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Un vecchio
usuraio possedeva tre figliuoli e un magnifico smeraldo, lasciatogli in pegno e
non mai ritirato da non so più quale principe indiano. I tre figliuoli, essendo
superstiziosi, avrebbero compiuta qualunque fatica pur di ottenere, in
compenso, il gioiello, che desideravano non tanto per il suo prezzo, quanto
perchè, secondo le credenze, apportatore di felicità. Il vecchio, che dal suo
lato non voleva disfarsi della pietra verdognola, anzi la teneva gelosamente
chiusa e sigillata entro un piccolo scrigno, ma, d'altra parte, non sapeva
quali ragioni opporre alle sempre più insistenti domande, chiamati a sè i
figliuoli così parlò:
— Andate a
girare pel mondo e procurate d'apprendere ciò che gli uomini hanno maggior
necessità di conoscere. A quello di voi che fra un anno giusto dimostri di aver
meglio utilizzato il suo tempo, regalerò lo smeraldo.
I tre giovani
accolsero con gioia la proposta e, preparate in fretta e furia le valigie,
s'avviarono, ciascuno per proprio conto, alla ricerca di monna Sapienza.
In capo ad un
anno, il vecchio se li vide ricomparire dinanzi.
— Che cosa
hai imparato?, — domandò al più anziano dei figli.
— Padre, ho
imparato quanto si deve sapere per poter appagare tutti i bisogni. Ho spremuto
l'uva nei tini, falciato il grano nei campi, impastato la farina nei forni,
sgozzato gli agnelli nelle beccherie, tessuto la lana nelle fabbriche, tagliato
abiti nelle sartorie, ammannito pietanze nelle cucine. Poi, son diventato
maestro nell'arte di battere il ferro, di intarsiare il legno, di lisciare il
marmo, di fondere i metalli vili e preziosi. Nessuna creatura mortale
riuscirebbe, nel giro di dodici mesi, a impossessarsi della centesima parte
delle nozioni da me acquistate.
E mostrò, per
prova, un fascio di certificati e le mani callose.
Il vecchio
crollò la testa e domandò al secondo figliuolo:
— E tu, che cosa
hai imparato?
— Padre, ho
imparato tutto quello che un uomo deve conoscere per ben regolare la propria
esistenza. Ho visitato le biblioteche, sfogliando migliaia e migliaia di
volumi, scandagliati i miei simili nelle loro passioni ed azioni, esaminati i
monti più alti, i più profondi vulcani, i paesaggi più ridenti, le più ampie
distese d'acqua. Poi, per mezzo di cristalli acconciamente lavorati, mi son
famigliarizzato con gli esseri ad occhio nudo invisibili e con le infinite
stelle, che popolano l'universo. Ed ecco il frutto delle mie pazienti ricerche.
Raddrizzò un
poco il dorso incurvato e porse un grosso volume.
Il vecchio
corrugò le sopracciglia, poi chiese al terzo figliuolo:
— E tu, che
cosa hai imparato?
Il giovane
gonfiò l'ampio torace, illuminò di un sorriso il florido volto, e rispose:
— Padre, ho
imparato a vivere.
L'usuraio si
morse le labbra per il dispetto. Non c'era verso: lo smeraldo apparteneva al
terzo figliuolo. Ma come staccarsi da una pietra tanto bella e lucente e
dotata, per sovrammercato, di così preziose virtù cabalistiche?
*
Pensa e ripensa, il vecchio trovò un ripiego. Chiamati a
sè i tre giovani, egli si espresse in questo modo:
— Non basta
un cervello ricco di nozioni: occorre un cuore saldo, che sappia affrontare e
vincere gli ostacoli. Andate, dunque, pel mondo. A quello di voi, che fra un
anno giusto dimostri di possedere maggior fermezza d'animo, regalerò lo
smeraldo.
I due primi
figli, accolta con gioia la proposta, non frapposero indugio alla partenza. Il
più giovane sbofonchiò, gironzolò qualche giorno per casa, ma finì col seguire
l'esempio dei fratelli.
In capo ad un
anno, il vecchio se li vide ricomparire dinanzi.
— Quali
imprese hai compiute?, — domandò al figlio più anziano.
— Padre, ho
stanato le belve nelle foreste, snidato le aquile dalle rocce, affrontato i
coccodrilli nei fiumi, i pescicani negli oceani, seminando ovunque la strage.
Mi sono imbattuto in tre uomini armati, che volevano depredarmi, e li ho
uccisi; mi sono recato in una contrada, infestata dai briganti, e in cinque
giorni e cinque notti ho soppressa sin anche l'ombra di questi; sono entrato
nelle città, e ho disperso folle in furore, dominato eserciti di femministe; mi
sono coricato in una stanza, ove tenevano convegno gli spiriti, e ho dormito l'intiera
notte. Infine, mi sono messo al servizio di un monarca, che combatteva una
guerra aspra e terribile contro le nazioni vicine, e in un batter d'occhio ho
volto in fuga il nemico.
Tacque e si
aprì, per prova, la camicia sul petto, mostrando i segni profondi di unghiate
di belve e di ferite d'armi.
