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| Anton Francesco Doni I marmi IntraText CT - Lettura del testo |
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LO STUCCO
Faccino quanto vogliano e scrivino come piace loro e prose e versi, che, a mia scelta, vorrei sempre udir rime. In quelle io ci sento una dolcezza, un'armonia, un certo che di suono, che, ancóra che le non sieno di quelle autentiche e di quelle forbite forbite, io sto ascoltare come un porcellin grattato. Poi che io sono a Fiorenza, penso che avrò la grazia d'udir rime; e la ragione è questa, che Dante compose rime e fu fiorentino, Petrarca rime (e che rime!) e fu fiorentino, e il Boccaccio prose e rime e fu fiorentinissimo; poi, ciò che si vede scritto de' fiorentini (e v'ho posto piú di due volte cura), o sia in lettere di mercatanti o di altra piú alta o bassa gente, io le leggo tutte in versi, se ben le sono in prosa: «Carissimo e dolcissimo fratello, Questa sará per avvisarti come, A dí dieci di giugno, che fu ieri, Si partí tuo fratel per Pisa in fretta E m'impose ch'io ti scrivessi un verso, Avvisandoti che le sue faccende Son succedute come egli voleva; E ti prega che, súbito veduta Questa, ti parta di Mugello, e venghi Ad aver cura di bottega: a Dio. Di Firenze, a dí undici di giugno Nel mille cinquecen cinquantadua. Tutto al servizio vostro, il vostro Bigio». Le son gran cose veramente queste, a scriver versi senza pur pensarci! – Oh e' non son di quegli che sien buoni! – O sien buoni o cattivi, faccin eglino; e' son pur versi, e si vede una vena, di ciaschedun che scrive, naturale. Ho caro d'esser qua, perché so certo che a questi Marmi si soleva talvolta cantare all'improvviso su la lira, e d'ogni sorte rime, che pareva che le piovessin giú da quella cupola. Ma ecco gente: il meglio è che io mi posi, ché son certo ch'i' avrò stasera la grazia d'udir di bello, sí come io desidero.
Visino, Nuto pescatore, il Varlungo calzolaio, Niccolò Martelli e lo Stradino
Visino Ritempera cotesta lira, ch'io son deliberato di fare intendere a Nuto che egli non sa ciò che si pesca, e tanto piú quanto la mia professione è di non far versi; perché noi altri bottegai c'importa piú lo stare a pensare di mantener la famigliuola che al rimare. Nuto. Lascia, di grazia, dir prima al Varlungo quelle stanze d'Orlando che egli ha fatto:
1.
Stradino. Lascia star Fuscello, ché egli è morto; e poi egli è stato mio ragazzo, quando era in Puglia cavalcatore. Varlungo. Fuscello è il ciabattino che mi sta presso a bottega, il piú nuovo zugo del mondo, e ha piacer che sia detto di lui, anzi ogni dí fa cose notabili, se ben sono scelerate, per esser bociato su' Marmi e per le taverne dell'immortalitá. Niccolò. Lasciatelo dir ciò che gli piace; ma io arei avuto caro d'udir d'Orlando. Tu, Nuto, che di' di questa mia opinione? Vuoi tu che egli canti d'Orlando o d'un ciabattino gaglioffo? Suona, di' su, Nuto.
2.
3.
4.
Niccolò. Questa cosa va bene, cosí mi piace; fate de' versi tutti, perché e' pare meglio assai l'uscire adosso all'uno all'altro inaspettatamente.
5.
Stradino. Quella corda m'ha fatto il gran piacere a rompersi, perché non mi piaceva questo tuo suono e manco le rime: voi eri entrati in un pecoreccio e in un lecceto che in tutta notte non ne saresti usciti. E poi, di chi cantavi voi? D'un ciabattino che la sua vita non vale un lupino. Lasciate stare simil genie, ché il meglio de' fatti loro è non ne favellare. Ecci nessun bel sonetto fra voi? Niccolò. Io qui n'ho uno che m'è stato mandato da Vinegia, perché vo adunando rime e ne voglio fare un libro e stamparlo, di diversi, con altre prose nuove e belle. Oh che bel libro voglio io che sia! in brava carta, con margini, in bel carattere, e correggere e ricorregger ben bene, acciò che si vegga un bel libro. Visino. Voi state fresco! Come entrate in cotesto umore? Non vi sará egli ristampato súbito in minor forma, con tanto margine che a pena si potrá legare il libro e tagliare, corretto poi per qualche ignorante, che voi vi dispererete? E saranno le migliara di quegli che si venderanno, perché saranno a miglior mercato; e poi, per uno che voi ne stampiate qui a Firenze, mille ve ne saranno fatti di fuori. Niccolò. Basta che si vegghino la prima volta. Visino. I libri si consumano e si ristampano e vanno poi a benifizio di natura. Niccolò. Adunque non si debbe far nulla? Visino. Far quello che l'uomo può, ma non se la pigliar cosí calda; basta che la passi; e non aver quella passione grande, se egli vi fosse scritto «prencipe» per «principe» o un punto in luogo di còma, o còma in luogo di due punti. Niccolò. A ogni modo, io voglio una sera che noi ci raguniamo qui e la disputiamo di questo scrivere, appuntare e non appuntare. Visino. Non ci son buono a cotesta faccenda; chiamate qualche un altro. Stradino. Non piú ciance; dove è il sonetto? Niccolò. Eccolo, e lo leggo; ed è il sonetto della rabbia:
S'alcun vien morso da rabbiosa fèra, súbito che 'l velen al cor s'invia, teme dell'acqua, ove gli par che sia de la belva crudel la forma vera;
e tanto aborre quella vista altiera, che fugge, ancóra che di ber desia, per la membranza ch'entro al cor gli cria la piaga, onde sanarsi unqua non spera:
pur io, che son da due folgori ardenti d'una fèra gentil percosso a morte, bramo sempre veder quell'alma imago;
né so con altro oggetto far contenti gli occhi miei né sanar per altra sorte la piaga, ché del mal medesmo appago.
Varlungo. Io vorrei qualche cosa in burla. Visino. E' dice il vero. Quando mi volete voi dare il mio capitolo in lode del carnieri? Niccolò. Poi che egli viene a tutti due in lode, son contento di cavarlo fuori: or togliete; e Nuto lo leggerá.
Io mi stava fantastico l'altr'eri, quando mi venne voglia di cantare la traditora usanza de' carnieri, che incominciata s'è tanto ad usare che chi non ha alla mano un carnierino par che non possa al paragone stare: chi l'ha di terzanel, chi d'ermisino, chi di velluto il vuole, chi altrimenti, rompendo il capo tutto dí a Visino; e chi fa alla tedesca i fornimenti, chi gli vuol di straforo per graffiarsi la man, per trarne od oro od arienti. D'altro non s'ode mai tra noi parlarsi che di carnieri in questa foggia e 'n quella, per potersi poi vago altrui mostrarsi; cosí l'antica usanza di scarsella è ritornata a noi per foggia nuova, se 'n altro modo per nome s'appella. Vorria saper che piacer vi si trova, portar un cotal peso ciondolone, che vada in qua ed in lá quando ti muova. Un caval vi portava il cavezzone, un logoro, una lascia, anco tal ora un pollo freddo o qualche salsiccione. Colui che 'l primo fu che 'l messe fuora per usanza a portarlo meritava di stare in gogna almen del giorno un'ora: e' doveva alla bocca aver la bava o gli occhi scerpellin, perch'in tal modo il fazzoletto commodo portava. 'N un vecchio non la biasmo e non la lodo che tal commoditá abbia alla mano senza al benduccio avere a sciorre il nodo, perché tal or penava un pezzo invano a cercar della tasca e bene spesso in cambio d'essa al brachier pon la mano; ma che composizion dicami adesso uno, è l'avere una bandiera in testa, spada e pugnale ed un carniere appresso? Gli è come avere intorno a sé una festa con nappe e frappe e parer un merciaio quando gli avvien ti spogli o che ti vesta. Stu mi dicessi: – Il portar del danaio, torna pur bene – ed io a te rispondo: Qual è piú bel che nel petto del saio? Ch'ogni gran quantitá non molto pondo t'arreca e con la man sempre gli senti, cagion di farti star lieto e giocondo; e puoi andare e stare infra le genti, dormir ben sodo, e mai non dubitare ch'alcun ti tocchi che non ti risenti; dove i carnieri insegnerien rubare, per la commoditá, ad ogni santo, nel vederlo da lato spenzolare. Se portar vuoi una lettera a canto, una scrittura, hai mille modi altrove, senza a' notai volerne tôrre il vanto; se tu t'abbatti a ritrovarti dove sia una tua signora o cittadina, di porviti la man par che le giove, e cosí in tua presenza t'assassina ed in su e' fatti tua fa assegnamento, sentendoti pesar la cotalina. Disse un, vedendo tale abbusamento, che fior d'ingegno avea, seco ridendo: – Quanti sonagli se ne porta il vento! – E cosí, dunque, da ogn'uno essendo questa usanzaccia antica biasimata, di biasimarla solo anch'io intendo; e dico che la piú scomunicata né la piú ladra mai, secca né fresca non fu nei tempi nostri ritrovata; non è da secolar, non è fratesca, se non fosse da voi, padre Giovanni, che la portaste sempre alla tedesca né per volger di cieli o correr d'anni mai non mutaste foggia, e 'l mostra ancóra le vostre usanze antiche di mill'anni: però questo capitol vi mando ora e quant'io posso ve lo raccomando che lo mostriate a tutto 'l popol fuora. E s'io potessi, faria porre un bando, che chi non mostra d'aver il branchieri non possa tal usanza ir seguitando di portar la scarsella o ver carnieri.
Stradino. Piacemi, messer Niccolò, che voi vi siate dato al poeta, perché voi non siate manco valente che nelle prose. Ma ditemi: in ricompensa di tanto onore che voi mi fate, non volete voi che io vi doni una bella canzona nuova nuova di trinca? Niccolò. Non vo' canti, ché io non son musico. Stradino. Io dico parole; e son di quel raro uomo e mirabil ingegno che disse giá all'improviso a papa Lione, che sonava tanto suavemente la viola. Niccolò. Quale? Stradino. Maestro Iacopo de' Servi. Niccolò. Come avete voi fatto ad averla, ché non vuole che le sue cose vadino a processione? Niccolò. A me farete voi un singularissimo piacere e ve ne avrò obligo grandissimo. Stradino. Togliete; eccovela: ed è una delle belle cose che si possin lèggere.
Quando 'l sol parte e l'ombra il mondo copre ne l'alte selve e tra le chiuse mura le loro asprezze piú crudeli e fère scordan, vinti dal sonno, e le lor opre, quando la notte è piú quieta e sicura, mia vaga pastorella e dietro agli orti di Mosso soletta a piè d'un lauro corcasi e m'aspetta. E io, che tanto a me stesso son caro quanto a lei son vicino, o la rimiro o in grembo le soggiorno; né prima dall'ovil torce il camino l'iniqua mia matrigna o 'l padre avaro che annoveran due fiate il gregge il giorno, questa i capretti e quelli quando di mandra il levo e quando il torno, che giunto son a lei veloce e lève ov'ella in grembo lieta mi riceve. Quivi al coll'io, d'ogni altra cura sciolto, sí che la man le scherza in seno ascosa, con l'altra il bel suo fianco palpo e stringo e lei che, alzando dolcemente il vólto, su la mia destra spalla il capo posa bacio negli occhi e 'n la fronte amorosa, e, con parole poi ch'Amor m'inspira, cosí le dico; ella m'ascolta e mira: – Ginevra mia, dolce mio ben, che sola, ov'io sia in poggio o 'n riva, mi stai nel cor, oggi è la quarta state, poi che, ballando al crotalo, alla piva, vincesti il specchio a le nozze di Iola, di che l'Alba ne pianse piú fiate; tu fanciulletta allora eri ed io tal ch'ancóra quasi non sapea gir a la cittate: possa morir or qui, s'a me non sei piú cara che la luce agli occhi miei. – Cosí dich'io. Ella poi tutta lieta – Deh, non t'incresca amar, Selvaggio mio; ché poi ch'in cetra e 'n zampogna sonando vincesti il capro al natal di Dameta, onde Montan di duol quasi morio, pensa qual eri allor, tal era anch'io: tanto caro mi sei che men gradita m'è di te l'alma e la mia propria vita. – Amor, poi che si tace la mia donna, sceso per confermar il dolce affetto, le vola intorno e salta, aprendo l'ali; vago or riluce in la candida gonna, or tra i bei crin, or sovra il casto petto: cui presso ogni altro è vile, n'empie scherzando ignudo e pargoletto; indi tacitamente meco ascolta lei c'ha la lingua in tal note giá sciolta: – Tirsi ed Elpin, pastori audaci e forti e di etá giovanetti, ambi leggiadri e belli senza menda, Tirsi d'armenti, Elpin d'agni e capretti pastor, coi capei biondi ambi e ritorti ed ambi pronti a cantar a vicenda, per farmi a loro amica: ma nullo fia che del suo amor m'incenda; ch'io, Selvaggio, per te cureria poco, non Tirsi o Elpino, ma Narciso e Croco. – – E me – rispond'io – Nisa ancor ritrova e l'Alba e l'una e l'altra mi chiede e prega che di sé mi caglia, giovanette ambe, ogn'una bella e scaltra e non mai stanche di ballar a prova; Nisa, sanguigna, di color agguaglia ma altre arme non fia mai con che m'assaglia Amor né altro legame ond'ei mi stringa, benché tornasse ancor Dafne e Siringa. – Di nuovo Amor scherzando come pria, n'empie e conferma il dolce affetto ardente. Cosí le notti mie lieto dispenso; e pria ch'io faccia da la donna mia partita, veggio al balcon d'oriente e gli augelletti odo suavemente lei salutar ch'al mondo riconduce nel suo bel grembo la novella luce. Canzon, crescendo con questo ginebro mostrerai che non ebbe unqua pastore di me piú lieto o piú felice amore.
