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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • IL PRODE SANTORUCCIO
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IL PRODE SANTORUCCIO

 

Un giovane, che cascava sempre dal sonno, vide per caso un grosso ramarro e si fermò a contemplarlo, esclamando di continuo: "Com'è bello!". Ben presto si formò crocchio intorno alla bestiola ed al suo ammiratore; e da ogni lato si udì ripetere la frase: "Com'è bello!". Venne anche una persona autorevole, guardò il ramarro attraverso l'azzurro degli occhiali estivi, poi sentenziò: "È bello davvero!".

Il giovane sonnacchioso non stava più nella pelle per la contentezza. Gonfiava l'esile torace, allungava il collo smilzo per sembrare più alto, faceva sfavillare gli occhietti tra la flaccidità delle palpebre.

— Ho scoperto pel primo le bellezze del ramarro; dunque, valgo più di tutti, — pensava.

Meditò un giorno e una notte sull'avventura e, alla fine, concluse:

Poichè sono un giudice così prodigioso, bisogna che il mondo intiero mi ammiri.

E abbandonò il villaggio natìo, recando seco tre fazzoletti e duemila cartoncini rettangolari con tanto di nome e cognome: mille portavano stampato, sotto il nome, "L'unico genio vivente"; negli altri si leggeva, "Un buon figliuolo".

In ogni città che attraversasse, il giovane sonnacchioso distribuiva i cartoncini ai viandanti; e, a seconda della fisionomia, or consegnava quelli del genio ed ora quelli del buon figliuolo. La gente rimaneva stupita. Chi diceva: "Eh, dev'esser sicuro del fatto suo!"; e chi esclamava: "Ecco, finalmente, una persona modesta!". Tornati nelle loro case, i primi dichiaravano alla famiglia: "Oggi ho visto un portento d'intelligenza!"; e i secondi aggiungevano: "E di cuore!".

Sempre dormicchiando, il giovane giunse nella capitale del regno e s'imbattè quasi subito in un individuo meditabondo, dinanzi al quale tutti si inchinavano con riverenza. Costui era un grande poeta, che trascorreva molta parte del proprio tempo contemplando le nuvole. Il sonnacchioso lo avvicinò e con gesto risoluto gli porse un cartoncino.

— Sei proprio l'unico genio vivente?, — chiese con bonarietà il poeta dopo aver gettato uno sguardo sul biglietto.

— Puoi giurarlo, — rispose il giovane sollevando con uno sforzo le palpebre.

— Come fai a possederne la certezza?

— Me lo ha detto una persona autorevole.

— Non basta. Ci voglion le prove.

Ih, quante storie! Se ti dico che è così!

Il poeta e il sonnacchioso s'avviarono, l'uno a fianco dell'altro. Il primo tentennava la testa. A un certo punto, si fermò e disse:

— Io ho letto trecentoquarantanovemiladuecentosessantasette libri. E tu?

— Neppure uno, — rispose il giovane.

Si rimisero in cammino. Ma quasi subito il poeta ristette e aprì le labbra per dire:

— Io ho scritto duemilacentododici opere. E tu?

— Neanche una riga, — rispose il giovane.

I piedi di entrambi si mossero di nuovo. Ma, ancora una volta, il poeta sostò per parlare.

— Io conosco ogni sorta di persone; ma non ne ho mai trovata una secondo il mio pensiero. Indovina mo' chi io desideri?

Il giovane gli pose fra le mani un secondo cartoncino.

— Proprio questa!, — esclamò il poeta.

E guardò il suo compagno con ammirazione.

 

*

 

Ben presto la folla seppe del prodigio. Il giovane sonnacchioso riceveva con apparente indifferenza, come legittimamente dovutigli, omaggi e lodi: ma gonfiava il petto e chiudeva le palpebre al pari di una buona gallina che stia ponzando l'uovo. E per un pezzo le cose sarebbero continuate in questo metro, se lo stesso poeta non avesse interposta la propria parola autorevole.

Ora sei conosciuto per ciò che vali, — egli dichiarò al suo protetto; — ma non devi credere che il pubblico, alla lunga, si appaghi di circondarti di incenso. Occorre che tu, di quando in quando, ribadisca la tua fama con qualche opera o azione.

Ih, quante storie!, — borbottò il sonnacchioso.

Tuttavia, dopo aver meditato sui propri casi, si recò a visitare il direttore di una grande gazzetta.

— Sono un buon figliuolo, — gli disse curvando la schiena e cacciando un sospiro.

— È già qualcosa!, — esclamò il direttore. — Ne ho piene le tasche dei superuomini che mi circondano.

Diede un pugno sul tavolo, poi chiese:

Naturalmente, vi riterrete forte in sintassi?

— È roba troppo indigesta, — brontolò il giovane sonnacchioso.

Il direttore si diede una fregatina di mani, poi continuò a dire:

— Tanto meglio. È un chiodo sul quale batte sempre chi ha tempo da perdere e da far perdere agli altri. Ma ho piene le tasche della gente colta.

