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DELLA CITTÀ DI BREMA.
Un poeta, stanco di esercitare in patria la professione
del genio incompreso, radunò i pochi indumenti, li chiuse entro un sacco
assieme a qualche scartafaccio, e si diede a cercare una terra più ospitale per
la sua Musa.
Cammin
facendo, vide un giovane che, appoggiato al tronco di un albero, sospirava e
piangeva.
— Cos'hai?, —
gli chiese.
Il giovane
asciugò col rovescio della manica un lagrimone, che gli colava lungo la
guancia, e con un fil di voce rispose:
— Non mi
riesce più di indurre neanche un cane a sentire la mia musica. Gli uomini si
tappan le orecchie e le donne abortiscono come se avesser udito la tromba del
giudizio.
— Vieni con
me, fratello; — lo incuorò il poeta. — Forse, trovandoci in due, otterremo
migliore accoglienza.
Si avviarono,
l'uno meditando e l'altro soffiando al pari di un mantice; ma, poco dopo,
scorsero un individuo che urlava e si strappava a ciocche i capelli.
— Cos'hai?, —
gli chiese il poeta.
— Per tutti i
diavoli, — gridò quello in risposta, — la gente di qui non ha proprio il
bernoccolo della pittura. I miei quadri provocan nientemeno che l'ilarità. Non
son molti giorni, una pancia è scoppiata in un eccesso di risa, e ha proiettato
le budella da ogni parte, quasi fossero frammenti di bomba.
— Vieni con
noi, amico; — gli suggerì il poeta. — Forse, trovandoci in tre, otterremo
migliore accoglienza.
Di buon
accordo s'avviarono; ma, sull'ora del vespro, sostarono per osservare un uomo
che camminava piegandosi in due e allungando il collo verso il suolo a
simiglianza d'una cicogna in caccia di vermi.
— Cos'hai?, —
gli chiese il poeta.
— Cerco un
grano di giudizio per regalarlo ai miei concittadini, — mugolò quello
raddrizzandosi. — Non ce n'è uno, uno solo, fra essi, il quale sia disposto ad
ascoltare le mie teorie filosofiche. E guai a me, se non scappavo; perchè
avevan già preparata la camicia di forza.
— Vieni con
noi, fratello; — lo esortò il poeta. — Forse, trovandoci in tanti, otterremo
migliore accoglienza.
Pernottarono
tutti e quattro in un'osteria. Ma, prima di coricarsi, il poeta chiamò intorno
a sè i compagni, già spogliati fino alla camicia, e, al fioco lume d'una
asmatica candeluccia, parlò in questi termini:
— Poichè
un'eguale fatalità ci ha raccolti qui insieme, procuriamo di trarne partito e
di studiare i mezzi per una rivincita contro un'umanità sorda e cieca. Ognuno
di noi è, indubbiamente, un caposcuola. Ma non c'è proprio sugo a esser capi di
una scuola senza discepoli.
— Oh, se le
donne non si sconciassero così facilmente!, — piagnucolò il musico.
— Oh, se le
pance degli uomini non fossero tanto fragili!, — mugghiò il pittore.
— Oh, se non
esistessero manicomi!, — sentenziò il filosofo.
La candela
diede un guizzo d'agonia.
— Lasciatemi
parlare liberamente, fratelli, — proseguì il poeta, — poichè il tempo stringe e
il buio non è propizio ai discorsi troppo ponderati. Un rimedio ci sarebbe: e
in quattro e quattr'otto ve lo espongo. Compriamo qualche metro di tela da
imballaggio, poche assi, e giriamo di città in città, di contrada in contrada.
Sovra ogni piazza faremo una sosta, innalzando il nostro baraccone. Io chiamerò
la gente, il musico suonerà la gran cassa vestito da saltimbanco, il pittore
farà esercizi atletici camuffato da orso e il filosofo si armerà di un
astrolabio e d'una vestaglia da mago. Allorchè il pubblico sarà dentro, o di
riffe o di raffe dovrà ben aprire gli occhi e le orecchie.
— Ma riderà!,
— tentò di obiettare il pittore.
— Si
stancherà prima di noi, — ribattè il poeta.
Fu chiamato
l'oste, che presenziasse al giuramento solenne di alleanza per la vita e per la
morte fra i quattro. Le mani erano ancor tese, allorchè un soffio impetuoso di
vento penetrò dalla finestra e sollevò le camicie dei congiurati facendone
ondeggiare i lembi a guisa di stendardi trionfali.
— Ecco il
segno del destino, — esclamò il poeta: — esso ci impone di dare al nostro cenacolo
il nome di Accademia del vento.