Niccolò. Oh che bella canzone! mai sentí meglio! E mi piace, perché l'è scritta bene e senza tante sorte di punti, con còme solamente. Cascar possi la penna di mano a chi non la scrive come la sta qui appunto! Oh che bella canzonetta amorosa! Io ve n'ho un obligo eterno. Varlungo. Ella è certo bella; ma perché ogni bel gioco rincresce, io voglio leggervi un capitolo del mirabile Orsilago, che non è due ore che egli è stato portato da Livorno. A ogni modo la lira non si può adoprare; e cosí or con stanza or con sonetti or con canzoni avremo passato il tempo fastidioso. Nuto. Or leggi, via, e dacci spasso tosto.
sopra il buon esser di Livorno
Monsignor mio, se voi sapeste bene l'affezion ch'io vi porto quanta sia, e con trovar qualche coperta via mi trarreste da l'aer di Livorno, letto di febri e nido di moria. Potrei pur ancor io starvi d'intorno e servir nella corte il signor duca, e non star qui come un bel perdigiorno. Deh, cavatemi fuor di questa buca, di cui m'ha il tanfo in tal modo conquiso che ho fatto proprio un vólto di bezuca; e quel che me da me stesso ha diviso è, monsignor, veder che in questo loco non c'è viso che viso abbia di viso. Per questo mi sto in casa intorno al foco, ora a questo scrivendo ed ora a quello le mie disgrazie e di fortuna il gioco che m'ha condotto in questo Mongibello che manda fuor piú velenoso odore che di cloaca o puzzolente avello. Gli è il vangel quel che io dico, monsignore; e chi qual voi non lo credessi, vegni a starci ed uscirá forsi d'errore. Gli uomin qui si fan verdi, gialli e pregni, e chiaman questo mal la livornese, che guasta i corpi e molto piú gl'ingegni. S'Ippocrate, Avicenna e 'l Pergamese, com'io, fosser qui stati a medicare, arien forsi imparato alle lor spese. Mosè ci fu; ma, quando vidde il mare, fuggissi, come nel Burchiello è scritto, lassandoci una legge singulare; qual è che s'alcun fa qualche delitto, per cui debba a morte esser condennato, qua vuol si mandi per maggior conflitto. Onde ogni ladroncello e scelerato, senza altre forche né tagliar di testa, qua da varie giustizie è confinato. O fiorentini miei, non fate festa d'essere eletti a regger questo perno, perché venite a morte manifesta. Sia di state, d'autunno o sia di verno, nulla val, ché questo aer l'alma invola, come fosse una bolgia dell'inferno. Per tutto ne saprei lèggere in scola; cosí non lo sapessi, ed ogni sciocco m'avessi a dir: tu menti per la gola! So parlar di libeccio e di scilocco, di garbin, di maestro e di molt'anco, che sbalordito, m'han com'uno allocco: tosse, catarri, punte e mal di fianco generan questi, infin che in sepoltura ne va l'infermo e 'l san tosto vien manco. Nel spirar loro (o cosa orrenda e scura!) i' gli ho veduti (e chi 'l crederá mai?) rodere i ferri e consumar le mura. Ma molto peggio fan di questo assai i fossi, i stagni, i putridi pantani, cagion di porne in sempiterni guai: che si veggion per tutti questi piani, e, lor mercè, convien sopra noi fiocchi un vapor che ne amazza come cani. Dipoi vòlti un, se sa, d'intorno gli occhi, ch'or bòtte trova or qualche aspido sordo tra le schiere di grilli e di ranocchi. S'in questo loco a star poco m'accordo, voglio senza giurar che 'l creda ognuno, ché altrimenti arei troppo del balordo: qui son condotto e non ci trovo alcuno ch'abbi segno di fede o di pietate; onde nel petto molto sdegno aduno. Non bisogna pensar con tai brigate ragionar di virtú, ch'è lor nemica piú che non sono ai topi le granate: però non vi curate che io vi dica la lor natura, ché sarebbe certo un per impoverir durar fatica. Qui la bravura sta, qui l'odio aperto, qui con le fraude l'avarizia regna qui le fatiche altrui stan senza merto; qui porta Bacco e Venere l'insegna, qui la bilancia sotto sopra è volta, qui non è cosa di notizia degna: tra questi pruni ho mia virtú sepolta; or, lasso!, i' me ne pento, i' me ne pento, i' me ne pento, il dico un'altra volta. Non vi dico qual sia mio pagamento né quanto, perché spero in la bontade del mio signor che mi può far contento. Piú cose arei da dir, ma non accade, ché 'l tempo passa, ed io d'angoscia mòro, per non trovarmi alla ducal cittade. Per me, s'i' esco d'esto purgatoro, fo vóto d'ire a Roma l'anno santo e farmi dir le messe di Gregoro: del che gli uomini e Dio pregato ho tanto c'ho speranza d'uscirne in tempo corto e d'altrove gioir quanto ho qui pianto. Al duca ho scritto che quattro anni ho scorto la vecchia e nuova tórre e 'l gran fanale, la fortezza, la terra e 'l molo e 'l porto, e che non lassi capitar qui male un che 'l serve di cor, l'alma e l'adora: però, se Dio vi faccia cardinale, pregatel che di quei mi cavi fuora.
Nuto. Queste composizioni, allegre per chi l'ode, mi piacciono, ma per chi le servono non mi garbeggian: l'udire gli affanni di uno per dire la va in rima, sappiate che io non ci trovo troppo piacere. Io odo volentieri l'ottava rima de' romanci e il sonetto; altro tempo mi piacque la canzone e i capitoli. Stradino. E le sestine come ti vanno per fantasia? Nuto.. Sestine in lá: le vogliano arte, invenzione e bravi versi; onde, come uno scapuccia in due languidi, tutta la sestina va in un viluppo. Stradino. Tu me la fai cosí difficile che tu mi fai cascar l'alie: io n'aveva una e pensavo di leggerla; ma, come tu mi hai detto di languidi versi, io credo che, essendo io fiacco, stracco e accasciato quasi tanto che io mi ripiego, che i versi gli sieno alla porta con i sassi a' casi mia. Niccolò. Chi sa? forse che la vostra vena è d'oro: naturalmente gli attempati sogliono colpire piú saldo. Stradino. Cotesto è un latin falso e manca il verbo principale: in una cosa vi sono gli anni, e nell'altra l'ignoranza: pur sia come la si voglia, lègger la voglio. Togliete, messer Niccolò, voi che leggete senza occhiali.
1.
Chi da fortuna ria in fragil legno d'intorno è combattuto in mezzo all'onde, mal puote alzar la travagliata vela, essendo in periglioso ed aspro fine, o l'áncora fermar per alcun tempo, il qual si cangia spesso e muta stato.
2.
Alla mia pace ogn'or ed al mio stato sorge crudel tempesta, e 'l picciol legno si perde infra le nebbie e scuro tempo né contrastar non può né solcar l'onde. O miseria del mondo, o tristo fine, che il mio pensier travaglia e questa vela!
3.
E bench'io aspetti all'affannata vela prospero vento al mio doglioso stato, veggio la vita in periglioso fine, sí travagliato è l'infelice legno, perché l'abbatton giorno e notte l'onde e cresce la fortuna e 'l brutto tempo.
4.
Poi, quando io prego il ciel che mi dia tempo ch'io possi amainar la rotta vela, allora il vento rio mi gonfia l'onde e confonde il pregar in quello stato; cosí riman piú che perduto il legno, per non poter seguire il suo buon fine.
5.
Ed io, che pur desidro andare al fine, comincio a confortarmi in sí mal tempo e tento alleggerir lo stanco legno; ma contrari mi son l'onde e la vela e 'l timon lascio solo in reo stato, tal che la nave se ne portan l'onde.
6.
Se 'l cielo, adunque, non mi ferma l'onde, tardi giunge novella del mio fine. O dell'amara vita, o del mio stato, O Fortuna crudel, che sí per tempo hai smarrito il sentier della mia vela e rotto in mille parti il debil legno!
7.
Signor, che l'onde arresti e guidi il legno, deh porgi al fine un vento alla mia vela e cangia il tristo tempo in buono stato.
Niccolò. Padre Stradino, ancóra che la non abbia quello che si conviene a sí fatta testura, la mi piace, per esser uscita di persona naturale come voi; e vi fo certo ancóra che ci son parecchi dozzine di versificatori che non la pestano cosí bene. Nuto. A me piace ella. Ora mettiam mano a qualche sonetto, e poi ci piglieremo per un gherone. Varlungo. Ecco il mio:
Queste lagrime spargo e questi fiori, signor, all'onorata vostra tomba, poscia che 'n me non è sí chiara tromba ch'ardisca risonar vostri alti onori. Spargeste al mondo sí soavi odori d'eterni frutti ch'ogni stil rimbomba del gran Medico, e quindi qual colomba volaste al ciel, del mortal velo fuori: onde quel successor degno vedete che virtú abbraccia e 'l vizio calca e atterra, mentre l'orme de' vostri passi serba. Giusta cagion ch'ambi beati sète: l'un che 'l ciel gode, l'altro che fa 'n terra frutti maturi ne l'etate acerba.
Nuto. Piacemi veramente, e l'invenzione è bella, a lodare il duca Alessandro in morte e Cosimo in vita. Voi direte poi che 'l Varlungo non ha ingegno! Che di', Visino? Tu dormi? Visino. Sonniferar si dimanda, quando l'uomo tien chiusi gli occhi e ascolta e viene a udire quando una parola e quando un'altra. Io vo' dire, poi che ogn'un dice, anch'io una canzona da ballo, che io mi feci comporre il primo dí di magio, e la cantai in quello che io piantavo il maio all'uscio della mia inamorata. Niccolò. La stava fresca a inamoráti! Visino. Meglio che a voi; or su lasciatemi dire. Niccolò. Di', via, acciò che si dica stasera d'ogni fatta composizione.
Niccolò. La ballata pastorale è stata bella; ma fatto sta se la ti riuscí come il componitor te la dipinse. Visino. Basta, io mi contentai di quello. Ècci egli altri che sfoderi nulla? Chi ha dir, dica, ché la candela è al verde. Nuto. Un madrigal vo' dir io, e poi netto il paese:
l'arco del ciel ne scopre incontro al sole mille vaghi colori in varia foggia di fior vermigli e pallide viole; al mio primo aparir la donna mia, ond'io da me diviso pel tanto variar che in lei scopria, in un punto, non so per qual mia sorte, mille volte cangiai la vita in morte.
Varlungo. Aspettami, Nuto, non fuggir cosí in furia. Stradino. Andatevene tutti, lasciatemi messer Niccolò, ché io voglio che mi censuri un'altra sestina. Visino. Un altro madrigal vo' dir io, che è mia farina, e vi lascio:
da ciascuno occhio mio ogn'or deriva; unir due gran contrarii (o vita umana!) ch'un uom sia fatto fornace e fontana.
Niccolò. Egli è súbito scappato; ché noi gli facevamo confessare chi l'aveva fatto. Stradino. Come vi si farebbe sopra il bizzarro componimento di musica e far con le note combatter quell'acqua e quel fuoco, e poi unire quei due contrarii! Adriano, Cipriano, e il Ruffo8 vorrei che me la spolverizzassino. Oh che bella musica s'udirebbe egli! Niccolò. Padre Stradino, ogni uno spulezza: leggete la vostra sestina e poi ritirianci ancóra noi. Stradino. Togliete, leggetela, e poi ce n'andremo e per la via mi direte il parer vostro.
