accettare. Quest'ultimo nicchiò un poco, perchè aveva già troppi affari e non poteva addossarsene altri e patatì e patatà; ma infine, data la vecchia amicizia, li prese.

 

*

 

Il nostro uomo, che per modestia o per quella tal gelosia aveva conservato il nome oscuro, messo sul registro dell'albergo, volle dare un'altra prova della sua umiltà cominciando a bazzicare certi luoghi, dove si radunavano i commercianti al minuto, la piccola borghesia e altre simili classi inferiori. Egli soleva dichiarare che i doni della fortuna sono disprezzabili e inviliscono, anzichè elevarlo, chi li riceva, se costui non sia uomo da saper, all'occasione, valersene in vantaggio del prossimo. E aggiungeva sospirando che le maggiori virtù e le più istruttive conversazioni si trovano avvicinando gli individui troppo in alto, troppo in basso per nascita e censo. Questi discorsi, uscendo dalla bocca di una, benchè incognita, eccellenza, accaparravano tutti i cuori. Ad accrescere, poi, la stima, si aggiungeva la notizia, rapidamente diffusasi, che il nostro uomo, pur essendo ricco e possedendo una cassaforte grande come un palazzo, non negasse i propri consigli e l'aiuto per il proficuo collocamento degli altrui capitali. Qualche alto impiegato, che teneva presso di un peculio posto da parte a furia d'economie mensili e fossilizzato in cartelle di rendita, tastò pel primo il terreno: e si vide accolto con tanta paterna affabilità da indursi a convertir subito le cartelle in denaro e a insinuare questo, con l'atteggiamento di chi sappia di offrire assai poco, fra le benefiche dita. Molti funzionari seguirono, ben presto, l'esempio. E la lampante onestà e certa ricchezza del nostro uomo non tardarono a smuovere anche gli animi, più induriti, dei negozianti provvisti di segrete risorse.

L'incognita eccellenza non si contentava, nel suo entusiasmo umanitario, di accumulare i modesti risparmi per collocarli, poi, nelle grandi imprese; ma agevolava anche il passaggio degli oggetti preziosi dalle mani povere e superbe in quelle facoltose, e la formazione di dolci nodi matrimoniali tra creature, divise dal caso e riunite sia da una comune convenienza, sia dal provvido intervento dell'illustre benefattore. È vero che questo, sentendo scorrer nelle vene il sangue degli antichi baroni, si compiaceva talvolta, specie trattandosi di fanciulle senza mezzi ma con gradevole fisico, di usare del diritto cosciatico o di prima notte che dir si voglia. Ma un principe, anche se si viva in tempi democratici, rimane sempre un principe; e, d'altra parte, non era assolutamente provato che Sua Eccellenza incognita fosse stato il primo ad aprire la strada.

Le faccende procedettero senza intoppi per qualche tempo. Alla lunga, però, alcuni piccoli commercianti chiesero notizie, se non dei lor capitali, almeno degli interessi. "Ingrossano il capitale!", rispose il nostro uomo sorridendo bonariamente. per , nessuno osò ribattere sillaba. Ma nuove domande non tardarono ad elevarsi. Chi aveva bisogno di quattrini per comprare una certa merce, chi doveva pagare un debito sorto come un fungo dalle nebbie del passato, chi sentiva l'imperioso bisogno di fare un viaggetto con la famigliuola. "Le assicuro, Eccellenza: un'occasione unica. Guai se me la lascio sfuggire." "Eccellenza, per carità mi aiuti, altrimenti quel cane manda gli uscieri in bottega!" "Se sapesse, Eccellenza, che voglia ha mia moglie di distrarsi!" Il nostro uomo rispondeva, facendo burlescamente il vocione: "Matti, tre volte matti! Volete che sciupi ogni cosa realizzando adesso il vostro capitaluccio? Sarebbe un vero delitto!".

