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Un garzone
vispo ed ardito non voleva saperne di sedere sul banco di una scuola. Diceva:
— Lasciatemi
correre all'aria aperta! È così bella l'erba bagnata di rugiada! Son così belli
gli alberi quando il vento fa tremolare tutte le foglie! È così bello il sole
con la sua polvere d'oro, che getta negli occhi degli uomini! E poi, c'è una
lucertola, con la quale discorro ogni giorno. E ci sono i grilli, che mi fanno
festa vedendomi. E ci son le libellule, che si posano sulle mie mani e vogliono
a tutti i costi ch'io ammiri le loro alucce formate da fili di luce.
— Vuoi
rimanere un asino?, — ribattevano i parenti. — Altro che lucertole e grilli !
Occorron maestri!
I maestri,
finalmente, vennero. E con essi nacque nel garzone una grande smania di studiare.
Ma, neanche a combinarla apposta, saltaron subito fuori nuove contrarietà. I
maestri la intendevano in un modo, il garzone in un altro. I maestri
s'ostinavano a discorrere di Numa Pompilio e della sua religiosità, di Muzio
Scevola e del suo amor di patria, di Bruto e dei tiranni. Il garzone rideva
della Ninfa Egeria, tirava la lingua alla mano arrostita e sbadigliava
sull'ombra di Filippi: ma, in compenso, si faceva spiegare punto per punto il
ratto delle Sabine, il gesto di Brenno e il passaggio del Rubicone. I maestri
gli squadernavano sotto gli occhi i Promessi Sposi e gli davano da
imparare a memoria la passeggiata di don Abbondio, la penitenza di fra
Cristoforo o la fuga sul lago di Lucia e di Agnese. E il garzone, invece,
recitava la sfuriata di don Rodrigo, le imprese dell'Innominato o l'assalto ai
forni.
— Ha ingegno,
ma non se ne caverà un bel niente; — sospiravano i maestri.
Lo misero a regime: doveva studiare dall'ora tale alla
tal'altra, passeggiare così e così, coricarsi con le galline ed alzarsi coi
galli. Eliminarono dall'insegnamento le materie superflue: l'arte del comporre,
le letture, la poesia; e le sostituirono con nuove dosi di materie utili:
nomenclatura, regole aritmetiche, massime morali di Smiles. Strapparono da ogni
libro le pagine più interessanti, ma meno importanti dal punto di vista
didattico: per esempio, il periodo dei Borgia nella storia d'Italia, il
capitolo delle figure sintattiche nella grammatica, gli episodi della fata
turchina in Pinocchio. Tanto per intenderci, Pinocchio fu, appunto, l'unico
libro concesso alla curiosità del garzone: ma gli si raccomandò di non leggere
più di tre pagine al giorno per evitare riscaldi di fantasia e altri malanni
del genere.
Picchia e
ripicchia, lo scolaro divenne degno dei maestri. Gli chiedevano:
— Qual è il
primo dovere di un ragazzo?
E lui serio
serio rispondeva:
— Amare e
rispettare i propri genitori.
Gli
chiedevano
— Qual è il
più bell'esempio della Storia romana?
E lui serio
serio rispondeva:
— Le oche del
Campidoglio.
Gli chiedevano:
— Qual è
l'uomo moderno, che tutti dovremmo imitare?
E lui serio
serio rispondeva:
— Beniamino
Franklin.
S'era un po'
curvato nelle spalle, guardava la campagna solo dalla finestra, correva via se
gli parlavano di letteratura. Ma, in compenso, abbandonate le antiche fisime e
velleità di ribellione, aveva accolti entro di sè i più sani principii
didattici.
*
Il garzone
divenne un giovanotto. Voltato il dorso alle scuole, si sentì come rimpastato
di nuova carne e vivificato da un'anima nuova: una muda vera e propria. Nè se
lo sognava neanche di ammogliarsi. Diceva:
— Sarei un
gran matto se, lasciato appena un morso, me ne ripiantassi un secondo fra i
denti. È così bello annusare tutta la primavera che si sprigiona dai volti
delle mie coetanee! È così bello mormorare una parolina dolce nell'orecchio
dell'una, dare un pizzicotto nelle polposità di un'altra, fissare un
appuntamento con una terza! È così bello sorridere, ridere, scherzare,
giuocare, sospirare, languire senza mèta fissa nè causa nè impacci! E poi, cosa
direbbe la figliuola del massaro se non mi trovasse più sotto il faggio? E come
potrei più recare i fiori di campo alla moglie dell'organista? E come oserei
più scherzare con le tre sorelline del medico?
— Vuoi
rimanertene solo solo nel mondo? Non sai che la vecchiaia arriva presto?, —
brontolavano sempre i parenti.
Infine capitò
una ragazza, più furba o più fortunata, che lo indusse a cedere l'armi. Ma i
due non andarono molto a lungo d'accordo, sempre per colpa di quelle benedette
fisime, che scomparivano da una parte per riapparire dall'altra. La moglie
decantava la tranquillità che si gode nella propria casa, la dolcezza di una
vita regolata, la soavità di un amore calmo. Il marito poneva sottosopra il
mobilio, saltava i pasti, si alzava e si coricava a tutte le ore e ogni tanto
afferrava la sua donna, la sballottava, le faceva il solletico, la mordeva e,
fra strilli e risate, finiva il giuoco Dio solo sa come. La moglie sospirava un
figlio, e già si vedeva occupata a pulirgli il naso e la bocca, a cullarselo in
grembo, a condurlo all'asilo, insegnandogli, per via, a tenere la canestrina
della merenda senza versarne il contenuto. E diceva al marito:
— Ti vorrò
più bene quando sarò madre.
