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Un ometto
alto un palmo, ma ricco di quattrini e di buoni propositi, stabilì di dedicare
gli uni e gli altri alla stampa di libri. Egli ragionava in questo modo:
— Le vetrine
dei librai rigurgitano sempre di volumi. Da ogni parte si pubblica, da ogni
parte si espone: da ogni parte, dunque, si vende e si guadagna. Se non ci fosse
guadagno, nessuno penserebbe a divenir stampatore o libraio.
Un altro
ragionamento preferito era il seguente:
— Ogni
generazione di uomini possiede un certo numero di scrittori, i quali oggi
fabbricano le loro fantasie per solo uso e consumo del micio di casa o degli
alberi della strada, ma domani affronteranno il giudizio altrui, procurando a
sè gloria e quattrini ai loro stampatori. Dunque, se riesco a snidarli,
acquisterò in pari tempo e di colpo reputazione e denari.
Armato di
così generose intenzioni, il nostro ometto aprì una stamperia e restò in attesa
degli eventi.
Quasi subito
gli capitò fra le mani un lavoro, scritto con inchiostro roseo sovra carta
granulosa, tagliata in ampi fogli quadrati. Lo stampatore inforcò gli occhiali,
lesse lo scartafaccio dalla prima parola all'ultima, poi lo restituì
dichiarando:
— Ho un sacco
d'impegni, che mi vincoleranno per una diecina d'anni, o giù di lì. Ripassi.
Ma fra se e
sè monologava:
— Accidenti!
Starei fresco se cominciassi con un'opera simile. Troppa poesia! Capisco
incoraggiare gli ingegni; ma purchè camminino sulla terra ferma e non
obblighino il lettore ad alzar il naso verso il cielo per scorgerli.
Ben presto
gli giunse un secondo lavoro, scritto con inchiostro verde su carta color
giallo sporco, di quelle che i pizzicagnoli ed i fornai adoprano per involger
la merce. Il nostro ometto inforcò gli occhiali, lesse lo scartafaccio sino a
metà, poi lo restituì dichiarando:
— Ho un sacco
d'impegni, che mi vincoleranno per una trentina d'anni, o giù di lì. Ripassi.
Ma fra sè e
sè monologava:
— Accidenti!
Starei fresco se cominciassi con un'opera simile! Troppa originalità! Capisco
incoraggiare il genio; ma purchè segua le vie già battute e non obblighi il
lettore a guardarsi ai piedi per non cadere in qualche precipizio.
Gli furono
offerti, da un certo numero di giovani autori trentenni, altrettanti lavori
scritti con inchiostro comune sulla consueta carta protocollo rigata. Il nostro
ometto non inforcò neanche gli occhiali: restituì subito gli scartafacci
dichiarando:
— Ho un sacco
d'impegni, che mi vincoleranno per tutta la vita, o giù di lì. Ripassino.
Ma fra sè e
sè monologava:
— Accidenti!
Starei fresco se cominciassi con opere simili! Troppa gioventù! Capisco
incoraggiare i novellini; ma purchè si sian già fatti conoscere. E poi, i
lettori serii son come le ragazze allegre: preferiscono chi abbia parecchi
capelli bianchi e qualche presentatore che testimonii sull'onorabilità.
Gli pervenne,
infine, una lettera, con la quale un autore proponeva la pubblicazione di un
libro, dichiarandosi pronto a rimborsare le spese di stampa. Il nostro ometto
si diede un diluvio di pugni sulla zucca per convincersi d'esser sveglio,
eseguì una serie di salti alla grillesca; poi sedè a tavolino per rispondere
che accettava. Ormai, aveva imbroccata la strada buona e poteva fondare la
propria impresa sovra un solido assioma editoriale: Il valore di uno scrittore
è in ragione diretta della somma ch'egli offre.
Per disgrazia
o malignità della sorte, nessuno sembrò disposto a condividere questa opinione
ottimista. Infatti, i librai restituivano i pacchi dei libri senza neppure
sfasciarli, e i critici, senza alcuna deferenza per la formula editoriale,
dichiaravano che la somma offerta da un autore è in ragione inversa del valore
dell'opera.
