Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Anton Francesco Doni
I marmi

IntraText CT - Lettura del testo

  • PARTE SECONDA
    • RAGIONAMENTI ARGUTI FATTI AI MARMI DI FIORENZA   Guasparri Faldossi, Francesco Scappella e maestro Mazzeo medico.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

RAGIONAMENTI ARGUTI

FATTI AI MARMI DI FIORENZA

 

Guasparri Faldossi, Francesco Scappella e maestro Mazzeo medico.

 

 

Guasparri. Maestro mio eccellente, se voi mi dite di fatte belle cose, io vi prometto di lasciare il forno e venirvi dietro per udirvi favellare. E' si diceva bene che nella medicina voi valevi molto, ma del dire cose argute o raccontarle d'averle udite dire mai vi fu attribuita tanta lode.

Francesco. Io ve lo avrei saputo dire: maestro Mazzeo sa quel che si può sapere d'ogni cosa.

Mazzeo. Da che io ve ne ho dette di molte delle mie, vo' pur farvene udire alcune altre che non sien delle mie.

Guasparri. E io volentieri ascolterò: e chi vuole infornare pane, inforni; oggi mai io sto bene, e per esser da Orbatello stramano, vo' dar via la casa e la bottega e ritirarmi un poco piú in verso il corpo della cittá. Or seguitate.

Mazzeo. Come io v'ho detto, stetti a Carrara alcuni giorni a far quella cura. Il cavalieri faceva a punto cavare i marmi; e, dopo molte cose dette, io gli dimandai una volta quali erano stati i piú bei marmi che si fossero cavati da Carrara. Egli, che ha il cervello sottile, non attinse a bianchezza o bellezza di pietra, ma disse un'altra cosa: – Io credo che i piú bei marmi che fusser mai cavati da Carrara sien quegli che Michel Agnolo mirabilissimo ha lavorati nella sagrestia di San Lorenzo, e principalmente que' due capitani sopra le sepolture. – Il cavalieri Bandinello, quando disse questo, non passò ad altra intelligenza che alle lodi di Michel Agnolo; e volle dire che, per esser uomo divino, aveva fatto due statue senza paragone e senza menda. Io, che so a quanti vien san Biagio, andai con il cervello piú alto e dissi: – Voi fate bene a dir cosí, perché la casa de' Medici v'ha dato e remunerato; ma Democrito Milesio ve ne vorrá male. – Quando egli m'udí fare questa risposta, stette sopra di sé, e, non intendendo, disse: – Fatemi piú chiaro. – Io gli dissi che, ricercandosi apresso Dionisio qual fosse il miglior metallo che avessero messo in opera gli ateniesi, fece questa risposta Democrito: «Quello che si fondé per far le statue di Armodio e di Aristogitone». – A che fine furon fatte coteste statue? – mi dimandò allora il cavalieri. Io gli dissi come avevano amazzati i tiranni.

Guasparri. Oh bene! Intese il cavalieri?

Mazzeo. Súbito; ma prima dormiva con la fante.

Francesco. State saldi; io vo' veder s'io l'indovino anch'io.

Mazzeo. Ècci buio!

Guasparri. Perché? sarebbe gran fatto? Egli non attende ad altro che a far conti e la sua professione è andarsene a spasso a Rimaggio: n'è vero, Scappella?

Francesco. Piú che vero; però udite. Io avrei inteso che, come quel bronzo fu onorevolmente speso a far le statue di coloro che meritavano, cosí tal marmo fu bene impiegato a farne il magnifico Lorenzo de' Medici e il signor Giuliano; ma non si distese se non quanto era lungo il suo lenzuolopenetrò tanto sotto.

Guasparri. La fu arguta veramente.

Mazzeo. Arguta fu quella di messer Enea della Stufa, essendo degli Otto, che, vedendo un certo tristo che aveva sviato un uomo da bene e l'aveva condotto a rubare e poi l'andava accusare per farlo impiccare, gli disse: – Non ti bastava egli che fusse tuo buon scolare, senza vederlo alzar sopra te, che se' stato suo maestro? –

Francesco. Almanco l'avesse egli fatto pigliare e tutti due gastigati!

Mazzeo. Cosí fece. Ancor quell'altra non fu brutta che disse il potestá di Livorno, quando quei dottori gli andarono a mostrare che egli aveva fatto due espresse pazzie, una nel fare metter non so chi in galea per dieci anni e un altro a vita, dicendogli che ciascuno lo teneva secretamente per pazzo. Ai quali egli rispose: – Di grazia, signor dottori, se mi volete bene, levatemivi dinanzi, acciò che, facendone un'altra, e' non mi tenessin poi pazzo publico. –

Guasparri. Ah, ah, ah, l'ebbe del buono!

Francesco. L'è parente, cotesta, di quella disse il magnifico Lorenzo a colui che gli venne a dire: – Dice messer tale che voi avete fatte due stoltizie; la tale e la tale. – Egli rispose: – E' ne fará ben tante, egli, che mi fará tener savio. –

Guasparri. Io credo che tutte le cose che si fanno o le arguzie che si dicono, sien dette altre volte e fatte.

Mazzeo. , ma diversamente. Credo bene che se noi vivessimo assai, che noi ritroveremmo di molti medesimi casi accadere, accaduti altre volte. E io ne dirò uno: per l'assedio della nostra cittá, non si fuggí egli un soldato del campo di fuori? e' venne a trovar Malatesta dentro, con mostrarsi affezionato alla republica, e disse: – Per migliore spediente, io ho lasciato il cavallo. – Allora gli rispose súbito un fiorentino: – Tu hai saputo meglio accomodare il cavallo che te. –

Francesco. O sono eglino stati piú assedii, che questo caso sia intervenuto altre volte?

Mazzeo. Non questo, ma uno simile quasi quasi a punto. Fuggendo uno dall'esercito di Cesare, se n'andò in quel di Pompeo, se bene ho memoria, e disse che per la fretta aveva lasciato il suo cavallo: Cicerone, quando udí costui e seppe il caso, rispose súbito: – Tu hai del cavallo fatta miglior deliberazione che di te medesimo. –

Guasparri. Piacemi d'udir simil cose equali.

Francesco. Non si legge egli d'un certo re che tolse quel terribil uomo appresso di e gli dava un gran prezzo il giorno acciò che la notte egli amazzasse alcuni, e, avendone morti parecchi, il re gli disse: – Non fare altro, insino che io non te lo dico; – e cosí stette molti giorni che non si seppe risolvere? Un egli chiamò questo bravo e gli disse: – Per ora non voglio piú omicidi; – e gli diede il suo pagamento. Ma nel contargli i dinari disse: – E' non è stato fatto omicidio che non mi costi mille ducati, pochi n'hai fatti. – E' mi sa male, – rispose il bravo, – che non ti venghino manco d'un ducato l'uno, si ho caro di far quest'arte. –

Mazzeo. Ancor voi v'addestrereste a dir qualcosa.

Guasparri. Il caso di Modon Valdesi con la sua donna fu simile a cotesto, che, essendo andata a marito e avendo fatto una infinitá di veste alla moglie, Modone gli disse, quando l'ebbe dimenticata: – So che non è notte che non mi costi una veste insino a ora. – Ella, che gli venne compassione di lui, gli rispose: – Caro marito, noi possiamo andare quattro o sei ore del giorno nel letto ancóra, se ti pare, e verrai a rinfrancarti una gran parte di cotesta spesa. –

Francesco. Chi ne sapesse assai di queste novelle, sarebbe bella cosa.

Mazzeo. I moderni studiano gli antichi, acciò che voi sappiate, e hanno le cose loro sempre in memoria, e, quando accade una cosa a proposito di quello che sanno, non mancano di dire di quelle cose dette; come avvenne a Salvestro del Berretta, che, sentendo i ladri in casa, disse loro: – Frategli, voi perdete tempo a cercare di tôrre della roba di casa mia e siate mal pratichi, conciosia cosa che io, che ci nacqui, di giorno non ci saprei trovar cosa alcuna; pensate quel che farete di notte voi che non ci sète usi! – E questo medesimo motto disse un filosofo antico medesimamente.

Guasparri. Non fu bel quello che disse Grifon buffone, quando il principe gli disse: – Cavallo; – ed egli rispose: – E' non mi si conviene altro nome né altri in corte lo merita –?

Mazzeo. Non fu nessuno che intendesse?

Guasparri. Nessuno.

Mazzeo. Io, c'ho l'istorie a mente, avrei súbito attinta la cosa; perché Carneade diceva che i figliuoli de' principi eran forzati a saper cavalcare, perciò che il cavallo non è adulatore; cosí getta egli a terra un famiglio, come il signore. Grifone tirò in buona parte il detto del suo signore, come colui che, essendo buffone, aveva autoritá di dir qualche cosa piú degli altri.

Francesco. La moglie di Tamburino Cozzone ne disse una bella, quando la si trovò a trebbio con certe altre donne maritate di pochi mesi.

Guasparri. Sará ben che tu la dica.

Mazzeo. Io veggo levata una certa baia stasera, che noi staremo poco a questi Marmi.

