|
C'era una
volta un giovane furbo, ma furbo, aiutatemi a dir furbo. I vicini scappavano al
solo vederlo, e i genitori stessi lo temevano come la peste. Proprio lui aveva
legato l'asino del mugnaio alla corda della campana e fatta accorrere in piazza
tutta la gente scamiciata. Proprio lui aveva data la colla all'uscio d'una
graziosa parrocchiana e obbligato il curato, ch'era dentro, a calarsi da una
finestra. Proprio lui aveva addestrato un barboncino a infilarsi nelle cucine
degli altri e a rubar le bistecche; e poi, s'era messo a ridere vedendo i
mariti affamati alzare il bastone sopra le mogli innocenti. Ma potevano preparare
appostamenti! Non c'era verso di pescare sul fatto nè lui nè il suo cagnaccio!
Infine, i
parenti risolvettero, per disperati, di condurre il giovane lontano di lì e
d'affidarlo alla custodia di un fattore di campagna, loro amico, che gli
togliesse i ghiribizzi dal capo, obbligandolo a lavorare dall'alba al tramonto.
Il furbo non disse nè sì nè no; ma per la strada guardava ogni paracarro e
borbottava fra i denti: Mi rivedrai presto, mi rivedrai presto.
Mondava le
viti e zappava la terra da pochi giorni: e già i suoi compagni di fatica gli
volevano un bene dell'anima. Aveva trovato il tempo d'insegnar loro mille cose
utili: a sostituire la polvere di gesso alla farina quando ritiravano i sacchi
dal mugnaio; a succhiellare le botti per succiarne il contenuto con una paglia
e a turar, poi, il bucherellino con pece greca; a dormire all'ombra delle
siepi, mentre uno di essi, per turno, si poneva in vedetta.
II fattore
voleva vender la farina? L'assaggiavano sulla punta del dito, facevano una
smorfia e voltavan le spalle. Voleva vendere il vino? Trovava le sue botti
scemate. Correva ai campi? Da ogni parte si lavorava con furia: e, malgrado
ciò, le terre non finivano mai d'essere dissodate.
Un giorno, il
fattore si presentò, piangendo come un vitello, innanzi ai parenti del giovane.
— Che c'è? È
accaduta una disgrazia a nostro figlio? Oh Dio, s'è rotta una gamba! Oh Dio, è
morto!, — gridaron subito quelli.
— Peggio,
peggio!, — rispose il fattore tra i singhiozzi. — Figuratevi che quel
rompicollo, col pretesto di dar lezioni ai miei lavoranti, li ha persuasi a
pagargli una decima. E ora essi, per non metter la mano nella propria
saccoccia, vogliono cresciuto il salario; altrimenti, mi distruggono la vigna e
mi brucian la casa. Pensare che, prima, eran così docili! Ah, briccone! Ah,
assassino! Se non me lo togliete dai piedi, commetto qualche corbelleria!
Ed ecco come
i paracarri rividero presto il giovane furbo.
*
Pel paese
ricominciò a serpeggiare il malumore. Una vecchia beghina aveva trovato in capo
al letto, al posto del crocifisso, un diavolo con tanto di lingua fuori; un
droghiere aveva provocato un generale sconcerto vendendo un olio d'oliva ch'era
invece olio di ricino allungato; un albergatore non vedeva più neanche l'ombra
d'un cliente; sfido io!, sull'uscio dell'albergo gli avevan scombiccherato
"qui si comprano gatti morti". Ognuno sapeva il nome del
mettiscandali. Ma potevan tender tranelli! Non c'era verso di acchiapparlo!
Infine, a furia di sentir proteste e minacce, i parenti decisero di liberarsi
del giovane arruolandolo come soldato.
Il furbo non
disse nè sì nè no, firmò la carta che gli presentarono, e partì, lasciando i
compaesani che sembravan mantici, tanto respiravano forte.
Si trovava
nel reggimento da pochi giorni: e già i compagni vedevano in lui una specie di
divinità. Figuratevi! Aveva insegnato a fabbricare cartucce a salve e a vendere
quelle col proiettile; a sostituire le galline per la mensa degli ufficiali con
pollastrelli spolpati; a pigliare, come purga, un pizzico di scialappa e a
rimanersene tutto il santo giorno in panciolle per guarire dalla malattia. E fu
un vero delirio, quando il giovane spiegò come si salti la sbarra di nottetempo
senza correre il rischio d'esser scaraventati in prigione. "È semplice,
disse: si comprano da un rivendugliolo tre o quattro mantellacci e altrettanti
berretti vecchi da ufficiale; poi, per turno, tre o quattro di noi se li
ficcano sulle spalle e sul capo, ed escono, salutati dalla sentinella".
