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C'era una
volta una fanciulla scontrosa, ma scontrosa, aiutatemi a dire scontrosa. Aveva compiuto
da poco i tredici anni, ma sembrava già una donnina. Chi sa quanti giovanotti
le sarebbero corsi dietro senza la sua musonaggine e le continue spallucciate.
Le altre
ragazze del paese venivano di sovente a trovarla e le raccontavano, per farle
rabbia, le loro avventure.
— Sai?, —
diceva una, — il tale mi ha regalata una rosa rossa, grande come un girasole.
— Ed a me, —
soggiungeva una seconda, — il figlio del mugnaio ha chiesto un appuntamento nel
bosco. Ma, gnaffe, è restato tutta la notte ad aspettarmi e ad abbaiare alla
luna.
— Io, poi, —
incalzava una terza, — se volessi diventare una signora con tanto di cappello e
di strascico, non avrei che da alzare un dito. C'è uno scioccone della città,
tutto in inci e squinci; e viene apposta sin qui per vedermi, e mi fa sempre la
ruota d'attorno. Ma io non gli bado neppure. Un giorno m'ha perfino baciata, a
tradimento. E gli ho risposto subito con un bel garofano a cinque foglie.
La scontrosa
allungava il muso, scuoteva la testa, brontolava:
— Non so che divertimento
proviate, voialtre, ad ascoltare le sciocchezze degli uomini. Per me, ne sarei
stufa dopo un minuto.
Sputava in
terra: poi, se le amiche insistevano con quei discorsi, chiudeva loro l'uscio
sul naso. E quelle a ridere, a ridere da tenersi la pancia.
Qualche
volta, anche i garzoni del villaggio cercavano di stuzzicarla.
Uno
cominciava:
— Sei carina,
ma se sorridessi saresti la più bella di tutte.
— Se tu
sapessi baciare, — proseguiva un secondo, — saresti la più amata di tutte.
E un terzo
concludeva:
— Se tu ti
mostrassi come le altre, saresti la più occupata di tutte.
La scontrosa,
che aveva un carattere molto risoluto, li rimbeccava:
— Non siete
proprio buoni a niente. Invece di lavorare, perdete il tempo a dar noia alle
ragazze.
E quelli a
ridere, a ridere da tenersi la pancia.
La domenica
sera, giovanotti e fanciulle si radunavano sotto la sua finestra per farle
dispetto; e poi ballavano come disperati e si rincorrevano e s'abbracciavan
negli angoli, ch'era un piacere a vederli. Qualcuno, ogni tanto, alzava il naso
per aria e gridava:
— Ohè,
musona! Guarda come ci divertiamo. Vieni giù, che ci sono amorosi anche per te.
Ma lei zitta.
Non voleva male a nessuno; desiderava soltanto che la lasciassero tranquilla.
Dunque?
E correva spesso
a confidarsi con la comare, una vecchietta tutta rughe e consigli, che abitava
in una casina piccola piccola, nel mezzo della foresta.
— Comare, —
chiedeva, — è vero che gli uomini non valgono niente, ma niente?
— Certo,
figliuola; — rispondeva la vecchia cincischiando fra le mascelle sdentate.
— Quando sono
occupati, — insisteva la scontrosa, — somigliano a bestie da macina; quando
vanno a zonzo, sembrano tanti paperi in cerca di una pozzanghera. Faccio bene a
tenerli lontani.
— Guai a te,
se s'avvicinassero, — borbottava la vecchia. — Son come i gatti, han gli
unghioni nascosti, ma li cacciano fuori appena si trovino a tiro di un buon
bocconcino.
— Comare,
perchè quasi tutte le ragazze si sposano?
— Per
scontare i loro peccati, figliuola.
— Che sciocche! Per me, voglio bene a una sola persona al
mondo: alla mia comaruccia.
E lì, baci e moine che non finivano più.
*
Giunse
l'inverno. Gli alberi del bosco si infestonaron di bianco e la terra si vestì
intieramente con un bell'abito di sposa per far onore alla prossima nascita del
bambino Gesù. Ma la gente corse a tapparsi in casa, sprangando l'uscio perchè
non entrassero i santi di ghiaccio.
Un giorno, si
sparse nel paese una notizia, che riempì di terrore gli abitanti giovani e
vecchi. C'era un lupo, che s'aggirava per i dintorni e assaltava senza pietà
quanti mettessero piede fuor della soglia. Aveva già morsa a sangue, sovra una
spalla, la figlia dell'oste: e si vedeva ancora il segno di tutti i denti sopra
le carni. E aveva anche divorato, secondo le voci, una pastorella. Non
esistevan rimedi contro la bestiaccia, che distruggeva le tagliuole come
fossero trappole per i topi e non si lasciava mai cogliere dai guardacaccia.
Anche la
scontrosa fu messa in all'erta.
— Bada di non
avventurarti nella foresta, perchè saresti mangiata in un battibaleno. Giusto,
sembra che il lupo preferisca la carne tenera!
Ma lei
rispondeva, pronta:
— E chi
terrebbe compagnia alla comare? E chi le porterebbe le sfogliate con la panna
montata? Non ho timore degli uomini, e volete che tremi davanti a una bestia?
