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C'era una
volta un giovane brutto, ma brutto, aiutatemi a dire brutto. Non arrivava con
la statura ai fianchi di un uomo normale; e possedeva, per soprammercato, un
naso lungo da non finire mai, una gobba tanto alta, che sormontava la testa, e
un'uguale abbondanza di roba in altre parti del corpo, delle quali adesso non
ricordo più il nome. Poichè era molto arguto e di scilinguagnolo pronto, sapeva
barcamenarsi in modo da evitare le beffe e i fastidi; ma ciò non gli impediva
di rodersi internamente per la propria bruttezza.
— Darei tutto
il mio spirito, — Sospirava spesso, — perchè qualcuno mi trovasse bello.
Un giorno,
mentre s'aggirava melanconicamente per un bosco, vide una ragazza che stava
seduta all'ombra di una querce e piangeva. Essa, udendolo avvicinarsi, alzò un
volto ch'era uno splendore, e fece sfolgorar tra le lagrime due occhi simili
proprio a due stelle.
Il gobbino
rimase inchiodato sul posto dalla meraviglia: mai più mai più avrebbe creduto
che una creatura umana potesse raggiungere tanta perfezione. Infine, riuscì a
spiccicare i piedi dal suolo e ad avanzarsi verso la dolente.
— Ignoravo —
mormorò — che le Dee soggiacessero alle pene di noi mortali.
— Ahimè, —
rispose la fanciulla asciugandosi gli occhi, che subito sprigionarono nuovi e
quasi insostenibili lampi: — non sono una Dea e neppure una semplice ninfa. E
sto dolendomi della provvidenza, che m'ha donata una virtù per togliermene
un'altra assai più preziosa.
— Se il mio
aspetto non ti spaventi, — riprese a dire il gobbino, — ti prego di mettermi a
parte delle tue sofferenze. Forse sarò in grado di suggerire qualche rimedio o,
per lo meno, di porgerti il conforto, benchè piccolo, di saperle divise.
— Sei molto
gentile, straniero, — rispose l'addolorata; — e, se giudico bene dai tuoi
sguardi, sembri persona pietosa. Ma il mio dolore non è di tal natura da
concedere di esser diviso, poichè deriva appunto da questa mille volte
maledetta bellezza.
— Sebbene io
non comprenda, — insistè dolcemente il gobbino, — come si possa disprezzare il
maggior regalo che il cielo abbia la facoltà di concedere, ti scongiuro di
rivelarmi l'arcano e di considerarmi fin da questo momento il più devoto dei
tuoi amici.
— Sappi,
dunque, o amabile incognito, che io sono chiamata, nelle mie contrade, la bella
melensa. Arrossisco nel confessarlo, ma devo riconoscere che il nomignolo mi è
proprio adattato.
— Permettimi
di dubitarne, — la interruppe il gobbino. — Le tue parole sono profumate di
soave ingenuità, ma dimostrano che non sei una sciocchina, come vorresti far credere.
— Oh, se tu
mi conoscessi meglio, — ribattè la bella melensa, — ti esprimeresti in modo
diverso. Sappi che alcune mie risposte han dato materia di risate per anni, e
che certe mie interiezioni servon di ritornello ai canti dei bevitori, nelle
sere di festa.
— Forse
l'imbarazzo in cui ti ponevano le occhiate bramose e gli arditi discorsi degli
uomini, con i quali conversavi, avrà inceppato la tua lingua; — insinuò il
gobbino.
— Dev'esser
proprio così, — esclamò la bella melensa battendo l'una contro l'altra le palme
con un gesto di sbarazzina; — oggi, infatti, ch'io non temo d'esercitare il mio
funesto fascino e di subire, in contraccambio, il diligente esame provocato
dalla curiosità, i miei discorsi sono assai meno impacciati e i pensieri non
svaniscono, come di consueto, fra le nebbie del turbamento. Ciò non toglie,
però, ch'io darei intiera la mia bellezza pur di ottenere un poco di quella
vivacità di spirito che indovino in te, o fortunato amico.
— Me misero!,
— gridò il gobbino alzando verso il cielo le braccia. — Non ardo anch'io di un
desiderio paragonabile al tuo? Non donerei anch'io intiero il mio spirito pur
di acquistare una minima parte della tua bellezza, o divina compagna di dolore?
Poi, quasi
sovrappreso da troppa piena di sentimenti, si lasciò cadere per terra, al
fianco della bella melensa, di cui con un gesto istintivo, che offriva e
chiedeva conforto, afferrò e strinse una tremante manina.
Per qualche
minuto i due infelici confusero insieme i singhiozzi. Ma a poco a poco,
sentendosi sempre più soli nel mondo e ognor maggiormente uniti l'uno all'altro
da uno strazio comune, essi soggiacquero all'irresistibile bisogno di mescolare
anche le lagrime: e le bocche, avvicinate sino a non dar più adito fra loro al
benchè minimo soffio d'aria, suggellarono la melanconica alleanza.
Sull'imbrunire,
la bella melensa rientrò nella propria dimora: diede un po' di cipria alle
guance soffuse di porpora, ma non potè togliersi l'espressione pensosa dal
volto.
