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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO.
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LA BELLA ADDORMENTATA

NEL BOSCO.

 

C'era una volta una ragazza smorfiosa, ma smorfiosa, aiutatemi a dire smorfiosa. Nulla le piaceva, niente le andava a genio. Le presentavano una veste: faceva le boccacce. Le donavano un gioiello: lo buttava in un angolo del cassettone. Le leggevano un romanzo: sbadigliava. Un giorno, capitò da quelle parti un garzone bello come il sole. La ragazza lo accolse con molte cortesie. Furono recati sulla mensa i cibi più fini e fu preparato per l'ospite un appartamento che sembrava una reggia. Il giovane aveva viaggiato molto; e la ragazza non rifiniva dal domandare ora una cosa ora un'altra: si saziava mai d'ascoltarlo, perchè lo sentiva discorrere con una grazia, con un garbo, con certi tòni languidi di voce, che davano il fremito e mettevano in corpo un desiderio matto di baciare quelle labbra di miele. Scesero nei giardini e vi rimasero fino a notte inoltrata. Il giovane, per quanto durò la passeggiata, non fece che parlare e sospirare guardando la luna.

L'indomani, si chiacchierò e si passeggiò di nuovo: ma l'ospite, invece della luna, guardava la ragazza, e sospirava sempre più forte.

La terza sera, andarono a visitare una grotta, nella quale si diceva che abitasse una fata. La ragazza, a un certo punto, ebbe paura e s'avvinghiò al braccio del suo compagno. Costui la rassicurò con le più dolci frasi che per potè mettere insieme, la condusse a sedere sovra un liscio macigno, si collocò ai suoi piedi e cominciò a elogiare i beati tempi in cui Berta filava e le principesse eran custodite da draghi terribili e i cavalieri correvano a liberarle.

— S'io fossi una di quelle principesse, potrei sperare nel vostro soccorso, prode cavaliere?, — chiese ridendo la ragazza.

— Mi ucciderei, se ne dubitaste; — rispose il giovane.

— E che chiedereste in compenso del vostro valido aiuto?, — insistè lei annaspando con una mano nell'ombra e toccando, oh senza volerlo!, la chioma ricciuta dell'ospite.

— La punta delle vostre piccole dita per sfiorarla con un timido bacio.

La ragazza battè un piedino contro terra.

— È vero che i mostri denudavan le principesse per incatenarle alla roccia?, — chiese dopo qualche minuto di raccoglimento.

Ahimè, sì. Ma i cavalieri bennati volgevano altrove lo sguardo per non profanare la purità delle membra femminee.

Dovevan esser ben brutte quelle principesse!, — susurrò la ragazza.

— Oh, eran belle, invece, quasi al pari di voi!

— E s'io fossi stata legata nuda da un mostro e liberata dalle vostre armi, avreste distolti gli occhi, prode cavaliere?

— Mi ucciderei, se ne dubitaste; — rispose il giovane solennemente.

— È tardi, e la grotta è umida; — concluse la ragazza alzandosi.

S'avviarono in silenzio. Il giovane sospirava, e la ragazza soffocava gli sbadigli.

Nei giorni seguenti l'ospite continuò a discorrere, a guardare la padroncina di casa e a sospirare. Ma l'esempio di quest'ultima era divenuto contagioso. Da ogni parte non si vedevano che bocche contorte nello spasimo della noia, non si udivano che soffi di mantici sempre meno repressi. Il giovane tentò di resistere. Ma i servitori gli porgevano le pietanze ciondolando il capo dal sonno e la ragazza non si vedeva più comparire. Aveva un bel chiedere d'esser introdotto alla sua presenza. Gli rispondevano: Dorme.

 

*

 

Un giorno, si vide una carrozza fermarsi nel cortile e un uomo scenderne ridendo sonoramente. Il nuovo venuto era alto e tarchiato e mostrava un volto così gaio e fiorente da destare invidia anche nelle gazze, che si dice siano sempre allegre. La fanciulla lo accolse con piacere e spinse l'affabilità sino a chiedergli notizie della sua preziosa salute. Ci voleva proprio, in quella casa, un po' di baccano! E l'ospite sembrava nato e sputato per trasformare anche un ordine di cenobiti in una combriccola di buontemponi. Nello spazio di poche ore avvenne una metamorfosi strabiliante. In ogni sala si vedeva gente ridere, sbracciarsi, giuocare a salta-cavallo: in cucina, poi, i cuochi ballavano con gli sguatteri; e persino un cane barbone invitò una micia alla danza.

La ragazza sembrava felice; mostrava spesso i bianchi dentini e ordinava che mescessero all'ospite i più prelibati liquori. Ogni giorno l'una e l'altro montavano a cavallo e si recavano a caccia di cervi e di cinghiali. L'uomo era coraggioso; saltava a terra per affrontare gli zannuti avversarii, e non falliva mai il colpo col suo coltellaccio. La ragazza lo ammirava e, vedendo cadere la bestia, batteva le mani per la gioia.