Francesco. Fia bene menar la lingua, acciò che la sia finita a tempo. Le raccontavano le loro cirimonie di monna Schifailpoco, quando le dormivano con i lor mariti, perché una diceva: – Io non voleva che mi toccasse – quell'altra: – Io mi nascosi sotto il lenzuol di sotto – chi diceva: – M'annodai la camicia bene bene – e la moglie di Tamburino disse: – Tanto avesse egli fatto quanto io l'avrei lasciato fare! –

Guasparri. Guardatevi, guardatevi, ché traggon de' sassi da un capo all'altro de' Marmi.

Francesco. Sará ben nettarsi.

Mazzeo. Pigliánci per un gherone: mai si può dir cosa buona; ogni sera c'è qualche baione che ci il mattone! Un'altra sera diremo il resto.

 

 

Giorgio Calzolaio, Michel Panichi, e Neri Paganelli

 

 

Giorgio. Bástavi, che il nostro padre ha fatto una bella prèdica e io l'ho tenuta quasi tutta a mente; e se non fosse stato certi cicaloni che m'eran dietro, la saprei ridir tutta a parola per parola.

Neri. Guardate a non dir bugie.

Giorgio. Dio me ne guardi!

Michele. Non è gran fatto che un par vostro tenga a mente una prèdica, perché voi sapete a mente tutto fra Girolamo.

Giorgio. La memoria, messer Michele carissimo, non mi serve piú, da che mi fu tolto il bastone del padre divoto che io teneva con tanta divozione; io m'ho avuto a dicervellare, perché mi pare d'aver perduta mezza la vita. Oimè! che consolazione aveva io quando lo pigliavo in mano e lo consideravo bene bene, dicendo: – Questo è quel bastone dove il padre s'appoggiava quando andava a spasso; questo lo sosteneva per il viaggio quando ragionava delle cose della santa fede; egli è pure il bastone con il quale egli batté quel cattivo uomo e lo fece diventare buono. – E ora io ne son privo; pensate che ancóra ne piango!

Neri. Maestro Giorgio, egli v'è stato tolto per salute dell'anima vostra, perché voi avevi piú fede in quel bastone che nelle cose alte: ma lasciate ire queste novelle che non son da ragionare senza fastidio; diteci la prèdica.

Michele. I Marmi non son luoghi da prediche.

Neri. Quella parte solamente dite adunque che fa per i Marmi.

Giorgio. Ve ne dirò un pezzo che vi diletterá, perché la fia tutta tutta storie.

Michele. Piacerá, se le sono di quelle vere e approvate.

Giorgio. S'io non erro, d'un certo che..., del resto dirò la cosa fidelmente, che fu mirabile.

Neri. Non penso che narriate cosa buona.

Giorgio. Egli messe a campo certi gastighi grandi venuti sopra gli uomini e tutti gli cavò dalle storie.

Neri. Saranno cose masticate mille volte; non ne dite altro, ma rispondetemi a certe minute che io intendo dimandarvi. Èvvi rimasto altro che voi tenghiate caro del fatto suo?

Giorgio. Le sue uose (e per disgrazia mi rimasero!), ch'io l'ho tanto care che voi non lo potresti credere.

Neri. Altro?

Giorgio. Un cappel di paglia.

Neri. Altro?

Giorgio. Un paio di forbicine da mozzarsi l'ugna.

Neri. Altro?

Giorgio. Una pianella vecchia, un cintol da le calze, due stringhe spuntate, una berrettina di saia, una guaina del suo coltello; or be' una lucernina di latta, tre pallottole da trar con il saeppolo, perché traeva bene di balestro per ricriazione; rimasemi una sportellina che mi mandò con una insalata, un gomitol di refe bianco, un ago, tre magliette, un ganghero, la tondatura d'un suo mantello, una soletta di calza consumata, una ciotola di terra, un fiaschettino di vetrice; rimasemi ancóra un piattello con il segno d'un S. M. che io l'ho pur caro; un mezzo pettine, un pezzo di corona di sicomoro, la fibbia d'una correggia, un garantino vecchio, e cento altre zacchere che io non mi ricordo.

Neri. Pensatevi!

Michele. Piú tosto non le volete dire.

Giorgio. Eh, eh!

Michele. Voi ridete?

Neri. Ride certo, perché voi l'avete indovinata; ma inanzi che voi diciate il resto, e' pare a me ciò che voi avete redato non vaglia due bianchi: che non le gettate voi via coteste cose?

Giorgio. Oh che Dio ve 'l perdoni! le non si tengano per la valuta.

Neri. Dite i ducati che vi dette, che furon parecchi sacchetti. Voi ghignate? Tanti n'avessi chi non ha, come e' furon parecchi migliaia! E per questo ne fate tante sugumere del fatto suo; e credo che in questo caso voi andiate sagacemente fingendo di tenére conto d'una mezza soletta, d'una correggia, d'uno sprone.

Giorgio. Che sprone! Non ho sproni; egli non cavalcava.

Neri. Questo è modo di dire; i ducati, diascolo!, sono quegli che vi fanno torcere il collo, e l'utile che di mano in mano cavate di tante paia di scarpettoni che voi spedite l'anno.

Giorgio. Cosí va ella bene la prèdica: io mi credetti darvi un poco di consolazione e voi date a me assai disturbo. Sará meglio che io vi lasci; restate in pace.

Michele. «La veritá partorisce odio», dice quel motto: ma egli ha fatto bene; perché, s'egli entrava nella prèdica, non usciva stasera. Oh che uomo!

Neri. Credo, se bene ho detto cosí seco, che sia buona persona: egli attende sempre a dir bene e far bene; da queste sue cosette di affezion particolari, certo, non si può dir se non bene.

Michele. Or lasciamo andar. Avete voi inteso di quel monte che s'è aperto in Portogallo e di quell'isola nuovamente trovata in mare? di quella nave che hanno presa, o arrivata ch'io mi voglia dire, nel porto di Talamone i nostri e di quel mostro nato nella Magna?

Neri. Saranno trovati; son novelle che son fatte per dar posto alla plebe: non le credo.

Michele. Noi altri signori abbiamo le lettere fidelissime.

Neri. Per fare una cacciata tale, potrebbono esser finte.

Michele. La mano e il sigillo si riscontrano.

Neri. Tanto piú credo che vi sia sotto inganno, perché chi fa cotesta professione non vi manca di nulla: ma l'udire i casi forse mi potranno tirare nella vostra opinione. Non sapete voi che ogni anno ci nascono di coteste novelle? Se toccassi a me a regger gran numero di popoli e che il mio stato patisse di qualche cosa, súbito farei venir lettere che trattenessino con isperanza i popoli.

Michele. Vorresti voi che gli uscisse da voi bugie?

Neri. Non io, ma le farei uscir da altri, con dire che io l'ho detto, ch'io ho ricevuto lettere.

Michele. Come dire, se vi venisse carestia di grano, che fosse cattivo ricolto, far venire lettere che ne venisse qualche gran somma e farne venire parte, tanto che' popoli stessero allegri, o veramente che fosse piovuto grano e che fosse fatto un pronostico d'abondanza.

Neri. I pronostici e le novelle, i trovati, le lettere de' paesi strani son la confezion delle plebe, messer Michel caro. Or dite, via, le nuove.

Michele. E perché io non ci aggiunga o lievi, leggerò la copia della lettera: «Magnifici signori, salute. Qua son cose nuove, rare, non piú udite e stupende apparse, che appena noi, che le veggiamo, possiamo crederlo. Egli era qua una altissima montagna nella quale v'erano alcune vene d'oro, e di questa piú e piú anni sono andati cavando in dentro i nostri uomini; onde sono arrivati a una porta, cavando, grandissima, alta delle braccia cinquanta ed è d'una pietra come di rubino, ma piú splendente e piú preziosa, e quelle parti degli lati che s'aprono e serrono son di zaffiro, stupendissimamente intagliate a storie. La prima istoria (perché le sono in sei quadri compartite) è commessa di diamanti, come son le nostre tarsie, e vi si vede un'ombra, in forma d'uomo, che è in mezzo di molte nubi, nelle quali pare che vi si raffiguri confusamente una infinitá di teatri, di stelle, di figure nude, di fuochi, di ghiaccia, di cittá, di splendori, sole, luna, e altre cose confuse, che quel figurone, che sta dentro invisibile, va separando con le proprie mani e a parte per parte cerca di farne un ornamento, quasi come se fabricasse una casa per se medesimo: onde chi mira fisso, vi vede certi spiriti di fuoco, certe figure di luce e altri mirabili disegni, e pure è un quadro che è tutto nube. L'altro, che gli è rincontro, mostra come egli ha finita quella abitazione e divisa in cieli, in pianeti e in elementi il mondo; talché, mirando fatta fabrica, si stupisce, si maraviglia e si resta attonito; né può esser capace chi vede tal disegno, quando la cosa s'abbia avuto principio e manco si può conoscere quando l'abbia fine. Il terzo quadro, vi sono sculpiti, e d'ogni sorte, piante, erbe, fiori e frutti; ed è gran cosa questa, che l'è cosí ben fatta questa parte che pare vedere, a chi la considera, crescer del continuo le cose. Oh che bello splendore! o che bei lumi v'è egli in quel quadro quarto! I variati, bizzarri, stravaganti e dilettevoli uccelli sono tutti quivi formati: e nella quinta parte tutto vi si dimostra. Nell'ultimo sono i primi nostri padri con tutta la generazione loro. Dicono adunque quei da ben lavoranti i quali sono uomini che hanno ingegno, che l'è una delle belle opere che si vedesse mai in terra e d'una valuta inestimabile».

