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Pierangelo Baratono
Commenti al libro delle fate

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  • I SUONATORI DELLA CITTÀ DI BREMA.
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I SUONATORI

DELLA CITTÀ DI BREMA.

 

Un poeta, stanco di esercitare in patria la professione del genio incompreso, radunò i pochi indumenti, li chiuse entro un sacco assieme a qualche scartafaccio, e si diede a cercare una terra più ospitale per la sua Musa.

Cammin facendo, vide un giovane che, appoggiato al tronco di un albero, sospirava e piangeva.

— Cos'hai?, — gli chiese.

Il giovane asciugò col rovescio della manica un lagrimone, che gli colava lungo la guancia, e con un fil di voce rispose:

— Non mi riesce più di indurre neanche un cane a sentire la mia musica. Gli uomini si tappan le orecchie e le donne abortiscono come se avesser udito la tromba del giudizio.

— Vieni con me, fratello; — lo incuorò il poeta. — Forse, trovandoci in due, otterremo migliore accoglienza.

Si avviarono, l'uno meditando e l'altro soffiando al pari di un mantice; ma, poco dopo, scorsero un individuo che urlava e si strappava a ciocche i capelli.

— Cos'hai?, — gli chiese il poeta.

— Per tutti i diavoli, — gridò quello in risposta, — la gente di qui non ha proprio il bernoccolo della pittura. I miei quadri provocan nientemeno che l'ilarità. Non son molti giorni, una pancia è scoppiata in un eccesso di risa, e ha proiettato le budella da ogni parte, quasi fossero frammenti di bomba.

— Vieni con noi, amico; — gli suggerì il poeta. — Forse, trovandoci in tre, otterremo migliore accoglienza.

Di buon accordo s'avviarono; ma, sull'ora del vespro, sostarono per osservare un uomo che camminava piegandosi in due e allungando il collo verso il suolo a simiglianza d'una cicogna in caccia di vermi.

— Cos'hai?, — gli chiese il poeta.

— Cerco un grano di giudizio per regalarlo ai miei concittadini, — mugolò quello raddrizzandosi. — Non ce n'è uno, uno solo, fra essi, il quale sia disposto ad ascoltare le mie teorie filosofiche. E guai a me, se non scappavo; perchè avevan già preparata la camicia di forza.

— Vieni con noi, fratello; — lo esortò il poeta. — Forse, trovandoci in tanti, otterremo migliore accoglienza.

Pernottarono tutti e quattro in un'osteria. Ma, prima di coricarsi, il poeta chiamò intorno a sè i compagni, già spogliati fino alla camicia, e, al fioco lume d'una asmatica candeluccia, parlò in questi termini:

— Poichè un'eguale fatalità ci ha raccolti qui insieme, procuriamo di trarne partito e di studiare i mezzi per una rivincita contro un'umanità sorda e cieca. Ognuno di noi è, indubbiamente, un caposcuola. Ma non c'è proprio sugo a esser capi di una scuola senza discepoli.

— Oh, se le donne non si sconciassero così facilmente!, — piagnucolò il musico.

— Oh, se le pance degli uomini non fossero tanto fragili!, — mugghiò il pittore.

— Oh, se non esistessero manicomi!, — sentenziò il filosofo.

La candela diede un guizzo d'agonia.

— Lasciatemi parlare liberamente, fratelli, — proseguì il poeta, — poichè il tempo stringe e il buio non è propizio ai discorsi troppo ponderati. Un rimedio ci sarebbe: e in quattro e quattr'otto ve lo espongo. Compriamo qualche metro di tela da imballaggio, poche assi, e giriamo di città in città, di contrada in contrada. Sovra ogni piazza faremo una sosta, innalzando il nostro baraccone. Io chiamerò la gente, il musico suonerà la gran cassa vestito da saltimbanco, il pittore farà esercizi atletici camuffato da orso e il filosofo si armerà di un astrolabio e d'una vestaglia da mago. Allorchè il pubblico sarà dentro, o di riffe o di raffe dovrà ben aprire gli occhi e le orecchie.

— Ma riderà!, — tentò di obiettare il pittore.

— Si stancherà prima di noi, — ribattè il poeta.

Fu chiamato l'oste, che presenziasse al giuramento solenne di alleanza per la vita e per la morte fra i quattro. Le mani erano ancor tese, allorchè un soffio impetuoso di vento penetrò dalla finestra e sollevò le camicie dei congiurati facendone ondeggiare i lembi a guisa di stendardi trionfali.

