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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • PUCCETTINO.
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PUCCETTINO.

 

C'era una volta un giovane furbo, ma furbo, aiutatemi a dir furbo. I vicini scappavano al solo vederlo, e i genitori stessi lo temevano come la peste. Proprio lui aveva legato l'asino del mugnaio alla corda della campana e fatta accorrere in piazza tutta la gente scamiciata. Proprio lui aveva data la colla all'uscio d'una graziosa parrocchiana e obbligato il curato, ch'era dentro, a calarsi da una finestra. Proprio lui aveva addestrato un barboncino a infilarsi nelle cucine degli altri e a rubar le bistecche; e poi, s'era messo a ridere vedendo i mariti affamati alzare il bastone sopra le mogli innocenti. Ma potevano preparare appostamenti! Non c'era verso di pescare sul fatto lui il suo cagnaccio!

Infine, i parenti risolvettero, per disperati, di condurre il giovane lontano di e d'affidarlo alla custodia di un fattore di campagna, loro amico, che gli togliesse i ghiribizzi dal capo, obbligandolo a lavorare dall'alba al tramonto. Il furbo non disse no; ma per la strada guardava ogni paracarro e borbottava fra i denti: Mi rivedrai presto, mi rivedrai presto.

Mondava le viti e zappava la terra da pochi giorni: e già i suoi compagni di fatica gli volevano un bene dell'anima. Aveva trovato il tempo d'insegnar loro mille cose utili: a sostituire la polvere di gesso alla farina quando ritiravano i sacchi dal mugnaio; a succhiellare le botti per succiarne il contenuto con una paglia e a turar, poi, il bucherellino con pece greca; a dormire all'ombra delle siepi, mentre uno di essi, per turno, si poneva in vedetta.

II fattore voleva vender la farina? L'assaggiavano sulla punta del dito, facevano una smorfia e voltavan le spalle. Voleva vendere il vino? Trovava le sue botti scemate. Correva ai campi? Da ogni parte si lavorava con furia: e, malgrado ciò, le terre non finivano mai d'essere dissodate.

Un giorno, il fattore si presentò, piangendo come un vitello, innanzi ai parenti del giovane.

— Che c'è? È accaduta una disgrazia a nostro figlio? Oh Dio, s'è rotta una gamba! Oh Dio, è morto!, — gridaron subito quelli.

Peggio, peggio!, — rispose il fattore tra i singhiozzi. — Figuratevi che quel rompicollo, col pretesto di dar lezioni ai miei lavoranti, li ha persuasi a pagargli una decima. E ora essi, per non metter la mano nella propria saccoccia, vogliono cresciuto il salario; altrimenti, mi distruggono la vigna e mi brucian la casa. Pensare che, prima, eran così docili! Ah, briccone! Ah, assassino! Se non me lo togliete dai piedi, commetto qualche corbelleria!

Ed ecco come i paracarri rividero presto il giovane furbo.

 

*

 

Pel paese ricominciò a serpeggiare il malumore. Una vecchia beghina aveva trovato in capo al letto, al posto del crocifisso, un diavolo con tanto di lingua fuori; un droghiere aveva provocato un generale sconcerto vendendo un olio d'oliva ch'era invece olio di ricino allungato; un albergatore non vedeva più neanche l'ombra d'un cliente; sfido io!, sull'uscio dell'albergo gli avevan scombiccherato "qui si comprano gatti morti". Ognuno sapeva il nome del mettiscandali. Ma potevan tender tranelli! Non c'era verso di acchiapparlo! Infine, a furia di sentir proteste e minacce, i parenti decisero di liberarsi del giovane arruolandolo come soldato.

Il furbo non disse no, firmò la carta che gli presentarono, e partì, lasciando i compaesani che sembravan mantici, tanto respiravano forte.

Si trovava nel reggimento da pochi giorni: e già i compagni vedevano in lui una specie di divinità. Figuratevi! Aveva insegnato a fabbricare cartucce a salve e a vendere quelle col proiettile; a sostituire le galline per la mensa degli ufficiali con pollastrelli spolpati; a pigliare, come purga, un pizzico di scialappa e a rimanersene tutto il santo giorno in panciolle per guarire dalla malattia. E fu un vero delirio, quando il giovane spiegò come si salti la sbarra di nottetempo senza correre il rischio d'esser scaraventati in prigione. "È semplice, disse: si comprano da un rivendugliolo tre o quattro mantellacci e altrettanti berretti vecchi da ufficiale; poi, per turno, tre o quattro di noi se li ficcano sulle spalle e sul capo, ed escono, salutati dalla sentinella". Volevan portarlo in trionfo.