1.
Dapoi che io venni in questa alpestra valle contraria in tutto alla beata luce, fuggo la gente e 'n solitaria vita mi vivo il piú che io posso in questa morte, che sembra un sospir breve, un vento, un'ombra, di pietra un monte e di sterpi una piaggia.
2.
Non è fèra sí cruda in bosco o piaggia che tollerasse il mal di questa valle, sí come sopporto io al sole, all'ombra, privo d'ogni piacer, privo di luce, bersaglio di fortuna e della morte, che mi tormenta l'anima e la vita.
3.
Oh che fuoco port'io nella mia vita! Fuoco ch'accenderia gelata piaggia, a ogni tronco verde daria morte senza accender favilla di suo luce. O viver infelice, infelice ombra!
4.
Cosí privo di ben mi seggo all'ombra, sprezzando i giorni e gli anni in questa vita, senza speranza mai d'averci luce, sia in monte, in prato, riva, fiume o piaggia; e grido ovunque io sia in questa valle con Ecco che risponde sempre: – Morte. –
5.
Ben ebbi al nascer mio per vita morte e per piacer si spaventevol ombra, piú tenebrosa che caverna in valle: spezzi la Parca il stame di mia vita, dapoi ch'in questa rovinosa piaggia non ci apparisce mai giorno né luce.
6.
Quando avren mai, o alma mia, la luce? quando uscirem di questa lunga morte? e quando passeren questa vil piaggia? questa odiosa insopportabil ombra, viluppo e laccio d'ogni bella vita, e tenebre ed orror di questa valle?
7.
Eterno Dio, ch'a ogni piaggia e valle puoi dar la luce e discacciare ogni ombra, deh, trai la vita mia di questa morte.
Niccolò. L'è sorella di quell'altra, e vi veggio dentro un buon spirito in tutte due: lascieretemele, perché l'andrò limando e assettando in molti luoghi, ché le n'hanno bisogno. Stradino. Pur che, volendole acconciare, non bisogni farsi da capo e rifarle, ogni cosa va bene. Quando vogliamo noi, una sera, ridurci quattro di noi academici Umidi e dir qualche cosa di bello? Niccolò. Quando volete; io sono al vostro servizio. Or andianci con Dio, ché l'ora è tarda.
Alfonso. Girándolino pur quanto che e' vogliano, signor conte, ella è cosí e non lo crediate altrimenti; ché mai impareranno il numero dolce e sonoro e che sodisfacci all'udito come fa il nostro fiorentino, se non abitano la nostra cittá e ci pratichino familiarmente tutti noi; anzi, vi dico piú, che se da piccoli non si fanno, come uno è uomo fatto, la cosa è difficilissima; noi diciamo «egli ha fatto la piega». Conte. Gran cosa che voi siate cosí abondanti di motti e detti che son garbati, i quali hanno un certo buono vivo e del pregno vivacemente, che io mai gli ho potuti accomodare a proposito del mio scrivere, come è stato cotesto del dire «egli ha fatto la piega». Alfonso. Signor conte, non v'affaticate, ché mai, se gli studiaste mille mani, trovereste il loro luogo, se non l'avete da natura; noi ce ne abbiamo le migliaia, come dire: «Le son cose che non si gettano in pretelle; O vedi a che otta suona nona?; Di cotesto désse il convento!; Tu non ci vai di buone gambe; E' sono una coppia e un paio; Io mi spicco mal volentieri da bomba; Forse che la non fa le gite a' mártiri?» e infiniti modi di riprendere, d'amaestrare, da accusare, da difendere, da mordere, da indolcire, da trattenere e da licenziare. E certamente, vi torn'a dire, non vi ci affaticate a imparargli per iscritture o ricorgli un libro, perché voi farete come colui che non sa disegnare e vuol ritrarre una figura, che, ancóra che egli sappia fare spezzatamente occhio, naso, orecchia, piedi, cosce, braccia, petto e reni, quando mette insieme, non sa appiccare i membri né assegnare i propri luoghi ai muscoli; cosí avverrá a voi del nostro motteggiare. Conte. E' gran cosa veramente! Io voglio dirvi dove io ho posto un de' vostri motti: scrivendo a un amico mio e sforzandolo che venisse da me, gli venni a dire cosí: «Vieni senza fallo, acciò che san Chimenti ti facci la grazia». Alfonso. Non v'ho io detto che le membra sono da voi altri male apiccate? Guardate il Macchiavello nella Mandragola se egli lo messe a sesta; ma voi potreste bene apontare i piedi al muro che mai tirereste la cosa appunto. Conte. Insegnatemi come si fa a far bene. Alfonso. Aiutatevi con le mani e con i piedi da voi, ché a me non basta l'animo d'aver tanto buono in mano che io ve lo possi insegnare; o perché io mi diffido, non ci andrei mai di buone gambe con esso voi a simile impresa. Conte. Questa è grande certo, che tuttavia io vi odi garbettare e usare quei modi di dire e non possi imitarvi. Alfonso. Che fa egli a voi questa cosa? non basta che la lingua vostra sodisfacci a tanto quanto fia bisogno al viver vostro, al viaggio di questa vita? non sète voi inteso alla patria? che volete imparare una lingua che sempre vi bisogni, quando parlate, esser comentatore del vostro testo? Conte. Voi mi date la baia: io l'ho caro che voi mi persuadiate a durare poca fatica e non contentare i miei giusti desideri e onorevoli concetti. Alfonso. Se desiderate imparar la nostra lingua, state con esso noi; di cosa nasce cosa e il tempo la governa; forse che v'addestrerete. Alfonso. Questa è la giuggiola: voi ve n'avvedrete; penso di sí. Conte. Perché non fate voi altri fiorentini una regola della lingua e non aver lasciato solcar questo mare di Toscana al Bembo e a tanti altri che hanno fatto regole, ché sono stati molti e molti che ne hanno scritte? Alfonso. Bastava uno che scrivesse bene e non tanti; poi noi altri fiorentini siamo cattive doghe da bótte, perché ci accostiamo mal volentieri a' vostri umori; voi la tirate a vostro modo e noi a nostro la vogliamo. Voi scrivete «prencipe, volgare, fósse» e noi «principe, vulgare» e «fusse»; perché cosí è la nostra pronunzia, a non far quel rumore, benché i nostri contadini l'usino. Brevemente, egli mi pare quasi impossibile a farne regola, da che tante gramatiche si vanno azzuffando attorno; e il nostro favellare e il nostro scriver fiorentino è nella plebe scorretto e senza regola, ma negli academici e in coloro che sanno egli sta ottimamente. Però, se noi facessimo delle regole, che è che è, voi ci piantareste inanzi una scrittura d'un de' nostri e v'atterreste alla vostra regola, alla quale giá con l'uso delle stampe da voi altri approvate ha giá posto il tetto: sí che noi scriveremo a modo nostro e favelleremo e voi con le regole e con i vostri termini vi goderete la vostra pronunzia e le scritture dottissime. Conte. Alla fede, da real cavalieri, che ancor voi sète entrati talvolta nel pecoreccio con quelle vostre ortografie. Alfonso. Noi facciamo a farcene una per uno: voi aveste il Trissino e noi Neri d'Ortelata. Non sapete voi, signor conte, che ogni estremo è vizioso? Conte. Un vocabulario di lingua e d'ortografia non sarebbe cattivo. Alfonso. Gli mancano i libri dotti? La fabrica, Le ricchezze, L'Acarisio, Il Calepino vulgare, e cento altri libri: è ben vero che non sono di noi altri fiorentini. Conte. Voi altri scrivete pure, come ho veduto nei libri «golpe, volpe; corbo, corvo; lione, leone; lionfante, leofante»; e fate senza H «uomo» e tale scrive «vuovo, ovo» e «huovo». Alfonso. Il fatto de' cavagli (per dire a rovescio) non istá nella groppiera: egli c'è chi scrive per dar la baia al mondo, come il Doni, e chi scrive per insegnare, come il Giambullari: altri scrivono per mostrar dottrina, come... non lo vo' dire, perché molti de' dotti ancor loro, per ritrarsi appartatamente, fanno delle cose e le lodano che, vedendole fare ad altri, le biasimerebbano. Il Boccaccio usò molte parole una sola volta o due, come colui che non volle lasciarne perdere una che non fosse fiorentina naturale; ma egli le pose tanto a proposito, e tanto a sesta al suo luogo, che altro luogo che quello non vaglian nulla. Oh che avvertente uomo! Se l'era parola goffa di donna, a donna goffa la pose in bocca e a tempo; se di villano, se di signore, se di plebeo e, brevemente, altri che lui non se ne sa servire che la calzi bene. A me pare che i traduttori de' libri ci dieno il mattone alla lingua, perché, trovando delle cose latine che non le sanno in lingua nostra esprimere, caricano il basto di vocabili, detti, numeri e suon di parole, che poco peggio si potrebbon dire. Noi abbiamo un nostro fiorentino gentiluomo che per ispasso s'è posto a tradurre l'istorie d'importanza e si porta tanto mirabilmente che le paiono scritte nella nostra lingua, e colui che l'ha fatte latine par che l'abbi mal tradotte. Bisogna poi guardarsi che le non dieno in correttori testericci, perché non vanno secondo gli scritti, ma fanno a modo loro: però si trova stampato un libro bene e male e una medesima parola in diversi modi. Alle cose d'Aldo v'è messer Paulo, a quelle del Giolito il Dolce, a quelle d'Erasmo9 il Clario: il Domenichi, signore eccellente, dottissimo in utriusque, attendeva al Morgante dello Scotto e al Boiardo. Vedete ora chi in quei tempi si portava meglio. Conte. Come io torno a Napoli, dove sono per istare un mese, avrò caro d'essere informato d'alcune cose da voi altri signori che le sapete, circa alla lingua; se però vi degnerete insegnarmele. Alfonso. Anzi non fia cosa che io sappia, o alcun fiorentino, che voi non siate per aver da noi in scrittura o in parole come desiderate. Poi che sète per far sí bel viaggio, voi mi porterete alcune lettere ad alcuni litterati e gentiluomini rari e mirabili, e vi fia caro di pigliar loro amicizia. Conte. Intendo che vi sono intelletti divini. Alfonso. Udite: voi troverete lo illustre signor Girolamo Libertino, uomo di grande autoritá, degno e mirabile, che ha un gentilissimo e litterato giovane suo figliuolo, virtuoso e raro, chiamato il signor Ascanio, vescovo d'Avellino. Conte. Gli ho uditi nominare a Vinegia; e si tiene, sí per merito e dignitá del padre come per le naturali virtú che ha in sé che sará un giorno cardinale. Alfonso. Dio facci succeder tosto tanto bene per onore della virtú e utile de' virtuosi! Voi ci troverete ancóra il signor marchese d'Oria illustrissimo, che si può mettere nel numero dello splendor de' cavalieri onorati; e voglio che pigliate amicizia d'un suo giudice, che è mirabile di lettere, di dottrina e di nobiltá, il signor Giovan Paolo Teodoro; veramente voi lo troverete molto eccellente e magnifico. Conte. Se ben mi ricordo, io ho udito da un gentile e cortese messer Marc'Antonio Passero lodare in molte lettere ancóra cotesti signori. Alfonso. Lo credo, perché son signori da farsi amare insin dall'Invidia e onorare dal Biasimo; or pensate se un gentiluomo gli debbe celebrare anch'egli in carte! Voglio che in mio nome facciate riverenza al gran don Ferrante Caracciolo, lume della nobiltá; al marchese Della Terza, il signor Giovan Maria d'Azia, persona famosa, illustrissima e degna. Al signor Ferrante Carrafa scriverò a lungo; questo è un signore da tenerne conto, perché è la cortesia del mondo. E vi darò ancor compagnia, d'andare in lá, d'uno spirito gentile, genovese, chiamato il signor Francesco Bissi, per mia fede molto letterato e di nobile ingegno. Conte. Questa mi sará ben grata, oltre al non esser solo, d'essere accompagnato sí onoratamente. Alfonso. Che buone faccende v'avete voi, se si può dire? Conte. Vo per veder Roma e Napoli a posta, e non per altro; poi, inanzi che sia l'inverno, fo pensiero d'andare in Ungheria dal mio fratello monsignore, che è nunzio del papa al re de' romani, e quivi starmi riposatamente e uscir di questi travagli che ho di qua. Alfonso. Vi dimandava delle faccende di Napoli, perché ho veduto non so che fagotti. Conte. Son tre libri che da Vinegia son mandati ad alcuni signori: uno ne va al conte d'Aversa. Alfonso. Al signor Giovan Vincenzo Belprato debbe andare, uomo reale e splendido! Conte. Un altro al signor Antonio da Feltro e un altro al signor Giovan Antonio Pisano. Alfonso. Tutti son mirabili intelletti e virtuosi gentiluomini. Io sono stato lá un tempo ch'io vi prometto che mai praticai la maggior nobiltá, creanza, gentilezza e cortesia. Conte. La signoria vostra mi dia licenza. Alfonso. Pigliatela al piacer vostro. A me accade d'andare a metter ordine agli academici di fare alcuni ragionamenti a questi Marmi, i quali sieno utili e piacevoli. Conte. Andate, ché io mi raccomando. Alfonso. A rivederci inanzi che vi partiate e a Dio.