— Ecco il segno del destino, — esclamò il poeta: — esso ci impone di dare al nostro cenacolo il nome di Accademia del vento.

— E del fumo; — aggiunse il filosofo turandosi il naso, mentre la fiammella della candela s'annegava in una gora di sego.

 

*

 

In ogni luogo, ove si fermassero, i quattro compagni vedevano il baraccone pieno zeppo di pubblico. Ma sia che il poeta leggesse i suoi versi o il musico suonasse le sue composizioni o il pittore mostrasse i suoi quadri o il filosofo svolgesse le sue elucubrazioni, eran risate, risate da far lacerare le pareti di tela: e di discepoli neanche l'ombra. Alla fine il poeta, radunati di nuovo gli amici intorno a sè, tenne questo discorso:

— Poichè, alla lunga, lo stomaco si stanca di riempirsi sera e mattina con mele crude e pere cotte, patate lesse e pomidori in insalata, soliti ringraziamenti che ci porgon gli spettatori per le nostre fatiche, credo sia opportuno mutar regime di vitto e metodo di propaganda. Le nostre opere sono considerate alla stregua dei futili giuochi dei saltimbanchi? Chiudiamoci, dunque, in un dignitoso riserbo e, anzichè esporre alla critica i frutti del nostro ingegno, offriamo il fior fiore: persuadiamo gli uomini a poco a poco con la teoria, invece di sbalordirli all'improvviso con la pratica.

Il pubblico grosso continuò a ridere. Ma la parte più raffinata di esso, e in special modo i giovinetti usciti di fresco dalle scuole e gli adulti ancora incerti sulla loro strada, si diede quasi involontariamente a riflettere.

Per i caffè, nei salotti, nell'atrio dei teatri e sinanco sulle piazze si formavano gruppi, si discuteva con animazione e talvolta si alzavano i pugni.

I futuri Wagner susurravan fra loro: Sarebbe pur bello infischiarsi degli accordi, beffarsi dei temi, gettare al rogo i trattati di contrappunto e liberamente imitare le selvagge orchestre delle creature primitive, le superbe cacofonie degli Zulù, i frastuoni poderosi dei Pelli-rosse, i tremendi uragani degli strumenti Neo-zelandesi. Questo musico, invero, ci offre una mèta assai facile e nuova con la sua teoria del tamtamismo.

I Rembrandt novellini urlavano: Perchè non dovremmo rinnegare il disegno, sprezzare i chiaro-scuri, tirar la lingua alla prospettiva? Questo pittore dice bene allorchè ci esorta a esaminare gli oggetti a traverso un microscopio. La natura, viva o morta, appare, se la osserviamo nella sua essenza, come una serie di punti rotondi, di cerchi più o meno ampi. La linea retta è un'utopia da marmocchi; soltanto la curva rappresenta la verità. Evviva, dunque, la teoria dello sferismo.

Gli Spinoza in erba sbofonchiavano: Eppure non ha torto questo filosofo nel pensare che soltanto i rifiuti della vita possan rivelarci il grande segreto della morte. Il diamante è un rifiuto al pari dell'ambra, delle secrezioni salivari e della prostituzione. Occupiamoci solo di essi: e forse, penetrando nel mistero dell'universo, avremo motivo di lodarci d'esser stati seguaci della teoria escrementale.

Gli Alighieri in trentaquattresimo singhiozzavano: Benedetto sia mille volte questo poeta, che, insegnando a ritener per inutile, anzi nocivo, lo studio della lingua e della metrica, ci porge il destro di diventare, all'improvviso e con somma facilità, illustri autori. Egli così ammaestra con la sua saggia parola: Siate, scrivendo in prosa, riproduttori imparziali del mondo esterno; non cercate dì vagliarlo attraverso la vostra anima, anzi rifuggite, come da faticosi perditempi, dal lavorare col sentimento e con l'immaginazione; ricordatevi sempre di chiamar pane il pane, senza aggiungere se esso sia fresco o stantìo, poichè ciò costituirebbe un apprezzamento troppo personale: se vorrete, poi, dedicarvi alla poesia, adottate come capisaldi i due primi precetti della prosa, ma rifiutate il terzo; allorchè vedrete un popone, chiamatelo, per esempio, banchiere; se v'imbattete in uno struzzo, donategli l'appellativo di flauto o qualunque altro, che vi salti più presto in mente senza sforzi di fantasia; infine, punto preoccupandovi di piedi e di rime, giocattoli ormai passati di moda ed aspri assai per chi li adopri, attenetevi scrupolosamente alla forma e al periodare prosastico; unica licenza vostra siano i continui da capo, che voi potrete fare a capriccio, or dopo una, or dopo cinque, or dopo venti parole. Oh non mai abbastanza lodato maestro, il tuo sistema che, sfrondando le esteriori immagini da ogni soggettivo pleonasmo, giunge alla verità nuda e cruda, ha ben diritto di pretendere al titolo, da te stesso foggiatogli, di teoria dell'arrivismo.

