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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • MASTRO LESINA.
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MASTRO LESINA.

 

Un ometto alto un palmo, ma ricco di quattrini e di buoni propositi, stabilì di dedicare gli uni e gli altri alla stampa di libri. Egli ragionava in questo modo:

— Le vetrine dei librai rigurgitano sempre di volumi. Da ogni parte si pubblica, da ogni parte si espone: da ogni parte, dunque, si vende e si guadagna. Se non ci fosse guadagno, nessuno penserebbe a divenir stampatore o libraio.

Un altro ragionamento preferito era il seguente:

— Ogni generazione di uomini possiede un certo numero di scrittori, i quali oggi fabbricano le loro fantasie per solo uso e consumo del micio di casa o degli alberi della strada, ma domani affronteranno il giudizio altrui, procurando a gloria e quattrini ai loro stampatori. Dunque, se riesco a snidarli, acquisterò in pari tempo e di colpo reputazione e denari.

Armato di così generose intenzioni, il nostro ometto aprì una stamperia e restò in attesa degli eventi.

Quasi subito gli capitò fra le mani un lavoro, scritto con inchiostro roseo sovra carta granulosa, tagliata in ampi fogli quadrati. Lo stampatore inforcò gli occhiali, lesse lo scartafaccio dalla prima parola all'ultima, poi lo restituì dichiarando:

— Ho un sacco d'impegni, che mi vincoleranno per una diecina d'anni, o giù di . Ripassi.

Ma fra se e monologava:

Accidenti! Starei fresco se cominciassi con un'opera simile. Troppa poesia! Capisco incoraggiare gli ingegni; ma purchè camminino sulla terra ferma e non obblighino il lettore ad alzar il naso verso il cielo per scorgerli.

Ben presto gli giunse un secondo lavoro, scritto con inchiostro verde su carta color giallo sporco, di quelle che i pizzicagnoli ed i fornai adoprano per involger la merce. Il nostro ometto inforcò gli occhiali, lesse lo scartafaccio sino a metà, poi lo restituì dichiarando:

— Ho un sacco d'impegni, che mi vincoleranno per una trentina d'anni, o giù di . Ripassi.

Ma fra e monologava:

Accidenti! Starei fresco se cominciassi con un'opera simile! Troppa originalità! Capisco incoraggiare il genio; ma purchè segua le vie già battute e non obblighi il lettore a guardarsi ai piedi per non cadere in qualche precipizio.

Gli furono offerti, da un certo numero di giovani autori trentenni, altrettanti lavori scritti con inchiostro comune sulla consueta carta protocollo rigata. Il nostro ometto non inforcò neanche gli occhiali: restituì subito gli scartafacci dichiarando:

— Ho un sacco d'impegni, che mi vincoleranno per tutta la vita, o giù di . Ripassino.

Ma fra e monologava:

Accidenti! Starei fresco se cominciassi con opere simili! Troppa gioventù! Capisco incoraggiare i novellini; ma purchè si sian già fatti conoscere. E poi, i lettori serii son come le ragazze allegre: preferiscono chi abbia parecchi capelli bianchi e qualche presentatore che testimonii sull'onorabilità.

Gli pervenne, infine, una lettera, con la quale un autore proponeva la pubblicazione di un libro, dichiarandosi pronto a rimborsare le spese di stampa. Il nostro ometto si diede un diluvio di pugni sulla zucca per convincersi d'esser sveglio, eseguì una serie di salti alla grillesca; poi sedè a tavolino per rispondere che accettava. Ormai, aveva imbroccata la strada buona e poteva fondare la propria impresa sovra un solido assioma editoriale: Il valore di uno scrittore è in ragione diretta della somma ch'egli offre.

Per disgrazia o malignità della sorte, nessuno sembrò disposto a condividere questa opinione ottimista. Infatti, i librai restituivano i pacchi dei libri senza neppure sfasciarli, e i critici, senza alcuna deferenza per la formula editoriale, dichiaravano che la somma offerta da un autore è in ragione inversa del valore dell'opera.

