|
NEL BOSCO.
C'era una
volta una ragazza smorfiosa, ma smorfiosa, aiutatemi a dire smorfiosa. Nulla le
piaceva, niente le andava a genio. Le presentavano una veste: faceva le
boccacce. Le donavano un gioiello: lo buttava in un angolo del cassettone. Le
leggevano un romanzo: sbadigliava. Un giorno, capitò da quelle parti un garzone
bello come il sole. La ragazza lo accolse con molte cortesie. Furono recati
sulla mensa i cibi più fini e fu preparato per l'ospite un appartamento che
sembrava una reggia. Il giovane aveva viaggiato molto; e la ragazza non
rifiniva dal domandare ora una cosa ora un'altra: nè si saziava mai
d'ascoltarlo, perchè lo sentiva discorrere con una grazia, con un garbo, con
certi tòni languidi di voce, che davano il fremito e mettevano in corpo un desiderio
matto di baciare quelle labbra di miele. Scesero nei giardini e vi rimasero
fino a notte inoltrata. Il giovane, per quanto durò la passeggiata, non fece
che parlare e sospirare guardando la luna.
L'indomani,
si chiacchierò e si passeggiò di nuovo: ma l'ospite, invece della luna,
guardava la ragazza, e sospirava sempre più forte.
La terza
sera, andarono a visitare una grotta, nella quale si diceva che abitasse una
fata. La ragazza, a un certo punto, ebbe paura e s'avvinghiò al braccio del suo
compagno. Costui la rassicurò con le più dolci frasi che lì per lì potè mettere
insieme, la condusse a sedere sovra un liscio macigno, si collocò ai suoi piedi
e cominciò a elogiare i beati tempi in cui Berta filava e le principesse eran
custodite da draghi terribili e i cavalieri correvano a liberarle.
— S'io fossi
una di quelle principesse, potrei sperare nel vostro soccorso, prode
cavaliere?, — chiese ridendo la ragazza.
— Mi
ucciderei, se ne dubitaste; — rispose il giovane.
— E che
chiedereste in compenso del vostro valido aiuto?, — insistè lei annaspando con
una mano nell'ombra e toccando, oh senza volerlo!, la chioma ricciuta
dell'ospite.
— La punta
delle vostre piccole dita per sfiorarla con un timido bacio.
La ragazza
battè un piedino contro terra.
— È vero che
i mostri denudavan le principesse per incatenarle alla roccia?, — chiese dopo
qualche minuto di raccoglimento.
— Ahimè, sì.
Ma i cavalieri bennati volgevano altrove lo sguardo per non profanare la purità
delle membra femminee.
— Dovevan
esser ben brutte quelle principesse!, — susurrò la ragazza.
— Oh, eran
belle, invece, quasi al pari di voi!
— E s'io
fossi stata legata nuda da un mostro e liberata dalle vostre armi, avreste
distolti gli occhi, prode cavaliere?
— Mi
ucciderei, se ne dubitaste; — rispose il giovane solennemente.
— È tardi, e
la grotta è umida; — concluse la ragazza alzandosi.
S'avviarono
in silenzio. Il giovane sospirava, e la ragazza soffocava gli sbadigli.
Nei giorni
seguenti l'ospite continuò a discorrere, a guardare la padroncina di casa e a
sospirare. Ma l'esempio di quest'ultima era divenuto contagioso. Da ogni parte
non si vedevano che bocche contorte nello spasimo della noia, non si udivano
che soffi di mantici sempre meno repressi. Il giovane tentò di resistere. Ma i
servitori gli porgevano le pietanze ciondolando il capo dal sonno e la ragazza
non si vedeva più comparire. Aveva un bel chiedere d'esser introdotto alla sua
presenza. Gli rispondevano: Dorme.
*
Un giorno, si
vide una carrozza fermarsi nel cortile e un uomo scenderne ridendo sonoramente.
Il nuovo venuto era alto e tarchiato e mostrava un volto così gaio e fiorente
da destare invidia anche nelle gazze, che si dice siano sempre allegre. La
fanciulla lo accolse con piacere e spinse l'affabilità sino a chiedergli
notizie della sua preziosa salute. Ci voleva proprio, in quella casa, un po' di
baccano! E l'ospite sembrava nato e sputato per trasformare anche un ordine di
cenobiti in una combriccola di buontemponi. Nello spazio di poche ore avvenne
una metamorfosi strabiliante. In ogni sala si vedeva gente ridere, sbracciarsi,
giuocare a salta-cavallo: in cucina, poi, i cuochi ballavano con gli sguatteri;
e persino un cane barbone invitò una micia alla danza.
La ragazza
sembrava felice; mostrava spesso i bianchi dentini e ordinava che mescessero
all'ospite i più prelibati liquori. Ogni giorno l'una e l'altro montavano a
cavallo e si recavano a caccia di cervi e di cinghiali. L'uomo era coraggioso;
saltava a terra per affrontare gli zannuti avversarii, e non falliva mai il
colpo col suo coltellaccio. La ragazza lo ammirava e, vedendo cadere la bestia,
batteva le mani per la gioia.
Un
pomeriggio, i due compagni di caccia entrarono, per riposare e ripararsi dal
solleone, in una capanna isolata. La ragazza era un po' pensierosa. Ma l'ospite
la distolse subito dalla meditazione gridando:
— Che modi
son codesti? Allegria ci vuole, e non musi!
