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Un giovane,
che cascava sempre dal sonno, vide per caso un grosso ramarro e si fermò a
contemplarlo, esclamando di continuo: "Com'è bello!". Ben presto si
formò crocchio intorno alla bestiola ed al suo ammiratore; e da ogni lato si
udì ripetere la frase: "Com'è bello!". Venne anche una persona
autorevole, guardò il ramarro attraverso l'azzurro degli occhiali estivi, poi
sentenziò: "È bello davvero!".
Il giovane
sonnacchioso non stava più nella pelle per la contentezza. Gonfiava l'esile
torace, allungava il collo smilzo per sembrare più alto, faceva sfavillare gli
occhietti tra la flaccidità delle palpebre.
— Ho scoperto
pel primo le bellezze del ramarro; dunque, valgo più di tutti, — pensava.
Meditò un
giorno e una notte sull'avventura e, alla fine, concluse:
— Poichè sono
un giudice così prodigioso, bisogna che il mondo intiero mi ammiri.
E abbandonò
il villaggio natìo, recando seco tre fazzoletti e duemila cartoncini
rettangolari con tanto di nome e cognome: mille portavano stampato, sotto il
nome, "L'unico genio vivente"; negli altri si leggeva, "Un buon
figliuolo".
In ogni città
che attraversasse, il giovane sonnacchioso distribuiva i cartoncini ai
viandanti; e, a seconda della fisionomia, or consegnava quelli del genio ed ora
quelli del buon figliuolo. La gente rimaneva stupita. Chi diceva: "Eh,
dev'esser sicuro del fatto suo!"; e chi esclamava: "Ecco, finalmente,
una persona modesta!". Tornati nelle loro case, i primi dichiaravano alla
famiglia: "Oggi ho visto un portento d'intelligenza!"; e i secondi
aggiungevano: "E di cuore!".
Sempre
dormicchiando, il giovane giunse nella capitale del regno e s'imbattè quasi
subito in un individuo meditabondo, dinanzi al quale tutti si inchinavano con
riverenza. Costui era un grande poeta, che trascorreva molta parte del proprio
tempo contemplando le nuvole. Il sonnacchioso lo avvicinò e con gesto risoluto
gli porse un cartoncino.
— Sei proprio
l'unico genio vivente?, — chiese con bonarietà il poeta dopo aver gettato uno
sguardo sul biglietto.
— Puoi
giurarlo, — rispose il giovane sollevando con uno sforzo le palpebre.
— Come fai a
possederne la certezza?
— Me lo ha
detto una persona autorevole.
— Non basta.
Ci voglion le prove.
— Ih, quante
storie! Se ti dico che è così!
Il poeta e il
sonnacchioso s'avviarono, l'uno a fianco dell'altro. Il primo tentennava la
testa. A un certo punto, si fermò e disse:
— Io ho letto
trecentoquarantanovemiladuecentosessantasette libri. E tu?
— Neppure
uno, — rispose il giovane.
Si rimisero
in cammino. Ma quasi subito il poeta ristette e aprì le labbra per dire:
— Io ho
scritto duemilacentododici opere. E tu?
— Neanche una
riga, — rispose il giovane.
I piedi di
entrambi si mossero di nuovo. Ma, ancora una volta, il poeta sostò per parlare.
— Io conosco
ogni sorta di persone; ma non ne ho mai trovata una secondo il mio pensiero.
Indovina mo' chi io desideri?
Il giovane
gli pose fra le mani un secondo cartoncino.
— Proprio
questa!, — esclamò il poeta.
E guardò il
suo compagno con ammirazione.
*
Ben presto la
folla seppe del prodigio. Il giovane sonnacchioso riceveva con apparente
indifferenza, come legittimamente dovutigli, omaggi e lodi: ma gonfiava il
petto e chiudeva le palpebre al pari di una buona gallina che stia ponzando
l'uovo. E per un pezzo le cose sarebbero continuate in questo metro, se lo
stesso poeta non avesse interposta la propria parola autorevole.
— Ora sei
conosciuto per ciò che vali, — egli dichiarò al suo protetto; — ma non devi
credere che il pubblico, alla lunga, si appaghi di circondarti di incenso.
Occorre che tu, di quando in quando, ribadisca la tua fama con qualche opera o
azione.
— Ih, quante
storie!, — borbottò il sonnacchioso.
Tuttavia,
dopo aver meditato sui propri casi, si recò a visitare il direttore di una
grande gazzetta.
— Sono un
buon figliuolo, — gli disse curvando la schiena e cacciando un sospiro.
— È già
qualcosa!, — esclamò il direttore. — Ne ho piene le tasche dei superuomini che
mi circondano.
Diede un
pugno sul tavolo, poi chiese:
—
Naturalmente, vi riterrete forte in sintassi?
— È roba
troppo indigesta, — brontolò il giovane sonnacchioso.
Il direttore
si diede una fregatina di mani, poi continuò a dire:
— Tanto
meglio. È un chiodo sul quale batte sempre chi ha tempo da perdere e da far
perdere agli altri. Ma ho piene le tasche della gente colta.