— E del fumo;
— aggiunse il filosofo turandosi il naso, mentre la fiammella della candela
s'annegava in una gora di sego.
*
In ogni
luogo, ove si fermassero, i quattro compagni vedevano il baraccone pieno zeppo
di pubblico. Ma sia che il poeta leggesse i suoi versi o il musico suonasse le
sue composizioni o il pittore mostrasse i suoi quadri o il filosofo svolgesse
le sue elucubrazioni, eran risate, risate da far lacerare le pareti di tela: e
di discepoli neanche l'ombra. Alla fine il poeta, radunati di nuovo gli amici
intorno a sè, tenne questo discorso:
— Poichè,
alla lunga, lo stomaco si stanca di riempirsi sera e mattina con mele crude e
pere cotte, patate lesse e pomidori in insalata, soliti ringraziamenti che ci
porgon gli spettatori per le nostre fatiche, credo sia opportuno mutar regime
di vitto e metodo di propaganda. Le nostre opere sono considerate alla stregua
dei futili giuochi dei saltimbanchi? Chiudiamoci, dunque, in un dignitoso
riserbo e, anzichè esporre alla critica i frutti del nostro ingegno, offriamo
il fior fiore: persuadiamo gli uomini a poco a poco con la teoria, invece di
sbalordirli all'improvviso con la pratica.
Il pubblico
grosso continuò a ridere. Ma la parte più raffinata di esso, e in special modo
i giovinetti usciti di fresco dalle scuole e gli adulti ancora incerti sulla
loro strada, si diede quasi involontariamente a riflettere.
Per i caffè,
nei salotti, nell'atrio dei teatri e sinanco sulle piazze si formavano gruppi,
si discuteva con animazione e talvolta si alzavano i pugni.
I futuri
Wagner susurravan fra loro: Sarebbe pur bello infischiarsi degli accordi,
beffarsi dei temi, gettare al rogo i trattati di contrappunto e liberamente
imitare le selvagge orchestre delle creature primitive, le superbe cacofonie
degli Zulù, i frastuoni poderosi dei Pelli-rosse, i tremendi uragani degli
strumenti Neo-zelandesi. Questo musico, invero, ci offre una mèta assai facile
e nuova con la sua teoria del tamtamismo.
I Rembrandt
novellini urlavano: Perchè non dovremmo rinnegare il disegno, sprezzare i
chiaro-scuri, tirar la lingua alla prospettiva? Questo pittore dice bene
allorchè ci esorta a esaminare gli oggetti a traverso un microscopio. La
natura, viva o morta, appare, se la osserviamo nella sua essenza, come una
serie di punti rotondi, di cerchi più o meno ampi. La linea retta è un'utopia
da marmocchi; soltanto la curva rappresenta la verità. Evviva, dunque, la
teoria dello sferismo.
Gli Spinoza
in erba sbofonchiavano: Eppure non ha torto questo filosofo nel pensare che
soltanto i rifiuti della vita possan rivelarci il grande segreto della morte.
Il diamante è un rifiuto al pari dell'ambra, delle secrezioni salivari e della
prostituzione. Occupiamoci solo di essi: e forse, penetrando nel mistero
dell'universo, avremo motivo di lodarci d'esser stati seguaci della teoria
escrementale.
Gli Alighieri
in trentaquattresimo singhiozzavano: Benedetto sia mille volte questo poeta,
che, insegnando a ritener per inutile, anzi nocivo, lo studio della lingua e
della metrica, ci porge il destro di diventare, all'improvviso e con somma
facilità, illustri autori. Egli così ammaestra con la sua saggia parola: Siate,
scrivendo in prosa, riproduttori imparziali del mondo esterno; non cercate dì
vagliarlo attraverso la vostra anima, anzi rifuggite, come da faticosi
perditempi, dal lavorare col sentimento e con l'immaginazione; ricordatevi
sempre di chiamar pane il pane, senza aggiungere se esso sia fresco o stantìo,
poichè ciò costituirebbe un apprezzamento troppo personale: se vorrete, poi,
dedicarvi alla poesia, adottate come capisaldi i due primi precetti della
prosa, ma rifiutate il terzo; allorchè vedrete un popone, chiamatelo, per
esempio, banchiere; se v'imbattete in uno struzzo, donategli l'appellativo di
flauto o qualunque altro, che vi salti più presto in mente senza sforzi di
fantasia; infine, punto preoccupandovi di piedi e di rime, giocattoli ormai
passati di moda ed aspri assai per chi li adopri, attenetevi scrupolosamente
alla forma e al periodare prosastico; unica licenza vostra siano i continui da
capo, che voi potrete fare a capriccio, or dopo una, or dopo cinque, or dopo
venti parole. Oh non mai abbastanza lodato maestro, il tuo sistema che,
sfrondando le esteriori immagini da ogni soggettivo pleonasmo, giunge alla
verità nuda e cruda, ha ben diritto di pretendere al titolo, da te stesso
foggiatogli, di teoria dell'arrivismo.