*
Trascorse un
anno. La bella melensa aveva quasi dimenticata l'avventura e il gobbino: solo
di quando in quando, come sorpresa da un subitaneo pensiero, abbassava gli
occhi al suolo e schiudeva le labbra con un atteggiamento di curiosità e di
stupore. Per fortuna, il cugino poeta era lì pronto a distoglierla dalla sua
estasi.
— Cosa vedi?,
— le chiedeva. — Una lucertola con tre code oppure i tesori della Golconda?
Ah, quel
cugino! Proprio il fato benigno l'aveva messo dentro la casa! A paragone di
lui, la bella melensa appariva un vero portento di spirito! Non passava giorno
senza che il degno giovane, con le sue astrazioni incomprensibili e le sue
risposte sconclusionate, facesse sembrar tollerabili, anzi desiderabili, i
discorsi della bella melensa. E questa glien'era così grata, così grata, che già
cominciava a volergli un mondo di bene. Ma ciò non le impediva di sbadigliare
spesso in compagnia del cugino.
— Il mondo è
un sogno, — le diceva costui; — e la realtà è una misera cosa. Le nostre gioie
dobbiamo procurarcele a forza d'illusioni. Io, per esempio, ti amo: ma non
perchè tu sia la tale bella ragazza, bensì perchè in te vedo riprodotta
l'armonia dell'universo.
— Che suono
ha?, — chiedeva la melensa.
Poi scappava
via ridendo e, facendo sberleffi, felicissima di aver trovato una persona più
melensa di lei.
Qualche volta
cugino e cuginetta si recavano a passeggiare per la campagna. Il poeta ammirava
i gruppi d'alberi, il tremolio delle foglie, il pulviscolo d'oro del sole; la
bella melensa saltellava dietro i grilli o coglieva margherite: ed era proprio
contenta di sapersi insieme con una creatura così sciocca.
In casa,
frattanto, tempestavano perchè si concludessero le nozze. Il cugino era un
ottimo partito, vera stoffa da matrimonio; e aveva un volto gradevole e un
corpo sano, se non eccessivamente robusto. Dunque? Ma più crescevan le
pressioni all'intorno, e più la bella melensa si mostrava irresoluta e turbata.
Un'idea fissa sembrava che, ora, le sconvolgesse l'animo e la preoccupasse in
modo da toglierle sin anco il desiderio di ridere del cugino poeta. Sovente
essa volgeva verso il giovane uno sguardo di muta interrogazione, poi apriva la
bocca come se stesse lì lì per spiegarsi; ma subito la richiudeva e
s'allontanava meditabonda.
Un giorno i
due cugini sedevano dietro un cespuglio di rose, al riparo da ogni orecchio od
occhio indiscreto.
Il poeta
chiese pel primo:
— Che cosa ti
frulla per la mente da un pezzo a questa parte?
La bella
melensa chinò il capo, guardando il cugino di sotto in su.
— Vorrei
dirtelo, — rispose; — ma temo che tu non mi capisca.
— Signora
genio incompreso!
— Signor
genio ignorato!
— Insomma,
sai che c'è? Tienti ben chiuso il tuo enigma; e buona notte.
Il giovane
fece il gesto di alzarsi. Ma la bella melensa lo trattenne per una manica.
— Bada ch'è
una domanda seria, — dichiarò.
— Sentiamo.
— Ecco. Devi
dirmi se gli uomini sono tutti uguali.
Il cugino
rise.
— Ma che
uguali!, — ribattè irrigidendo il collo. — C'è la gente del volgo, che vive
terra terra e pensa solo a sgobbare e a mangiare; ci sono i borghesi che
qualche volta guardano verso le stelle, ma dopo aver sbrigato le loro faccende
e digerita la cena; e poi ci sono i poeti, che....
La bella
melensa lo interruppe.
— Vedi che
non capisci? Io alludevo al fisico.
Il cugino
spalancò la bocca.
— Chiudila,
se no t'entran le mosche, — suggerì la bella melensa: — e poi, medita la mia
domanda e sappimi dire qualcosa. Ripasserò fra un mesetto.
— Ma....
ma....
— Non c'è ma
che tenga. Il tuo naso non appare mica simile a quello d'un altro. Anche nel
resto ci devon essere differenze.
— Che
sciocchezza! Un uomo ne vale un altro!
La bella
melensa si rischiarò tutta di gioia.
— Dunque, —
insistette, — le diversità si mostran soltanto nel viso? Ma chi nasce storpio
o, metti caso, gobbo?
— Che
c'entra? Parlavo di cose che tu non puoi sapere.
La bella
melensa si piegò in avanti, sfiorando con i morbidi ricci la fronte del cugino.
— Perchè non
mi spieghi?, — susurrò.
Il poeta, per
quanto sciocco, comprese che una sola spiegazione era possibile. Qualche petalo
di rosa ondeggiò lieve per l'aria, poi venne a posarsi sui due.
Povero poeta,
non ne azzeccava mai una! Non erano ancora trascorsi cinque minuti; e già la
bella melensa lo piantava in asso e fuggiva via rapida, allungando le labbra in
una smorfia, che guai se il cugino l'avesse veduta!
*
Nel bosco,
all'ombra di una querce, la bella melensa disse al gobbino:
— Sai che ti
trovo molto bello?
E il gobbino
rispose:
— Adesso sì
che sei una ragazza di spirito.
*
Da ciò
s'impara che l'amore è una giostra dialettica, nella quale vince chi mette in
campo i maggiori argomenti.
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