Si rannuvolò,
diede un'occhiata di traverso al giovane e soggiunse:
—
Naturalmente, vi riterrete pieno di idee.
— Fan troppo
ingombro nel cervello, — brontolò il sonnolento.
Il direttore
sobbalzò sulla sedia.
— Siete
l'araba fenice, — disse. — E capitate nel mio studio come la colomba nell'arca
di Noè. Vediamo. Avete preferenze per qualche genere di lavoro?
— Per il più
facile, se fosse possibile; — insinuò il giovane sonnacchioso.
— Benone! Vi
assegnerò il posto di critico. Ma è necessario che diate, prima, qualche saggio
di voi. Portatemi un articolo sul tale autore. E non v'intimorite, perchè son
cose che anche un ragazzo può scrivere.
— Ih, quante
storie!, — pensava per istrada il giovane sonnacchioso.
Ma si recò
subito in una biblioteca e, dopo aver sfogliato gazzette sopra gazzette, scelse
cinque o sei articoli, che facevano al caso suo, tolse una frase dall'uno, un
pensiero dall'altro e, spolverizzato l'insieme con qualche errore di lingua,
diede felicemente termine alla fatica d'Ercole impostagli.
— È un vero
prodigio!, — sentenziò il direttore. — Ma, adesso, bisogna che mi proviate di
aver sul serio la stoffa del critico. Buttatemi giù un bell'articolo di
stroncatura.
Il giovane
sonnacchioso strinse le palpebre per celare il lampo di gioia dei suoi
occhietti. Poi si collocò a tavolino e, in men che non si dica il pater nostro,
compose una filippica, nella quale erano tre verbi, cinque sostantivi e duemila
aggettivi peggiorativi.
— Siete un
portento, — dichiarò il direttore dopo aver letto quel po' po' di capolavoro.
Il giovane
sonnacchioso rialzò la testa, inturgidì il collo e disse con tono solenne:
— Sono
l'unico genio vivente.
*
I guai,
ahimè, non tardarono a cominciare. Finchè si trattava di stroncature, le
faccende procedevano lisce. Ma quei benedetti articoli laudativi, che bisognava
pur scrivere di quando in quando, rappresentavano tante pietre d'inciampo.
Qualcuno
diceva: "La tale idea l'ho già veduta esposta", "Questo periodo
l'ho già letto". Soltanto il poeta continuava a crollare il capo e a
dichiarare che era tutta invidia. Ma un giorno gli cacciaron davanti agli occhi
tre vecchie gazzette e un articolo del giovane sonnacchioso. E il brav'uomo
dovè convenire che, togli di qui togli di là, patrimonio esclusivo del suo
amico rimanevan soltanto quindici errori di morfologia e ventisei di sintassi.
— Ih, quante
storie!, — borbottò il giovane sonnacchioso allorchè riseppe l'incidente: —
tutti i genii hanno copiato. Dunque?
Ma corse
ugualmente ai ripari.
— Farò il
critico solo quando ci sarà da dir male, — dichiarò; — nel resto del tempo
comporrò novelle.
— Ne avete
già scritte?, — chiese il direttore.
— Nemmeno
l'ombra, — rispose il giovane. — Ma non importa. Anche gli altri hanno dovuto
cominciare.
E l'imbroccò
nel segno. Ormai, aveva la replica per ogni rimbrotto.
— Questo
spunto non è vostro.
— Ih, quante
storie! È il tòno, che fa la musica.
— Ma, tolto
lo spunto, non restano che piagnucolìi sentimentali e descrizioni da
seminarista scappato all'aperto!
— Ih, quante
storie! È la mia maniera.
Messa in
tacere la folla, il giovane sonnacchioso deliberò di non protrarre più oltre il
proprio ingresso solenne nel mondo letterario.
— Chi sa con
che gioia mi accoglieranno quei poveretti; — pensava. — Non è mica facile poter
contemplare un uomo che s'improvvisa novelliere in un battibaleno, mentre gli
altri sudano sulle carte e consumano penne a furia di rosicchiarle e sembrano a
tavolino tante partorienti! Non c'è da ridire! Son proprio l'unico genio
contemporaneo!
Ma, che è che
non è, i colleghi in letteratura, appena lo videro avanzare col suo collo teso
e la testa rovesciata all'indietro, scoppiarono in omeriche risa. E peggio fu
quando il giovane sonnacchioso, odorato il vento infido, curvò la schiena e
diede alle flosce palpebre ampia libertà d'abbassarsi.
— Sei un buon
figliuolo?, — sghignazzavano: — dunque giuocheremo a palla con te.
Se non se la
fosse sgattaiolata lesto lesto, lo avrebbero sgonfiato appuntino.
Ma si
vendicò, oh se si vendicò! Stroncò autori a destra e a manca, da mattina a
sera, senza aver riguardi per nessuno. Sembrava un beccaio, con le sue braccia
tinte fino ai gomiti di sangue innocente.
E stroncò
anche il grande poeta, suo amico, per dimostrare con una prova definitiva
d'esser lui, proprio lui l'unico genio vivente.
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