*
Mezzo
disperato, il nostro ometto, rinunciando alla parte di Mecenate della
letteratura, deliberò di dedicare il proprio gruzzolo e la propria attività ad
un'altra, ma del pari nobile impresa.
Egli
ragionava in questo modo:
— Il genere
d'arte, che procura maggior fama e guadagno, è il teatro. Non scriverò io
stesso commedie per trecentotrentatre ragioni: e, innanzi tutto, perchè non
saprei da qual lato rifarmi. Ma raccoglierò una compagnia di attori a mie spese
e porrò in scena le opere degli ingegni ancora ignorati.
E, per
concludere il soliloquio, aggiungeva:
— Poichè una
commedia deve piacere al pubblico, ossia soddisfare i gusti normali della
maggioranza degli uomini, sottoporrò i manoscritti al preventivo giudizio di un
qualche cervello ben equilibrato.
Pensa e
ripensa, decise di scegliere per propria Ninfa Egeria un'adiposa venditrice di
pesci fritti e di zuppa a due soldi la scodella. Se la donna, durante la
lettura, rideva o s'inteneriva, voleva dire che l'opera era degna di veder la
luce della ribalta; altrimenti, saluti a casa e un bacio ai bimbi.
Con
l'affidamento di questo illuminato parere, il nostro ometto non tardò ad
esporre al generale giudizio la commedia di un quarantenne, perciò giovanissimo
autore. Il pubblico ascoltò in silenzio sino alla fine; poi, sempre in
silenzio, sfollò dal teatro. L'indomani, le gazzette ebbero la faccia tosta di
affermare che si trattava di roba fritta rifritta, e di concludere i loro
articoli con l'esclamazione: Che zuppa!
— Sfido io!,
— pensò il nostro ometto fermandosi a contemplare la modesta bottega della sua
Ninfa Egeria.
Tuttavia,
s'appigliò ad un nuovo ripiego. Poichè possedeva un cane barbone onesto e
morigerato, deliberò di leggergli i manoscritti e di regolarsi nel modo
seguente: se il cane stava attento e composto sino al termine della lettura,
voleva dire che l'opera era degna di veder la luce della ribalta; se, invece,
sbadigliava, tanti saluti a casa e un bacio ai bimbi.
Con
l'incoraggiamento di questa critica autorevole, il nostro ometto non tardò ad
esporre al generale giudizio la commedia di un cinquantenne, perciò giovane
autore. Il pubblico ascoltò il lavoro fino alla metà; poi, si divise in due
gruppi: un gruppo fischiava bestemmiando e l'altro gruppo applaudiva ridendo.
L'indomani, le gazzette ebbero il coraggio di affermare che si trattava di roba
da cani.
— Sfido io!,
— pensò il nostro ometto accarezzando il fedele barboncino.
Ma ricorse a
un rimedio estremo.
— Poichè, —
concluse, — l'altrui parere preventivo non vale, proverò a ricorrere al mio
criterio personalissimo. Ogni sera, appena coricato, piglio un copione e leggo.
Se rimango sveglio sino all'ultima scena, vorrà dire che l'opera è degna di
veder la luce della ribalta; se, invece, m'addormento, saluti a casa e un bacio
ai bimbi.
Rassicurato
da questa prova del fuoco, o meglio del sonno, il nostro ometto non tardò ad
esporre al generale giudizio la commedia di un sessantenne, perciò ancor
giovane autore. Il pubblico ascoltò le prime battute; poi, con dignitosa
concordia, infilò la porta del teatro senza neppure chiedere la restituzione
dei denari sborsati per il biglietto d'ingresso. L'indomani, le gazzette
sbraitarono che si trattava di roba da far dormire in piedi.
— Questo,
poi, no!, — esclamò il nostro ometto dando un pugno sul giaciglio che aveva
servito da aula di tribunale.