Scoppiò la guerra. Il furbo, ai primi colpi, cadeva disteso al suolo: e c'era sempre qualche graffiatura di spina, che dimostrava il pericolo corso. Rifattasi la calma sui campi, egli, malgrado la ferita, correva ad aiutare le monache e gli infermieri nelle loro pietose ricerche e, nei momenti propizi, alleggeriva da ogni peso superfluo quei dolenti che dalla divisa ricca di filettature gli apparissero più bisognosi di respirare con libertà.

Il reggimento del giovane si accampò a qualche centinaio di metri da un ponte, sul quale, l'indomani, doveva passare il nemico. Calata la notte, il furbo chiamò a qualche compagno tra i più fidati. "Dobbiamo compiere una grande impresa, disse: seghiamo in parte le assi del ponte; e all'alba ci sarà da ridere vedendo il capitombolo e il bagno di quei macachi laggiù". E dentro di pensava: Se mi va bene, divento colonnello in un batter d'occhio.

Andò più che bene. Ma un amico corse ad avvertire il giovane che il consiglio di guerra s'era già radunato e stava preparando tre accuse contro di lui: abbandono temporaneo del campo: deterioramento arbitrario di un bene demaniale, qual è un ponte: grave offesa alla disciplina, poichè non si può tollerare che l'iniziativa personale si sostituisca agli ordini superiori; e tutto ciò con l'aggravante terribile dello stato di guerra. "È la fucilazione certa!", singhiozzò l'amico.

Ma quando si   recarono a cercare il giovane furbo, non ne trovarono più neppure la traccia.

 

*

 

Cammina, cammina, il giovane arrivò, che il sole era già calato da un pezzo, davanti ad una grande città. Le porte erano spalancate: e nessuno a guardarle. Il giovane entra, imbocca una strada larga e diritta: anche , deserto. Solo, di quando in quando, spiragli aperti al livello del suolo lasciavan sfuggire un po' di luce, zaffate di vino e canti affievoliti di bevitori. Il giovane svolta in una via secondaria, s'avanza fra l'ombre senza imbattersi in creatura vivente, aguzza l'occhio e l'orecchio: tenebre e silenzio dovunque.

Cammina, cammina, finalmente vede una finestruccia bassa illuminata. Picchia ai vetri. Quella si apre; e una voce stridula grida:

— Sei qui, ubriacone?

Il giovane alza il volto. Ma la medesima voce esclama:

Misericordia!

E la finestra si chiude con fracasso.

Il giovane attende qualche minuto; poi, urta di nuovo con le nocche contro i vetri. Niente. Urta più forte, minaccia di romperli. Ed ecco aprirsi l'uscio e una donnina tutta pelle e ossa apparir sulla soglia, tenendo una lucerna e facendole schermo con una mano per meglio spiar nella strada.

— Sono un forestiero in cerca di ricovero per una notte, — disse il giovane avvicinandosi.

La donnetta, invece di rispondere, singhiozzava:

Disgraziato! Disgraziato!

— Oh, insomma, — brontolò infine il giovane, — si può sapere....

Ma l'altra gli troncò la frase sulle labbra.

Zitto. Entrate, — susurrò.

E si tirò indietro per dargli il passo.

Quando furono in casa, — Povero figliuolo, disse la donna deponendo la lucerna sopra una rozza tavola; l'avete scampata bella! Guai a voi se mio marito, invece di andare con gli amici, fosse rimasto in casa. E non avete trovato nessuno per via?

— Neanche l'ombra di un cristiano, — borbottò il giovane.

— Siete nato con la camicia, ve lo assicuro io!

Bada , che pericoli!, — proruppe il giovane stizzito.

E voleva aggiungere altro. Ma la donnetta lo racchetò con un gesto.

— Non sapete, — chiese, — che gli uomini di queste parti sono alti tre palmi più di voi e hanno i pugni grossi come la vostra testa?

— Non vorran mica ammazzarmi?, — obiettò il giovane.