Un pomeriggio, i due compagni di caccia entrarono, per riposare e ripararsi dal solleone, in una capanna isolata. La ragazza era un po' pensierosa. Ma l'ospite la distolse subito dalla meditazione gridando:

— Che modi son codesti? Allegria ci vuole, e non musi!

La ragazza rise.

Toglietemi un dubbio, — disse. — Vi siete mai innamorato?

— Eh, mille volte; ma erano amori alla svelta, di quelli che lasciano il tempo che trovano.

— Ecco, scherzate sempre. Non vi si può rivolgere una domanda sul serio.

— Avete ragione. Picchiatemi, perchè me lo merito.

Scosse il capo, poi soggiunse:

— Le donne sono troppo esigenti. E io voglio bere in pace il mio fiasco di vino e passare il giorno come meglio mi talenti.

— E all'amore cosa concedereste?, — insinuò la ragazza.

— La notte, — rispose lui.

E rise sonoramente. Ma subito sospirò.

Temo d'aver presa una cotta, — disse. — Ho trovata una monella che conosce i gusti degli uomini e sa stare in compagnia, a tavola e in qualunque altro posto. Indovinate chi è.

E la guardò con malizia. Ma la fanciulla troncò il discorso:

— È tardi; e qui dentro fa più caldo che fuori.

Si avviarono in silenzio.

L'ospite, caso strano, sospirava, e la ragazza soffocava gli sbadigli.

Alla lunga, l'allegria stufa. Nei giorni seguenti, il servidorame abbassò grado a grado la voce e moderò i gesti; in cucina, i cuochi si rimisero ai fornelli, gli sguatteri si occuparono dei polli infilzati negli spiedi, e il can barbone fece capire alla micia che certe confidenze sono permesse solo in casi eccezionalissimi.

L'ospite rideva sempre. Ma la padroncina di casa sbadigliava; e tutti, intorno a lei e nelle altre stanze, la imitavano a più non posso. Infine, la ragazza si eclissò e i coppieri cominciarono a sonnecchiare camminando e a versare il vino sulla tovaglia anzichè dentro i calici di cristallo.

L'uomo resistè ancora un poco. Ma alle sue risate rispondeva solo l'eco delle pareti e alle sue insistenze per veder la ragazza si opponeva sempre un categorico: Dorme.

 

*

 

Un mattino, la soglia del palazzo fu varcata da un giovane male in arnese.

— Dove vai?, — gli domandò il portinaio.

— Dove voglio, — rispose quello.

E, cacciato fuori un palmo di lingua, s'arrampicò di corsa su per le scale. In anticamera gli fu ostruito il passo da una vispa servetta.

— Chi cercate, amico?

Cercavo te, — replicò l'intruso.

E, passatole un braccio intorno ai fianchi, scoccò due bacioni sulle guance fresche e pienotte.

Il giovane non era bello, ma possedeva due occhi di fuoco e certi gesti ai quali nessuno avrebbe potuto resistere.

La forosetta rise, gli diede uno schiaffo, ma leggero leggero, e lo lasciò passare.

Le prime sale erano occupate da domestici, che chiacchieravano fra loro, comodamente seduti o distesi sopra divani.

Il giovane li redarguì.

Occupatevi della pulizia, invece di perdere il tempo.

Tutti zittirono e, balzati in piedi, corsero ad afferrare chi una scopa e chi uno strofinaccio. Lavoravano con tanto ardore, che ben presto scomparvero entro nembi di polvere.

Il giovane, proseguendo di stanza in stanza, diede infine del naso contro una vecchia governante.

Ohè! Ohè!, — l'interpellò questa; — perchè correte con tanta furia?

— Non ci badate. È una mia abitudine. Pensate piuttosto ai vostri amorosi, chè, simpatica come siete, dovete averne a dozzine.

La vecchia agitò il collo come un passerotto in mezzo alle fronde.

— Eh, non dico di no, — squittì tra le gengive vuote; — c'è qualcuno, che toccherebbe il cielo col dito, ma....

E voleva aggiungere altro. Ma il giovane se l'era già svignata.

Davanti all'uscio dell'ultima stanza, uno sciame di cameriere si muoveva proprio con un brusìo d'api che attendano il cenno della regina per volar fuori dall'alveare.

Il giovane le chiamò, con un segno misterioso, intorno a .

Sapete?, — disse sottovoce. — La governante s'è portato in camera un paggetto tenero tenero, e ha lasciata la porta socchiusa.

Altro che api! Sembravano rondini, piuttosto: tanto in fretta spiccarono il volo.

Il giovane, rimasto padrone del campo, aprì l'uscio dell'ultima stanza, sollevò i pesanti cortinaggi, entrò e vide coricata in un ampio letto la padroncina di casa, che in quel momento dormiva davvero. Il giovane s'avvicinò in punta di piedi, piegò le ginocchia e incollò le labbra sulla boccuccia un po' dischiusa.

La ragazza, dolcemente destata, credette che il suo sogno continuasse e, guardando le due pupille che la divoravano, mormorò con esile voce:

— Quanto vi siete fatto aspettare!

 

*

 

Da ciò s'impara che una fanciulla, per quanto addormentata, trova sempre, prima o dopo, chi la sappia svegliare.





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