Betto Arrighi, Nanni Unghero e Dattero Giudeo
Betto. Ogni persona si vuol contentare di fabricare: volete voi altro che esser certo ciascuno avere il suo umore in capo, da me infuori che l'ho nell'ossa? Se voi mi volete fare il modello a modo mio, fatelo, quando che no, amici come prima. Nanni. Vi pare a voi che egli stia bene non aver finestre su la via dinanzi principale, a pena un occhio per vedere chi è? Poi, quella parte di mezzo giorno, dietro, con sí gran finestroni non mi piace; la state v'entrerá troppo sole. Betto. Le farò serrare, acciò che non v'entri; e ancor, l'invernata, per amor del freddo, vi farò sportegli, invetriate, impannate di fuori; a tutto ci ho riparo. Nanni. E quando le brigate verranno e dirannovi: – Che fabrica pazza è questa! Oh ve' qua cosa non usata! oh ve' lá che foggia! –? Betto. Come io temo cotesto solletico, io son l'oca: ècci palazzo in Firenze che non vi bastassi l'animo d'apporci? Nanni. Molti, anzi tutti. Betto. Né ancor casa che piaccia ad altri che a colui che la fa fare. Se si potesse fare una sperienza, voi rideresti: súbito che una casa è fatta, donarla a uno, che non fosse povero povero, ma di stato mediocre; e che la fosse fatta con tutti i modegli di Filippo di ser Brunellesco, con l'architettura di Bramante e d'Antonio da San Gallo e vi fosse aggiunto il sapere di Michel Agnolo (che non si può andar piú inanzi, chi non va per acqua); voi vedresti che non vi sarebbe stato dentro un mese che fabricherebbe o tanto o quanto, con dire: – Questa finestra non sta ben qui; fammi un uscio qua, e lieva e poni –; se vi dovesse rimutare il truogolo, egli non l'è per tenére a quel modo. Cavane lui, e mettivene un altro: súbito e' ti fará anch'egli distribuirvi sei palate di calcina o tramutare un acquaio, rimurare un uscio; e in breve tempo la casa non avrebbe ricevuto molti petroni che la sarebbe un'altra. Sí che pochi si contentano delle fabriche che trovano. Dopo me, gettinla per terra, che me ne curo poco; pur che io mi contenti vivendo, basta. Nanni. Quelle camerine sí piccole che a pena vi può stare un letto, una tavola e due forzieri, non saranno giá lodate; e poi fare una sala che pare una piazza! Betto. Le camere son fatte per dormire e non per passeggiare o banchettarvi dentro né per ballarvi; però le son d'avanzo. La sala sta ben cosí, perché vi si riduce tutta la casa a un tratto dentro: le donne si stanno a piedi delle finestre, sí per veder lume a lavorare con l'ago le cose sottili e i ricami, sí per potere esser comode a farsi alla finestra; alla tavola in testa si mangia, a quella da lato si gioca; alcuni passeggiano, altri si stanno al fuoco; e cosí v'è luogo per tutti: e, per abbreviarla, io vo' cosí: io spendo e io mi compiaccio. Se poi voi avete paura del dire: – Egli è modello di Nanni Unghero – lasciate stare. Ancóra quando io feci l'orto e che io fabricai una loggia sí lunga e sí larga e vi feci far solamente quattro picciole stanze, una per dormire, una per cucinare, una per tener le cose e l'altra per il cavallo e famiglio, voi la biasimavi: poi mi dite, e tutti lo confermano, che non è il piú bel modo di fabricare né piú necessario. Sotto quella loggia vi sta mezzo Firenze a darsi piacere. Nanni. Non gettate almanco via tanto terreno in fare strade nel giardino sí larghe e sí ben mattonate. Betto. Voi sète piú ostinato che Dattero Giudeo. Che volete che io vadia a spasso per Fiorenza a dar di ceffo in questo e quello? Fuggir asini, scansar cavalli, anasare e calpestar... presso che io no 'l dissi. Se io ho campo, luogo e danari da farlo, perché non debbo contentarmi? Se le non fossero cosí, pochi ci verrebbono, dove ci si riduce ogni bell'intelletto; e la mia diligenza fa che, la state, non v'è polvere né sole e, l'invernata, netta di fango. Nanni. I condotti dell'acque son troppi: che volete voi fare di sí gran polla? La macinerebbe un mulino; basta la mitá di quella fonte e a quell'altre cose, anzi è troppo. Betto. S'io non do del capo nel muro questa volta, ne vo io bene. Voi staresti bene con quell'abate che scrive il Cortigiano, che mai se gli potette dare ad intendere di quella terra, che egli voleva che si facesse una fossa grande per mettervela dentro. Quando piú acqua è tanto è piú bella cosa, massimamente che la non offende nulla, anzi serve; e vorrebbe piú tosto essere altretanta che la mitá manco. Vedete se voi siate al segno! Nanni. Non sará giammai lodata (poi che tutto il restante volete che sia ben fatto) quella montagna alta alta che voi fate fare in mezzo dell'orto; e poi nella cittá! Oh, la fia piú alta che non è la casa due volte, se vi fate lavorare otto dí tanti contadini! Betto. Voi altri vecchi non pescate ne' nostri fondi; voi siate usi a pigliar cazzuole. La piú bella cosa che sará sul fiorentino fia la mia montagna: prima, la dominerá tutti gli edifici e le strade, onde non sará la piú bella veduta; poi, nel caverò un mondo di utile, perché sará piena di frutti e d'uve, e, in cima, un orto di semplici, che fará stupire il mondo. Nanni. Non so piú bella semplicitá che far montagne nel mezzo de' suoi orti! Betto. Andatevi con Dio; di grazia, non mi tormentate piú. Ma ecco Dattero. Io sto fresco questa volta ad averne due a un tratto alle spalle! Se costui se ne va e questo altro resti, caggio della padella nella bracie. Che c'è, messer Dattero, filosofo appetitoso? Nanni. Se voi non siate appetitoso, non vaglia. Betto. Avete voi nulla di nuovo da dirmi? Dattero. Certi sanesi m'hanno scritto che vorrebbon veder la vostra opera chiamata la Gigantomacchia E mi pregano che io vi supplichi a farla lor vedere. Betto. I miei libri, per dirvi il vero, son parenti di quegli del Doni, che prima si leggano che sieno scritti e si stampano inanzi che sien composti. La mia Gigantomacchia non è ancor nata, perché non è il tempo del parto: è ben vero che io son pregno; però la non si può vedere altrimenti. Dattero. Che modo potrei io fare a dir loro qualche cosa? Betto. In aere, ne potrete dir loro assai delle cose. Betto. Scrivete come io ho formati certi giganti tanto grandi e tanto stupendi che, quando e' nascono fuori del corpo della gigantesca, e' son grandi per mille volte, anco due, e forse tremila, come la nostra cupola. Dattero. Ah, ah, che bestial cose dite voi! Betto. Dico delle pazzie che son tante pazze che le son piú belle che la pazzia; perché le son tanto maggior della pazzia quanto la pazzia è maggior un milion di volte che la mia saviezza. Dattero. E poi? Betto. Crescono e combattono: chi piglia la luna per iscudo, chi il sole; altri si scagliano Etena e Mongibello nel capo l'un l'altro; chi sorbisce il mare in una boccata e lo sputa nel viso al suo nimico, con tutti i pesci, le balene, le navi e gli uomini che dentro vi sono; l'altro riparerá quella sorsata d'acqua con una mano e ripiglierá quei navili e quei pescioni sterminati e gne ne ritrarrá nella faccia; vi son poi de' piú piccoli che pigliano con mano un esercito, con cavagli e artellerie, forse di cento mila persone, e tutto mettono nella lor celata e la traggono in alto che la sta sei mesi inanzi che la torni a basso, in modo che vi son poi dentro solamente l'ossa e l'arme. Dattero. Che mangian questi giganti? Betto. Come? quel che mangiano eglino? Hanno un mondo da loro, il quale è fuori del nostro, ed è proporzionato a loro, come questo a noi: e' mangiano delle cose come noi altri, ma son tanto maggiori; come sarebbe a dire che 'l granel del grano fosse come questa cittá e tutto il dominio, un cappone grande come tutta Italia; un porco poi, a comparazione, sarebbe piú che la Magna; un bue, ditelo voi: cosí ciascuno di loro ne mangia poi mezza libra a pasto o una libbra, proprio come faccián noi. Dattero. Gli anici confetti debbono esser come palloni da carnesciale. Betto. Che carnesciale e che palloni! Quegli de' gran giganti son grossi come tutto Firenze. Dattero. Oh che buone pere moscatelle! Betto. Io dico le quaglie, le pernici e i fagiani: oh che stidionate grande! Dattero. Non si debbe trovare sí grande stidioni. Betto. Ben be', io dico che egli v'è ogni cosa a proporzione, insino agli aghi da cucire. Dattero. I moscioni debbono esser come balene; oh che gran bestie debbono esser gli elefanti! Betto. Pensatevelo voi, che fanno i castelli sopra di tavole! Vi stanno dentro poi due giganti, a trarsi di balestra l'uno all'altro. Dattero. Dove, domin, cavate voi sí pazze invenzioni e come potete voi imaginarvele? Betto. Peggio è crederle. Io sto talvolta in una certa materia fissa, che è spezie d'umor malinconico, e formo mondi, e sí grandi, e sí gran cose che io ho paura di loro e mi son tastato il capo dieci volte s'egli era intero o se pure egli era crepato per mezzo. Dattero. Quei sanesi diranno ben che queste cose sien di quelle col manico. Betto. Le piaceranno forse loro. Pensate, se voi gli vedessi poi fabricare un campanile dove ve ne sta sopra, dentro e su per i ballatoi le centinaia! Le son torri, quelle che io fo, che non capirebbono per larghezza in questo mondo né per altezza; le passano i cieli, e pesan tanto che le sfondano questo nostro emispero. Dattero. Debbono aver lunghe miglia, che un di noi non le caminerebbe in un anno. Betto. Se voi vivessi quanto mille uomini e corressi la posta, non andreste un terzo di miglio. Non dite altro, se non che le son sí gran cose le non si possano né dire né scrivere. E qui messer Giovanni Unghero borbotta poi d'una loggia grande, d'una montagniuola, d'una saletta e d'un viottolo! Nanni. Credetti bene che voi avessi de' grilli, ma non tanti. Betto. Un di quei di quel paese, che voi avessi nel capo la coda pure, che coda? una punta di zampa, basterebbe; ma il capo non sarebbe assai, bisognerebbe che fosse almeno almeno per centomila volte, ancor dugento mila, quanto la palla della cupola. Sí che, fatemi questo modello; ché, a petto alle pazzie che io mi sono imaginato, egli fia minor che un vespaio, tutta la mia fabrica, a comparazione di tutto il mondo. Nanni. Io posso farlo sicuramente; ché se cotesto libro si leggerá, fará la scusa lui per me. Betto. Le son pur cose da ridersi del fatto vostro. Ditemi: non è egli una gran differenza fra gli animali senza ragione circa alla grandezza? Nanni. Messer sí, perché il camello è grande e una pulce è piccola. Betto. Un elefante è grande grande e un pidicello è piccolo piccolo. Nanni. Che volete voi inferir per questo? Betto. Non hanno detto i filosofi, che sono stati uomini che sapevano piú di noi, che son piú mondi? Nanni. Dove volete voi riuscire? Betto. Ecco dove io la tiro: potrebbe essere un altro mondo tanto grande che fra gli animali razionali la nostra grandezza fosse come è un moscione e gli altri uomini razionali fossero come giraffe; talmente che la mia imaginazione non è però cosí disorbitante come vi pare. Nanni. S'io sapessi logica, vi risponderei; ma e' mi pare che voi non l'abbiate presa per il verso a far sí gran giganti. Betto. E coloro che hanno scritto de' pigmei, che son uomini piccoli che trecento stanno in un guscio di noce? Eh, messer Nanni, l'uomo ha troppo pazzo cervello! Se voi sapeste le pazze cose che faceva Fallari, voi vi segnereste. Non fu egli una donna chiamata Lamia, ne' tempi antichi, che guastava le donne pregne per mangiare il parto? E quegli uomini salvatichi presso al Mar Maggiore, che parte di loro mangiano le carne crude, parte si devorano l'un l'altro e parte si vendano i figliuoli scambievolmente per fare pasto ne' lor conviti e onorar la tavola con quei figli cotti? Dattero. Io vi lascerò, e per piú agio verrò a vedervi. Betto. Tornate, perché s'è posto ordine di ragionare ogni sera a questi Marmi di diverse materie, e spero che vi piaceranno. Nanni. Ancóra io mi ridurrò a casa, ché io sono sazio d'udir tante pazzie. Betto. Come vi piace: andate, buona notte.