Volevan portarlo in trionfo.
Scoppiò la
guerra. Il furbo, ai primi colpi, cadeva disteso al suolo: e c'era sempre
qualche graffiatura di spina, che dimostrava il pericolo corso. Rifattasi la
calma sui campi, egli, malgrado la ferita, correva ad aiutare le monache e gli
infermieri nelle loro pietose ricerche e, nei momenti propizi, alleggeriva da
ogni peso superfluo quei dolenti che dalla divisa ricca di filettature gli
apparissero più bisognosi di respirare con libertà.
Il reggimento
del giovane si accampò a qualche centinaio di metri da un ponte, sul quale,
l'indomani, doveva passare il nemico. Calata la notte, il furbo chiamò a sè
qualche compagno tra i più fidati. "Dobbiamo compiere una grande impresa,
disse: seghiamo in parte le assi del ponte; e all'alba ci sarà da ridere
vedendo il capitombolo e il bagno di quei macachi laggiù". E dentro di sè
pensava: Se mi va bene, divento colonnello in un batter d'occhio.
Andò più che
bene. Ma un amico corse ad avvertire il giovane che il consiglio di guerra s'era
già radunato e stava preparando tre accuse contro di lui: abbandono temporaneo
del campo: deterioramento arbitrario di un bene demaniale, qual è un ponte:
grave offesa alla disciplina, poichè non si può tollerare che l'iniziativa
personale si sostituisca agli ordini superiori; e tutto ciò con l'aggravante
terribile dello stato di guerra. "È la fucilazione certa!",
singhiozzò l'amico.
Ma quando si recarono a cercare il giovane furbo, non ne
trovarono più neppure la traccia.
*
Cammina,
cammina, il giovane arrivò, che il sole era già calato da un pezzo, davanti ad
una grande città. Le porte erano spalancate: e nessuno a guardarle. Il giovane
entra, imbocca una strada larga e diritta: anche lì, deserto. Solo, di quando
in quando, spiragli aperti al livello del suolo lasciavan sfuggire un po' di
luce, zaffate di vino e canti affievoliti di bevitori. Il giovane svolta in una
via secondaria, s'avanza fra l'ombre senza imbattersi in creatura vivente,
aguzza l'occhio e l'orecchio: tenebre e silenzio dovunque.
Cammina,
cammina, finalmente vede una finestruccia bassa illuminata. Picchia ai vetri.
Quella si apre; e una voce stridula grida:
— Sei qui,
ubriacone?
Il giovane
alza il volto. Ma la medesima voce esclama:
—
Misericordia!
E la finestra
si chiude con fracasso.
Il giovane
attende qualche minuto; poi, urta di nuovo con le nocche contro i vetri.
Niente. Urta più forte, minaccia di romperli. Ed ecco aprirsi l'uscio e una
donnina tutta pelle e ossa apparir sulla soglia, tenendo una lucerna e
facendole schermo con una mano per meglio spiar nella strada.
— Sono un
forestiero in cerca di ricovero per una notte, — disse il giovane
avvicinandosi.
La donnetta,
invece di rispondere, singhiozzava:
—
Disgraziato! Disgraziato!
— Oh,
insomma, — brontolò infine il giovane, — si può sapere....
Ma l'altra
gli troncò la frase sulle labbra.
— Zitto.
Entrate, — susurrò.
E si tirò
indietro per dargli il passo.
Quando furono
in casa, — Povero figliuolo, disse la donna deponendo la lucerna sopra una
rozza tavola; l'avete scampata bella! Guai a voi se mio marito, invece di
andare con gli amici, fosse rimasto in casa. E non avete trovato nessuno per
via?
— Neanche
l'ombra di un cristiano, — borbottò il giovane.
— Siete nato
con la camicia, ve lo assicuro io!
— Bada lì,
che pericoli!, — proruppe il giovane stizzito.
E voleva
aggiungere altro. Ma la donnetta lo racchetò con un gesto.
— Non sapete,
— chiese, — che gli uomini di queste parti sono alti tre palmi più di voi e
hanno i pugni grossi come la vostra testa?
— Non vorran
mica ammazzarmi?, — obiettò il giovane.