 

*

 

I quattro compagni, cui faceva ormai codazzo uno stuolo di discepoli, dopo maturo esame, venduto il baraccone a un milionario americano, collezionista di oggetti inutili, decisero di fondare una rassegna. La notizia mise a soqquadro il campo letterario ed artistico. Gli autori, che seguivano altre vie e già si sapevan designati dal pubblico col nomignolo di dissidenti, si riunirono una volta tanto per una comune difesa, e, sciorinati lunghi discorsi e scambiatisi una sufficiente dose di ingiurie, finirono col non concludere nulla. Solo un vecchio novelliere ottenne, con un suo ordine del giorno, che si scegliesse nel seno dell'assemblea il più scaltro e prudente, per affidargli il còmpito di varcare le nemiche trincee e di scandagliare il terreno sotto finta veste di uomo desideroso d'abbonarsi alla nuova rivista.

Mezz'ora appena era trascorsa dalla partenza dell'individuo prescelto per la delicata missione, allorchè questi rientrò, pallido e ansante, nella sala dell'adunanza.

— Compagni, — egli disse con voce rotta dall'affanno, — ogni difesa è inutile, ogni speranza è persa. Siamo fritti!

— Narra! Narra!, — gridarono cento voci.

— Udite e inorridite. Nella prima stanza della redazione stava il filosofo; e mi accolse con queste parole: "Ah, vuoi abbonarti? Non sai che, s'io picchiassi con le nocche delle dita sulla tua testa, la sentirei risuonare al pari di una zucca vuota? Provo una voglia matta di calarti le brache e di sculacciarti come un bambino lattante, chè altro non mi sembri. Ma va, va; passa pure, per questa volta, nel secondo letamaio". Compresi di dover entrare nella stanza seguente, e ubbidii frettoloso. Ivi era il musico, il quale mi disse: "Ah, vuoi abbonarti? Osi offrirmi dei quattrini, rubati in un angolo di strada a un nottambulo ubriaco o guadagnati tenendo ferma la tua sorellina ancora impubere, mentre un vecchio epulone le stava dritto fra le gambe? Non so chi mi tenga dal punirti della tua spudoratezza facendoti morire a furia di solletico ai piedi. Ma mi contenterò, per oggi, di sputarti in un occhio". Eseguì quanto aveva deliberato, poi concluse: "Va, va, sprofóndati nel terzo trombone". Penetrai nella stanza seguente. Era occupata dal pittore, che mi ricevette mugghiando: "Schifoso vermiciattolo, putrida carogna, luridume di latrina da ospedale di colerosi, immondezzaio popolato di mosche, sucido mezzano da trivio, sifilitico gocciolante marcio da mille piaghe, fetido aborto d'una meretrice, come osi chiedere d'abbonarti?". Mi diede un pugno nello stomaco, poi con un calcio mi scaraventò ruzzoloni nella stanza seguente. Allorchè mi fui raddrizzato, scorsi innanzi a me il poeta e gli espressi umilmente il mio desiderio. Senza perdere tempo in discorsi, egli con le mani mi circondò il collo e si mise a torcerlo, a torcerlo, finchè non ebbe visto un palmo di lingua uscir fuori dalla mia bocca. Allora, ritrasse le dita, mi consegnò la scheda d'abbonamento, intascò i denari e, sempre in silenzio, mi accennò la porta. Oh compagni amatissimi, se quella gente tratta in tal modo gli abbonati, cosa farà con gli avversari?

L'assemblea, con commovente accordo, deliberò di sospendere ogni decisione.

 

*

 

Il filosofo continuò a esaminare i rifiuti della natura viva e morta, il musico si dedicò sempre più alla composizione di opere prive d'accordi ma ricche di suoni, il pittore s'occupò a risolvere praticamente il problema opposto alla quadratura del circolo. Ma il poeta, abbandonata la rassegna e gli antichi colleghi, si pose a comporre, in buona lingua, la Storia di un "arrivato".





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