Neri. Egli m'è piaciuta cotesta prima parte, perciò che io ho veduto un caos in pittura che mai viddi il piú bello né mi avrei saputo imaginar mai bel mondo di disegno: se la cosa non è vera, egli è almanco un bel trovato. Leggi, via.

Michele. «Quando ebbero rimirato stupendo lavoro, volsero tornare a dietro per far noto al re di questo prezioso tesoro; ma in questo fu aperta loro la gran porta ed entraron dentro, tratti dalla curiositá di vedere il restante delle nuove maraviglie. Era un velo; dentro a questa porta, bianchissimo, ma impalpabile, né si poteva passare: e restati mezzi spauriti, si volevano ritrarre a dietro, quando udirono una voce che disse loro: – Ubidite a chi v'ha dato le leggi. – E, cosí riguardando intorno, viddero scritto sopra la porta questo detto: 'Lasciate il morto e ripigliate il vivo'. E súbito abagliati da una risplendentissima luce che venne nell'aprirsi del velo, caddero in una cecitá e, aggravati dal sonno, s'adormentarono».

Neri. Lasciate cotesta lettera, ripiegatela e la leggerete poi, quando avrò un poco piú il capo a bottega, perché coteste cose vogliano un poco di elevazion di mente; e, di grazia, spiegatene un'altra.

Michele. Volentieri. «Noi abbiamo, signori illustrissimi, navigato per andare agli antipodi e siamo per fortuna arrivati a un'isola grandissima, sopra della quale smontammo, forzati dall'impeto del mare; e, caminato alquanto, ritrovammo alcune ombre, che si parevano in un punto diverse cose e ci rappresentavano varie spezie d'uomini e d'animali, in quel modo che fanno talvolta vedere i cattivi umori a certi paurosi; come, verbigrazia, uno si crede d'avere un uomo dietro e si volta con furia e non v'è nulla; un altro, vedendo un tronco da lontano, al barlume, si imagina di vedere una strana foggia d'un animale, simile a colui che nelle nubi forma diverse bizzarre bestie, giganti e uomini. Ora, noi seguitammo una di quelle ombre, tanto che la vedemmo intrare in una caverna e gli andammo dietro».

Neri. Coteste simil visioni che tengano dall'illusioni diabolice son sorelle di quelle cose che sono spiritate, perché un uomo od una donna viene a vedere un fantoccio di paglia all'improviso e mette un grido; onde si spaventa di sorte che la spirita. Adunque, spirtando, lo spirito viene a uscir di quella cosa che l'ha di paura fatta spiritare; però tutte le cose son piene di spiriti che fanno altrui spiritare. Io conobbi giá uno in Santa Maria nuova, che, per veder rovinare una parte d'un monte d'ossi di morti, si spiritò; onde si diceva poi: «Non andare al monte dell'ossa, ché ti spiriterai». Or via, leggi, ché io non ti voglio interrompere.

Michele. «Entrati con forte animo tutti dietro a questa fantasima, n'andarono in una ampia caverna e che teneva grandissimo spazio; la quale era piena piena di sepolture aperte, e tutte al giunger nostro si richiusero, e, stettero per alquanto spazio, si ricominciarono a riaprire. Ecco che nell'aprire d'una, saltò fuori un puzzo intollerabile, in guisa d'un fumo, e in quel fumo era rinchiuso un suono d'una voce asprissima e bestiale che diceva: – O giorni persi e mal dispensate ore! – D'un'altra, tosto che quella si fu rinchiusa, uscí, aprendosi anch'ella, una nebbia folta in piccol gruppo, e la voce che n'usciva andava gridando: – Ben fui tardo a pensare all'esser mio. – Cosí di mano in mano s'aprivano e serravano tutte. D'un sepolcro di candido marmo n'uscí una facella accesa e di quella fiamma veniva fuori questo verso: – Il temperar le cose è 'l vero lume. – D'un altro di pietra rossa tutta crepata ne veniva fuori una nube pregna d'acqua che spruzzolava e diceva il suono delle parole: – Io seguirò del vero i passi e 'l moto. – E ve ne furon molti che dicevano e facevano il simile come questi altri detti: ma, alla fine, ve ne fu uno, che era di terra nera, quasi tutto disfatto, che mandò fuori un razzo come di cometa, e disse: – Felice chi ritrova il porto e 'l molo. – Nel mezzo di questa caverna erano un gran monte di libri, e noi, dopo che veduto avemmo le maravigliose sepolture, ci mettemmo ad aprirgli e leggergli; onde la caverna si scosse e tremò asprissimamente e si fecero tenebre in quel luogo orribili, con tuoni, saette, tempeste e pioggie da non se le imaginare: ma noi, spaventati, con le mani per terra, carponi carponi, ce ne fuggimmo fuori e ritornammo alla nave».

Neri. Di grazia, fa riposar cotesti paurosi e piglia l'altra lettera, perché c'è da pensar sopra un gran pezzo a fatta invenzione, e credo che la fia da qualche cosa.

Michele. Chi legge ha caro d'udire il fine di tutte le cose; e voi le cercate di tramezzare.

Neri. L'Ariosto anch'egli lascia sul bel dell'intender della fine e ripiglia nuova istoria; e fa bel sentire quella nuova curiositá. Or date un altro principio.

Michele. «Nel porto nostro, ecellentissimi e illustrissimi signori, è stata dalla fortuna spinta una nave, la quale è molti e molti anni che la va errando per gli altissimi mari, ed è gran navilio che dieci delle maggior navi che si trovino non son grande a un pezzo. Ella ha poi gli arbori tutti d'avorio commessi e intagliati i piedi di quelli a storie, nelle quali vi sono i viaggi d'Ulisse; le vele sono di broccato e le corde di seta e d'oro intrecciate; e ciascuna cosa che v'è sopra per uso d'oprare, è d'oro e argento massiccio, come sono tavole, sedie, scanni e vasi d'ogni sorte: una ricchezza da non la potere stimare. Egli v'è sopra una reina con una corte di forse cento donzelle, la piú bella e le piú belle donne mai furon vedute. I lor vestimenti son tutti drappi di seta varii e non piú veduti, che il piú brutto è di piú valuta che i nostri broccati, e fa bella vista che poco piú si può desiderare per allegrare ogni malinconico spirito. Le donzelle tengono in loro una lascivia onesta e un'onestá lasciva; la reina ha poi una maestá (in quella poppa della nave dove ella risiede in seggio trionfante) che la ti forza a temerla per amore e amarla per timore. Onde ciascuno che corse alla nave e vidde stupendo spettacolo, restò confuso, attonito, stupefatto, maravigliato e mezzo fuori di se medesimo».

Neri. Sarebbe bene di vender tutto il suo e andare a cercar questo navilio stupendo e acconciarsi per poeta o marinaio: questa è una nave molto ricca.

Michele. «Uscirono, in questo che ciascuno stava a vedere, forse trecento uomini di sotto il cassero, giovani d'un trenta anni in circa, con un capitano de' piú belli uomini che si vedesser mai, e tutto il resto similmente, in ordine d'arme e d'abiti marinareschi secondo l'esercizio di ciascuno, che noi fummo per tal bella veduta per rimanere tante statue di pietra, ci maravigliammo: ciascuno si diede ai suoi offizii, chi a salire alle gaggie, chi a tirar le vele, al timone e altre faccende da fare bisognose. Non tosto furono in ordine tutte le cose necessarie a far vela, che egli si levò un vento in poppe stupendo e gli cavò del nostro seno».

Neri. Non dicesti voi che la fu presa questa nave?

Michele. , ma udite: e' credettero pigliare qualche cosa e poi non preser nulla.

Neri. Cotesta fu piú bella che tutte le cose: se la non era nulla, ciò che v'era, veniva a essere invisibile. Seguitate di lèggere.

Michele. «Nel partire che ella fece, s'udirono piú di mille variati stromenti sonare, e ne gittarono in terra infinite zanette di confezioni per allegrezza e spanderono gran somma di dinari, medaglie d'oro e d'argento: onde ciascuno, lasciando le confezioni, attendeva alle monete. Volete voi altro? che in quei confetti grossi v'erano sotto perle stupende, diamanti, rubini e d'ogni pietra preziosa, talmente che tutti furon fatti ricchi, e non si poteva stimare, né s'è ancor potuto, apresso a mille milioni d'oro, quanto sia stato il valore delle cose lasciate in terra».

Neri. Non dovettero mai piú aver bisogno coloro che ricolsero!