Lo Stracco e Lo Spedato, academici peregrini.
Stracco. Bellissimi ragionamenti sono stati quegli che hanno fatto nella sala del papa gli academici Fiorentini; le risoluzioni mi son piaciute: ma spero di cavar piú utile de' ragionamenti che promesso hanno di fare ai Marmi con i nostri Peregrini. Ho poi inteso de' varii cicalecci de' Marmi, e mi piaccion le bizzarrie che vi si son dette, i versi d'ogni fatta e certi altri umori da cervegli straordinari. Se io avessi da scrivere i concetti posti in campo che ho uditi, non ne verrei mai alla fine. Spedato. Che disputa fu quella di parte e non parte, che coloro dicevan dianzi? Stracco. Si messe in disputa come si dovevano chiamare quegli uomini che si tengano da un amico e pigliano la parte per esso; colui viene ad avere un nimico e loro similmente si trattengano con quell'altro, che è nimico dell'amico, e l'hanno per amico; Chi diceva che l'era doppiezza, chi bontá, chi astuzia, chi arte e chi un andarsene a caso e alcuni volevano che fosse tradimento e tristizia. Ma che? la disputa s'era attaccata fra plebei; ma poi che vi comparí un messer Antonio Landi, gentiluomo reale e di buona intelligenza, uomo molto gentile e molto cortese veramente, e' si quietarono, perché egli fece loro una distinzione, dicendo quasi a un simil modo (io non badai troppo alle parole, perché attendeva a lègger quella tavola in testa alla sala): che si trova di tre sorte uomini: la prima attende a viver del suo; un'altra a guadagnarne; e la terza a consumar quel d'altri. Ciascuna di queste spezie ha due scarpe, cuffie o bande. Coloro che vivano d'intrate attendano oggi a mantenersi chi è lor sopra capo e l'onorano e, brevemente, fanno per lui ogni cosa; se domani viene un altro che signoreggi, e' fanno il simile, perché vogliano godere il loro, e hanno ragione: questo si dimanda portare le scarpe da ogni piedi parimente. Gli altri, che si guadagnano il viver con le lor fatiche, portano due cuffie: quella del giorno, è tenersi amico ogni persona; e quella della notte, è, se un dice ben d'uno, ascoltarlo, se quell'altro dice mal d'un altro, non l'udire e andar dietro al suo lavoro senza curarsi punto punto di ciò che si dice: ecco che si può chiamare, questa seconda muta, un servirsi delle cuffie a quel che le son buone. L'ultima razza, sono i divoratori dell'altrui sustanze, come dire, riportatori di ciancie, novellieri, ruffiani, frappatori, tagliacantoni, bravacci, satelliti, bilingui, buffoni e altra canaglia, che, vincendo uno, si rallegrano, dicendo mal di chi va a di sotto; se quei di sotto vincano, e loro dicon mal di quegli che dicevan bene e bene di chi dicevan male: questo è un aver due bande e mettersi or l'una e or l'altra. Alla fine mi parve che egli dicesse che l'uomo era un cattivo animale (questo non l'affermerei, ma mi parve d'udir dir cosí) e che tanto quanto uno diventa grande e che egli spende e spande, ciascuno gli è amico e d'ogni fatta, ma quando si volta il rovescio, che non ha chi lo guardi e ciascuno si scorda i benifici ricevuti, sia di che fatta si voglia uomo, salvo «iure calculi», disse Scotto. E dette un esempio a quei plebei capace alla loro intelligenza e che calzava appunto. Disse egli: – Voi vedete una bella donna oggi e di quella v'inamorate, e in quello stato fate per essa ogni fatica, ogni spendio e patite ogni disagio: se la muore in quel termine, voi vi volete disperare; se la vive e che la diventi brutta e vecchia, voi gli volgete le spalle, perché non ne traete piú il vostro utile piacevole: e questo non vien da altro che dalla natura nostra, che è varia, diversa, mutabile e corrotta; quello che oggi ti piace, domani ti noia; in un punto spendereste in una frascheria tutto il vostro, che, passato l'ora, non guarderesti quella cosa né la torresti, se la ti fosse donata. – Spedato. Che s'ha egli anco da fare d'una vecchia? Stracco. Aiutarla e donargli qualche cosa, perché è uffizio d'uomo cristiano, e non usare il termine fra le creature che noi usiamo con le bestie: un cavallo, quando non è piú buono a cavalcare, se gli fa tirar la carretta; un levrieri, come è vecchio, mandalo alla ventura; ma cosí non si debbe far d'un uomo né d'una donna. Io ho veduto degli uomini che in gioventú sono stati mirabili serventi e amorevoli a ogni persona, servendo un signore o una casata, alla fine venire in vecchiaia ed esser da tutti abandonati e morire di stento: non son giá opere queste da uomini buoni. Spedato. Il mondo fu sempre cosí, e sarebbe un voler dare un pugno in cielo a far fare altrimenti. Io credo che l'utile facci pigliar parte: tu mi paghi, tu mi doni, tu mi fai servizio; io aspetto ben da te, io ho speranza che tu mi facci ricco: questo è il modo a farsi parziale; e come tu non vedi la cosa che facci per te, volta, e vattene lá a tuo posta. – Oh, io t'ho fatto del bene! – Che rilieva? Tu non me ne puoi far piú. Stracco. Cotesto è un esser Tamburino, dir ben d'un che non merita perché ti dia del suo, e dir male d'un uomo da bene perché non ti dá del suo. Bisogna minutamente considerare se l'uomo è degno della tua cortesia o se da lui viene a esser cortese teco. Se la tua servitú, la virtú o qualche buona opera fatta inverso l'amico ti fa degno di benefizio, è forza che tu confessi se tu l'hai fatto per amore o per utile; se per amore, hai torto a dolerti. Non ti basta che colui si tinga il viso con il vitupèro dell'ingratitudine? Il quale è un vizio de' piú terribili che sieno al mondo e un peccato crudelissimo, che io quasi mi vergogno a dirlo. Se, dall'altro canto, un cortese gentiluomo o discortese signore, ti fa bene per sua gentilezza o per suo umore, capriccio o volontá, quando egli si muta di fantasia, non accade volergli male. Spedato. Questo mi sodisfá; per che non voglio risponder altro per ora. Ma ditemi: che lettere son coteste che v'hanno date? Stracco. Lettere di diverse lingue: una ce n'è scritta in lingua italiana, una in lingua vulgare, una in toscano e l'altra è in lingua fiorentina. Spedato. Oh la fia ben bella, da poi che una lingua si va minuzzando in tanti pezzi! Intendonsi elleno? Spedato. Or, cosí, leggetemene una. Stracco. «Caro fra', magari foste voi venuto al nostro filò, perché vi sareste trattegnuo col galante Zannibattista, persona in fede mirabile e sletterata, dove ne avreste riportato piasí grandement. Ma voi sète a udire quello sbotasciá d'Ambros, che ciascuno che molto l'ascolta gli fa nel suo magone un mal servis. Ir conte, secondo che io aldo, si stava in cariega e sonniferava, come quel signore che mal volentieri ode questi figli; e sacchiati che fa bene, ascoltando tali, a dormirsi. Io per me stetti tutta sera a passeggiare in piassa, madesí, come ebbi pamberato, perché me' li non faceva per me sentare; e piú tosto caccerei la pitta dalla bica che la non la scarvasse e mirare». Spedato. Non me ne lègger piú; oimè! che tu mi fareste venire la morte! o che goffa cosa! Come la mettono eglino in toscano? Stracco. «Fratel carissimo, Dio volesse che tu fossi stato alla nostra veglia; perciò che avresti avuto un diletto non piccolo nell'ascoltare i ragionamenti di Giovan Battista, in veritá persona tanto mirabile quanto letterata. Penso che ben vi siate abbattuto nel contrario, a dar orecchie ad Ambrogio da Milano che fa sí brutto udire ed è non meno lungo che fastidioso in quel suo novellare; e a me, quando gli do udienza, fa egli dolere il corpo; non so quel che si facci agli altri. Il conte, che lo conosce, si mette a sedere e s'adormenta e ha per manco male il dormire che stare intento a ciò che dice Ambrogio sí fattamente. Io lo fuggi' l'altro ieri, e piú tosto, come ebbi fatto una buona colezione, mi stetti a passeggiare in piazza che starmi lá con seco a ragionare sedendo. Egli non è cosa che io non facessi piú volentier che tenergli compagnia, s'io dovessi andare a cacciar la chioccia dal pagliaio e stare a guardare un branco d'oche o di castroni». Spedato. Non dir piú inanzi, ché di quell'altra tu non sei arrivato costí. La non piace al mio gusto questa ancóra: quella in volgare, potresti tu leggerne uno straccio? Stracco. Volentieri, ma ascolta ogni cosa. Spedato. Cotesto sará come Dio vorrá: leggi pure. Stracco. «Avendo inteso, onorato amico, da certo uno che poco dianzi che 'l prencipe vostro fossi inamorato nel volgare idioma, che egli attendeva all'ostentazione particolarmente dell'artifizio della loquela latina, questa petizione che ora io ti voglio dimandare, ancor che la sia cosa menomissima, n'ho grandemente necessitá; perché altresí mi conviene fare un presente al prencipe d'un vocabolario da farlo meravigliare. Io sono stato ritrovante ottimo di molti bei detti ed esquisite parole, come sono: 'Imbrandire una asta, prencipe erudito, è cosa di fortalezza d'animo; il correrla poi con celeritá, è ornamento di fortitudine'. Voi m'interpellerete se mai sono stato veggente queste cose; io, per non mi arrogare a gloria questo caso, ne son per dire simiglievolissimo, per tenère io piú del solerte che...». Spedato. Deh, straccia cotesti scartabegli e attendi ad altro, di grazia; non mi lègger quella fiorentina, ché per la fede mia costoro fanno a chi peggio dice. Stracco. I libri in volgare tradotti, se tu gli leggi, e' son pieni di questi andari; color che scrivano in toscano (o se lo dánno a credere d'aver scritto toscano, perché l'hanno posto sul titol dell'opera) fanno ancor loro una infilzata di belle parole; e il vero favellare buono è sapere per arte quello che sanno per natura i toscani, mi credo io; che una parola, quando la finisce, la s'appicchi con l'altra con facilitá, con armonia e non con asprezza, suono roco e strepitoso. Spedato. Pochi sono che conoschino cotesta differenza. Stracco. Or non piú: se non la vogliono conoscere, sia con Dio: io ho sonno; e sará bene, poi che stasera non si va ai Marmi, perché è piovuto e tuttavia spruzzola, che noi ce n'andiamo a casa. Un'altra volta sará quel che disse il piovano Arlotto a colui che gli dimandava se l'altro giorno sarebbe caldo, in quel dí che nevicava sí forte. Spedato. Andiamo adunque a riposarci.
Alberto Lollio, Bartolomeo Gottifredi e Silvio scultore.