 

*

 

Mezzo disperato, il nostro ometto, rinunciando alla parte di Mecenate della letteratura, deliberò di dedicare il proprio gruzzolo e la propria attività ad un'altra, ma del pari nobile impresa.

Egli ragionava in questo modo:

— Il genere d'arte, che procura maggior fama e guadagno, è il teatro. Non scriverò io stesso commedie per trecentotrentatre ragioni: e, innanzi tutto, perchè non saprei da qual lato rifarmi. Ma raccoglierò una compagnia di attori a mie spese e porrò in scena le opere degli ingegni ancora ignorati.

E, per concludere il soliloquio, aggiungeva:

Poichè una commedia deve piacere al pubblico, ossia soddisfare i gusti normali della maggioranza degli uomini, sottoporrò i manoscritti al preventivo giudizio di un qualche cervello ben equilibrato.

Pensa e ripensa, decise di scegliere per propria Ninfa Egeria un'adiposa venditrice di pesci fritti e di zuppa a due soldi la scodella. Se la donna, durante la lettura, rideva o s'inteneriva, voleva dire che l'opera era degna di veder la luce della ribalta; altrimenti, saluti a casa e un bacio ai bimbi.

Con l'affidamento di questo illuminato parere, il nostro ometto non tardò ad esporre al generale giudizio la commedia di un quarantenne, perciò giovanissimo autore. Il pubblico ascoltò in silenzio sino alla fine; poi, sempre in silenzio, sfollò dal teatro. L'indomani, le gazzette ebbero la faccia tosta di affermare che si trattava di roba fritta rifritta, e di concludere i loro articoli con l'esclamazione: Che zuppa!

Sfido io!, — pensò il nostro ometto fermandosi a contemplare la modesta bottega della sua Ninfa Egeria.

Tuttavia, s'appigliò ad un nuovo ripiego. Poichè possedeva un cane barbone onesto e morigerato, deliberò di leggergli i manoscritti e di regolarsi nel modo seguente: se il cane stava attento e composto sino al termine della lettura, voleva dire che l'opera era degna di veder la luce della ribalta; se, invece, sbadigliava, tanti saluti a casa e un bacio ai bimbi.

Con l'incoraggiamento di questa critica autorevole, il nostro ometto non tardò ad esporre al generale giudizio la commedia di un cinquantenne, perciò giovane autore. Il pubblico ascoltò il lavoro fino alla metà; poi, si divise in due gruppi: un gruppo fischiava bestemmiando e l'altro gruppo applaudiva ridendo. L'indomani, le gazzette ebbero il coraggio di affermare che si trattava di roba da cani.

Sfido io!, — pensò il nostro ometto accarezzando il fedele barboncino.

Ma ricorse a un rimedio estremo.

Poichè, — concluse, — l'altrui parere preventivo non vale, proverò a ricorrere al mio criterio personalissimo. Ogni sera, appena coricato, piglio un copione e leggo. Se rimango sveglio sino all'ultima scena, vorrà dire che l'opera è degna di veder la luce della ribalta; se, invece, m'addormento, saluti a casa e un bacio ai bimbi.

Rassicurato da questa prova del fuoco, o meglio del sonno, il nostro ometto non tardò ad esporre al generale giudizio la commedia di un sessantenne, perciò ancor giovane autore. Il pubblico ascoltò le prime battute; poi, con dignitosa concordia, infilò la porta del teatro senza neppure chiedere la restituzione dei denari sborsati per il biglietto d'ingresso. L'indomani, le gazzette sbraitarono che si trattava di roba da far dormire in piedi.

— Questo, poi, no!, — esclamò il nostro ometto dando un pugno sul giaciglio che aveva servito da aula di tribunale.