Michele. «Non tosto furon vedute e portate le gioie e le monete in cassa che le portarono una maladizione con esso loro unita, e fu questa: che i ricchi gli posero tanto amore che non le volsero mai piú cavarle fuori e i poveri non le stimarono; onde una parte le tien rinchiuse, l'altra le lascia andare. E questo inconveniente pare che si distenda in molti altri paesi».

Neri. La mi diletta insino a qui; all'altra, disse il cacciatore: intanto andrò considerando che sotto tal navilio c'è misterio. Riserrate la lettera e date in quel mostro.

Michele. «Qua in questa nostra parte settentrionale, signori nobilissimi, è nato a un corpo una bambina e un bambino e sono tutti doppi di ciascun membro; ma una parte si ciba di latte e l'altra no, una parla e l'altra tace, una camina e l'altra non può: niente di manco tutte due son vive e vivono. La madre che l'ha partorite e il padre che gli ha generati sono i piú nobili spiriti e i piú mirabili ingegni del mondo. Quella parte che non si nutrisce favella del continuo, quando fa bisogno, con il padre e con la madre; ma altri che loro non possono intendere tal ragionamenti. Mai tocca terra, se non il mostro che si pasce; l'altro non la può patire, anzi mostra grand'affanno, ogni volta che per sorte o per disgrazia tocca con i piedi, con le mani o con altra parte del corpo la terra. Non se gli può mostrar cosa che non conosca e che con suo padre e con sua madre non conferisca in suo linguaggio. L'altra parte che s'empie di cibo mantiene quella che non si pasce, sono bene organizzate insieme. Chi ha cura di questi mostri e chi n'è patrone ha fatto un certo luogo serrato e ve ne mostra una parte, l'altra ve la dipinge e vi fa chiaro esser vero ciò che egli vi propone di lei, tanto del maschio quanto della femina».

Neri. S'io vi fussi, vorrei vederla tutta cotesta figura e non mezza.

Michele. State a udire: «Il signor della cittá ha ordinato che ciascuno lo vegga tutto una volta e non piú, senza alcun pagamento e senza angaria di cosa alcuna, acciò che tutti gli uomini possino considerare la infelicitá nostra. Dio vi conservi, eccetera».

Neri. Questa è giá finita?

Michele. Finita.

Neri. Ora che io voleva udire assai di questa cosa, non ce n'è piú: almanco avesse ella durato insin che sonava le tre ore! Perché me ne sarei andato con quella fantasia a casa e travagliatomi su' libri della strologia e avrei veduto quel che significa questa cosa; perché non s'ha da pensare che la sia fatta o nata a caso.

Michele. Udite l'ore: voi potete andare strolagando ogni volta che voi volete.

Neri. E il resto delle lettere quando si leggeranno?

Michele. Un'altra volta.

Neri. Pur che le non si smarrischino.

Michele. Io n'avrò cura. Ma ecco maestro Giorgio: voi siate ritornato?

Giorgio. Per che, non indovinareste mai.

Neri. Per dirci la prèdica.

Michele. Anzi per menarci a bere.

Giorgio. Per cotesto, se voi volete; ma io son venuto che mi prestiate quelle lettere di quelle nuove, perciò che domattina io vo alla Maddalena con il padre predicatore e gne ne voglio lèggere.

Michele. Son contento; ma guardate di non le perdere.

Giorgio. Siatene sicuro come voi proprio l'aveste nella cassa.

Michele. Eccovele.

Neri. Fate che le si riabbino, perché voglio udire il resto; e buona notte.

Michele. Mi raccomando.

Giorgio. Rimanete in pace.

 

 

Matteo Sofferroni e Soldo Maniscalco

 

 

Matteo. Ancóra io leggo qualche cosa: se bene attendo alle faccende di Mercato nuovo, non resta per questo che la sera io non dispensi duo ore a lèggere; e ho preso certe lezioni che, se durasse la mia vita mille anni, avrò sempre in una medesima materia che lèggere.

Soldo. Di che vi dilettate voi? di romanzi, di traduzioni spagnole, delle cose del Boccaccio, delle istorie o delle rime o altre piacevol cose?

Matteo. Le istorie son la mia vita e ho un piacer grande di sapere le cose passate; e s'io non avesse tanto che fare, a combattere con le faccende di casa e quelle di fuori, che io potesse spaziare o, per meglio dire, dispensare un poco di tempo piú, io vorrei fare una fatica intorno a tutte le istorie.

Soldo. Come sarebbe a dir? che? racconciarle, correggerle e tassarle?

Matteo. Non pésco in cotesti pelaghi; mancano uomini a far tali effetti!; anzi quando ne ho di quelle che non sono state tôcche o rappezzate, l'ho piú care. Ma udite che animo è il mio, e forse lo farò ancóra: io volevo fare le Concordanze delle istorie, ciò è segnare tutti i medesimi casi accaduti, cosí antichi come moderni; tutti i signori tiranni che son stati amazzati a un modo, mettergli in un foglio; tutti coloro che si sono fatti per forza principi; e allegare dove, in qual libro e le parole formate che dice lo istoriografo.

Soldo. Un certo libro, chiamato Officina Tessitore, credo che sia una cosa simile, secondo che dice il maestro di Piero, che mette chi è morto di morte subitana, chi ha rotto il collo da cavallo, chi s'è inamorato, e cosí tutti i casi l'un dopo l'altro.

Matteo. Simile cosa; ma la debbe esser breve cotesta diceria. Io vorrei metter le battaglie seguite tutte con la suo fine, il suo esito; e che si vedesse che modo usò quello a quel tempo e questo a quest'altro, e si comprendesse la differenza del fatto, e il medesimo fine: perché si trova uno aver governato un regno in un modo e un altro in un altro e tutti due venire a un segno; cosí, per il contrario, governare due fatti unitamente e aver poi diversissimo fine.

Soldo. Che cosa leggeste voi di bello iersera? (per lasciare andar cotesta vostra fatica che l'è gran cosa certo) leggeste voi cosa che abbiate a mente?

Matteo. Iersera fu sabato; io scrissi e non lessi; venerdí sera non mi sentivo troppo in cervello, perché eramo stati il giorno a Fiesole alla Cicilia; ma giovedí mi ricordo bene della lezione quasi quasi tutta; è vero che i nomi particulari non credo sapergli troppo per l'a punto.

Soldo. Poi che 'l fresco ci serve, voi potrete ragionarne alquanto.

Matteo. Al tempo dell'imperador il gran Giustiniano, dice che fu in Roma un cavaliere di nazion greca, allevato in Italia, di mediocre statura, e alquanto di pelo rosso, ma nella legge de' cristiani buon osservator di quella. Veramente che a quei tempi era cosa amirativa, perché non solo una gran parte de' cavalieri erano arriani, ma molti vescovi ancóra. Questo cavaliere aveva nome Narsete, e, per esser tanto ottimo uomo e valoroso soldato, fu eletto per capitano sopra tutto l'esercito dell'imperio romano. Era gran diligenza certo quella de' romani, che, dove sapevano che fosse valore, fortuna buona e fortezza in un uomo, cercavano d'averlo; e questo era in tal numero. Costui fu tanto fortunato e valoroso che fu detto da molti che egli fosse un Ercole nella forza, un Ettore nell'audacia, nella generositá un Alessandro, nell'ingegno un Pirro e nella fortuna uno Scipione. Era, questo Narsete, capitano molto piatoso e costantissimo nella fede di Cristo, nel dar limosine larghissimo, nell'edificare nuovi monasterii assai affettuoso e nel rifar le chiese sollecitissimo; visitava gli spedali; e, finalmente, una gran forza lo faceva assaltare l'inimico e una grande necessitá amazzarlo e destruggerlo. Di tutte le vittorie ringraziava sommamente Iddio e l'onorava, con gran zelo di divozione; né mai, si dice, andò a fare battaglia per versar sangue che molte volte prima non avesse cercato di riparare in tutti i modi che dovesse seguirne mortalitá; e piangeva prima il sangue che si doveva spargere, e, di poi che gli era sparso, ne faceva penitenza con gran pentimento.

Soldo. Ancóra oggi ci son coteste avvertenze! so che i nostri moderni lo vanno imitando benissimo!