— Sicuro che
v'ammazzeranno, e mio marito sarà il primo! Da queste parti gli abiti pulitini
pulitini e le membra delicatine delicatine e i volti rosei rosei producon
l'effetto delle pezzuole rosse sui tori.
— Sia come
vuole, — dichiarò il giovane; qui mi trovo e qui resto.
E non ci fu
verso di smuoverlo.
Ma ecco che,
mentre i due litigavano, càpita il marito.
— Chi è
questo mostricciattolo?, — urla con un vocione da far tremare la casa.
Il giovane
non si perse d'animo. Allungò le mani, s'impadronì di quelle del colosso e,
stringendole con cordialità, disse:
— Sono un
vostro ammiratore. Ho cercato inutilmente, fino ad oggi, un uomo secondo i miei
desiderii. Voi siete quello, poichè possedete le tre maggiori virtù: il
coraggio, l'energia e la forza.
— Non parla
mica troppo male, il naneronzolo; — mugghiò il colosso sedendo. — Ohè, dite un
po', compare, perchè indossate una veste così ridicola?
— Perchè non
avevo ancora veduta la vostra.
— E perchè
siete così mingherlino?
— Ingrosserò,
se mi vorrete aiutare.
— E perchè
non avete le guance e il naso come i galantuomini?
— Siatemi
maestro. E diventeranno presto rubicondi.
Il colosso si
rivolse alla moglie:
— C'è un
letto vuoto nella camera della piccina.
Poi, senza
aggiunger sillaba, s'alzò e a passi pesanti s'avviò verso la propria.
Il giovarne
cadeva anch'esso dal sonno: e non s'avvide quasi di un altro lettuccio, immerso
nell' ombra. Ma all'alba, svegliandosi, scorse una fanciulla, che lo esaminava
con curiosità. Era graziosa, la figliuola del colosso; però dimostrava nei
gesti e nell'atteggiamento un non so che di affettato e, parlando, piegava
sempre il collo da una parte, come fanno i gallinacei allorchè vedon giungere
la massaia col becchime.
Il giovane
furbo continuò ad abitare in quella casa e a divider la stanza con la ragazza.
Aveva compreso subito d'esser capitato fra gente un po' feroce, ma, in fondo,
alla buona. E poi, lì dentro, tutti gli dimostravano simpatia. Anzi, il colosso
non si recava più, la sera, nelle taverne; tanto desiderava godersi la
conversazione del naneronzolo.
— Ohè,
compare, — chiedeva, — credi proprio che la forza sia una gran virtù, ma non
basti a render l'uomo felice?
— Certo, —
rispondeva il giovane: —— tu, per esempio, sei il più gagliardo della città;
eppure sgobbi l'intiero giorno e sei stimato al pari dell'ultimo manovale.
Bell'esistenza! Bella felicità!
— Oh, cosa
dovrei fare?, — mugghiava il colosso.
— Dovresti
dire agli altri: Io ho i muscoli più grossi dei vostri; dunque, valgo più di
voi.
— E dopo?, —
insisteva il colosso.
— Dopo, gli
altri ti ubbidirebbero e lavorerebbero anche per te.
L'omone
rimaneva pensieroso. Ma la sua figliuola era pronta a gettargli le braccia al
collo e a susurrare con voce melliflua:
— Non dare
retta a quel cattivaccio, babbo. Pensa che correresti chi sa quanti pericoli. E
poi, sarebbe una cattiva azione, un'offesa alla provvidenza, che t'ha creato
perchè ti guadagni il pane col sudore della tua fronte.
Strana
fanciulla! Sempre piena di sogni e di paure, sempre occupata a foggiarsi
qualche idoletto chimerico e ad inginocchiarglisi davanti! E con la sua vocina
dolce, fin troppo dolce, rimetteva il padre nella strada vecchia meglio che se
avesse adoprato redini e frusta.
Qualche
volta, il colosso mormorava:
— Eh, se non
ci fosse quella piccina, saprei ben io come maneggiarmi!
Era molto
seccato della sua posizione. Porgeva orecchio al giovane? Ed ecco la figliuola
piagnucolare. Badava alla figlia? Ed ecco il giovane metter su tanto di muso.
Infine, una
notte che non poteva chiuder occhio per i molti pensieri, si decise.
— O lei o
lui, pensò. Dunque, meglio finirla per sempre con lui e sbarazzarsi del
grattacapo continuo.
Si armò di un
coltellaccio ed entrò con passo furtivo nella camera dei due giovani.