Lollio. Messer Bartolomeo, onde deriva che voi non date al mondo de' vostri dolci e saporiti frutti prodotti dall'intelletto vostro fertilissimo e mirabile? Non vedete voi come il mondo s'è dato oggi tutto alla lingua volgare? come se ne diletta ciascun principe, signore, gentiluomo, e, per dir cosí, ogni plebeo alla fine vuol lèggere? Gottifredi. Voi m'avete dato appunto dove mi duole: che cagione vi ritiene a non seguitar di scrivere con sí onorato stile e sí dotte cose, come avete cominciato di fare? Lollio. Il continuo travaglio delle faccende del mondo, alcune infirmitá che m'hanno offeso grandemente; e poi, le mie cose, pare a me, non son buone né son date in luce per insegnare, ma le fo per non parere ozioso, e non le reputo nulla, come colui che mi conosco né mi voglio attribuire di sapere. Gottifredi. La modestia vostra non direbbe altrimenti: ma voi avete dato al mondo tal saggio della dottrina vostra che egli non accade lodarla, perciò che tutti i peregrini spiriti l'ammirano, conoscendo che sète in tutte le cose gentiluomo mirabile e virtuoso onorato. Lollio. Fia bene metter da canto l'affezione che mi portate e dir che un par vostro, d'animo gentile e cortese, non parlerebbe verso i suoi amici altrimenti. Ma ditemi, vi prego, ciò che vi ritiene che non date alcuna cosa piú alla stampa. Gottifredi. «Il meglio è che io mi taccia – disse il poeta – amando e muoia». Lollio. Voi sapete che colui che è di opere egregie supremo è degno di lode; ma colui che scrive bene le sue lode è degno d'una ottima fama anch'egli. Voi sète uomo per uscire a onore d'ogni difficile, faticosa e virtuosa impresa; potresti con lo stil vostro scrivere istorie, perché ha del grave e del dilettevole; potresti con i bei concetti vostri, esprimendogli in carte, giovare e rallegrare: questo dico perché ho delle prose vostre nel mio scrittoio e delle rime, e in ciascuno stile, in ogni materia di dire, a me e a molti che le cose vostre hanno lette e rilette, sodisfate voi interamente. Gottifredi. Ringrazio molto la vostra cortesia e di coloro che mi lodano; e vi prometto narrarvi la cagione, se prima m'accennate quel che impedisce voi. Silvio. Io, che non ischerzo con la penna, ma talvolta m'azuffo con i vostri libri, dirò la ragione che impedirebbe me, s'io fossi cronichista, poeta, novellatore, scrittore, copista, traduttore o come voi volete ch'io mi chiamassi. Lollio. Questo discorso non mi sará discaro. Silvio. Io che pratico per le case di diversi personaggi e sono ito per il mondo a processione, e son qua in Firenze stato molto tempo, che a dire il vero ci ho imparato assai; e se voi state in questa cittá qualche mese, voi vedrete che qua c'è cervegli astratti, bizzarri, sofistichi, acuti e gagliardissimi per rifrustare una scienza. Solamente questi Marmi farebbono svegliare ogni adormentato intelletto: chi viene una state a starsi qua la sera al fresco, può dire quando si parte: io ho imparato piú ai Marmi di Firenze che s'io fossi stato quattro o sei anni a studio. Egli è ben vero che talvolta i nostri Marmi fanno come tutte l'altre cose che la natura ha ordinate in peso e misura: spesso spesso non ci si dice nulla; alcune volte non c'è ridotti se non d'artigiani; accade ancóra disordini inremediabili, onde si fa piú sere vacazione come negli studi; e talora è l'anno del bisesto, tal che vanno a monte tutti i cicalecci. Gottifredi. Pur che non sia questo anno che noi siamo venuti qua, basta. Silvio. E' non fu mai sí gran moria che non restasse qualche uno: bene udirete di bello, se dimorate ancóra quindici o venti giorni. L'academia disputa e ci sono alcuni Peregrini di Vinegia che vengono dall'academia e apiccano spesso spesso ragionamento con i nostri. Ma lasciamo andare questo per ora: udite la cagione che mi riterrebbe a non dar fuori nulla. Gottifredi. Questa è la giuggiola! Toccatemi cotesto tasto e mi farete ridere, s'imboccate appunto. Silvio. Io voglio lasciar da parte il travaglio dei meccanici scrittori che traducono per cavare della lor pedanteria qualche soldo e son forzati a far le traduzioni a lor dispetto, per forza, se non vogliano morire in una prigione o mendicare il pane con «poeta, quæ pars est?» (dico, se ne sanno tanto però della grammatica che baste), e a tradurre ancóra per parer d'esser vivi, non sapendo di lor fantasia comporre alcuna cosa. Lollio. Il tradurre è cosa buona e utile. Silvio. Vedete se l'è buona, che fanno l'epistole dedicatorie per utile; e io, dato che i cieli m'avessin fatto gran maestro, non avrei dato un pane a un traduttore per tradurre, e a uno che avessi composto opere derivate dalla dottrina sua e dallo ingegno, sí, e bene e buona somma gli avrei donato. Ma questo rappezzar libri e dire: – Io gli ho messa una toppa – o – sbellettato un certo che, accozzato vocaboli, fatto un catalogo di diverse bagaglie rubate da questo autore, e tolto in presto da quell'altro scartabello – alla fé, alla fé che non avrebbono avuto da me un soldo traditore. Gottifredi. E, per dio Bacco, che si sono assai della vostra fantasia oggi, ma meglio di fatti, che non dánno nulla a' traduttori e, peggio, né anche donano ai proprii autori dell'opere; perché alle traduzioni v'è pure una certa scusa di dire: costui non ci ha di suo nulla, il libro è composizione d'altri; costui non ha fatto altro che trascriverlo; costui è goffo, costui è pedante; va alle forche – e simile cose – va, mendica il pane a insegnare grammatica – eccetera. Or seguitate. Silvio. Credo che non sien piccoli i travagli che sopportano i componitori, primamente, né pochi, anzi senza numero; e ne dirò alcuni. Il primo è lambiccarsi la memoria e affaticarsi a scriverla: questa mi pare una fatica intollerabile: chi manca poi d'invenzione, di dottrina e di stile debbe gettar goccioloni dalla testa tanti fatti. Il secondo ramo di tal pazzia, volsi dir fatica, è il risolversi che l'opera sia buona o cattiva; se l'è buona, l'invidia è in piedi. Oh gli stanno freschi gli autori! E' mi par di vedere che in tanto che uno autore scrive, l'invidioso e il biasimatore si sta in ozio; lo scrittor siede e patisce, e il cicalone spasseggia e ha buon tempo in quel mezzo; il virtuoso la notte veglia e studia, e il gaglioffo che tassa dorme come un asino e russa; il poveretto sta digiuno per finire di trascrivere un suo libro tosto, e il manigoldo, che sta sull'appuntar sempre, devora come un lupo e tracanna come un pevera; il litterato, mentre che egli volge le carte de' buoni autori per imparare, e i ghiottoni spensierati si rivoltano nei vizii disonesti. Che vi pare di questa tacca? dice ella mille dal canto grosso? Il terzo dispiacere che mi parrebbe ricevere, s'io componessi, sarebbe il veder condannare i miei scritti, biasimare e tassargli dalla gente ignorante che si pigliano una autoritá badiale sopra di chi scrive, proprio proprio come se fossero un Platone in Grecia o un Cicerone in Roma. Credo bene che un litterato abbi piacere d'esser ammonito, da uno che piú di lui sappia, ripreso e corretto; ma i furfanti che tassano, non fanno e non sanno fare, credo, che dien loro molto nel naso, tanto piú, quando tirano gli scritti a cattivo senso, simile a quello che hanno nel cuore, e l'autore non ebbe mai se non buona mente e perfetta intenzione. Alla quarta vi voglio, ché spesso spesso ho fatto a' capegli per altri, quando mi son trovato in dozzina (oh, la mi cocerebbe questa, s'io fossi maestro di far libri!); ché una tavolata di brigate si son piene a crepacorpo che si toccherebbe il pasto col dito, sí son traboccanti, e dicono: – Dá qua mezza dozzina di quei libracci per passar via questo tempo. – Eccoti i libri; ecco che gli aprono a caso, senza dar principio, regola o ordine, ma cominciano a lèggere a fata: «Furono oppressi dagli spagnoli, perciò che il Liviano aveva mandato...». Gottifredi. Ecco, io tasserei cotestui di quello «oppresso», s'io fossi un di coloro, benché il Boccaccio abbi detto nel principio della prima Giornata «opprimere»; o, per dir meglio, tasso voi che l'avete detto, ché potevi dire in altro modo. Silvio. Questo è un ragionare! Silvio. Tassano alla bella prima: – Questo stile è pien di ciancie; costui magnifica chi gli è amico e tassa chi gli è nimico... – Gottifredi. Fa molto bene a valersi de' suoi ferruzzi. Silvio. – ...Io l'ho per un frappatore; sotto una buona cosa o sotto velame d'una veritá ci mette cento bugie e mille ciancie impertinenti e fuor di proposito. – Oh, questa è la mia passione, questi sono stati i miei dispiaceri, veder dare i colpi agli uomini da bene! – Ma tutto mi passo d'un libro – dicono eglino – salvo che le tante parole superflue. – Lollio. Bisogna vedere se le parole son del principale autore o del traduttore, perché colui che traduce spesso non sa se sia vivo. Silvio. Passiamo inanzi. Un gran travaglio avrei di non sodisfare a chi vuol tradotto parola per parola; e s'io traducessi cosí, avrei quell'altro soprosso di toccarne, per non m'aver disteso dove bisognava e a pena quanto è lungo il lenzuolo. Gottifredi. Circa alle traduzioni, non credo che si possi sodisfare se non a me, perché io mi contento d'ogni cosa. Seguitate a dire di chi compone, perché voi siate su la mia via. Silvio. Sta fresco: so che la gli va a vanga! Prima e' tocca una buona ramatata del dire: – Non è cosa, su questo giornale, che non sia stata detta e ridetta mille volte: questa è contro alla tale; questo non si può dire; questo lo disse il tale; questa cosa è rubata del tal luogo, quest'altra è rivolta per un altro verso; costui farebbe il meglio attendere ad altro, la non è suo professione. – O veramente, stupendo che sappi far tanto, dire: – Qualche uno gli compon l'opere: che sa costui di teologia? dove ha egli studiato mai filosofia, che sappi tanto? Io l'ho praticato molti anni che a pena sapeva diffinire «Cum ego Cato animadverterem». Oh Dio, guarda chi fa stampar libri! – Lollio. Non avresti voi, fra tanti dispiaceri, se voi foste poeta, alcun piacere? Silvio. Il lasciargli gracchiare, per la prima; s'io vedessi poi che ' miei libri fussino lodati da chi è netto di parzialitá, gongolerei; se si vendessero che gli avessin spedizione a contanti, mi rallegrarei molto; e sopra tutte le cose starei di buona voglia, perché con questi mezzi farei crepare i miei nimici. Gottifredi. Se qualche furfante o qualche dottoruzzo ignorantissimo, vedendo che le vostre cose sono approvate per dotte, per buone, per piacevoli, per utili e per dolcissime, si vantasse nell'orecchia di molti: – Io ho messo colui su la via del comporre, io gli ho fatto tutte le cose – e dicesse che voi non sapeste ciò che vi pescate senza lui, che fareste? Silvio. Lo farei rimanere una bestia; perché, separandomi da lui, andrei e comporrei una dozzina d'opere e farei vedere al mondo che la sua eccellenza mente per la gola. Gottifredi. Se egli vi scrivesse qualche invettiva contro per tôrvi l'onore e la fama buona? Silvio. Non può uno infame far simil cosa, perché bisogna prima che ricuopra i suoi vitupèri e poi scuopri quei d'altri; ma negli altri son dubbii e in se stesso sarebbon risoluti, ciò è ch'e' fossi un tristo e un ignorante. Gottifredi. Pure, se la facesse da ghiottone e da traditore? Silvio. Col tempo, messere, farei conoscer con l'opere la sua malignitá, e il tempo medesimo manifesterebbe ancóra le sue ghiottonerie. Io vi voglio dare, disse un nostro vecchio chiamato Salvestro del Berretta, un ricordo, che chi fa invettive contro ad altri, la maggior parte delle volte dipinge se medesimo. Lollio. La mi va, perché d'una ch'io viddi giá stampata e scritta per mano d'un tristo, fatta contro a un giovane da bene, e l'ho ancóra, è tutta convertitasi nell'inventor che la fece. Silvio. Questo sarebbe un di quei piaceri che io avrei, che uno si fregiasse il viso da se medesimo, perché alla fine chi tien simil vie d'esser traditore agli uomini, l'attacca anco a chi sta di sopra; e spesso spesso (poco dinanzi dice egli «sovente» nel suo scrivere) e' sono imbavagliati di giallo e vanno a processione con le torce accese in mano, dando fuoco a' lor libri tradotti, non meno goffi che pazzi. Gottifredi. Cosí va ella bene. Ma favellate voi d'alcun particolare? Silvio. Io favello d'un universale tristo, e non d'un particolare, che oltre il meritar il fuoco, il barar con le carte, far del dado, essere maligno, ignorante e traditore, non crede in Dio: guardate se questi son particolari!10 Lollio. Egli intenderebbe un sordo. Adunque, per concluderla, se voi componeste molte cose, vi farebbon saltare il moscherino. Silvio. Cosí sta. Ma io ho detto insino a ora dell'opere buone: se le s'abbattono a esser cattive, a che siamo? aver durato fatica, sudato, speso il tempo, gettata via la spesa e poi farsi uccellare! Gottifredi. Questo si chiama avere il mal anno e la mala pasqua. Io adunque, per dirvi l'animo mio, per molte delle cagioni che ha detto Silvio, lascio stare di scrivere. Lollio. E io per una sola, perché non mi sia interpretato in cattivo senso i miei buoni pensieri. Ritiriamoci a casa e verremo a udire domani da sera se ci sará nulla di nuovo a' Marmi; ché stasera le brigate hanno avuto paura del tempo.