Matteo. Stando adunque l'imperador Giustiniano in Alessandria, Totila, re dei gotti, faceva di gran danni per tutta l'Italia, di maniera che i romani non ardivano a far viaggio per quella, e appena erano sicuri gli uomini di notte in casa, non che di giorno per le strade. Fu eletto Narsete dall'imperadore ad andare a reprimer l'insolenza de' gotti, e venne in Italia a confederossi con i longobardi, scrivendo lettere ad Albuino re loro, con quelle promesse di fideltá e d'amore che fosse possibile a dire, e fu udito. Onde Albuino fece una grossa armata, la quale per il mare Adriatico venne in Italia; onde Narsete se ne allegrò molto: cosí dai romani furon gratamente ricevuti e s'unirono insieme sotto uno stendardo e un capitano, che fu Narsete. Totila, che intese questo, essendo ardito e forte, non avendo provata la fortuna di Narsete né la forza de' longobardi, si fece gagliardo e mandò ad offerire la battaglia; la quale fu accettata e s'attestarono insieme alle pianure d'Aquilegia. Il della giornata fu terribile e sanguinoso, onde Totila fu amazzato con tutta la sua gente, e, vincendo Narsete gli fu d'un grande acquisto d'onore e ai romani d'utile. Quando egli ebbe atterrato l'inimico, donò a Dio molti preziosi tesori e spiritali e materiali e ai longobardi fece gran presenti d'oro, d'ariento, di cavalli, d'arme e di gioie e gli rimandò in Pannonia al suo re Albuino. In questo fu molto mirabile Narsete e piú mirabil fu nel partire tutto il bottino ne' suoi soldati ed eccellente nel presentare il tempio ed eccellentissimo nel ringraziare Dio.

Soldo. Le son cose tutte belle, accadute; ma o dubito che gli istoriografi non giuochino tal volta di ciancie con la penna.

Matteo. Non so questo; io riferisco quel che ho letto.

Soldo. Séguita adunque: o sia vero o no, basta, è trattenimento piacevole e dilettevole.

Matteo. Egli accaddé, dopo questo, che vennero alcuni altri per molestar l'Italia, fra' quali fu nella terra di Campagna un certo Buccellino, che v'internava con grosso esercito; e Narsete con prestezza inaspettatamente, con grand'impeto l'assalí e lo ruppe e destrusse. Un altro gran capitano, che era con Buccellino, ritraendosi, s'uní con Avidino, capitano de' gotti, e fece esercito a Gaeta e s'unirono con molte forze, molestando i romani. La qual cosa sapendo Narsete, súbito andò a trovargli, e assaltogli con fiero animo; onde vinse la battaglia e prese vivi i capitani. Avidino fu mandato da lui legato e preso dall'imperadore a Costantinopoli e l'altro fatto morire. Prese Narsete un'altra battaglia contro a Sinduale re de' brettoni, il quale venne in Italia con gran copia di gente per ricuperare il regno di Napoli, che giá, secondo il suo detto, fu degli antichi suoi, e prese, con finta amicizia, piede con i romani; poi con ribellarsi s'inimicò. Narsete piú volte venne seco alle mani, e vinceva e perdeva ancóra spesso, perché non fu mai aventurato capitano che non avesse qualche disdetta; onde, avendo fatte piú e piú crudeli battaglie insieme, si sfidarono a una giornata e commessero tanta e fatta potenza in una fortuna d'un giorno. Cosí attestarono i loro eserciti fra Verona e Trento: fu vincitor Narsete della giornata e prese il re e lo fece morire; e perché non era e non è costume di far questo, per non essere infamato, scrisse: «Io ho fatto morire il re, non per averlo vinto in guerra, ma per essere stato traditore nella pace».

Soldo. Son tutte belle cose a sapere; e voi mi piacete, perché le raccontate assai bene.

Matteo. Questa e molte altre battaglie vinse Narsete. Dopo che tutto fu quietato, il gran Giustiniano lo fece suo luogotenente e governatore in Costantinopoli, di tutta quella provinzia; e se nella guerra era stato valoroso, egli riuscí mirabile nella pace e nella aministrazione della republica eccellentissimo.

Soldo. Di grazia, scorrete insino alla morte di costui, se avete letto tanto inanzi.

Matteo. Son contento. Narsete, adunque, per fama era onorato, come colui che fu vincitore di molte battaglie; era ricco per molte spoglie e, finalmente, per il governo molto stimato. Ora, come ho detto, egli era greco di nazione e per questo era da' romani secretamente, perché l'invidia non morí mai, odiato, e tanto piú che ogni giorno cresceva in ricchezza e veniva per suoi meriti piú glorioso. Il caso fu ultimamente questo che molti nobili romani se n'andarono dall'imperadore Giustiniano e dall'imperatrice Sofia a dolere del governo di Narsete e, dopo molte cose dette, usaron un simil modo di parlare: che avevano per manco male esser retti dai gotti che governati da un greco ed eunuco; e, con cautele, l'aggravaron molto aspramente con dire particularmente che egli per suo servizio gli costringeva piú che per l'imperio e gli aggravava di cose che non erano né lecitegiuste, onde egli ci doveva in tutto riparare; e che volevano piú tosto darsi in preda al re dei gotti potente che a un greco eunuco valente tiranno. Udita questa querela, l'imperadore rispose: – Se uno fa male, impossibile fia fargli bene, e se uno fa bene, è gran torto e gran vergogna fargli male. – Gli istoriografi dicono che l'imperatrice gli aveva, tratta da uno istinto naturale, alquanto d'odio, per essere eunuco, perché era molto ricco e perché si faceva ubidire e comandava piú assai di lei ed era temuto; onde, avuta questa occasione, si mostrò contro a Narsete, quando gli parve tempo, un poco rigida, altiera e disdegnosa. E venendogli Narsete innanzi, ella gli disse queste o simil parole: – Narsete, essendo tu eunuco, non sei uomo; onde non è dovere che tu regga e governi gli altri uomini: però io ti comando, come feminil persona, che, in cambio di dominare popoli, che tu tessa e cucia: vattene adunque fra le mie donne a dar loro aiuto, ché a cotesto esercizio che tu fai non se' tu buono. –

Soldo. Fu mal detto, oimè!, e mal fatto; oh che cosa bestiale è stata cotesta! Io avrei tratto via la pazienza e mi sarei mezzo disperato. Come andò il resto?

Matteo. Rispose Narsete: – Le vostre parole, serenissima imperatrice, non come parole di donna le piglio, ma come imperatrice; però quella mi comanda da imperatrice e io come servo ubidirò, non a quella parte che è di donna, ma a quel tutto che è d'imperatrice: io, quanto son piú uomo che donna tanto maggior tela debbo tessere, e come capitáno uomo tesserò e non come donna ed eunuco: la qual tela fia difficile a stessere tanto piú quanto io piú tengo dell'uomo che della donna. – E s'allontanò da lei e partissi e andossene a Napoli, cittá di Campagna; e mandò imbascidori súbito nel regno di Pannonia, dove i longobardi avevano il lor seggio reale, e mostrò con lettere e con ragioni stupende e vere quanto il reame d'Italia fosse migliore che il loro; e dovessino lasciar la terra loro, inculta, aspra, fredda e strana e venire ad abitare in Italia, la quale era terra piana, fertile, temperata d'aiere e molto ricca; e mandò loro di tutte le cose buone d'Italia, acciò che vedessino e gustassino quanto è piú mirabile il lor terreno, cavalli addestrati in eccellenza, arme ben fatte, riccamente e ben temprate, frutti molto suavi, metalli finissimi, specie e unguenti e odori stupendi e robe di seta e d'oro maravigliose. Arrivaron gli imbasciadori a Pannonia, ora Ungheria, e furon ricevuti cortesemente: e veduta tanta mirabil parte del mondo con gli effetti, determinaronsi i longobardi di venire all'abitazion d'Italia e conquistarla con le loro feroci forze; ed essendo amici de' romani, gli lasciaron da parte con poco rispetto e si deliberaron di prender Roma.

Soldo. Dice bene il vero: l'util proprio universale scaccia ogni parcitulare amicizia.

Matteo. Determinatisi i longobardi di passare in Italia, fu veduto per le nostre aiere visibilmente per tutto molti eserciti di fuoco e con aspre battaglie affrontarsi l'un l'altro; onde si spaventarono tutti i popoli e conobbero d'avere a essere in breve tempo destrutti e rovinati.

Soldo. Sempre vengono infiniti e gran segnali ogni volta che egli ha da succedere morte di gran potenze e rovine di gran regni.

Matteo. La ingratitudine di Giustiniano in verso Narsete e le cattive e mal dette parole della imperatrice Sofia furon cagione che i longobardi venissero alla destruzione della bella Italia. Cosa veramente da notare e che ciascun principe lo debba sapere, per essere molto avvertenti a non offendere i suoi fideli capitani, ministri e altri personaggi mirabili e gloriosi: per che egli pare che l'ingratitudine d'un signore meriti che uno che gli è stato amorevole amico gli diventi nimico crudele e di servo fidele infidelissimo.

Soldo. Io guardo che l'imperatrice fu cagione di male, secondo che la doveva esser di bene; perché piú tosto, essendo l'imperatore irato aveva da placarlo che, essendo quieto, a farlo alterare. Dove morí Narsete, ultimamente? Perché bisogna, essendo ora di partirsi, finirla.

Matteo. In due parole vi do licenza. Narsete se n'andò a Roma e amalossi e, ricevuti tutti i sacramenti della chiesa, s'andò a riposare e lasciò il mondo sentina di tutti i mali.

Soldo. Gran piacere ho avuto, messer Matteo, del vostro ragionamento e, ringraziandovi, vi lascio in buona ora.

Matteo. Vivete lieto, ché io mi raccomando.