La ragazza
rise.
— Toglietemi
un dubbio, — disse. — Vi siete mai innamorato?
— Eh, mille
volte; ma erano amori alla svelta, di quelli che lasciano il tempo che trovano.
— Ecco,
scherzate sempre. Non vi si può rivolgere una domanda sul serio.
— Avete
ragione. Picchiatemi, perchè me lo merito.
Scosse il
capo, poi soggiunse:
— Le donne
sono troppo esigenti. E io voglio bere in pace il mio fiasco di vino e passare
il giorno come meglio mi talenti.
— E all'amore
cosa concedereste?, — insinuò la ragazza.
— La notte, —
rispose lui.
E rise
sonoramente. Ma subito sospirò.
— Temo d'aver
presa una cotta, — disse. — Ho trovata una monella che conosce i gusti degli
uomini e sa stare in compagnia, a tavola e in qualunque altro posto. Indovinate
chi è.
E la guardò
con malizia. Ma la fanciulla troncò il discorso:
— È tardi; e
qui dentro fa più caldo che fuori.
Si avviarono
in silenzio.
L'ospite,
caso strano, sospirava, e la ragazza soffocava gli sbadigli.
Alla lunga,
l'allegria stufa. Nei giorni seguenti, il servidorame abbassò grado a grado la
voce e moderò i gesti; in cucina, i cuochi si rimisero ai fornelli, gli
sguatteri si occuparono dei polli infilzati negli spiedi, e il can barbone fece
capire alla micia che certe confidenze sono permesse solo in casi
eccezionalissimi.
L'ospite
rideva sempre. Ma la padroncina di casa sbadigliava; e tutti, intorno a lei e
nelle altre stanze, la imitavano a più non posso. Infine, la ragazza si eclissò
e i coppieri cominciarono a sonnecchiare camminando e a versare il vino sulla
tovaglia anzichè dentro i calici di cristallo.
L'uomo resistè
ancora un poco. Ma alle sue risate rispondeva solo l'eco delle pareti e alle
sue insistenze per veder la ragazza si opponeva sempre un categorico: Dorme.
*
Un mattino,
la soglia del palazzo fu varcata da un giovane male in arnese.
— Dove vai?,
— gli domandò il portinaio.
— Dove
voglio, — rispose quello.
E, cacciato
fuori un palmo di lingua, s'arrampicò di corsa su per le scale. In anticamera
gli fu ostruito il passo da una vispa servetta.
— Chi
cercate, amico?
— Cercavo te,
— replicò l'intruso.
E, passatole
un braccio intorno ai fianchi, scoccò due bacioni sulle guance fresche e
pienotte.
Il giovane
non era bello, ma possedeva due occhi di fuoco e certi gesti ai quali nessuno
avrebbe potuto resistere.
La forosetta
rise, gli diede uno schiaffo, ma leggero leggero, e lo lasciò passare.
Le prime sale
erano occupate da domestici, che chiacchieravano fra loro, comodamente seduti o
distesi sopra divani.
Il giovane li
redarguì.
— Occupatevi
della pulizia, invece di perdere il tempo.
Tutti
zittirono e, balzati in piedi, corsero ad afferrare chi una scopa e chi uno
strofinaccio. Lavoravano con tanto ardore, che ben presto scomparvero entro
nembi di polvere.
Il giovane,
proseguendo di stanza in stanza, diede infine del naso contro una vecchia
governante.
— Ohè! Ohè!,
— l'interpellò questa; — perchè correte con tanta furia?
— Non ci
badate. È una mia abitudine. Pensate piuttosto ai vostri amorosi, chè,
simpatica come siete, dovete averne a dozzine.
La vecchia
agitò il collo come un passerotto in mezzo alle fronde.
— Eh, non
dico di no, — squittì tra le gengive vuote; — c'è qualcuno, che toccherebbe il
cielo col dito, ma....
E voleva
aggiungere altro. Ma il giovane se l'era già svignata.
Davanti
all'uscio dell'ultima stanza, uno sciame di cameriere si muoveva proprio con un
brusìo d'api che attendano il cenno della regina per volar fuori dall'alveare.
Il giovane le
chiamò, con un segno misterioso, intorno a sè.
— Sapete?, —
disse sottovoce. — La governante s'è portato in camera un paggetto tenero
tenero, e ha lasciata la porta socchiusa.
Altro che
api! Sembravano rondini, piuttosto: tanto in fretta spiccarono il volo.
Il giovane,
rimasto padrone del campo, aprì l'uscio dell'ultima stanza, sollevò i pesanti
cortinaggi, entrò e vide coricata in un ampio letto la padroncina di casa, che
in quel momento dormiva davvero. Il giovane s'avvicinò in punta di piedi, piegò
le ginocchia e incollò le labbra sulla boccuccia un po' dischiusa.
La ragazza,
dolcemente destata, credette che il suo sogno continuasse e, guardando le due
pupille che la divoravano, mormorò con esile voce:
— Quanto vi siete fatto aspettare!
*
Da ciò
s'impara che una fanciulla, per quanto addormentata, trova sempre, prima o
dopo, chi la sappia svegliare.
|