*
I quattro
compagni, cui faceva ormai codazzo uno stuolo di discepoli, dopo maturo esame,
venduto il baraccone a un milionario americano, collezionista di oggetti
inutili, decisero di fondare una rassegna. La notizia mise a soqquadro il campo
letterario ed artistico. Gli autori, che seguivano altre vie e già si sapevan
designati dal pubblico col nomignolo di dissidenti, si riunirono una volta
tanto per una comune difesa, e, sciorinati lunghi discorsi e scambiatisi una
sufficiente dose di ingiurie, finirono col non concludere nulla. Solo un
vecchio novelliere ottenne, con un suo ordine del giorno, che si scegliesse nel
seno dell'assemblea il più scaltro e prudente, per affidargli il còmpito di
varcare le nemiche trincee e di scandagliare il terreno sotto finta veste di
uomo desideroso d'abbonarsi alla nuova rivista.
Mezz'ora
appena era trascorsa dalla partenza dell'individuo prescelto per la delicata
missione, allorchè questi rientrò, pallido e ansante, nella sala dell'adunanza.
— Compagni, —
egli disse con voce rotta dall'affanno, — ogni difesa è inutile, ogni speranza
è persa. Siamo fritti!
— Narra!
Narra!, — gridarono cento voci.
— Udite e inorridite. Nella prima stanza della redazione
stava il filosofo; e mi accolse con queste parole: "Ah, vuoi abbonarti?
Non sai che, s'io picchiassi con le nocche delle dita sulla tua testa, la
sentirei risuonare al pari di una zucca vuota? Provo una voglia matta di
calarti le brache e di sculacciarti come un bambino lattante, chè altro non mi
sembri. Ma va, va; passa pure, per questa volta, nel secondo letamaio".
Compresi di dover entrare nella stanza seguente, e ubbidii frettoloso. Ivi era
il musico, il quale mi disse: "Ah, vuoi abbonarti? Osi offrirmi dei
quattrini, rubati in un angolo di strada a un nottambulo ubriaco o guadagnati
tenendo ferma la tua sorellina ancora impubere, mentre un vecchio epulone le
stava dritto fra le gambe? Non so chi mi tenga dal punirti della tua
spudoratezza facendoti morire a furia di solletico ai piedi. Ma mi contenterò,
per oggi, di sputarti in un occhio". Eseguì quanto aveva deliberato, poi
concluse: "Va, va, sprofóndati nel terzo trombone". Penetrai nella
stanza seguente. Era occupata dal pittore, che mi ricevette mugghiando:
"Schifoso vermiciattolo, putrida carogna, luridume di latrina da ospedale
di colerosi, immondezzaio popolato di mosche, sucido mezzano da trivio,
sifilitico gocciolante marcio da mille piaghe, fetido aborto d'una meretrice,
come osi chiedere d'abbonarti?". Mi diede un pugno nello stomaco, poi con
un calcio mi scaraventò ruzzoloni nella stanza seguente. Allorchè mi fui
raddrizzato, scorsi innanzi a me il poeta e gli espressi umilmente il mio
desiderio. Senza perdere tempo in discorsi, egli con le mani mi circondò il
collo e si mise a torcerlo, a torcerlo, finchè non ebbe visto un palmo di
lingua uscir fuori dalla mia bocca. Allora, ritrasse le dita, mi consegnò la
scheda d'abbonamento, intascò i denari e, sempre in silenzio, mi accennò la
porta. Oh compagni amatissimi, se quella gente tratta in tal modo gli abbonati,
cosa farà con gli avversari?
L'assemblea,
con commovente accordo, deliberò di sospendere ogni decisione.
*
Il filosofo
continuò a esaminare i rifiuti della natura viva e morta, il musico si dedicò
sempre più alla composizione di opere prive d'accordi ma ricche di suoni, il
pittore s'occupò a risolvere praticamente il problema opposto alla quadratura
del circolo. Ma il poeta, abbandonata la rassegna e gli antichi colleghi, si
pose a comporre, in buona lingua, la Storia di un "arrivato".
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