 

 

Il Gobbo sargiaio, Meo dal Presto e lo Squitti

 

 

Gobbo. Compare, fate come io v'ho detto, fate paura loro, altrimenti e' non si può aver godimento: i miei figliuoli io gli tengo a stecchetto con lo spaventargli e gli fo vedere la Quaresima e gli minaccio di fargli mangiare a quel drago.

Meo. Voi fate bene un gran male: non sapete voi che le paure fanno morire i fanciulli?

Squitti. Io ho bene udito dire molte cose accadute di questi casi; ma una mi trovai io a vedere in casa gli Ussi miei vicini.

Gobbo. Avrò caro d'udirla.

Squitti. Volentieri ve la dirò. Giovanni aveva comprato, come si fa per pasqua, un pecorino, e aveva un bel bambino in casa, come si costuma, egli lo toccava e ridendo si allegrava assai di fatto animale. In questo che egli lo palpeggiava il pecorino trasse un belo e fu fatto il belare che 'l bambino si riscosse e spaventò di paura udendo la boce dell'animale. Costoro, accorgendosi della cosa, cominciarono a farlo allegro e dire delle parole per levargli la paura, e l'agnello in tanto ribelò alquante volte; talmente che 'l fanciullino di nuovo si spaventò e fu lo spavento tale che in due giorni egli si morí. Or pensate, se, non facendo lor paura, e' si spauriscano, come voi l'acconcierete facendola loro.

Gobbo. La fu gran cosa veramente, n'è vero, Meo?

Meo. Io ne dirò un'altra che intervenne a un nostro cassieri al Monte, questa befania passata. Egli aveva due bambine, una di tre anni e una di cinque: e, come sapete, egli è il solito nostro che si suonano per la via tutta la sera campanacci e fassi gran rimori, con dire in casa: – Le son le befane che vanno a torno; – onde i fanciulli si nascondono e, nell'andare a letto, è lor dato a credere, se non si mettano qualche cosa sul corpo, il mortaio massimamente, che le befane gne ne foreranno. Quella maggiore, adunque, portò il mortaio nel letto e se lo messe sul corpo: volete voi altro? che fu fatto il peso e il freddo del mortaio di pietra che la fanciullina crepò e morissi la medesima notte. L'altra, per la paura delle befane, che la si credette che l'avessero la notte forato il corpo alla sorella, si spaventò che la stette per morire.

Gobbo. Mai piú udi' dire simil cose, e son vecchio.

Meo. Voi siate ancor piccino, però; ma quando sarete grande come noi, ne saprete dell'altre. Che direte voi del figliuolo della medica da San Niccolò, che non è quattro mesi che fu il caso? Egli era stato una mattina senza andare alla scuola e la madre lo prese con dirgli: – Poi che tu non vuoi imparare a lèggere, aspetta, ché io mi ti voglio levar dinanzi. – E, presolo, fece vista di volerlo gettar nel pozzo; e fu fatta la paura che egli, gridando e stridendo, gli morí in braccio.

Gobbo. Udi' dire giá cotesto caso, ma non attinsi.

Squitti. Che volete voi piú bell'esempio (ed erano fanciulli grandi) di paura che, essendo in quelle chiassaiuole coperte a Fiesole certi fanciulli dentro, che chiamano le buche delle fate, e andando inanzi un pezzo con una lanterna, si spense loro il lume? Certi altri che erano entrati, come piú animosi, inanzi (e loro che venivano dietro non gli avevan veduti entrare), vedendo spegner loro il lume, si messero a far lor paura con boci contrafatte; onde i fanciulli, spauriti, corsero fuori gridando; e correndone uno per paura forte, non restò di gridar mai insin che non si ficcò in una casa, tanto che la notte, tremando e del continuo avendo paura, se ne morí.

Meo. Per nulla non facessi mai piú paura a' vostri figliuoli; anzi fategli animosi, mostrate loro che son tutte baie e tutte frascherie; fategli far beffe di quelle cose che non possono offendere e toccar conla mano la veritá.

Gobbo. In villa del mio suocero, mi ricordo bene d'un contadinetto che aveva paura del lupo e uscendo una volta di notte fuor dell'uscio due passi, ebbe una gran paura d'una fascina o d'un ceppo che si fosse, che 'l padre aveva portato dal campo, e, con il mettere un grande strido, stette parecchi spaventato del lupo.

Meo. Ecco che pur n'avete qualche saggio.

Squitti. Mancherebbono i casi di coloro che si son morti di paura, da dire, chi volesse svaligiare la Bottega del tessitore, come fanno certi che scrivono, i quali non sanno dire né fare né ritrovar nulla di nuovo, se non la lievano di peso dagli scartabegli degli altri! Io ne voglio dire un altro e poi vi lascio, perché ho da fare assai stasera. Ser Francesco di San Niccolò, uomo da bene e che si diletta molto di pescare, essendo mandato a gettare il ghiaccio tondo una notte dal suo reverendo messer Bernardo Quaratesi, priore della chiesa e molto cortese gentiluomo, menò il cherico che gli tenessi fermo il burchiello quando gettava la rete. E' gli venne preso con la rete un fanciullo che s'era affogato il medesimo per andarsi a bagnare: ora, tirandolo su e pesandogli la rete, si faceva aiutare al cherico, il quale, sopragiunto da questa novitá, prese fatta paura che bisognò farlo portare a casa; e in sei o sette giorni il povero cherico si morí di paura; ed era grande che vi sareste maravigliato. I figliuoli bisogna tenergli in timore e con amore governargli: assai son le battiture del padre e del maestro! Io n'ho uno che, quando va alla scuola, trema tutto di paura del maestro.

Gobbo. Mai piú fo lor paura da qui inanzi; vo' mostrar loro come quella è una buccia di cocodrillo e che quegli altri son fantocci da farsene beffe.

Meo. Cosí farete voi bene.

Squitti. Mi raccomando a voi.

Gobbo. A Dio.

Meo. Io vorrei che noi andassimo dove è quel mucchio di brigate e udir quel che dicono.

Gobbo. Debbon dir qualche cosa da plebei.

Meo. , che noi ragioniamo forse di cose platoniche!

Gobbo. Andiamo.

 

 

Agnol Tucci, Vittorio e Barone.

 

 

Agnolo. Voi siate molto vendicativo; io per me mi guarderò come dal fuoco di farvi dispiacere o sia piccolo o grande, perché voi non dimenticate mai, secondo che io odo dire.

Vittorio. Se voi non mi dite altri particolari, non vi saprei dir altro se non che avete torto a dir cosí.

Agnolo. A me è stato detto che ogni minimo dispiacer che vi sia fatto, voi cercate in tutti i modi per tutte le vie di vendicarvi; e quanto piú v'andate vendicando inanzi tanto piú desiderate vederne vendetta: questo è un procedere diabolico, non da cane né da bestiale.

Vittorio. Circa a che cosa avete voi quest'opinione o sentito ragionare che io mi vendico?

Agnolo. Assai sono i particulari, ma non ho cosí a memoria; io ve ne dirò un solo: quando uno dice mal di voi o vi tassa in cosa nessuna che vi dispiaccia.

Barone. Ancóra a me me n'è venuto qualche puzza al naso.

Vittorio. Ciascuno ha libertá di dir ciò che gli piace; ma egli bisogna che se egli è uomo di ragione, che favelli da uomo e non da bestia. In questo caso vo' discorrere alquanto e poi colpirò. Che ha da fare un altro, che non m'appartenga nulla, dell'animo o de' fatti miei? Voi, verbigrazia, che non siate né mio padre né mio fratello né mio parente né forse mio amico, che pazzo vi tocca egli a venirmi a riprendere, non sapendo perché? – Oh! io ho udito dire al tale che tu gli vuoi male. – Dovevate prima domandare a me s'io gli voleva bene; e s'io diceva di no, dimandarmi della cagione; e se l'era giusta, entrar per via ragionevole e cercare l'unione della caritá; e non mi venire con un fendente di fatta ingiuria a dirmi vendicativo e favellare come gli spiritati.

Agnolo. Chi t'ha mosso a odiare il tale N? e chi t'induce a scriver sempre contro di lui?

Vittorio. Qui mi cascò l'ago: io per me non conosco cotestuiso chi egli si sia: guardate ora con chi voi l'avete.

Agnolo. E del tale?

Vittorio. Non ho detto mai male di lui; io ho tolto tutto quello che io ho trovato scritto di suo mano, che egli aveva in vitupèro d'altri composto e ho fatto dir la partita in lui, acciò che vegga quanto è il piacere a scriver d'altri e dispiacere a essere scritto di sé.

Agnolo. Questo è un modo nuovo di far vendetta; egli si chiama tôr la spada di mano al nimico e dargli con le sue arme.

Vittorio. Cosí è: vedete s'io son valente! Ma la mia intenzione, acciò che voi sappiate, non è stata d'offenderlo, ma è stata per riprenderlo, acciò che egli s'emendi e che diventi buon cristiano e impari ad amar il prossimo come se medesimo.

Agnolo. Che grand'uffizio di caritá!