Sicuro che v'ammazzeranno, e mio marito sarà il primo! Da queste parti gli abiti pulitini pulitini e le membra delicatine delicatine e i volti rosei rosei producon l'effetto delle pezzuole rosse sui tori.

— Sia come vuole, — dichiarò il giovane; qui mi trovo e qui resto.

E non ci fu verso di smuoverlo.

Ma ecco che, mentre i due litigavano, càpita il marito.

— Chi è questo mostricciattolo?, — urla con un vocione da far tremare la casa.

Il giovane non si perse d'animo. Allungò le mani, s'impadronì di quelle del colosso e, stringendole con cordialità, disse:

— Sono un vostro ammiratore. Ho cercato inutilmente, fino ad oggi, un uomo secondo i miei desiderii. Voi siete quello, poichè possedete le tre maggiori virtù: il coraggio, l'energia e la forza.

— Non parla mica troppo male, il naneronzolo; — mugghiò il colosso sedendo. — Ohè, dite un po', compare, perchè indossate una veste così ridicola?                    

Perchè non avevo ancora veduta la vostra.

— E perchè siete così mingherlino?

Ingrosserò, se mi vorrete aiutare.

— E perchè non avete le guance e il naso come i galantuomini?

Siatemi maestro. E diventeranno presto rubicondi.

Il colosso si rivolse alla moglie:

C'è un letto vuoto nella camera della piccina.

Poi, senza aggiunger sillaba, s'alzò e a passi pesanti s'avviò verso la propria.

Il giovarne cadeva anch'esso dal sonno: e non s'avvide quasi di un altro lettuccio, immerso nell' ombra. Ma all'alba, svegliandosi, scorse una fanciulla, che lo esaminava con curiosità. Era graziosa, la figliuola del colosso; però dimostrava nei gesti e nell'atteggiamento un non so che di affettato e, parlando, piegava sempre il collo da una parte, come fanno i gallinacei allorchè vedon giungere la massaia col becchime.

Il giovane furbo continuò ad abitare in quella casa e a divider la stanza con la ragazza. Aveva compreso subito d'esser capitato fra gente un po' feroce, ma, in fondo, alla buona. E poi, dentro, tutti gli dimostravano simpatia. Anzi, il colosso non si recava più, la sera, nelle taverne; tanto desiderava godersi la conversazione del naneronzolo.

Ohè, compare, — chiedeva, — credi proprio che la forza sia una gran virtù, ma non basti a render l'uomo felice?

— Certo, — rispondeva il giovane: —— tu, per esempio, sei il più gagliardo della città; eppure sgobbi l'intiero giorno e sei stimato al pari dell'ultimo manovale. Bell'esistenza! Bella felicità!

— Oh, cosa dovrei fare?, — mugghiava il colosso.

Dovresti dire agli altri: Io ho i muscoli più grossi dei vostri; dunque, valgo più di voi.

— E dopo?, — insisteva il colosso.

— Dopo, gli altri ti ubbidirebbero e lavorerebbero anche per te.

L'omone rimaneva pensieroso. Ma la sua figliuola era pronta a gettargli le braccia al collo e a susurrare con voce melliflua:

— Non dare retta a quel cattivaccio, babbo. Pensa che correresti chi sa quanti pericoli. E poi, sarebbe una cattiva azione, un'offesa alla provvidenza, che t'ha creato perchè ti guadagni il pane col sudore della tua fronte.

Strana fanciulla! Sempre piena di sogni e di paure, sempre occupata a foggiarsi qualche idoletto chimerico e ad inginocchiarglisi davanti! E con la sua vocina dolce, fin troppo dolce, rimetteva il padre nella strada vecchia meglio che se avesse adoprato redini e frusta.

Qualche volta, il colosso mormorava:

— Eh, se non ci fosse quella piccina, saprei ben io come maneggiarmi!

Era molto seccato della sua posizione. Porgeva orecchio al giovane? Ed ecco la figliuola piagnucolare. Badava alla figlia? Ed ecco il giovane metter su tanto di muso.

Infine, una notte che non poteva chiuder occhio per i molti pensieri, si decise.

— O lei o lui, pensò. Dunque, meglio finirla per sempre con lui e sbarazzarsi del grattacapo continuo.

Si armò di un coltellaccio ed entrò con passo furtivo nella camera dei due giovani.