Il vecchio
alzò le spalle, poi chiese al secondo figliuolo:
— E tu, quali
imprese hai compiute?
— Padre, ho
seguito i passi del mio fratello maggiore. Gli animali, che si salvarono dai
suoi colpi, furono da me avvicinati: vinti dal mio sguardo imperioso, i leoni
entrarono nelle gabbie dei baracconi da fiera, i condor piegarono il collo
impellicciato beccando il cibo sulla mia mano, i coccodrilli si immersero nelle
vasche dei giardini zoologici e i pescicani si lasciaron pigliare dagli arpioni
dei marinai. Anch'io fui assalito da tre uomini: e, dopo mezz'ora di colloquio,
essi mi invitarono a bere. Anch'io visitai una contrada, popolata di briganti:
e in un giorno e una notte li convinsi ad inscriversi nell'esercito della
salute. Entrai nelle città: e, al suono delle mie parole, i rivoluzionari
corsero a confessarsi, le femministe ripresero la conocchia. Mi coricai nella
stanza degli spiriti: e questi mi promisero e giurarono di non molestare più
neanche una mosca. Infine, divenni ministro di quel monarca, a cui mio fratello
aveva procacciata la vittoria, e lo indussi non solo a riconoscere i diritti
delle nazioni vicine, ma a ceder loro altre terre.
Tacque e
chinò il volto prematuramente rugoso.
Il vecchio si
soffiò il naso per nascondere una crucciata contrazione della bocca, poi
domandò al terzo figliuolo:
— E tu, quali
imprese hai compiute?
Il giovane
cavò di tasca lo scrigno dello smeraldo e lo porse all'usuraio sbalordito.
— Padre, —
disse, — da un anno ti ho sottratta la pietra preziosa: e sono qui di nuovo. I
miei fratelli hanno vinto la natura e gli uomini: io ho vinto me stesso.
Il vecchio
trattenne a stento un urlo di collera. Non c'era dubbio: il terzo figliuolo
aveva guadagnato il premio. Ma, adesso specialmente, innanzi alla rivelazione
del furto ignorato e del tremendo pericolo corso, il gioiello appariva ancor
più prezioso. Solo all'idea di perderlo, l'usuraio smaniava come un indemoniato.
— Se almeno
potessi acquistar tempo!, — gemeva.
*
A furia di
riflettere, trovò un espediente. Chiamati a sè i tre figliuoli, egli disse:
— Un cervello
ben approvvigionato e un animo ben temprato sono ottimi aiuti nella lotta per
l'esistenza. Ma l'uomo è spinto, per naturale stimolo, a desiderare la vita
solo in quanto essa lo renda felice, ossia gli procuri le più intense gioie con
una minima quantità di fatica. Andate, dunque, ancora una volta pel mondo. A
quello di voi, che fra un anno giusto dimostri di aver superata l'ultima prova,
acquistandosi agi e benessere col minor dispendio di forze, regalerò lo
smeraldo.
I due primi
figli accolsero con piacere la proposta. Il terzo si rannuvolò, ma finì col
partire a sua volta.
In capo ad un
anno, il vecchio si vide ricomparire innanzi i tre giovani.
— Quanto
sudore hai sparso e quale è stato il compenso?, — chiese al figliuolo più
anziano.
— Padre, ho
fabbricato chiavi fini come merletti, ferri aguzzi e sottili, lanterne piccole
come noci e vivide al pari di soli. Nessuna serratura resisteva, nessuno
scrittoio s'opponeva, nessuna cassaforte si ribellava ai miei ordigni. Nella
notte, penetravo con furtivo passo entro le case addormentate; ma, durante il
giorno, le mie mani profondevano l'oro.
Il vecchio
allungò il labbro inferiore, poi si rivolse al secondo figliuolo.
— E tu,
quanto sudore hai sparso e quale compenso hai ottenuto?
— Padre,
speculai in Borsa e divenni milionario e banchiere. Senza dover spendere un
soldo, vidi affluire il denaro. Una ordinazione a un agente di cambio iniziò la
mia ricchezza, un'insegna gigantesca con lettere a colore di fuoco la
consolidò, popolando di clienti gli sportelli della mia banca. Ebbi qualche
pensiero, causato dalle varie vicende del commercio, talvolta dovetti ricorrere
alla fantasia per creare e adornare con orpelli attraenti le imprese; ma il
resto del tempo lo passai comodamente fra gli agi.
Il vecchio
ebbe un nodo di tosse; che gli permise di celare l'interna inquietudine; poi
chiese al terzo figliuolo:
— E tu, quanto
sudore hai versato e quale compenso hai ottenuto?
Il giovane,
invece di rispondere, aprì l'uscio di una camera attigua, rivolgendo con la
mano un cenno d'invito a qualcuno, che dovea trovarsi lì dentro. E subito una
donna decrepita, tremolante per l'età e per gli acciacchi, varcò la soglia, si
avanzò verso l'usuraio e, gettategli al collo le braccia, disse
— Sono la
moglie di tuo figlio; e gli ho recati cinque milioni di dote.
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