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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • RICHETTO DAL CIUFFO.
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RICHETTO DAL CIUFFO.

 

C'era una volta un giovane brutto, ma brutto, aiutatemi a dire brutto. Non arrivava con la statura ai fianchi di un uomo normale; e possedeva, per soprammercato, un naso lungo da non finire mai, una gobba tanto alta, che sormontava la testa, e un'uguale abbondanza di roba in altre parti del corpo, delle quali adesso non ricordo più il nome. Poichè era molto arguto e di scilinguagnolo pronto, sapeva barcamenarsi in modo da evitare le beffe e i fastidi; ma ciò non gli impediva di rodersi internamente per la propria bruttezza.

Darei tutto il mio spirito, — Sospirava spesso, — perchè qualcuno mi trovasse bello.

Un giorno, mentre s'aggirava melanconicamente per un bosco, vide una ragazza che stava seduta all'ombra di una querce e piangeva. Essa, udendolo avvicinarsi, alzò un volto ch'era uno splendore, e fece sfolgorar tra le lagrime due occhi simili proprio a due stelle.

Il gobbino rimase inchiodato sul posto dalla meraviglia: mai più mai più avrebbe creduto che una creatura umana potesse raggiungere tanta perfezione. Infine, riuscì a spiccicare i piedi dal suolo e ad avanzarsi verso la dolente.

Ignoravomormorò — che le Dee soggiacessero alle pene di noi mortali.

Ahimè, — rispose la fanciulla asciugandosi gli occhi, che subito sprigionarono nuovi e quasi insostenibili lampi: — non sono una Dea e neppure una semplice ninfa. E sto dolendomi della provvidenza, che m'ha donata una virtù per togliermene un'altra assai più preziosa.

— Se il mio aspetto non ti spaventi, — riprese a dire il gobbino, — ti prego di mettermi a parte delle tue sofferenze. Forse sarò in grado di suggerire qualche rimedio o, per lo meno, di porgerti il conforto, benchè piccolo, di saperle divise.

— Sei molto gentile, straniero, — rispose l'addolorata; — e, se giudico bene dai tuoi sguardi, sembri persona pietosa. Ma il mio dolore non è di tal natura da concedere di esser diviso, poichè deriva appunto da questa mille volte maledetta bellezza.

— Sebbene io non comprenda, — insistè dolcemente il gobbino, — come si possa disprezzare il maggior regalo che il cielo abbia la facoltà di concedere, ti scongiuro di rivelarmi l'arcano e di considerarmi fin da questo momento il più devoto dei tuoi amici.

Sappi, dunque, o amabile incognito, che io sono chiamata, nelle mie contrade, la bella melensa. Arrossisco nel confessarlo, ma devo riconoscere che il nomignolo mi è proprio adattato.

Permettimi di dubitarne, — la interruppe il gobbino. — Le tue parole sono profumate di soave ingenuità, ma dimostrano che non sei una sciocchina, come vorresti far credere.

— Oh, se tu mi conoscessi meglio, — ribattè la bella melensa, — ti esprimeresti in modo diverso. Sappi che alcune mie risposte han dato materia di risate per anni, e che certe mie interiezioni servon di ritornello ai canti dei bevitori, nelle sere di festa.

— Forse l'imbarazzo in cui ti ponevano le occhiate bramose e gli arditi discorsi degli uomini, con i quali conversavi, avrà inceppato la tua lingua; — insinuò il gobbino.

Dev'esser proprio così, — esclamò la bella melensa battendo l'una contro l'altra le palme con un gesto di sbarazzina; — oggi, infatti, ch'io non temo d'esercitare il mio funesto fascino e di subire, in contraccambio, il diligente esame provocato dalla curiosità, i miei discorsi sono assai meno impacciati e i pensieri non svaniscono, come di consueto, fra le nebbie del turbamento. Ciò non toglie, però, ch'io darei intiera la mia bellezza pur di ottenere un poco di quella vivacità di spirito che indovino in te, o fortunato amico.

— Me misero!, — gridò il gobbino alzando verso il cielo le braccia. — Non ardo anch'io di un desiderio paragonabile al tuo? Non donerei anch'io intiero il mio spirito pur di acquistare una minima parte della tua bellezza, o divina compagna di dolore?

Poi, quasi sovrappreso da troppa piena di sentimenti, si lasciò cadere per terra, al fianco della bella melensa, di cui con un gesto istintivo, che offriva e chiedeva conforto, afferrò e strinse una tremante manina.

Per qualche minuto i due infelici confusero insieme i singhiozzi. Ma a poco a poco, sentendosi sempre più soli nel mondo e ognor maggiormente uniti l'uno all'altro da uno strazio comune, essi soggiacquero all'irresistibile bisogno di mescolare anche le lagrime: e le bocche, avvicinate sino a non dar più adito fra loro al benchè minimo soffio d'aria, suggellarono la melanconica alleanza.

Sull'imbrunire, la bella melensa rientrò nella propria dimora: diede un po' di cipria alle guance soffuse di porpora, ma non potè togliersi l'espressione pensosa dal volto.

