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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • CAPPUCCETTO ROSSO.
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CAPPUCCETTO ROSSO.

 

C'era una volta una fanciulla scontrosa, ma scontrosa, aiutatemi a dire scontrosa. Aveva compiuto da poco i tredici anni, ma sembrava già una donnina. Chi sa quanti giovanotti le sarebbero corsi dietro senza la sua musonaggine e le continue spallucciate.

Le altre ragazze del paese venivano di sovente a trovarla e le raccontavano, per farle rabbia, le loro avventure.

Sai?, — diceva una, — il tale mi ha regalata una rosa rossa, grande come un girasole.

— Ed a me, — soggiungeva una seconda, — il figlio del mugnaio ha chiesto un appuntamento nel bosco. Ma, gnaffe, è restato tutta la notte ad aspettarmi e ad abbaiare alla luna.

— Io, poi, — incalzava una terza, — se volessi diventare una signora con tanto di cappello e di strascico, non avrei che da alzare un dito. C'è uno scioccone della città, tutto in inci e squinci; e viene apposta sin qui per vedermi, e mi fa sempre la ruota d'attorno. Ma io non gli bado neppure. Un giorno m'ha perfino baciata, a tradimento. E gli ho risposto subito con un bel garofano a cinque foglie.

La scontrosa allungava il muso, scuoteva la testa, brontolava:

— Non so che divertimento proviate, voialtre, ad ascoltare le sciocchezze degli uomini. Per me, ne sarei stufa dopo un minuto.

Sputava in terra: poi, se le amiche insistevano con quei discorsi, chiudeva loro l'uscio sul naso. E quelle a ridere, a ridere da tenersi la pancia.

Qualche volta, anche i garzoni del villaggio cercavano di stuzzicarla.

Uno cominciava:

— Sei carina, ma se sorridessi saresti la più bella di tutte.

— Se tu sapessi baciare, — proseguiva un secondo, — saresti la più amata di tutte.

E un terzo concludeva:

— Se tu ti mostrassi come le altre, saresti la più occupata di tutte.

La scontrosa, che aveva un carattere molto risoluto, li rimbeccava:

— Non siete proprio buoni a niente. Invece di lavorare, perdete il tempo a dar noia alle ragazze.

E quelli a ridere, a ridere da tenersi la pancia.

La domenica sera, giovanotti e fanciulle si radunavano sotto la sua finestra per farle dispetto; e poi ballavano come disperati e si rincorrevano e s'abbracciavan negli angoli, ch'era un piacere a vederli. Qualcuno, ogni tanto, alzava il naso per aria e gridava:

Ohè, musona! Guarda come ci divertiamo. Vieni giù, che ci sono amorosi anche per te.

Ma lei zitta. Non voleva male a nessuno; desiderava soltanto che la lasciassero tranquilla. Dunque?

E correva spesso a confidarsi con la comare, una vecchietta tutta rughe e consigli, che abitava in una casina piccola piccola, nel mezzo della foresta.

Comare, — chiedeva, — è vero che gli uomini non valgono niente, ma niente?

— Certo, figliuola; — rispondeva la vecchia cincischiando fra le mascelle sdentate.

— Quando sono occupati, — insisteva la scontrosa, — somigliano a bestie da macina; quando vanno a zonzo, sembrano tanti paperi in cerca di una pozzanghera. Faccio bene a tenerli lontani.

Guai a te, se s'avvicinassero, — borbottava la vecchia. — Son come i gatti, han gli unghioni nascosti, ma li cacciano fuori appena si trovino a tiro di un buon bocconcino.

Comare, perchè quasi tutte le ragazze si sposano?

— Per scontare i loro peccati, figliuola.

— Che sciocche! Per me, voglio bene a una sola persona al mondo: alla mia comaruccia.

E , baci e moine che non finivano più.

 

*

 

Giunse l'inverno. Gli alberi del bosco si infestonaron di bianco e la terra si vestì intieramente con un bell'abito di sposa per far onore alla prossima nascita del bambino Gesù. Ma la gente corse a tapparsi in casa, sprangando l'uscio perchè non entrassero i santi di ghiaccio.

Un giorno, si sparse nel paese una notizia, che riempì di terrore gli abitanti giovani e vecchi. C'era un lupo, che s'aggirava per i dintorni e assaltava senza pietà quanti mettessero piede fuor della soglia. Aveva già morsa a sangue, sovra una spalla, la figlia dell'oste: e si vedeva ancora il segno di tutti i denti sopra le carni. E aveva anche divorato, secondo le voci, una pastorella. Non esistevan rimedi contro la bestiaccia, che distruggeva le tagliuole come fossero trappole per i topi e non si lasciava mai cogliere dai guardacaccia.

Anche la scontrosa fu messa in all'erta.

Bada di non avventurarti nella foresta, perchè saresti mangiata in un battibaleno. Giusto, sembra che il lupo preferisca la carne tenera!