Venga pure, il signor Lupo! Ho qui un coltello da cucina, ch'è stato affilato
proprio di questi giorni. Vedrete come ve lo concio io per le feste!
Era alta una
spanna, ma di coraggio ne possedeva da vendere. E continuava a recarsi nel
bosco come se non fossero mai esistiti dei lupi.
La comare,
ch'era piuttosto sorda e mezza cieca e non vedeva mai anima viva, eccettuata la
figlioccia, raccomandava sempre:
— Bada di non
bagnarti i piedini con la neve. Passa sempre sul sentiero.
— Sì, comare,
— rispondeva la scontrosa.
Ma il
sentiero era lì che covava. Neve, neve dappertutto, invece. E la scontrosa si
divertiva un mondo ad affondar, camminando, fino ai polpacci.
Un mattino,
mentre salterellava sul morbido tappeto, facendolo scricchiolare sotto i piedi,
vide venirle incontro un uomo, che sfoggiava una nera barbaccia e due occhi di
fuoco.
— Dove vai,
piccina, — chiese costui, fermandosi e sprigionando lampi dalle pupille.
— A visitar
la comare, — rispose la scontrosa senza abbassar le ciglia.
— La tua
comare non è una vecchietta, che abita in mezzo al bosco?
— Proprio
lei. La conosci?
— Non ancora,
— rispose l'uomo. E rise, mettendo in mostra due file di denti candidi e
aguzzi. Poi soggiunse:
— Che porti
in codesto fagottino?
— Dolci e
focaccia. Ma perchè mi chiedi?
— Così, per
discorrere. La tua comare ti aspetterà a gloria, immagino.
— Puoi
giurarlo. È un poco sorda, ma la mia voce la sente.
— Come la
chiami?
— Dico:
Comare, son io, la tua figlioccia, che ti porta i pasticcini con la panna
montata. E subito lei tira la cordicella e la porta si apre.
L'uomo rise
di nuovo.
— Di che
ridi?, — domandò la scontrosa impermalita.
— Rido di te,
che giri da sola pel bosco e non sai che c'è il lupo.
— Sicuro che
lo so. Ma se viene gli taglio la gola, — rispose lei.
E mostrò il
coltellaccio. Ma lo tirò fuori per la punta, poichè non lo poteva impugnare,
tanto il manico dell'arnese era grosso.
— Adesso me
ne vado, — concluse. — La comare conta i minuti: e non le darei una pena
neanche se m'offrissero il paradiso.
—
Arrivederci, piccina, — gridò l'uomo.
Poi
s'allontanò di corsa ridendo sgangheratamente.
*
— Toc, toc.
— Chi è?
— Comare, son
io, la tua figlioccia, che ti porta i pasticcini con la panna montata.
L'uscio si
spalancò subito davanti alla scontrosa. Ma, nella stanza, c'era buio pesto.
— Perchè hai chiuso le imposte, comare?
— Perchè mi
sento bruciare gli occhi, e la luce mi dava noia.
— Perchè hai
la voce così roca, comare?
— Perchè son
raffreddata. Posa i pasticcini, figliuola, e vieni a ficcarti nel letto per
scaldarmi.
La scontrosa
ubbidì, si spogliò e, a tentoni, raggiunse il lettuccio.
— Staremo a
disagio, comare; — disse insinuando una gamba fra le lenzuola.
— Sei così piccola!
Ti rannicchierai.
— Bada che,
quando dormo, tiro la gente per i capelli.
— Più
tirerai, figliuola, e più mi farai contenta.
Appena si fu
allungata sotto le coperte, la scontrosa si sentì abbracciare.
— Come mi
stringi, comare, — esclamò.
— È per scaldarmi
meglio, figliuola.
— Ma mi fai
male, comare!
— È perchè ti
voglio troppo bene, figliuola.
— E perchè mi
mordi, comare?
— Perchè
voglio divorarti, figliuola.
La scontrosa
capì d'esser caduta in un tranello e raccomandò l'anima a Dio.
Per circa due
ore la stanza rimase immersa in un silenzio pauroso. Ma, ad un tratto, suonò di
nuovo, debole come un soffio, la voce della scontrosa.
— Sei proprio
il lupo, dunque?
— Ti
rincresce?
— M'ero
formata un'idea così diversa!
— Prima di
giudicare bisogna provare. Ma perchè non pigli il coltellaccio e non mi tagli
la gola?
— Perchè non
so più dove l'abbia ficcato, — sospirò la scontrosa.
Poi chiese:
— Come sei
riuscito ad entrare?
Il lupo balzò
giù dal lettuccio e corse a spalancare le imposte. E la scontrosa vide davanti
a sè la barbaccia nera e gli occhi di fuoco della foresta.
— Me l'hai
insegnato tu stessa il modo, piccina; — disse il lupo.
E rise,
facendo brillare alla luce la doppia fila dei denti.
— Dov'è la
comare?, —— susurrò la scontrosa.
— È chiusa a
chiave in cantina.
— Ma
picchierà contro l'uscio!
— Ha le mani
legate.
— Ma griderà
e farà accorrere gente!
— Stai
tranquilla. Le ho messo il bavaglio.
*
Da ciò
s'impara che le ragazze non devono aver paura del lupo.
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