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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • IL PRINCIPE BENAMATO.
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IL PRINCIPE BENAMATO.

 

C'era una volta un giovane ardito, ma ardito, aiutatemi a dire ardito. Non temeva Dio il diavolo e sentiva due soli desiderii: diventar ricco e imporsi all'ammirazione altrui.

Diceva spesso:

— Quando sarò ricco e ammirato, potrò infischiarmene della legge e operare a dritto e a rovescio secondo il mio capriccio.

Come si vede, egli conosceva a menadito le faccende di questo mondo.

Tanto per cominciare, con i pochi denari ereditati dal padre aprì un'agenzia di prestiti sovra pegno: e dichiarò che avrebbe dato il denaro senza interesse. Le persone dabbene non ne approfittarono, poichè non potevano offrire come pegni che poche oleografie o, al massimo, una mezza dozzina di posate d'argento. Ma, in compenso, fu un corri corri di individui dall'apparenza incerta e dai vestiti ancora più incerti, i quali vennero a depositare umilmente gli oggetti più disparati: mucchi di biancheria finissima, orologi e catene d'oro, pellicce di lontra, fasci di cartelle di rendita, naturalmente nominali. Riscuotevano il decimo del valore, poi, vattelapesca perchè, non si facevan più vivi. Il giovane, dal suo canto, non volendo che così bella roba andasse sciupata, liberava le gemme dall'incastonatura per trovar loro con maggior facilità un acquirente, fondeva i metalli preziosi, forse per passare il tempo, e, odiando l'ozio anche negli altri, induceva una sua amante a occupare le giornate col togliere le iniziali dagli angoli della biancheria.

Poichè si dimostrava così disinteressato verso i bisognosi, fu ricompensato dalla provvidenza, che gli concesse di accumulare, in poco volgere di stagioni, molto denaro.

Un poliziotto ficcanaso e antiumanitario lo obbligò, infine, a chiuder bottega; ma per rimbalzo gli aprì, senza volerlo, un più soleggiato cammino. Infatti, il nostro giovane non tardò ad avvedersi che il mondo è oppresso e perseguitato non tanto dalla miseria quanto dalla noia. Visitò le capitali straniere, apprese tutti i segreti con cui si combatte lo sbadiglio; e, rientrato in patria, destinò la propria ricchezza all'altrui sollievo e vantaggio. Aprì non un piagnucoloso teatro di prosa o d'opera, ma un gaio ritrovo con spettacoli a base di sgambetti scacciapensieri e di artistiche esposizioni di seminudo: e vi aggiunse un servizio notturno di ristorante per chi soffrisse di debolezza allo stomaco, e un certo numero di gabinetti appartati per chi odiasse misantropicamente le compagnie numerose. Inaugurò non una pesante e pedante società di letture e conversazioni, ma un allegro circolo ove, fra intimi, si potesse liberamente discorrere della virtù degli assi in un mazzo di carte da giuoco e delle incomparabili dolcezze di un baccarat famigliare: e con cortese premura rese nota la faccenda ai poveri ricchi forestieri, afflitti da spleen. Insomma, si adoperò in così amabile guisa, da meritarsi non solo l'ammirazione degli annoiati, che sono i più, ma anche il titolo di provvido benefattore dell'umanità.

Già si parlava di nominarlo alle più alte cariche cittadine in ricompensa dei suoi molti servigi. Ma una morte per apoplessia, avvenuta in un gabinetto particolare e causata, probabilmente, da indigestione, e due o tre suicidii, provocati da leggère divergenze di giuoco, scombussolarono in così fatta maniera il cervello del nostro uomo, da indurlo a chiudere teatro e circolo e a rinnegare le antiche convinzioni per adottarne altre nuove e diametralmente opposte.

 

*

 

Pentito e contrito, egli si dedicò alla lettura e allo studio profondo della vita di Beniamino Franklin, delle massime di Samuele Smiles e di parecchi altri libri del genere. I suoi amici lo udivano esclamare sovente:

— La miglior via per riuscire a qualcosa nel mondo è quella del dovere. Un galantuomo vince gli ostacoli con la sua stessa onestà. Un cuore buono e un animo giusto finiscono sempre, prima o poi, col trionfare.

Tanto gli avean messo a soqquadro il comprendonio quei benedetti suicidii!

Dopo aver meditato sui propri casi, il nostro uomo deliberò di fondare una grande banca di credito, che elargisse quattrini, a interesse legale, alle persone di provata scrupolosità. Subito fu un corri corri di impiegati, di commercianti e di industriali. Riscuotevano il denaro, ringraziavano con le lagrime agli occhi, giuravano che sarebbero morti piuttosto che non far fronte con puntualità al loro impegno, poi sgambettavano via svelti come caprioli, benchè avessero il peso generico del corpo aumentato dal peso specifico dei biglietti di banca. Ma, alla scadenza, i commessi del nostro uomo, tornando alla banca, invece di sgambettare sembravan lumache, tanto procedevano lenti.

— Il tale impiegato ha detto che siamo padroni padronissimi di mettergli la cambiale in protesto. E ci ha invitati a bere affinchè festeggiassimo la cessione del quinto, da lui condotta felicemente a termine in questi giorni a scanso di sequestri sullo stipendio da parte di creditori troppo seccanti.