Si rannuvolò, diede un'occhiata di traverso al giovane e soggiunse:

Naturalmente, vi riterrete pieno di idee.

Fan troppo ingombro nel cervello, — brontolò il sonnolento.

Il direttore sobbalzò sulla sedia.

— Siete l'araba fenice, — disse. — E capitate nel mio studio come la colomba nell'arca di Noè. Vediamo. Avete preferenze per qualche genere di lavoro?

— Per il più facile, se fosse possibile; — insinuò il giovane sonnacchioso.

Benone! Vi assegnerò il posto di critico. Ma è necessario che diate, prima, qualche saggio di voi. Portatemi un articolo sul tale autore. E non v'intimorite, perchè son cose che anche un ragazzo può scrivere.

Ih, quante storie!, — pensava per istrada il giovane sonnacchioso.

Ma si recò subito in una biblioteca e, dopo aver sfogliato gazzette sopra gazzette, scelse cinque o sei articoli, che facevano al caso suo, tolse una frase dall'uno, un pensiero dall'altro e, spolverizzato l'insieme con qualche errore di lingua, diede felicemente termine alla fatica d'Ercole impostagli.

— È un vero prodigio!, — sentenziò il direttore. — Ma, adesso, bisogna che mi proviate di aver sul serio la stoffa del critico. Buttatemi giù un bell'articolo di stroncatura.

Il giovane sonnacchioso strinse le palpebre per celare il lampo di gioia dei suoi occhietti. Poi si collocò a tavolino e, in men che non si dica il pater nostro, compose una filippica, nella quale erano tre verbi, cinque sostantivi e duemila aggettivi peggiorativi.

— Siete un portento, — dichiarò il direttore dopo aver letto quel po' po' di capolavoro.

Il giovane sonnacchioso rialzò la testa, inturgidì il collo e disse con tono solenne:

— Sono l'unico genio vivente.

 

*

 

I guai, ahimè, non tardarono a cominciare. Finchè si trattava di stroncature, le faccende procedevano lisce. Ma quei benedetti articoli laudativi, che bisognava pur scrivere di quando in quando, rappresentavano tante pietre d'inciampo.

Qualcuno diceva: "La tale idea l'ho già veduta esposta", "Questo periodo l'ho già letto". Soltanto il poeta continuava a crollare il capo e a dichiarare che era tutta invidia. Ma un giorno gli cacciaron davanti agli occhi tre vecchie gazzette e un articolo del giovane sonnacchioso. E il brav'uomo dovè convenire che, togli di qui togli di , patrimonio esclusivo del suo amico rimanevan soltanto quindici errori di morfologia e ventisei di sintassi.

Ih, quante storie!, — borbottò il giovane sonnacchioso allorchè riseppe l'incidente: — tutti i genii hanno copiato. Dunque?

Ma corse ugualmente ai ripari.

— Farò il critico solo quando ci sarà da dir male, — dichiarò; — nel resto del tempo comporrò novelle.

— Ne avete già scritte?, — chiese il direttore.

— Nemmeno l'ombra, — rispose il giovane. — Ma non importa. Anche gli altri hanno dovuto cominciare.

E l'imbroccò nel segno. Ormai, aveva la replica per ogni rimbrotto.

— Questo spunto non è vostro.

Ih, quante storie! È il tòno, che fa la musica.

— Ma, tolto lo spunto, non restano che piagnucolìi sentimentali e descrizioni da seminarista scappato all'aperto!

Ih, quante storie! È la mia maniera.

Messa in tacere la folla, il giovane sonnacchioso deliberò di non protrarre più oltre il proprio ingresso solenne nel mondo letterario.

— Chi sa con che gioia mi accoglieranno quei poveretti; — pensava. — Non è mica facile poter contemplare un uomo che s'improvvisa novelliere in un battibaleno, mentre gli altri sudano sulle carte e consumano penne a furia di rosicchiarle e sembrano a tavolino tante partorienti! Non c'è da ridire! Son proprio l'unico genio contemporaneo!

Ma, che è che non è, i colleghi in letteratura, appena lo videro avanzare col suo collo teso e la testa rovesciata all'indietro, scoppiarono in omeriche risa. E peggio fu quando il giovane sonnacchioso, odorato il vento infido, curvò la schiena e diede alle flosce palpebre ampia libertà d'abbassarsi.

— Sei un buon figliuolo?, — sghignazzavano: — dunque giuocheremo a palla con te.

Se non se la fosse sgattaiolata lesto lesto, lo avrebbero sgonfiato appuntino.

Ma si vendicò, oh se si vendicò! Stroncò autori a destra e a manca, da mattina a sera, senza aver riguardi per nessuno. Sembrava un beccaio, con le sue braccia tinte fino ai gomiti di sangue innocente.

E stroncò anche il grande poeta, suo amico, per dimostrare con una prova definitiva d'esser lui, proprio lui l'unico genio vivente.





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