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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • IL BEATO GIANNI.
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IL BEATO GIANNI.

 

Un garzone vispo ed ardito non voleva saperne di sedere sul banco di una scuola. Diceva:

Lasciatemi correre all'aria aperta! È così bella l'erba bagnata di rugiada! Son così belli gli alberi quando il vento fa tremolare tutte le foglie! È così bello il sole con la sua polvere d'oro, che getta negli occhi degli uomini! E poi, c'è una lucertola, con la quale discorro ogni giorno. E ci sono i grilli, che mi fanno festa vedendomi. E ci son le libellule, che si posano sulle mie mani e vogliono a tutti i costi ch'io ammiri le loro alucce formate da fili di luce.

— Vuoi rimanere un asino?, — ribattevano i parenti. — Altro che lucertole e grilli ! Occorron maestri!

I maestri, finalmente, vennero. E con essi nacque nel garzone una grande smania di studiare. Ma, neanche a combinarla apposta, saltaron subito fuori nuove contrarietà. I maestri la intendevano in un modo, il garzone in un altro. I maestri s'ostinavano a discorrere di Numa Pompilio e della sua religiosità, di Muzio Scevola e del suo amor di patria, di Bruto e dei tiranni. Il garzone rideva della Ninfa Egeria, tirava la lingua alla mano arrostita e sbadigliava sull'ombra di Filippi: ma, in compenso, si faceva spiegare punto per punto il ratto delle Sabine, il gesto di Brenno e il passaggio del Rubicone. I maestri gli squadernavano sotto gli occhi i Promessi Sposi e gli davano da imparare a memoria la passeggiata di don Abbondio, la penitenza di fra Cristoforo o la fuga sul lago di Lucia e di Agnese. E il garzone, invece, recitava la sfuriata di don Rodrigo, le imprese dell'Innominato o l'assalto ai forni.

— Ha ingegno, ma non se ne caverà un bel niente; — sospiravano i maestri.

Lo misero a regime: doveva studiare dall'ora tale alla tal'altra, passeggiare così e così, coricarsi con le galline ed alzarsi coi galli. Eliminarono dall'insegnamento le materie superflue: l'arte del comporre, le letture, la poesia; e le sostituirono con nuove dosi di materie utili: nomenclatura, regole aritmetiche, massime morali di Smiles. Strapparono da ogni libro le pagine più interessanti, ma meno importanti dal punto di vista didattico: per esempio, il periodo dei Borgia nella storia d'Italia, il capitolo delle figure sintattiche nella grammatica, gli episodi della fata turchina in Pinocchio. Tanto per intenderci, Pinocchio fu, appunto, l'unico libro concesso alla curiosità del garzone: ma gli si raccomandò di non leggere più di tre pagine al giorno per evitare riscaldi di fantasia e altri malanni del genere.

Picchia e ripicchia, lo scolaro divenne degno dei maestri. Gli chiedevano:

— Qual è il primo dovere di un ragazzo?

E lui serio serio rispondeva:

Amare e rispettare i propri genitori.

Gli chiedevano

— Qual è il più bell'esempio della Storia romana?

E lui serio serio rispondeva:

— Le oche del Campidoglio.

Gli chiedevano:

— Qual è l'uomo moderno, che tutti dovremmo imitare?

E lui serio serio rispondeva:

Beniamino Franklin.

S'era un po' curvato nelle spalle, guardava la campagna solo dalla finestra, correva via se gli parlavano di letteratura. Ma, in compenso, abbandonate le antiche fisime e velleità di ribellione, aveva accolti entro di i più sani principii didattici.

 

*

 

Il garzone divenne un giovanotto. Voltato il dorso alle scuole, si sentì come rimpastato di nuova carne e vivificato da un'anima nuova: una muda vera e propria. se lo sognava neanche di ammogliarsi. Diceva:

— Sarei un gran matto se, lasciato appena un morso, me ne ripiantassi un secondo fra i denti. È così bello annusare tutta la primavera che si sprigiona dai volti delle mie coetanee! È così bello mormorare una parolina dolce nell'orecchio dell'una, dare un pizzicotto nelle polposità di un'altra, fissare un appuntamento con una terza! È così bello sorridere, ridere, scherzare, giuocare, sospirare, languire senza mèta fissa causa impacci! E poi, cosa direbbe la figliuola del massaro se non mi trovasse più sotto il faggio? E come potrei più recare i fiori di campo alla moglie dell'organista? E come oserei più scherzare con le tre sorelline del medico?

— Vuoi rimanertene solo solo nel mondo? Non sai che la vecchiaia arriva presto?, — brontolavano sempre i parenti.

Infine capitò una ragazza, più furba o più fortunata, che lo indusse a cedere l'armi. Ma i due non andarono molto a lungo d'accordo, sempre per colpa di quelle benedette fisime, che scomparivano da una parte per riapparire dall'altra. La moglie decantava la tranquillità che si gode nella propria casa, la dolcezza di una vita regolata, la soavità di un amore calmo. Il marito poneva sottosopra il mobilio, saltava i pasti, si alzava e si coricava a tutte le ore e ogni tanto afferrava la sua donna, la sballottava, le faceva il solletico, la mordeva e, fra strilli e risate, finiva il giuoco Dio solo sa come. La moglie sospirava un figlio, e già si vedeva occupata a pulirgli il naso e la bocca, a cullarselo in grembo, a condurlo all'asilo, insegnandogli, per via, a tenere la canestrina della merenda senza versarne il contenuto. E diceva al marito:

— Ti vorrò più bene quando sarò madre.