Per fortuna,
proprio in quel giorno gli giunse una lettera, con la quale un autore proponeva
di inscenare una commedia, dichiarandosi disposto a rimborsare ogni spesa. Il
nostro ometto si fece pizzicar più volte da un amico per convincersi d'esser
sveglio, eseguì una serie di balzi alla giraffesca; poi, sedè al tavolino per
rispondere che accettava. Ormai, aveva imbroccata la strada buona e poteva
fondare la propria impresa sovra un solido assioma capo-comicale: Il valore di
una commedia è in ragione diretta della somma offerta per la rappresentazione.
Ahimè! Il
pubblico, rifiutando l'onore di pronunciare la suprema sentenza, preferì
internarsi nei cinematografi per appagare il proprio imperioso bisogno di
poesia e di arte. E i critici, senza alcun rispetto per la formula
capo-comicale, dichiararono che la somma, offerta per la rappresentazione d'una
commedia, è in ragione inversa del valore di questa.
*
Disperato e
disilluso, il nostro ometto, rinunciando al Mecenatismo attivo, dedicò il proprio
gruzzolo alla costruzione di un asilo per ogni genio incompreso. Egli ragionava
in questo modo:
— Poichè non
riesco a scoprire, con le mie forze, neppure l'ombra di un giovane autore,
attenderò che gli autori stessi si scopran da sè e poi vengano a chiedermi un
rifugio per le lor veglie laboriose e i lor precoci dolori.
Primo a
presentarglisi fu un brav'uomo, il quale, avendo rimpannucciato con vesti nuove
alcune vecchie teorie metafisiche, si era visto ingiustamente rifiutato il
titolo di grande filosofo. Il nostro ometto lo lasciò discorrere, contentandosi
d'ammirarne in silenzio il superbo scrollar della testa all'indietro e l'irato
inarcar delle sopracciglia e il violento gestir delle braccia; infine, disse:
— Scusi, non
per offenderla, ma il genio, secondo me, non è un semplice travaso di idee.
Dunque? Ripassi allorchè avrò fondato un asilo non per i genii incompresi,
bensì per quelli troppo compresi.
Il secondo
postulante fu un giovane emaciato e giallognolo, il quale, avendo accomodato
con salse nuove alcuni vecchi temi sentimentali, s'era visto ingiustamente
rifiutato il titolo di grande scrittore. Il nostro ometto lo lasciò discorrere,
contentandosi di esaminare in silenzio l'inturgidimento del collo nella foga
dell'auto-panegirico e lo sbatter delle palpebre e il tingersi in verde delle
guance nell'impeto delle filippiche contro le altrui rinomanze indegnamente
scroccate; infine, disse:
— Scusi, non
per offenderla, ma il genio, secondo me, non è un semplice travaso di bile.
Dunque? Ripassi allorchè avrò fondato un asilo non per i genii incompresi,
bensì per quelli che non comprendono nulla.
Terzo a
presentarglisi fu un individuo irrequieto, il quale, avendo scoperto che, per
fabbricare versi, basta tuffar nell'inchiostro una mosca e poi lasciarla passeggiare
in lungo ed in largo sovra un foglio di carta, s'era visto ingiustamente
rifiutato il titolo di grande poeta. Il nostro ometto lo lasciò discorrere,
contentandosi di sorvegliare in silenzio ì pugni ben chiusi, allungati di
continuo a minacciare un invisibil nemico, e più ancora le visibilissime
chicchere di un servizio da caffè; infine, disse:
— Scusi, non
per offenderla, ma il genio, secondo me, non è un semplice travaso di sangue.
Dunque? Ripassi allorchè avrò fondato un asilo non per i genii incompresi,
bensì per gli incomprensibili.
Tra per il
crepacuore delle disillusioni, tra per altri motivi più intimi, il nostro
ometto morì. E fu solo guardando verso la terra dal seggio, assegnatogli in
paradiso, ch'egli comprese, finalmente, l'inutilità dei propri nobili sforzi.
Infatti, il pianeta che gli avea dati i natali apparve ai suoi occhi come una
grande taverna, dalla quale penzolava, ondulando fra le nubi, l'insegna: Al
genio incompreso.
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