Vittorio. Il fatto mio è un piacere, ché almanco io sono o ritto o rovescio, la fo dentro o fuori, non sono un teco meco, o Cesare o nulla. Che vuoi tu che io facci come certi che fanno il fratello con esso teco e t'intaccano la pelle in amore?

Barone. Udite, l'è vera cotesta fantasia: e' ci son certi che fanno di mali offizii e non par lor fatto.

Vittorio. Udite, e poi vi segnate. Io conosco un certo soppiattone che fa l'amico con esso meco, e talvolta, quando io gli mostro le comedie che io compongo e che io lo prego a dirmene il parer suo, adducendogli molte ragioni, verbigrazia: – Io non veggo nelle mie cose; io ci sono troppo affezionato; ciascuno debbe mostrar le sue composizioni a uno amico che le giudichi; io ho fede in voi, non mancate di dirne il vostro parere; – egli súbito promette di far tutto bene e di vederle e, dove saprá, vedrá, fará e dirá. Come io mi parto da lui, egli le mette in un cantone, e, quando le sono state in preda della spazzatura (e spesso ve ne manca uno straccio e talvolta non si ritrovano), egli ti tiene, con il non aver potuto, d'oggi in domani, un certo tempo lungo; alla fine egli te le rende senza averle pur guardate; ma prima, a quanti praticano con lui, dice: – Io ho la tal cosa di Vittorio; io tengo le tal sue composizioni: – e senza averle lette le giudica e dice che le sono una cosaccia, misurando gli altri con la sua misura e fa proprio come coloro che pigliano un libro in mano a una libraria, che, aprendolo a caso, a caso ne leggano un verso o due, dove per sorte piacerá loro, e, comprando il libro, lo lodano a ciascuno senza averne veduto piú altrimenti. E ben sapete che non è degna opera che non vi sia qualche parte di composizion dentro che offenda la materia, umore, cervello o pazzia di chi legge, né si cattivo scartafaccio che no abbia in sé qualche poco di non so che, la qual cosa diletta a certi; onde viene spesso lodato il biasimo e biasimato chi merita lode. che questi tali son certi amici da tre per paio, come i capponi da Saravalle. Di questi n'ho provati parecchi e ho trovato all'ultimo che egli è meglio far conto che sien sepelliti vivi e, vivendo, morti. Io per me non so esser di questa tacca: quando voglio un'oncia di bene a uno, son forzato a metterci le facultá, la persona e la vita; i disagi per l'amico mi son agi, la servitú mi diventa libertá, la perdita guadagno; e, brevemente, quando sono amico, non mi ritiro indietro mai a far cosa nessuna per lui, sia di che sorte si vuole, benché la non sia da fare; perché delle cose giuste e ragionevoli, oneste e del dovere tu sei sempre obligato a farle per ciascuno: ma io voglio per via dell'impossibile che l'amico conosca che io gli sono amico. S'io fossi stato signore, andavo in precipizio tosto; perché avrei servito l'amico, senza guardare o lecito o non lecito.

Agnolo. Questa cosa io non la lodo, conciosia che la non è da cristiano né da uomo da bene, né fia alcuno che lodi mai cotesto estremo: tutte le cose vogliano peso e misura.

Vittorio. A poco a poco io darò in terra e vi tirerò dove è il dovere. Non sapete voi che si dice per proverbio: «e' si l'ufizio e non la discrezione»; e: «non si tira l'arco tanto che egli si spezzi, né si pela la gazza fattamente che la gridi»? In questo si conoscono se coloro ti sono amici, quando ti comandano; perché nel comandare si vede se l'amicizia è tutta per suo proprio utile e onore o per ciascuno insieme: chi è amico reale non passa i termini della modestia. Quando fossi principe e uno mi richiedesse cose che per cagione loro m'avesse a esser tolto lo stato, non lo terrei per amico altrimenti; o, se io avessi dieci ducati in borsa, senza avere il modo ad averne d'altrove, e uno me gli chiedesse, che mi fosse amico, e potesse far di manco e io n'avesse necessitá, gli direi: – Eccotene quattro –; se volesse il resto e s'adirasse per questo, lo cancellerei del mio libro.

Barone. Io comincio a intenderla; voi andate moderando l'insolenzia: un vero amico non fará simili insolenzie fatte sfacciataggini.

Vittorio. Oh, se io avessi tenuto uno per amico sei, otto, dieci o quattro anni (questo è un modo di parlare) o, per dir meglio, creduto che mi fosse amico, e io avesse due o tre amici in casa poveretti o figliuoli e mi trovassi senza uno aiuto al mondo né senza una sustanza d'aiutar me e i miei figliuoli, ed egli, con esser solo e potente a sostenersi, volesse gli fosse dato dieci ducati, non m'aiutando di due, di tre e di mezzi, avrestilo tu per amico?

Agnolo. Non io; l'avrei per un asino.

Vittorio. Se egli n'avesse le centinaia e non ti sovenisse in una tua disgrazia, in una infirmitá, che direste?

Barone. Che fusse un furfante a tutto pasto, un gaglioffo in cremisi.

Vittorio. Se, sapendo alcun secreto tuo, e' lo palesasse per rovinarti?

Agnolo. Cercherai d'amazzarlo, non che levarlo del libro dell'amicizia.

Vittorio. Se si dicesse mal di te e con gli scritti t'apponesse il falso?

Barone. Diavol, portalo via.

Vittorio. Se l'amico lo riprendesse e minacciasse e poi la rimettesse in Dio?

Barone. Direi che costui è un uomo da bene e crederei di vederne vedetta.

Vittorio. Che vendetta ne crederesti voi vedere?

Barone. «De malis acquisitis non gaudebis tertius heres», la prima cosa.

Vittorio. Poi?

Barone. Il vitupèro che egli voleva fare ad altri, che ne cadesse sopra di lui altrettanto.

Vittorio. Sta bene: ècci egli altro?

Barone. E che tutte le cose secrete che egli facesse, si rivelassero, secondo che egli era mancato di fede della parola secreta all'amico.

Vittorio. Agnolo, Barone è per la buona strada.

Agnolo. Ma voi che vendetta fareste a simile amico finto, doppio, falso, bugiardo, traditore, insolente, dappoco, ignorante e tristo? come vendicativo, e, non come cristiano, ma come uomo trasportato dall'ira dell'insolente amico e dal primo impeto della furia umana?

Vittorio. Non sono cosí furioso per rispondervi a parte per parte, perché io veggo che voi volete sapere tutto il mio cuore. La prima cosa, io considererei il benifizio ch'io ho avuto da lui e tôrrei la bilancia: s'io trovassi che delle dieci parte del male egli me n'avesse fatto una di bene, farei né su né giú; chi ha avuto si tenga.

Barone. Voi v'arrecate molto basso; fate ch'io v'abbia per particularitá ad intendere.

Vittorio. Credo che sappiate come io mi diletto di compor comedie.

Agnolo. Bene sta.

Vittorio. Mettiamo che io avessi per amico qualche dottore, fosse come si volesse, o un par di messer Carlo Lenzoni, che è uomo di giudizio, messer Giovan Norchiati o un altro che io avesse opinione che sapesse piú di me se ben non fosse cosí; ma acciò che meglio sappiate o intendiate, imaginatevi che io non facessi professione di componitore, ma di persona che scrivesse per passar tempo e non estimasse le mie cose piú che io mi facesse la spazzatura, come fo ancora, e il Norchiati o altri mi forzasse a tenére copia e le copiasse di man sua, parendogli che le fussino da qual cosa, e, brevemente, mi tirasse a farle stampare e per sorte l'avessin credito?

Agnolo. Buono uffizio è questo.

Vittorio. Se io non facessi altro e me ne facessi beffe del mio poco sapere ed egli s'attribuisse quella lode (guardate che io non vi lievi cotesta pelle di lione che vi siate messa indosso), dicendo a questo e quello: – Io, l'ho fatta quella comedia; egli, non sa nulla –?

Agnolo. È mal fatto. Direi bene: io l'ho aiutato, io l'ho messo su, io gne ne ho trascritte e raffazzonate.

Vittorio. Insin qui la sa di buono, se io e lui, egli e io, la sua eccellenza e la mia riverenza ci dessimo mano un tempo l'uno all'altro: – Scrivi a me, io scrivo a te; – Copiami questo libro; – Fammelo di bello scritto quest'altro tu; – Io ho danari, eccotegli; – Io non ho, dammene. –

Barone. Amicorum omnia son comunia.

Vittorio. Io tócco delle bastonate, io ti lievo dal vitupèro; sta qui, non ci posso vivere; va , non ci trovo cosa che faccia per me; muta, stramuta; pròvati e ripròvati; cerca di metterlo inanzi, egli è un bue; fagli far supliche, e' si caca sotto di paura; mandagli dieci scudi, son gettati via, ché gli stava meglio in compagnia de' furfantegli e delle meretrici; vestilo di velluto, eccolo un asino a fatto.

Agnolo. Va, trova cotesto bandolo tu! Oimè! che gerghi sono i vostri?

Vittorio. Dice il Petrarca: «Qual maestro verrá e di qual scuole?» «Intendami chi può, ché mi intend'io».