Il Bizzarro academico peregrino e l 'Ardito.
Bizzarro. Da poi che io mi son fatto uno studio di quanti libri ho potuti avere, quasi quasi ch'io non ho dato la volta al canto. Ma chi non c'impazzerebbe? Oh e' son pur diversi e varii i nostri umori! Dio ve lo dica per me. Credo pur che gli scrittori abbino il gran piacere a vedersi in mano a tutte le persone e dispiacere ancóra: chi ti strapazza, chi ti loda, chi ti biasima, chi t'invidia e chi si forbisce degli scartabelli nostri, per mettermi nel numero anch'io de' guastalarte. Egli è pur ancóra un bel ridersi degli scrittori moderni (non tutti, qualche dozzina), che, assetati di questa fama, s'inalberano nell'immortalitá e urtano nella stampa al primo tratto e si tuffano nel mare delle chimere. Ma, perché son presi i passi, tolti i luoghi, e occupati i sederi, ciò è in tutte le scienze, professioni, materie, capricci, fantasticherie, amori, umori e pazzie è stato imbrattato fogli, e' fanno come colui che, essendo invitato a banchetto, giugne quando egli è sparecchiato; onde va rifrustando e piluccando le cose malmenate da tutti, un boccon di questo e di quell'altro avanzaticcio, e cena, id est s'empie il corpo; se ben non son le cose in quella perfezione, stagionate, calde, condite e per ordine, non gli dá noia, s'attende a saziare il ventre. Pur che questi scrivani trovino de' rimasugli, non dá lor noia nel far l'opere come le si stieno; basta colmare i fogli di parole. Quanti hanno scritto in materia amorosa? Mille millanta; e che non hanno fatto alla fine altro che spilluzzicare un poco di qua e di lá dagli antichi che presero i passi: buon per chi fu il primo, che trovò pastaccio da ficcarsi! Benedetto sia il Doni! almanco i suoi pistolotti inamorativi furon pur nuovo trovato. Che vi pare dell'umor di chi scrive i sogni? non è bella pazzia ancóra il far novelle e favole? far diventare un uomo un asino, e un asino un uomo? far de' sassi similmente donne e uomini? convertire una femina in uccello, un maschio in un barbagianni? Oh che dolori colici debbono aver costoro nello stomaco, a farneticar sí fatte stravaganze! Passerá per savia zucca mai colui che fa favellar cani, lupi, elefanti, scimie, papagalli, moscioni, civette, testuggini e granchi in cambio d'uomini? Dicano di no costoro. Chi fa poi cicalare le mura? Fra' capi rotti bisogna metterlo; altrimenti non s'avrá onore del fatto suo. Come può egli stare questo latino, che uno imbrattalibri si possi convertire, quando compose una comedia, in vecchio, in donna, in putto, in familio, in fante e in buffone a un medesimo tempo? – Oh con l'animo – mi direte – e' vede con l'intelletto. – Son contento: può egli vedere quel che non è e imaginarsi ciò che non fu e non può mai essere? Non, crede il popolo; pure l'uomo s'imagina che le bestie favellino, negozino e sien savie savie come dottori e dottoresse. A questo, si dice che colui che se lo crede è una bestia lui, un pazzo, come sarebbe a dire. Madesí, un pazzo, se giá egli non avesse certi uomini per bestie e avessi fattogli favellare, come crede che sieno, da bestie. Ma quel metter savie cose in bocca loro, che son pazze, a che siamo? Vuol dire il testo che se le bestie sapessin parlare come sanno loro, che le sarebbon meglio assai di loro. Il favellare ancor qui da me solo su questi Marmi e rispondere io a me medesimo di che sa ella questa cosa? La pute di cervel leggieri; pensa se qualche uno mi vedesse quando io sono solo solo nella mia casa e ch'io leggo qualche cosa e rido da me da me! So ben certo che io sarei tenuto pazzo publico, quando mi vedessin secretamente, nel lègger l'opere di questo e di quell'altro ignorante, dirgli villania, dico a quel libro, come se vi fosse l'autor proprio in petto e persona. Quando io trovo uno che ricoglie da questo e da quell'altro autor goffo, io me gli vòlto con un dirgli: – Dappoco! castronaccio! se tu volevi rubare qualche cosa per comporre un libro, perché non manometter buoni autori? – E mi verrá un altro che avrá dato di naso nel buono e avrá rubato tanto goffamente che se n'accorgerebbono i bambini; e qui mi vòlto a costui a dirgli: – Sciocco dissoluto! tu non sarai mai da nulla. – Come rido io, quando mi viene opere di dotti fra l'ugna, che non si credano che altri che loro sappi quelle cose che sono in latino! Io, che sono dotto in vulgare, gli spennacchio di parole da maladetto senno; verbigrazia: – Va, attendi a dar lezione a' putti; va, pratica inanzi con le persone e poi ti metti a far libri; egli non è cosa su questo tuo scartabello che non la sappino insino a' zanaiuoli; arrogante, furfante! – eccetera. Degli «Opus» de' pedanti non ve ne dico nulla. Oh se mi sentissino! Io gli rifrusto pure senza una discrezione al mondo: – Fatevi in qua, ser pedante – dich'io – chi v'ha fatto tal farnetico nel capo, a far gettar via tanta carta a' librari? Perché avete voi impedito il luogo di qualche dotto componimento? Fatevi inanzi, pedanti gaglioffi! – e mi par esser loro attorno – accostatevi tanto che io vi giunga con questo camato. Parv'egli, pedanti ignoranti, che si traduchino i libri a questa foggia? avete voi a rubar sempre da questo e quell'altro autore sí spensieratamente? non sapete voi che Oficina Testoris non è da essere spogliata sí malamente né la Poliantea da voi? chi v'ha insegnato a rifare i libri vecchi e tramutare il nome? Ah, pedanti, pedanti, pedanti furfanti! voi non volete attendere ad altro? – E, dando lor quattro calci nel forame, gli mando alla scuola, promettendo, se non mutan verso, di fargli castrare. Mai mi venne voglia di dir: – Fate da voi o componete un'opera di vostro capo – perché mi sarebbe paruto d'aver gettato via il fiato e il tempo; prima, perché non sanno, l'altra, nessuno non la leggerebbe. Come si dicesse: Opera del tale e del quale – Oh! oh! egli è pedante – madesí, che l'andrebbe alla salsiccia! E' ci vanno quelle che fanno di rimescolamenti e ruberie da' buoni autori latini cavate; pensate voi quel che farebbon le loro stiette, sbucate dalla semplice pedanteria! I rattoppatori degli altrui scritti mi fanno star mutolo un pezzo talvolta; e guarda questo libro e riguarda quest'altro, squadernane uno, squadernane un altro, scorri, considera, rimira e pon ben mente, io son forzato a star cheto e stringermi nelle spalle; e se pure non vo' crepare d'ambastia traggo un sospiro e dico due paroline pian piano: – Oh poveri autori, in che mano siate voi capitati! – Un altro direbbe alla prima, non avendo quella pazienza che ho io: – Canaglia (che vi dovereste vergognare ad assassinare i libri a questa foggia!) che fa qua questa postilla? che allegazioni son queste? perché dichiari tu la sí fatta cosa con questo senso a rovescio? che comentaccio è questo? che allegoria, che fracasso, e che storpiamento ha' tu fatto al povero autore? Va alla mal'ora! Scrivi del tuo e non rattoppare quel d'altri. – E se punto punto l'uomo s'incolerasse, dargli d'una mano sul mostaccio o fargli mangiar tutto quel libro assassinato dalla sua ignoranza. E' mi par udir gente che dichino: – E' dice il vero. – Quei libri che son senza nome dell'autore, o un nome finto, mi dánno il mio resto; e l'ho caro, per non avere a dir nulla de' fatti loro, né in lode né in biasimo. Lo Stucco, academico nostro, come e' trova un libro che non sa di chi egli sia, l'ha per letto. Egli fia bene ch'io non passeggi piú sopra questi Marmi; io ho un pezzo anaspato da me solo come fanno i pazzi, ho ascoltato ancor qualche cosa: io me n'andrò a casa, perché io veggo che costoro son per starci infino a mezza notte. Ardito. Non ti partir, Bizzarro, ch'ancóra io son per venir via; aspettami tanto che io intenda quando questi signori vogliano dar principio alle materie ordinate e avisate, poi vengo. Bizzarro. Ascolta; d'ogni cosa che tu cerchi, ti sodisfarò io; sí che non accade che tu vadia. Dimmi, che fai tu qua? Ardito. Son venuto ad accompagnare un poeta forestiero, che ha portato una soma di motti fiorentini e vuol che qualche academico gne ne snoccioli; ed è venuto apposta per questo, come se gli fosse mancato fiorentini fuor di qua; perché le son cose che ogni minimo di loro le sa benissimo. Bizzarro. Questo è quello che io ho udito dire ai Marmi, che lunedí sera vogliano cominciare a dichiarar non so che di regole di gramatica, di vocaboli, di detti, di motti, di sentenze: sí, sí, io ho compresa la cosa. Ardito. Noi saremo, se Dio vorrá, ancóra noi a questa festa. Bizzarro. Sí, oh egli è forza. Hai tu veduto la listra dell'opere nuove che si stampano ora nell'academia! Oh le son la bizzarra cosa! Ardito. Se le son bizzarre, debbano esser tue. Bizzarro. Non; le sono del Divoto, dell'Elevato, del Viandante, del Pellegrino e del Romeo: questi cinque barbassori hanno dato il lor maggiore; oh le son la dotta, ingegnosa e stupenda cosa! io ti giuro che mai viddi piú mirabil dottrina e invenzione. Ardito. Come l'hanno eglino battezzate? Bizzarro. Io ti dirò: egli v'è nella cittá molte compagnie, e i nostri academici, per mostrare quanto obligo abbino a Dio per avergli amaestrati nella sapienza e per far conoscer l'amore che portano al prossimo, questa quaresima passata son iti a far certe dicerie per quelle scuole, ciò è compagnie, e hanno fatto cinque libri, un per uno, discorrendo tutto quello che si può mai sapere, e ogni cosa sopra il viver dell'uomo, e utilitá del cristiano e non ad altro fine. Tutte le materie che ha risolute la chiesa, non se ne favella, come coloro che piú tempo fa hanno stabilito in loro quello che ha risoluto il sommo pontefice: ma, vedi, le son cose sí belle, sí dotte e sí, ardisco dir cosí, divine, che si può poco poco migliorare. Ardito. E' mi sa male d'essere stato tanto tempo fuori dell'academia; pur il leggerle mi ristorerá. Le saranno adunque cose utili? Bizzarro. Anzi ho per opinione che tutti gli uomini ne vorranno; dico, e l'affermerei con giuramento, che saranno dalla scienza, dal piacer dell'opere tirati a forza ad averne in casa. Ardito. Che titolo dánno eglino a cotesti libri mirabili? Bizzarro. Non sono ancóra fatti i primi fogli, ma io penso che gli chiameranno Elementi dell'anima o veramente La vita peregrina; e se non si risolvono, diranno Le prediche degli academici Peregrini. Ardito. Questo titolo mi piace piú. Ècci egli altro di nuovo da far fuori? Bizzarro. Mancano! Ma per la prima cosa, conoscendo d'esser debitori a chi sa e chi non sa, vogliono a onor di Dio giovare con queste e dilettare. Tu hai letti i Mondi, n'è vero? Ardito. Sí, ho, e pescatovi dentro anch'io. Bizzarro. È vero; non mi ricordava che tu eri nella cittá in quel tempo. Cosí come sta il mondo massimo, cosí vi sono una parte di quelle dicerie: ma io stupisco che l'opere son tanto curiose, attrative e leggiadre che pare impossibile; hanno spirito, ratto di mente e ti astraggono con gran contento dell'animo tuo. Ardito. Ogni ora mi parerá un anno insino che io non le veggo. Ma ecco qua quel poeta freddo: ritiriamoci, perché sarei impianato seco tutta notte; andiamo a cicalare altrove.