 

*

 

Trascorse un anno. La bella melensa aveva quasi dimenticata l'avventura e il gobbino: solo di quando in quando, come sorpresa da un subitaneo pensiero, abbassava gli occhi al suolo e schiudeva le labbra con un atteggiamento di curiosità e di stupore. Per fortuna, il cugino poeta era pronto a distoglierla dalla sua estasi.

— Cosa vedi?, — le chiedeva. — Una lucertola con tre code oppure i tesori della Golconda?

Ah, quel cugino! Proprio il fato benigno l'aveva messo dentro la casa! A paragone di lui, la bella melensa appariva un vero portento di spirito! Non passava giorno senza che il degno giovane, con le sue astrazioni incomprensibili e le sue risposte sconclusionate, facesse sembrar tollerabili, anzi desiderabili, i discorsi della bella melensa. E questa glien'era così grata, così grata, che già cominciava a volergli un mondo di bene. Ma ciò non le impediva di sbadigliare spesso in compagnia del cugino.

— Il mondo è un sogno, — le diceva costui; — e la realtà è una misera cosa. Le nostre gioie dobbiamo procurarcele a forza d'illusioni. Io, per esempio, ti amo: ma non perchè tu sia la tale bella ragazza, bensì perchè in te vedo riprodotta l'armonia dell'universo.

— Che suono ha?, — chiedeva la melensa.

Poi scappava via ridendo e, facendo sberleffi, felicissima di aver trovato una persona più melensa di lei.

Qualche volta cugino e cuginetta si recavano a passeggiare per la campagna. Il poeta ammirava i gruppi d'alberi, il tremolio delle foglie, il pulviscolo d'oro del sole; la bella melensa saltellava dietro i grilli o coglieva margherite: ed era proprio contenta di sapersi insieme con una creatura così sciocca.

In casa, frattanto, tempestavano perchè si concludessero le nozze. Il cugino era un ottimo partito, vera stoffa da matrimonio; e aveva un volto gradevole e un corpo sano, se non eccessivamente robusto. Dunque? Ma più crescevan le pressioni all'intorno, e più la bella melensa si mostrava irresoluta e turbata. Un'idea fissa sembrava che, ora, le sconvolgesse l'animo e la preoccupasse in modo da toglierle sin anco il desiderio di ridere del cugino poeta. Sovente essa volgeva verso il giovane uno sguardo di muta interrogazione, poi apriva la bocca come se stesse per spiegarsi; ma subito la richiudeva e s'allontanava meditabonda.

Un giorno i due cugini sedevano dietro un cespuglio di rose, al riparo da ogni orecchio od occhio indiscreto.

Il poeta chiese pel primo:

— Che cosa ti frulla per la mente da un pezzo a questa parte?

La bella melensa chinò il capo, guardando il cugino di sotto in su.

— Vorrei dirtelo, — rispose; — ma temo che tu non mi capisca.

Signora genio incompreso!

Signor genio ignorato!

— Insomma, sai che c'è? Tienti ben chiuso il tuo enigma; e buona notte.

Il giovane fece il gesto di alzarsi. Ma la bella melensa lo trattenne per una manica.

Bada ch'è una domanda seria, — dichiarò.

Sentiamo.

— Ecco. Devi dirmi se gli uomini sono tutti uguali.

Il cugino rise.

— Ma che uguali!, — ribattè irrigidendo il collo. — C'è la gente del volgo, che vive terra terra e pensa solo a sgobbare e a mangiare; ci sono i borghesi che qualche volta guardano verso le stelle, ma dopo aver sbrigato le loro faccende e digerita la cena; e poi ci sono i poeti, che....

La bella melensa lo interruppe.

Vedi che non capisci? Io alludevo al fisico.

Il cugino spalancò la bocca.

Chiudila, se no t'entran le mosche, — suggerì la bella melensa: — e poi, medita la mia domanda e sappimi dire qualcosa. Ripasserò fra un mesetto.

— Ma.... ma....

— Non c'è ma che tenga. Il tuo naso non appare mica simile a quello d'un altro. Anche nel resto ci devon essere differenze.

— Che sciocchezza! Un uomo ne vale un altro!

La bella melensa si rischiarò tutta di gioia.

— Dunque, — insistette, — le diversità si mostran soltanto nel viso? Ma chi nasce storpio o, metti caso, gobbo?

— Che c'entra? Parlavo di cose che tu non puoi sapere.

La bella melensa si piegò in avanti, sfiorando con i morbidi ricci la fronte del cugino.

Perchè non mi spieghi?, — susurrò.

Il poeta, per quanto sciocco, comprese che una sola spiegazione era possibile. Qualche petalo di rosa ondeggiò lieve per l'aria, poi venne a posarsi sui due.

Povero poeta, non ne azzeccava mai una! Non erano ancora trascorsi cinque minuti; e già la bella melensa lo piantava in asso e fuggiva via rapida, allungando le labbra in una smorfia, che guai se il cugino l'avesse veduta!

 

*

 

Nel bosco, all'ombra di una querce, la bella melensa disse al gobbino:

Sai che ti trovo molto bello?

E il gobbino rispose:

Adesso sì che sei una ragazza di spirito.

 

*

 

Da ciò s'impara che l'amore è una giostra dialettica, nella quale vince chi mette in campo i maggiori argomenti.





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