Sì, ci volevan altro che parole! Quelli tempestavano più di prima: e, intanto, cominciava a propalarsi qualche brutta voce, sorda sorda sul principio, poi a poco a poco sempre più grossa e minacciosa. Si discutevano i discorsi e gli atti di Sua Eccellenza incognita! Qualcuno dubitava, persino, della sua cassaforte! Ben presto, ogni luogo di riunione del ceto mediotrasformò in una bolgia, nella quale si udivano strida e imprecazioni, proprio come in quelle infernali, e si vedevano le persone saltare e contorcersi punto per punto a mo' dei dannati. Furono inviati messi a pregare, a scongiurare per tutti i santi del Paradiso. Il nostro uomo li riceveva con festa, dimostrava in modo chiaro chiarissimo il loro torto, ne asciugava le lagrime e li rimandava con Dio. Furono spedite ambascerie numerose. Il nostro uomo le conduceva davanti alla cassaforte, batteva con le nocche sui lastroni d'acciaio, sorrideva e le riaccompagnava fino alla porta.

In fine, si deliberò di ricorrere ai grandi mezzi. E Sua Eccellenza incognita fu chiamato dal giudice. Quanto alla cassaforte, i modesti capitalisti la fecero aprire e vi trovarono, disposte in bell'ordine, un migliaio di letterine femminee. Alcuni fra essi, anzi, riconobbero, qua e , le scritture; ma non ebbero tempo d'occuparsene. Eh, bisognava pensare a ben altro!

 

*

 

Il giudice non sapeva che pesci pigliare. Sua Eccellenza incognita era rimasto tale malgrado i più stringenti interrogatorii e le più accurate ricerche. Inoltre, aveva dimostrato in modo inconfutabile che le somme affidategli stavano fruttificando in una impresa letteralmente colossale. "Di che si tratta?", aveva domandato il giudice. "Non posso dirlo, aveva risposto il nostro uomo; in commercio, il segreto è la prima virtù; e chiamo a testimoni giurati di ciò i miei medesimi accusatori." "Se sarete condannato, addio impresa!", obiettò qualcuno. "La mia è di quelle, che durano anni e rendono, alla fine, il cento per dieci", ribattè con orgoglio il nostro uomo. "Fornite un'idea, almeno!", aveva insistito il giudice. E Sua Eccellenza aveva detto con suprema indifferenza: "Se non mi si chiede altro! Si tratta di una miniera diamantifera!".

Insomma, fu un trionfo. I piccoli capitalisti supplicarono per ottenere un immeritato perdono, che fu loro generosamente concesso; e i grandi capitalisti, udendo parlar di milioni, drizzaron le orecchie. Fra questi ultimi si parlò molto del processo. "Si è difeso bene; dunque, possiede un'abilità indiscutibile!", esclamavano alcuni. "È stato assolto; dunque, merita la fiducia!", aggiungevano altri. E tutti concludevano: "Bisognerà informarsi e, se del caso, persuadere Sua Eccellenza incognita a mettere in commercio le azioni della miniera". S'informarono: ma buio pesto. "Che furbone!", si mormorava da ogni parte. Però, le azioni vennero fuori: e i grandi capitalisti ne comprarono a sacchi. Anche il giudice del processo ne acquistò una dozzina: e ne avrebbe prese di più, se ciò gli fosse stato consentito dal suo stipendio. E a poco a poco i biglietti di banca sostituirono, nella cassaforte, i bigliettini amorosi. Solo i piccoli capitalisti brontolavano. L'albergatore, anzi, valendosi dell'antica amicizia, osò dire a Sua Eccellenza incognita: "Se i pezzi grossi si accaparrano tutto, poveri noi!".

Un giorno il nostro uomo uscì dallo studio, recando in mano una borsetta, e andò difilato a consegnare al portinaio del giudice un suo cartoncino da visita. Sulla busta egli aveva scritto il nome e cognome del magistrato e, in un angolo, l'indicazione s. p. g. m. di prammatica. Dentro, si leggeva: Per ringraziamenti e congedo.





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