Poeta Forestiero, e Gozzo tavernieri
Poeta. La sta cosí come io v'ho detto; per altro, non son venuto in questa terra che per farmi dichiarare un libro che io ho fatto. Gozzo. Credetti che voi fusti venuto per ber trebbiáno, tanto vi piace; voi non vi partite mai da bomba; chi vi vedessi sempre alla mia taverna non direbbe altrimenti, o che voi fussi un colombo di gesso. Poeta. Tu favelli a punto come il mio libro. Gozzo. Ditemi: il vostro libro, come l'avete fatto voi e non l'intendete? Poeta. Scritto, scritto, vo' dire, copiato di qua e di lá. Sa' tu lèggere? Poeta. Oh! tu mi dovresti saper di ciò che egli rilieva in lingua tosca. Gozzo. Non so di linuge o di bocche: fate che io oda cotesta vostra fantasia; forse che io ve ne saprò dichiarare un buon dato. Oh che libraccio grande! egli ve ne debbe esser quelle quattro! Poeta. Pensa tu, egli è piú di tre anni che io non fo altro che scrivere scrivere. Gozzo. E a un bisogno avete fatto come la coda del porco. Poeta. Sempre tu. Di' qualche cosa del mio libro: egli è bene che io te ne squaderni a questo fresco qualche pezzo. Gozzo. «Strambello» si dice a Firenze. Or dite, via. Poeta. «Questa è una gran pestilenza degli scrittori che ciascuno voglia tarare l'altro. Socrate fu ripreso da Platone, Platone pelato da Aristotele, Aristotele d'Averroè, Secilio da Vulpizio, Lelio da Varrone, Ennio da Orazio, Marino da Tolomeo, Seneca da Aulogelio, Tesalo da Galieno, Ermagora da Cicerone, Cicerone da Salustio, Ieronimo da Ruffino, Ruffino da Donato, Donato da Prospero». Gozzo. Il mio trebbiáno, che ve ne pare? Poeta. Che di' tu di trebbiáno? Gozzo. Favello di quel che io m'intendo: cotesto libro non mi canta nell'orecchia. Poeta. Questo è il preambulo; tu udirai tosto il fiorentin poema. Gozzo. Se voi non mutate verso, e' fia bene andare alla volta del rinfrescatoio, ché qua non ci posso badar tanto. Poeta. Ecco la risoluzione. «Il magno Alessandro non avrebbe oggi gran nome, se di lui non scriveva Quinto Curzio. Che sarebbe stato Ulisse, senza Omero? Alcibiade non era nulla, se Senofonte non ci metteva mano; e se Chilon filosofo non fosse stato al mondo, la fama di Ciro non si ricordava; Pirro re de' piroti non poteva passar la banca per uomo da qualcosa, se non s'impacciava del fatto suo Ermicle istoriografo. Tito Livio fece bene a scriver le Deche per amor di Scipione Africano. Che dirò io di Traiano? Che non sarebbe stato nulla, se l'amico suo e famoso Plutarco non ci dava di becco. Che si sarebbe saputo di Cesare, senza Lucano? i dodici Cesari, senza Svetonio? il popolo ebreo, senza Iosefo?». Gozzo. Se non fosse Valdarno, il trebbiáno, che avete bevuto, non sarebbe stato alla mia taverna. Serrate cotesto libro e andiancene, ché ciò che voi dite è gettato via intorno a Gozzo che non sa per lettera. Poeta. Aspetta, ché io voglio entrar nel mezzo, poi che tu non mi vuoi ascoltar nel principio. Gozzo. Non ritornate piú su quei gran maestri alti alti; andatemi come la porcellana, se volete che io intenda. Poeta. Ecco fatto. «Lascia star quella fanciulla che tu vagheggi, perché tu hai preso un sonaglio per un'anguinaia; perché la ti riuscirá alle strette come le mezzine dall'Impruneta e avverratti come a' zufoli di montagna». Gozzo. Seguitate, ché io intendo. Poeta. «Egli quando ebbe scherzato con i bischeri del liuto e toccato s'egli era bene incordato, stiacciò il corpo dello stromento su la coltrice, e l'incassò senza piú impellarlo altrimenti». Gozzo. Ancor questa è da taverna: dite, via. Poeta. «Tutte le manovelle dell'opera non gne ne avrebbon levato da dosso: queste son cose veramente da fare ai sassi per i forni». Gozzo. Ve ne saprei lèggere in catedra di coteste! Ma quei Giuseppi e Pirri e Tisbe non ne so bocciata. Poeta. Insegnami queste che tu sai. Poeta. «Aver possi tu quel piacer della tua cena che ha la bòtta dell'erpice». Gozzo. La non va cosí; e' si dice: «Come disse la Bòtta dell'Erpice: – Senza tornata –». Poeta. Non ne son capace cosí alla prima: come ho finito, le dirò tutte a una a una. Gozzo. Sta bene – come disse Toccio. Poeta. «Fa di starti sempre in franchigia, altrimenti tu saprai a quanti dí vien san Biagio; chi l'ha per mal, si scinga: a ogni modo noi sián per far due fuochi; perché tu ti stai tutto a donzellarti, so che tu sei una donzellina da domasco; a me non darai tu cotesta suzzacchera né apiccherai cotesta nespola. Se tu sei uso a far delle giacchere, a tuo posta: di questa che s'apartiene a me, stúratene gli occhi, ché non se ne fará nulla, perché io non compro vesciche e non voglio per tue baie perder la cupola di veduta. Va, mostra lucciole per lanterne a chi ha i bagliori agli occhi e non mi tenère in ponte, ché, lodato sia Dio, io veggo il pel nell'uovo: se ben la vecchiaia vien con ogni mal mendo, io ho a queste cose, come disse colui, sempre gli occhi a le mani; e chi si vuole ingrognare, ingrogni». Gozzo. Voi vi siate fatto da cattivo lato, a cominciar dal trebbiáno; voi roviglierete tutta la mia taverna, che non ci fia chi non si rida del fatto vostro: la roba viene e va; sí che spendete in questa dolcitudine il piú che voi potete. Voi dovete essere uomo randagio, ferrigno e rubizzo; spendete pure in trebbiáno, ché quei danari non andranno altrimenti alla Grascia: anco il duca murava. Gozzo. Fate che non vadi nulla in capperuccia, e lasciate andar l'acqua alla china; voi sète su' muricciuoli e, da che avete gustato il trebbiáno, voi sète tutto razzimato: or cosí ogni uno aguzzi i suoi ferri. Poeta. Il vino ti fa dar la volta. Gozzo. «Tu se' cotto,» si dice a Firenze; ma io anaspo le parole anch'io a mente come voi l'avete scritte, che una cosa non s'accorda con l'altra. Poeta. Odi ancor queste quattro e poi andremo a trebbianare. Gozzo. A tracannar trebbiáno, direi io. Dite su. Poeta. «Io non vorrei tanti andirivieni né tante schifiltá, né mi piace cotesto lume anacquato, che getta un poco d'albóre; piú tosto vorrei mettere un tallo sul vecchio ed esser Beccopappataci; ché io non vorrei che san Chimenti mi facesse la grazia. E' mi vien voglia di ridere, e ho male, sapendo certo che egli ha da esser una tresca il fatto nostro. S'io mi racconcio la cappellina in capo...». Gozzo. Le cose che voi dite son dette la maggior parte fuor del dovere; ma questa della «cappellina» passa battaglia, arrovescissimo. Finite, di grazia, ché 'l trebbiáno è meglio assai. Poeta. «Tu non sai ancor mezze le messe; sí che guarda dove egli l'aveva! Penso che ci covi sotto qualche cosa, da poi che' paperi menano a ber l'oche: non ti creder d'aver questa pera monda e non andare stiamazzando ghignaceci, ch'io non voglio rimanere in su le secche». Gozzo. Non piú, di grazia, ché voi mi tenete quei a piuolo come un zugo e siate entrato in un leccieto da non ne uscire a bene stasera: al trebbiáno vi voglio, e tutte codeste filatere vi svilupperò; a ben, vi dico, se volete. Poeta. Andianne, ché tu m'hai fracido; con patto che tu m'accompagni all'aloggiamento. Gozzo. Mancheranno i cotti che vi daranno mano. Poeta. Non si può giá poetare, se l'uomo non è un poco caldetto; però si dice «poeta divino». Gozzo. Sta bene, andiamo alla volta sua. Cotesto libro, guardate non lo perdere, ché 'l pizzicagnolo s'adirerebbe.
Fanfera. Io sono andato dietro a quell'uccellaccio tutta sera e alla fine e' m'è riuscito come io mi pensava: un capo di re in opinione, cervel da republica in albagia; pur che non abbi borsa di formica, basta. In un altro paese e' ci nascono, ma qua ci piovano! Io sto in fra due, se io lo debbo andare a trovare lá da Gozzo, perché egli è un peccato a non aiutar diventar pazzo uno che se ne muor di voglia; ancor non sarebbe fuor di proposito fargli stampar quel libro sotto suo nome, a suo spese, per insegnargli comprar l'immortalitá. Ma quanti ce ne sono che pagano acciò che sieno stampati i libri loro? L'è pure una dolce cosa il beccarsi il cervello! Infine io non ci voglio andare, acciò che non mi fossi detto: domenedio fa gli uomini e lor s'accompagnano. Sará meglio ch'io camini per i fatti miei. Lasca. Fanfera, va' tu a Vinegia domattina? Lasca. Io t'ho portato questa listra e t'ho cerco dite due ore – come disse il piovano Arlotto – e con il ricordo che pesa. Fanfera. «Un Furioso in ottavo del Giolito, un di quegli d'Aldo, e un altro di piú vecchia stampa che vi si trovi; un Centonovelle del Giolito in quarto e uno in dodici; un Titolivio del Nardi, l'Arcolano, le Lettere del Tolomei, la Musica di Cipriano, le Sorte del Marcolino, le Medaglie del Doni, quelle antiche con i rovesci; tutte l'opere che si trovano di Giulio Camillo e quelle del Daniello; quelle Lettere prime d'Aldo e le prime dell'Aretino e il primo libro di Rime; i Mondi del Doni e i Pistolotti». Volete voi altro che questi pochi libri? Lasca. Troppi son eglino; bisognerebbe avere un cervellone troppo grande a esser capace, o paziente, a lègger tanti libracci che sono fatti oggi: ogni un vuol far rime, ogni un lettere; ciascun traduce e molti compongano, e che cosaccie! Fanfera. Volete che io tolga altro da parte vostra? Lasca. Se vi fosse qualche cosa nuova di quelle guerre della Magna, portamene, o di quell'academia. Fanfera. Volete voi che io v'insegni un poeta venuto nuovamente in Firenze, ed è un cordovano da tirare e lo potrete ridurre in bottega di Visino a trebbio e a cicalare con Salvestro del Berretta del Gello? Lasca. Io l'ho bene in sul mio libro; la non m'è cosa nuova: come ho tempo da gettar via, andrò a cotesto perdigiornata. Fanfera. Sta bene. Voi non volete altro? Andate sano. In effetto, chi legge, doverebbe avere questa considerazione, che tutti gli autori primamente non riveggano le lor opere, come fanno una gran parte; non le dánno a vedere, ma basta loro averne fatto, come si dice, una bozza. Altri ci sono, secondo che in bottega mia si ragiona, che tal volta fanno un pezzo bene a un pezzo male; e questo avviene che l'opere vaglion piú una che l'altra: il Boccaccio fu autore di molte opere, il Filocolo, la Fiammetta, e le Giornate, ma dal mondo son tenute in piú pregio le Novelle; il Petrarca fece molte opere, e le Rime corrono il privilegio del migliore. Oggi è poi un tempo che bisogna ben ben far bene, chi vuol che i suoi libri si legghino una sola volta. Il tenér poi ancor qualche discrezione in sé è bella cosa, e dire: se il terzo degli scritti d'ogni autore sono approvati, basta: perché non c'è oggi cosa che si possi rettamente giudicare perfetta. Voi ci vedete assai autori per mia fede far miracoli: ben sapete che ci son certi stomacuzzi di lettori frasche che non piace loro se non poche cose, una certa scelta di quei della prima bussola; del resto fanno ceffo a tutti e ancor a quei buoni torcano il naso. Questi de' Marmi hanno disegnato che non si ragioni di diverse materie piú a caso, ma si sono accordati parecchi di loro a trattare d'una cosa per sera. Che cosa le saranno, o dotte o plebee o savie, pazze, novelle o altre ciancie e ragionamenti di poca e assai importanza, in questa seconda parte si vedrá. In tanto io me n'andrò a Vinegia, e, come torno, troverrò mille cose di nuovo.
Il fine della prima parte de ' «Marmi » del Doni
all 'eccellente e magnifico signor Anton de Feltro dedicati.
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8 Nella prima Librari, tra i musici, ilm Doni li registra tutt'e tre: Adriano, Cipriano Rore e Vincenzo Ruffo. [Ed.] 9 Valgrisio. [Ed.] 10 Il Domenichi, come nella seconda Libraria, all'articolo sotto l'anagramma Echinimedo Covidolo, e all'altro sotto Fantino da Ripa. [Ed.] |
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