— Il tale commerciante s'è ritirato in campagna per godersi il ben meritato riposo: e lascia agio ai curiosi di contemplare la sua bottega chiusa per fallimento.

— Il tale industriale sta fondando fabbriche di seta sotto il dolce clima cinese. E lasciò scritto che, nella sua patria, gli uomini pieni d'ingegno e d'iniziativa non sono apprezzati a sufficienza.

In breve volger di tempo, le ricchezze del nostro filantropo sfumarono, la sua banca si chiuse, ma la sua coscienza non si turbò.

Vivrò modestamente, — egli disse; — e, per consolarmi, cercherò di meritare la stima altrui.

Col poco denaro che gli rimaneva, aprì una casa gratuita di cura per malattie costituzionali e cominciò a trascorrere i giorni al capezzale dei ricoverati.

Allorchè vedrannopensava — che si tratta di un'opera buona, le persone generose si sentiran spinte ad aiutarmi e ad amarmi.

Ben presto ogni giaciglio fu occupato da un ospite. Ma di generosi aiuti, neppure l'ombra. Inoltre i malati, benchè non pagassero nulla, s'affrettavano, come per tacita intesa, ad esalare con l'ultimo rantolo il definitivo respiro: però, in segno riconoscenza per le affettuose cure ricevute, abbandonavano volentieri i pochi cenci delle lor vesti in eredità al filantropo, con la clausola che potesse servirsene per qualunque uso, fosse o no personale.

Il nostro uomo contemplava intenerito queste palpabili prove di gratitudine: e non riusciva a comprendere per qual motivo i suoi conoscenti e gli stessi amici, incontrandolo per la strada, gli lanciassero occhiate furibonde e dileguassero poi frettolosi senza ricambiargli il saluto.

Ma dovette aprir gli occhi alla verità allorchè vide che una gazzetta, iniziando una campagna contro la sua casa di cura, lo accusava di elargire acqua per brodo ai ricoverati per ereditare rapidamente le loro vistose ricchezze. Il nostro uomo riempì un vecchio baule con gli stracci dei poveri defunti, e sospirando diede un addio per sempre alla beneficenza.

 

*

 

Addolorato, ma non vinto, egli decise di crearsi una famigliuola, che lo compensasse delle delusioni sofferte. Ormai i suoi costumi erano puri, le sue abitudini modeste, i suoi pensieri pieni di bonaria mansuetudine: nessuna ragazza avrebbe potuto, quindi, rifiutarlo come marito. Ma, che è che non è, le ragazze fuggivano, scorgendolo, più meno che se avessero visto il diavolo. E poi, tra loro, dicevano:

— Ecco quel brav'uomo.

Ih, che sanguisuga!

Scappa, scappa; se no, è capace di parlarti dei doveri della donna.

— E dei diritti dell'uomo.

Sapete che cerca moglie?

— Sì, per catechizzarla.

— E farla morire di noia.

Piuttosto sposare un orso.

— O un bue.

— L'orso, almeno, può imparare a ballare.

— E al bue non manca nulla per diventare un marito.

I padri prendevano a braccetto il malcapitato e gli dicevano:

Scommettiamo che non siete mai entrato in un teatro di varietà. E volete avvicinare le donne!

Le madri lo chiamavano in disparte per ammonirlo.

Scavezzacolli non bisogna essere. Ma via, un poco d'esperienza fa bene, ed è necessaria per il matrimonio.

Un giorno, la fortuna o la disgrazia mise il nostro uomo a tu per tu con una monella sedicenne, appetitosa come un bomboncino al ribes.

— Vorrei sentirvi fare una dichiarazione amorosa, — disse la ragazza ridendo.

— L'amore non si dichiara con le parole,— obiettò lui.

— Oh come, dunque?, — chiese la ragazza.

Sia che il demonio ci mettesse la coda, sia che il nostro uomo si ricordasse ad un tratto della propria ardita giovinezza, sia che l'occasione fosse troppo propizia e la tentazione troppo forte per un misero mortale: fatto sta ed è che, la sera stessa, le amiche udirono il bomboncino al ribes sentenziare:

— Le acque chete sono le più pericolose.

E soggiungere, quasi fra e :

— E le migliori.

La curiosità è femmina. E poi, appare contrario ad ogni sano principio che una figlia d'Eva scorga un pomo tra le mani di una sua amica e non cerchi di affondarvi i dentini.

I padri s'accorsero del mutamento e, preso a braccetto il nostro uomo, gli dissero:

— Cosa ne pensate di quell'antro di corruzione che è il teatro di varietà?

Le madri, a lor volta, lo chiamarono in disparte per dichiarargli:

— Di persone morigerate come voi ce ne vorrebbero molte. Almeno, sapremmo che, concedendovi per moglie una nostra creatura, l'affideremmo in buone mani.

Ma il nostro uomo, adesso, faceva il nesci. E pensava ad accasarsi come io e voi a diventar turchi.

 

*

 

Da ciò s'impara che le persone di giudizio, anche se traviate, tornano presto o tardi sul retto sentiero.





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