Ma lei rispondeva, pronta:

— E chi terrebbe compagnia alla comare? E chi le porterebbe le sfogliate con la panna montata? Non ho timore degli uomini, e volete che tremi davanti a una bestia? Venga pure, il signor Lupo! Ho qui un coltello da cucina, ch'è stato affilato proprio di questi giorni. Vedrete come ve lo concio io per le feste!

Era alta una spanna, ma di coraggio ne possedeva da vendere. E continuava a recarsi nel bosco come se non fossero mai esistiti dei lupi.

La comare, ch'era piuttosto sorda e mezza cieca e non vedeva mai anima viva, eccettuata la figlioccia, raccomandava sempre:

Bada di non bagnarti i piedini con la neve. Passa sempre sul sentiero.

— Sì, comare, — rispondeva la scontrosa.

Ma il sentiero era che covava. Neve, neve dappertutto, invece. E la scontrosa si divertiva un mondo ad affondar, camminando, fino ai polpacci.

Un mattino, mentre salterellava sul morbido tappeto, facendolo scricchiolare sotto i piedi, vide venirle incontro un uomo, che sfoggiava una nera barbaccia e due occhi di fuoco.

— Dove vai, piccina, — chiese costui, fermandosi e sprigionando lampi dalle pupille.

— A visitar la comare, — rispose la scontrosa senza abbassar le ciglia.

— La tua comare non è una vecchietta, che abita in mezzo al bosco?

— Proprio lei. La conosci?

— Non ancora, — rispose l'uomo. E rise, mettendo in mostra due file di denti candidi e aguzzi. Poi soggiunse:

— Che porti in codesto fagottino?

Dolci e focaccia. Ma perchè mi chiedi?

— Così, per discorrere. La tua comare ti aspetterà a gloria, immagino.

— Puoi giurarlo. È un poco sorda, ma la mia voce la sente.

— Come la chiami?

Dico: Comare, son io, la tua figlioccia, che ti porta i pasticcini con la panna montata. E subito lei tira la cordicella e la porta si apre.

L'uomo rise di nuovo.

— Di che ridi?, — domandò la scontrosa impermalita.

Rido di te, che giri da sola pel bosco e non sai che c'è il lupo.

Sicuro che lo so. Ma se viene gli taglio la gola, — rispose lei.

E mostrò il coltellaccio. Ma lo tirò fuori per la punta, poichè non lo poteva impugnare, tanto il manico dell'arnese era grosso.

Adesso me ne vado, — concluse. — La comare conta i minuti: e non le darei una pena neanche se m'offrissero il paradiso.

Arrivederci, piccina, — gridò l'uomo.

Poi s'allontanò di corsa ridendo sgangheratamente.

 

*

 

Toc, toc.

— Chi è?

Comare, son io, la tua figlioccia, che ti porta i pasticcini con la panna montata.

L'uscio si spalancò subito davanti alla scontrosa. Ma, nella stanza, c'era buio pesto.

Perchè hai chiuso le imposte, comare?

Perchè mi sento bruciare gli occhi, e la luce mi dava noia.

Perchè hai la voce così roca, comare?

Perchè son raffreddata. Posa i pasticcini, figliuola, e vieni a ficcarti nel letto per scaldarmi.

La scontrosa ubbidì, si spogliò e, a tentoni, raggiunse il lettuccio.

Staremo a disagio, comare; — disse insinuando una gamba fra le lenzuola.

— Sei così piccola! Ti rannicchierai.

Bada che, quando dormo, tiro la gente per i capelli.

— Più tirerai, figliuola, e più mi farai contenta.

Appena si fu allungata sotto le coperte, la scontrosa si sentì abbracciare.

— Come mi stringi, comare, — esclamò.

— È per scaldarmi meglio, figliuola.

— Ma mi fai male, comare!

— È perchè ti voglio troppo bene, figliuola.

— E perchè mi mordi, comare?

Perchè voglio divorarti, figliuola.

La scontrosa capì d'esser caduta in un tranello e raccomandò l'anima a Dio.

Per circa due ore la stanza rimase immersa in un silenzio pauroso. Ma, ad un tratto, suonò di nuovo, debole come un soffio, la voce della scontrosa.

— Sei proprio il lupo, dunque?

— Ti rincresce?

— M'ero formata un'idea così diversa!

— Prima di giudicare bisogna provare. Ma perchè non pigli il coltellaccio e non mi tagli la gola?

Perchè non so più dove l'abbia ficcato, — sospirò la scontrosa.

Poi chiese:

— Come sei riuscito ad entrare?

Il lupo balzò giù dal lettuccio e corse a spalancare le imposte. E la scontrosa vide davanti a la barbaccia nera e gli occhi di fuoco della foresta.

— Me l'hai insegnato tu stessa il modo, piccina; — disse il lupo.

E rise, facendo brillare alla luce la doppia fila dei denti.

— Dov'è la comare?, —— susurrò la scontrosa.

— È chiusa a chiave in cantina.

— Ma picchierà contro l'uscio!

— Ha le mani legate.

— Ma griderà e farà accorrere gente!

— Stai tranquilla. Le ho messo il bavaglio.

 

*

 

Da ciò s'impara che le ragazze non devono aver paura del lupo.





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