— Hai ragione, — rispondeva lui sghignazzando; — i piagnucolìi del bambino ci terranno più desti.

— Che c'entra!, — ribatteva la donna.

C'entra sì! Se tu non mi piacessi più, me ne andrei.

E , bufera.

— Ma il vincolo sacro?, — gridava la donna.

— Un uomo l'ha creato e un altr'uomo può romperlo, — sentenziava lui.

— Ma l'amore della famiglia?, — esclamava lei.

Bazzicherò in quelle degli altri, — brontolava lui.

— Ma il giudizio della gente?, — singhiozzava lei.

Cercherò gente di giudizio, — tempestava lui.

— Ma la legge?, — sospirava lei.

— La legge parla di concubinaggi. Stai tranquilla che, se la scampo, nuove donne per le costole non me ne metto, — strepitava lui.

Un'usciata. E via per i campi a digerire la collera.

Infine, tra suoceri e nuora fu meditato un rimedio. Niente contrasti più, niente allusioni alla casa, ai figli ed all'amor pacifico. Un letto sempre morbido, una mogliettina sempre docile, un pranzo sempre succolento, una mano sempre pronta a rammendar panni e biancheria, una bocca vermiglia sempre aperta alle canzoni e alle risa, due piedini di fata sempre disposti a correre ed a saltare: ecco il dolce regime offerto allo stravagante marito.

Il giovane, dato tutto questo po' po' di seduzioni, abbandonò sempre più raramente la casa, s'abituò a sedere a mensa nell'ore prestabilite, cominciò a considerare la moglie sotto l'aspetto di cuciniera e di massaia. Vennero i figli: e lui non fiatò. Vennero le malattie: e lui scoprì nella donna preziose doti d'infermiera. Passò il bollore del sangue: e lui comprese che si poteva anche fare tutto un sonno filato, malgrado il piagnucolìo dei bambini.

Era divenuto grave in volto, non pensava più alle tarantelle sull'erba, si turava le orecchie se gli parlavano di passioni amorose. Ma, in compenso, buttato in un angolo il sacco di idee strambe e di stimoli prepotenti, aveva accettato i più sani principii morali.

 

*

 

Il giovane divenne uomo fatto. Sino a quel momento aveva vissuto col ricavo di alcune terre. Ma le bocche da sfamare aumentavano; e bisognava correre ai ripari. Invano egli diceva:

— Si sta così quieti nella nostra casetta. E ci vuol così poco, da queste parti, per tirar su la famiglia. E poi, è così bello fumare la pipa, accanto alla finestra, udendo il cinguettìo dei passerotti tra le fronde e dei bimbi tra le seggiole rovesciate!

— Vuoi che i tuoi figli si trovino nella miseria?, — lo rimbrottavano moglie e parenti.

Batti oggi, batti domani, si decise a trapiantare le tende e ad accettare un impiego in città. Ma, con la nuova occupazione, egli sentì risorgere nel proprio animo memorie fanciullesche, sentimenti dapprima vaghi ed incerti, poi sempre più netti e imperiosi. Aveva fatto i conti senza l'oste, l'amico! E non tardò molto ad accorgersene. Era stato collocato, mercè vive raccomandazioni di persona autorevole, in un posto di fiducia, di quelli che a un novellino, veramente, non si potrebbero dare. Altro che fiducia! I superiori battevano sempre sul chiodo dell'ordine, del rispetto al proprio grado ed alla gerarchia. Lui, invece, sparpagliava carte in ogni angolo della sua stanza, invitava a bere gli uscieri ed entrava con la pipa in bocca nel santuario del caposezione. I superiori esigevano rapporti compilati nelle debite forme e rigorosamente oggettivi. Lui, invece, saltava di palo in frasca e ficcava un po' dappertutto le sue personali considerazioni e conclusioni. I superiori sentenziavano sempre: Chi va piano va sano; il troppo zelo nuoce. Lui, invece, sbrigava in quattro e quattr'otto le sue incombenze e pretendeva che gliene dessero subito altre. I superiori si rallegravano nel vedere svolgersi i servizi, fra gli ingranaggi delle norme e delle consuetudini, con la pacata regolarità delle strisce da telegrammi. Lui, invece, era sempre a proporre modificazioni, suggerire riforme, decantare la virtù dell'olio sulle ruote dell'amministrazione.

— Ma c'è il regolamento!, — mugolava il capo-sezione.

— Se ne crea uno nuovo, — ribatteva lui.

— Ma è sempre andata bene così, — sbraitava il capo-divisione.

Andrà meglio in un altro modo, — affermava lui.

Dovettero levarlo dal posto di fiducia e metterlo a regime: revisione di conti al mattino, protocollo nel pomeriggio.

Il nostro uomo nei primi tempi, data la novità del lavoro, tenne gli occhi ben spalancati: e già rimuginava, anche in quel campo, progetti di radicali mutamenti.

Ma, col trascorrer dei giorni, cominciò a far ciondolare la testa, a chiudere ora una palpebra, or tutte e due; sonnecchiò, s'appisolò, si svegliò di soprassalto, s'appisolò di nuovo e finì col dormir della grossa.

Le ultime fisime eran scomparse. Ma, in compenso, il nostro uomo fu nominato cavaliere: e, beato come un papa, s'avviò con la sua croce verso la vecchiaia.





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