Barone. Favellate da voi solo, adunque, o voi vi risolvete: toccate che vendetta voi fareste a chi v'assassinasse, sotto nome d'amico.

Vittorio. Sempre mi piacque l'andare a bell'agio. Io, vedendo ranugolare di mala sorte, direi: – E' pioverá, – e pioverebbe: conoscendo costui scellerato, direi sempre, sempre, parecchi anni di lungo: – Voi vedrete capitar male costui; – misurando i suoi portamenti con altri come con meco si fosse portato.

Agnolo. Intendo; come dire: se a me, che gli ho voluto far bene e fatto quanto ho potuto, egli m'ha tradito, che fará egli a un altro che gli fará male?

Vittorio. Voi siate su la pesta; cotesto chiodo bisogna battere.

Barone. Io me lo tôrrei dinanzi.

Vittorio. Meglio fia, dopo cento minacci, lo gastighi una fune.

Agnolo. Ben gli sta.

Barone. Io son piú vendicativo di voi: alla prima, salterei la granata e te lo vitupererei con gli scartabegli o lo farei dipingere con sirene a torno, per il tradimento con trofei di testi secchi e corde, per i meriti di tre legni, con istoriette di Sinone sotto, di caval di Troia e di cittá; poi farei un togato da parte con una lettera in terra che fosse bella e sigillata e una figuretta nuda che gli desse un buon mandiritto, e lo farei stampare e lo publicherei; e poi, per non parere, convertirei il caval di Troia nel caval pegaseo, Sinone in un poeta che avesse delle frasche di lauro in mano, e, quel figurino che gli dava il suo resto, in una fama che l'incoronasse di lauro.

Vittorio. Voi saresti bestia bene; alle capate faresti voi: non sapete voi che duro con duro non fece mai buon muro?

Barone. Anzi, io sarei il duro che la vorrei vincere e lui sarebbe... presso che io non dissi la tenera o 'l pastaccio.

Agnolo. Altra via diversa terrei io, lavorando sempre sotto acqua; e gli verrei sopra all'improvista con certi mandiritti e certi fendenti che direbbe: – Io non l'avrei mai creduto! –

Vittorio. Un altro farebbe forse altrimenti, con essergli tanto tempo nimico per l'avenire quanto egli gli fosse per il passato stato amico, e spoglierebbelo dagli onori che gli avesse dato e scorderebbesi i piaceri ricevuti e gli farebbe tanto danno quanto utile gli avesse fatto e tanto male quanto bene.

Barone. Cotesta non puzza e non sa di buono.

Vittorio. La migliore adunque è la mia, che ho preso per gastigo de' miei errori tutto il tradimento usatomi e ho giudicato che sia ben fatto d'aver ricevuto una sbrigliata, e da quella pigliare il morso con i denti e dire: io vo' far conoscere al mondo che costui è uno ignorante, perché farò dell'opere senza i suoi giudizii e migliori e piú belle; lui ne fará delle piú goffe; ergo e' fia tenuto un pedante giusto giusto e un pedantissimo ignorante.

Agnolo. Questa è piú sicura strada, lasciarlo dir male e far bene, mostrar e far vedere a ciascuno con l'esempio di lui medesimo chi egli è. Al resto, Vittorio.

Vittorio. Non piú di questa razza di amici finti, doppi11: ma egli ce n'è d'un'altra che sono scempi, che adoprano in tutte le cose il «ma»: – Questa opera è bella, ma... Questa figura è ben tirata, ma... Il tale è uomo da bene, ma... Fará una buona riuscita messer tale e quale, ma... – Malanno che Dio ti dia! – si dice agli amici del «ma». Ma quando io lo veggo, ogni cosa è ben fatto. – Vittorio fa ben le comedie, ma egli pecca un poco poco nell'invenzione; Piero ha bonissime lettere latine, ma non le sa esprimere; Giovanni è gran musico, ma ha cattiva grazia nel cantare; Martino è un soffiziente scrittore, ma è straccurato e pecca in ortografia; l'opere del Macchiavelli son belle, ma insegnano certe cose che non mi piacciono; le cose dell'Aretino son vive e sopreme, ma, non essendo dottore, come fa egli a farle? le cose del Muzio hanno un bel stile, ma non lo vorrei tutto equale; le cose dell'Alamanni son buone, ma egli ne fa troppe. – O che malanno di giudizio è questo? Sapete chi son poi costoro? Certi aghiacciati che sanno l'a b c, e su quella si sono afissati e hanno posto il tetto, dicendo: – Egli è meglio sapere poco poco, ed essere illustrissimo ed eccellentissimo che saperne assai e farle imperfettamente non giungere a quel supremo grado. – Ma non riguardano mai tanto che baste, questi girandolini, conciosia cosa che non posson dar giudizio se non di quel tanto che sanno. Non può, uno che non sa altro che sculpire, giudicare le poesie, né un puro pittore tassar le prose, né un gramatico distendersi nella filosofia come giudice, e manco un mecanico plebeo accusare un signore che governi male: ma si credon, costoro, come sanno fare, verbigrazia, un sonetto, saper comporre un Platone, o, come egli hanno tradotto una leggenda, saperne comporre altretanto. Oh come s'aviluppano eglino! Simil bacherozzoli stanno su quel «ma». Malanno che Dio dia loro!

Barone. La vi va! Pur che mentre voi cavate la fossa per farvi cader altri, che voi non ci saltiate dentro con loro, che come cieco v'accompagnate insieme.

Vittorio. Credi che io mi voglia attribuire il magisterio? Questo è quanto buono io abbia, che io so certo che tutte le cose mie son di poco valore; e lo conosco per questo, perciò che io le fo per dar pasto al mondo, non le fo per esser ripudiato dottoeloquenteacquistar fama, credito o riputazione, ma per non mi stare. – Oh! tu potresti far qualche altra cosa di piú profitto. – Io son fra Lorenzone, che la poca fatica gli era una sanitá: lo scrivere baie mi ingrassa, il ridermi di chi dice che le son belle mi diletta e il farmi beffe di simil ciancie m'è un'allegrezza inestimabile. E cosí come io mi rido delle cose mie e che me ne mocco il nasodisse il Panatacosí dell'altre stupisco; ogni cosa mi par bella, ciascuno mi par che sappia piú di me, reputo ogni ignorante migliore e piú stupendo di me, perché m'imagino che egli si creda tale e a tal fine abbia fatto la sua fatica e che la sia tenuta, da ciascuno che abbia giudizio, come la tengo io. In questo sono un poco arrogante, di credermi di aver giudizio, come gli altri che hanno giudizio in quelle cose medesime che io m'intendo.

Agnolo. Sta bene: so che voi giucate di scrima benissimo. Avete voi altro da dire in difesa vostra, perché v'ho garrito che dite male di chi v'offende?

Vittorio. Ho detto parte di cagione che mi conduce a offendere.

Barone. D'altra amicizia non si parla stasera adunque?

Vittorio. Se non fosse tardi, vi mostrerei una certa sorte d'amici inavvertenti che fanno peggio talvolta che i nimici. Oh che amici ignoranti! Con una parola rovinano una famiglia, con un sospetto, imaginato da goffi senza avvertenza, mettono al fondo un amico.

Barone. Son difficil costoro a conoscergli?

Vittorio. Difficilissimi; perché l'inavvertenza è un male che nasce da scempiezza e credulitá di credersi d'esser sagace, astuto e conoscere il pelo nell'uovo.

Agnolo. Io fuggirei di pigliar fatte amistá.

Vittorio. Il piú difficil passo che sia al mondo e la piú fallace dottrina che s'impari è il credersi d'esser dotto nello squadrare le brigate: tal pare una mucia che è un serpente velenoso, un altro pare Orlando ed è una pecora. Chi fa professione di sapere piú che non sa, crede che l'uno e l'altro finga o che vadino alla realesa discernere l'esito del lor procedere, perché i fatti del mondo son piú diversi che le foglie e piú volubili e ciascuna azione tien del camaleonte: il proverbio che dice: «E' si va per piú strade a Roma», è perfetto.

Barone. Io non mi fiderei mai d'uomo.

Vittorio. Bisogna andare a sotterrarsi, chi fa cotesto pensiero: noi siamo al mondo e bisogna viverci come porta l'uso del mondo: di questo sturatevene gli orecchi, ché l'è cosí e cosí ha da andare, mentre che egli sta in piedi; e chi piú ci vive è l'ingannato: basta, che non c'è uovo che non guazzi.

Agnolo. Dio mi guardi adunque d'amici inavvertenti.

Vittorio. Da' doppî ancóra, da' bilingui, da' tristi.

Barone. Credo che bisogni gettare il ghiaccio tondo e dire: «Dio ci liberi dal male», come dice il Paternostro, e non ci lasci ancor noi far male ad altri.

Vittorio. Il meglio fia certo pregarlo che ci cavi del cuore i cattivi pensieri e che ancóra agli altri gli cancelli.

Agnolo. Amen.

 

 

 




11 Anco questa è una tirata contro il Domenichi. [Ed.]






Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License