— Hai
ragione, — rispondeva lui sghignazzando; — i piagnucolìi del bambino ci
terranno più desti.
— Che
c'entra!, — ribatteva la donna.
— C'entra sì!
Se tu non mi piacessi più, me ne andrei.
E lì, bufera.
— Ma il
vincolo sacro?, — gridava la donna.
— Un uomo
l'ha creato e un altr'uomo può romperlo, — sentenziava lui.
— Ma l'amore
della famiglia?, — esclamava lei.
— Bazzicherò
in quelle degli altri, — brontolava lui.
— Ma il
giudizio della gente?, — singhiozzava lei.
— Cercherò
gente di giudizio, — tempestava lui.
— Ma la
legge?, — sospirava lei.
— La legge parla
di concubinaggi. Stai tranquilla che, se la scampo, nuove donne per le costole
non me ne metto, — strepitava lui.
Un'usciata. E
via per i campi a digerire la collera.
Infine, tra
suoceri e nuora fu meditato un rimedio. Niente contrasti più, niente allusioni
alla casa, ai figli ed all'amor pacifico. Un letto sempre morbido, una
mogliettina sempre docile, un pranzo sempre succolento, una mano sempre pronta
a rammendar panni e biancheria, una bocca vermiglia sempre aperta alle canzoni
e alle risa, due piedini di fata sempre disposti a correre ed a saltare: ecco
il dolce regime offerto allo stravagante marito.
Il giovane,
dato tutto questo po' po' di seduzioni, abbandonò sempre più raramente la casa,
s'abituò a sedere a mensa nell'ore prestabilite, cominciò a considerare la
moglie sotto l'aspetto di cuciniera e di massaia. Vennero i figli: e lui non
fiatò. Vennero le malattie: e lui scoprì nella donna preziose doti
d'infermiera. Passò il bollore del sangue: e lui comprese che si poteva anche
fare tutto un sonno filato, malgrado il piagnucolìo dei bambini.
Era divenuto
grave in volto, non pensava più alle tarantelle sull'erba, si turava le
orecchie se gli parlavano di passioni amorose. Ma, in compenso, buttato in un
angolo il sacco di idee strambe e di stimoli prepotenti, aveva accettato i più
sani principii morali.
*
Il giovane
divenne uomo fatto. Sino a quel momento aveva vissuto col ricavo di alcune
terre. Ma le bocche da sfamare aumentavano; e bisognava correre ai ripari.
Invano egli diceva:
— Si sta così
quieti nella nostra casetta. E ci vuol così poco, da queste parti, per tirar su
la famiglia. E poi, è così bello fumare la pipa, accanto alla finestra, udendo
il cinguettìo dei passerotti tra le fronde e dei bimbi tra le seggiole
rovesciate!
— Vuoi che i
tuoi figli si trovino nella miseria?, — lo rimbrottavano moglie e parenti.
Batti oggi,
batti domani, si decise a trapiantare le tende e ad accettare un impiego in
città. Ma, con la nuova occupazione, egli sentì risorgere nel proprio animo
memorie fanciullesche, sentimenti dapprima vaghi ed incerti, poi sempre più
netti e imperiosi. Aveva fatto i conti senza l'oste, l'amico! E non tardò molto
ad accorgersene. Era stato collocato, mercè vive raccomandazioni di persona
autorevole, in un posto di fiducia, di quelli che a un novellino, veramente,
non si potrebbero dare. Altro che fiducia! I superiori battevano sempre sul
chiodo dell'ordine, del rispetto al proprio grado ed alla gerarchia. Lui,
invece, sparpagliava carte in ogni angolo della sua stanza, invitava a bere gli
uscieri ed entrava con la pipa in bocca nel santuario del caposezione. I
superiori esigevano rapporti compilati nelle debite forme e rigorosamente
oggettivi. Lui, invece, saltava di palo in frasca e ficcava un po' dappertutto
le sue personali considerazioni e conclusioni. I superiori sentenziavano
sempre: Chi va piano va sano; il troppo zelo nuoce. Lui, invece, sbrigava in
quattro e quattr'otto le sue incombenze e pretendeva che gliene dessero subito
altre. I superiori si rallegravano nel vedere svolgersi i servizi, fra gli
ingranaggi delle norme e delle consuetudini, con la pacata regolarità delle
strisce da telegrammi. Lui, invece, era sempre lì a proporre modificazioni,
suggerire riforme, decantare la virtù dell'olio sulle ruote dell'amministrazione.
— Ma c'è il
regolamento!, — mugolava il capo-sezione.
— Se ne crea
uno nuovo, — ribatteva lui.
— Ma è sempre
andata bene così, — sbraitava il capo-divisione.
— Andrà
meglio in un altro modo, — affermava lui.
Dovettero
levarlo dal posto di fiducia e metterlo a regime: revisione di conti al
mattino, protocollo nel pomeriggio.
Il nostro
uomo nei primi tempi, data la novità del lavoro, tenne gli occhi ben
spalancati: e già rimuginava, anche in quel campo, progetti di radicali
mutamenti.
Ma, col trascorrer
dei giorni, cominciò a far ciondolare la testa, a chiudere ora una palpebra, or
tutte e due; sonnecchiò, s'appisolò, si svegliò di soprassalto, s'appisolò di
nuovo e finì col dormir della grossa.
Le ultime
fisime eran scomparse. Ma, in compenso, il nostro uomo fu nominato cavaliere:
e, beato come un papa, s'avviò con la sua croce verso la vecchiaia.
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