Il furbo, che
da un pezzo divideva il proprio giaciglio con la ragazza, e per certi segni
minacciosi, di cui s'era accorto, dormiva sempre come la gatta di Masino, non
perse tempo: si lasciò scivolare a terra, afferrò al buio i pochi abiti e quatto
quatto infilò l'uscio socchiuso. Frattanto il colosso s'avvicinava al
lettuccio, posava leggermente una mano sulle coperte, risaliva con essa lungo
la forma del corpo, toccava una gola, premeva sotto il mento perchè questa
rimanesse tesa e, zac, la segava proprio sotto il pomo d'Adamo.
*
Per tre
giorni il giovane non si fece vivo. Al quarto, si ripresentò franco franco
innanzi al colosso. Questi che, data la sua natura primitiva, aveva già messo
il cuore in pace, grugnì mezzo di malumore e mezzo ridendo:
— Volevo
tagliare il nodo; e, invece, avevi già pensato tu ad ogni cosa.
— È tempo di
operare, e non di rammaricarsi; — dichiarò il giovane. — Ricordati che sei il
più gagliardo e che a te tocca di importi.
— Ma cosa
posso promettere ai compagni in compenso della loro obbedienza?
— La
conquista di dieci altre città, che si trovano a poca distanza da questa e sono
popolate da creature deboli e ben vestite al pari di me.
— Hai
ragione, comparuccio. Ma come farò ad esporre tutta codesta roba, se non ho mai
saputo combinare insieme due frasi?
— Parlerò io
in tuo nome. Non crucciarti per così poco.
Nel
pomeriggio del medesimo giorno, il furbo, salito sopra il piedestallo della
statua di Ercole, nella piazza principale della città, dominava con lo sguardo
una moltitudine di omoni, accorsi al richiamo. Egli cominciò a spiegare come
l'universo intiero sia retto dalla legge del più forte. I pianeti sono umili
schiavi del sole: dunque, anche gli uomini devono piegarsi davanti a chi sappia
imporsi. Qual'è la maggior virtù degli uomini? La forza muscolare.
Un mugghio
d'entusiasmo ruppe la calma dell'atmosfera e indusse una ventina di gatti, che
assistevano dai davanzali delle finestre all'imponente comizio, a darsi a una
fuga precipitosa.
— Compagni, —
proseguì il giovane, — voi siete le creature perfette, poichè possedete questa
forza. Pensate, però, che essa nulla vale se non sia accoppiata a una
coraggiosa violenza. E pensate, inoltre, che la violenza sperperata in mille
direzioni, senza mèta nè guida, conduce alla rovina. Milioni di sudditi
attendono, in un raggio di venti leghe, che voi, con la vostra terribile
presenza, imponiate il dominio d'una razza gagliarda sopra una razza
infrollita. Ma ricordatevi che invano tentereste di vincer l'astuzia diabolica
di quei popoli, se non vi conducesse al trionfo una mente direttrice, una
gagliardìa a tutta prova, un uomo, infine, qual è appunto il mio amico, il
colosso. Orsù, dittatori del domani, eleggete costui a vostro dittatore
dell'oggi e nominate me segretario e tesoriere della magnanima impresa.
Un urlo,
ancora più tremendo del primo, squarciò l'aria: e mille mani callose
s'elevarono ad applaudire e a confermare le nomine.
Acquetatosi
l'uragano, il giovane riprese a dire:
— Compagni,
pronunciai a bella posta la parola tesoriere. Gravi sacrifici pecuniari
abbisognano per condurre a termine il nostro progetto. L'oro è il nerbo della
guerra; i quattrini sono gli stivali di sette leghe, che soli possono
concedervi di superar le distanze. Radunate, dunque, tutti i risparmi che
ciascuno di voi ha accumulati in lunghi anni di fatica, e, riflettendo alle
immense ricchezze che vi attendono nelle terre designate per la conquista,
recatemi le vostre senza detrarne la benchè minima parte.
Un terzo
ruggito e ululato scoppiò fuor dagli ampi toraci. Poi l'assemblea si sbandò per
correre alle case ed ai nascondigli, ove da tanto tempo, inerte e inutile,
giaceva l'oro delle economie.
Il nuovo
tesoriere comprò un grosso sacco, lo riempì col nerbo della guerra e di
nottetempo, senza salutare nessuno, s'avviò verso altri e più alti destini.
*
Da ciò
s'impara che, a far del bene al prossimo, c'è sempre da guadagnare qualcosa.
|