Per fortuna, proprio in quel giorno gli giunse una lettera, con la quale un autore proponeva di inscenare una commedia, dichiarandosi disposto a rimborsare ogni spesa. Il nostro ometto si fece pizzicar più volte da un amico per convincersi d'esser sveglio, eseguì una serie di balzi alla giraffesca; poi, sedè al tavolino per rispondere che accettava. Ormai, aveva imbroccata la strada buona e poteva fondare la propria impresa sovra un solido assioma capo-comicale: Il valore di una commedia è in ragione diretta della somma offerta per la rappresentazione.

Ahimè! Il pubblico, rifiutando l'onore di pronunciare la suprema sentenza, preferì internarsi nei cinematografi per appagare il proprio imperioso bisogno di poesia e di arte. E i critici, senza alcun rispetto per la formula capo-comicale, dichiararono che la somma, offerta per la rappresentazione d'una commedia, è in ragione inversa del valore di questa.

 

*

 

Disperato e disilluso, il nostro ometto, rinunciando al Mecenatismo attivo, dedicò il proprio gruzzolo alla costruzione di un asilo per ogni genio incompreso. Egli ragionava in questo modo:

Poichè non riesco a scoprire, con le mie forze, neppure l'ombra di un giovane autore, attenderò che gli autori stessi si scopran da e poi vengano a chiedermi un rifugio per le lor veglie laboriose e i lor precoci dolori.

Primo a presentarglisi fu un brav'uomo, il quale, avendo rimpannucciato con vesti nuove alcune vecchie teorie metafisiche, si era visto ingiustamente rifiutato il titolo di grande filosofo. Il nostro ometto lo lasciò discorrere, contentandosi d'ammirarne in silenzio il superbo scrollar della testa all'indietro e l'irato inarcar delle sopracciglia e il violento gestir delle braccia; infine, disse:

Scusi, non per offenderla, ma il genio, secondo me, non è un semplice travaso di idee. Dunque? Ripassi allorchè avrò fondato un asilo non per i genii incompresi, bensì per quelli troppo compresi.

Il secondo postulante fu un giovane emaciato e giallognolo, il quale, avendo accomodato con salse nuove alcuni vecchi temi sentimentali, s'era visto ingiustamente rifiutato il titolo di grande scrittore. Il nostro ometto lo lasciò discorrere, contentandosi di esaminare in silenzio l'inturgidimento del collo nella foga dell'auto-panegirico e lo sbatter delle palpebre e il tingersi in verde delle guance nell'impeto delle filippiche contro le altrui rinomanze indegnamente scroccate; infine, disse:

Scusi, non per offenderla, ma il genio, secondo me, non è un semplice travaso di bile. Dunque? Ripassi allorchè avrò fondato un asilo non per i genii incompresi, bensì per quelli che non comprendono nulla.

Terzo a presentarglisi fu un individuo irrequieto, il quale, avendo scoperto che, per fabbricare versi, basta tuffar nell'inchiostro una mosca e poi lasciarla passeggiare in lungo ed in largo sovra un foglio di carta, s'era visto ingiustamente rifiutato il titolo di grande poeta. Il nostro ometto lo lasciò discorrere, contentandosi di sorvegliare in silenzio ì pugni ben chiusi, allungati di continuo a minacciare un invisibil nemico, e più ancora le visibilissime chicchere di un servizio da caffè; infine, disse:

Scusi, non per offenderla, ma il genio, secondo me, non è un semplice travaso di sangue. Dunque? Ripassi allorchè avrò fondato un asilo non per i genii incompresi, bensì per gli incomprensibili.

Tra per il crepacuore delle disillusioni, tra per altri motivi più intimi, il nostro ometto morì. E fu solo guardando verso la terra dal seggio, assegnatogli in paradiso, ch'egli comprese, finalmente, l'inutilità dei propri nobili sforzi. Infatti, il pianeta che gli avea dati i natali apparve ai suoi occhi come una grande taverna, dalla quale penzolava, ondulando fra le nubi, l'insegna: Al genio incompreso.





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