Il furbo, che da un pezzo divideva il proprio giaciglio con la ragazza, e per certi segni minacciosi, di cui s'era accorto, dormiva sempre come la gatta di Masino, non perse tempo: si lasciò scivolare a terra, afferrò al buio i pochi abiti e quatto quatto infilò l'uscio socchiuso. Frattanto il colosso s'avvicinava al lettuccio, posava leggermente una mano sulle coperte, risaliva con essa lungo la forma del corpo, toccava una gola, premeva sotto il mento perchè questa rimanesse tesa e, zac, la segava proprio sotto il pomo d'Adamo.

 

*

 

Per tre giorni il giovane non si fece vivo. Al quarto, si ripresentò franco franco innanzi al colosso. Questi che, data la sua natura primitiva, aveva già messo il cuore in pace, grugnì mezzo di malumore e mezzo ridendo:

— Volevo tagliare il nodo; e, invece, avevi già pensato tu ad ogni cosa.

— È tempo di operare, e non di rammaricarsi; — dichiarò il giovane. — Ricordati che sei il più gagliardo e che a te tocca di importi.

— Ma cosa posso promettere ai compagni in compenso della loro obbedienza?

— La conquista di dieci altre città, che si trovano a poca distanza da questa e sono popolate da creature deboli e ben vestite al pari di me.

— Hai ragione, comparuccio. Ma come farò ad esporre tutta codesta roba, se non ho mai saputo combinare insieme due frasi?

Parlerò io in tuo nome. Non crucciarti per così poco.

Nel pomeriggio del medesimo giorno, il furbo, salito sopra il piedestallo della statua di Ercole, nella piazza principale della città, dominava con lo sguardo una moltitudine di omoni, accorsi al richiamo. Egli cominciò a spiegare come l'universo intiero sia retto dalla legge del più forte. I pianeti sono umili schiavi del sole: dunque, anche gli uomini devono piegarsi davanti a chi sappia imporsi. Qual'è la maggior virtù degli uomini? La forza muscolare.

Un mugghio d'entusiasmo ruppe la calma dell'atmosfera e indusse una ventina di gatti, che assistevano dai davanzali delle finestre all'imponente comizio, a darsi a una fuga precipitosa.

Compagni, — proseguì il giovane, — voi siete le creature perfette, poichè possedete questa forza. Pensate, però, che essa nulla vale se non sia accoppiata a una coraggiosa violenza. E pensate, inoltre, che la violenza sperperata in mille direzioni, senza mèta guida, conduce alla rovina. Milioni di sudditi attendono, in un raggio di venti leghe, che voi, con la vostra terribile presenza, imponiate il dominio d'una razza gagliarda sopra una razza infrollita. Ma ricordatevi che invano tentereste di vincer l'astuzia diabolica di quei popoli, se non vi conducesse al trionfo una mente direttrice, una gagliardìa a tutta prova, un uomo, infine, qual è appunto il mio amico, il colosso. Orsù, dittatori del domani, eleggete costui a vostro dittatore dell'oggi e nominate me segretario e tesoriere della magnanima impresa.

Un urlo, ancora più tremendo del primo, squarciò l'aria: e mille mani callose s'elevarono ad applaudire e a confermare le nomine.

Acquetatosi l'uragano, il giovane riprese a dire:

Compagni, pronunciai a bella posta la parola tesoriere. Gravi sacrifici pecuniari abbisognano per condurre a termine il nostro progetto. L'oro è il nerbo della guerra; i quattrini sono gli stivali di sette leghe, che soli possono concedervi di superar le distanze. Radunate, dunque, tutti i risparmi che ciascuno di voi ha accumulati in lunghi anni di fatica, e, riflettendo alle immense ricchezze che vi attendono nelle terre designate per la conquista, recatemi le vostre senza detrarne la benchè minima parte.

Un terzo ruggito e ululato scoppiò fuor dagli ampi toraci. Poi l'assemblea si sbandò per correre alle case ed ai nascondigli, ove da tanto tempo, inerte e inutile, giaceva l'oro delle economie.

Il nuovo tesoriere comprò un grosso sacco, lo riempì col nerbo della guerra e di nottetempo, senza salutare nessuno, s'avviò verso altri e più alti destini.

 

*

 

Da ciò s'impara che, a far del bene al prossimo, c'è sempre da guadagnare qualcosa.





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