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| Anton Francesco Doni I marmi IntraText CT - Lettura del testo |
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RAGIONAMENTO DI DIVERSE ETÁ DEL MONDO
Papi Tedaldi, Bernardino di Giordano e Romito di Monte Morello.
Papi. La prima etá, secondo ch'io trovo scritto da chi si dilettava di dar notizia a color che verranno de' suoi buon tempi, fu una bella cosa: avevano un buon tempo, al mio giudizio, coloro; erano nati per viver felici; tutto il contrario di quello che abbiamo trovato noi. Bernardino. Io son d'un opinione che sempre gli sia stato tanto freddo quanto caldo e tanto piacere quanto dispiacere al mondo: pure, con che logica mi farete voi cotesti argomenti? Papi. Dicon gli scritti che tutti vivevano in pace, ciascuno lavorava un pezzo di terra ed era sua, piantava i suoi olivi, ricoglievane il frutto, vendemiava le sue vigne, segava il suo grano, allevava i suoi figliuoli e, finalmente, viveva del suo giusto sudore e non beveva del sangue de' poveri. Romito. «Vivi del sudor tuo», disse Iddio ad Adamo. Bernardino. Seguitate voi, che siate mezzo filosofo e tutto spirito, cotesta prèdica, perché udirò volentieri il vostro discorso, perciò che fia raro sí come voi sète raro virtuoso similmente. Romito. La virtú veramente è fuggire il vizio. Papi. Quando adunque io paragono quella alla nostra etá, egli è forza che io gridi, ancóra che io mi ritrovi solo nel mio scrittoio: – O malizia umana! o maladetto nostro mondo, che mai lasci fermo alcun buono stato! – Non vi maravigliate, perché io battezzi il mondo con sí cattivo nome; prima, perché la terra ebbe da Dio la maledizione, poi, perché d'ogni tempo che la fortuna mondana ci favoreggia, sempre la fa qualche cattiva esecuzione nella nostra vita. Chi legge di quell'etá, e vede questa, non volge le carte del libro senza sparger qualche lagrima. Passaron parecchi centinaia d'anni inanzi che la malizia s'impatronisse del mondo e che gli uomini provassero la sua malidizione. Iddio adunque, per i nostri errori, permesse che il ferro dell'aratro si convertisse in armature, i domati tori in fieri cavalli, il pungolo in lancia e la semplicitá nella malizia. Seguí a questa prima antiguardia di male la battaglia; per ciò che il traffico delle faccende buone si tramutò in ozio di pensier cattivi, il riposo naturale in artifizioso travaglio diabolico, la pace in guerra, l'amore in odio, la caritá in crudeltá, la giustizia nella tirannia, l'utile nel danno, la limosina nel ladroneccio e sopra tutto la fede in idolatria: tanto che l'utile della republica prese un'altra strada e pervenne in danno della natura umana particularmente e in vece di sparger seme per sostentamento dell'uomo si versa sangue vivo a distruzione di quello. Romito. Chi si diletta di sparger il sangue d'altri gli fia sparso il suo. Bernardino. L'è gran cosa veramente che l'uomo non possi piú vivere in alcuno stato oggi, sia religioso, sia ricco, sia povero, sia artigiano o gentiluomo: attendi al fatto tuo, non aver né amico né parente, sta solitario, vivi accompagnato, servi, non servire, non praticare, pratica, e piglia il malinconico, il savio, il pazzo, il mediocre, il quieto, il bestiale, il malizioso, il semplice, abita la cima de' mondi, le colline, le pianure, le caverne, i diserti, impácciati d'ogni cosa, non t'impacciar di nulla, sia letterato o sia ignorante, che in tutto e per tutto sei ritrovato, molestato, fastidito, e bisogna, a dispetto tuo, che tu viva a modo d'altrui; in tutto si trova il biasimo che ti assassina, il danno che ti perseguita; la noia ti tormenta, il vitupèro ti calpesta e l'ardire e la forza di ciascuno particolare e universale viene a turbarti il tuo stato; la insaziabilitá che dá bere all'uomo continuamente vino di desiderio, per mano della rapina, con la tazza della roba, fa che ciascuno arde di sete d'impadronirsi d'ogni minimo uomo e cosa vile e disprezzata, ancóra che sia signore di tutto il restante. Romito. «Inquietum est cor nostrum, donec requiescamus in te, Domine». Papi. Voi sapreste dire qualche cosa ancóra voi, quando voleste. Che volete piú bello che, avendo un gran ricco tre o quattro miglia di paese, e io aveva fra le sue centinara di campi un picciol pezzo di terra e quella sola aveva e me la coltivava, né mai ho potuto trarne frutto a mezzo e tanto m'ha straziato che egli me ne ha cacciato e aggiunto quel poco mio al molto suo? E pure, tre braccia di terreno gli basteranno, ultimamente! Ed è tanto accecato nella roba che non si conosce né uomo, creatura di Dio, né mortale. Romito. Insino agli animali conoscono Iddio, e l'uomo non lo vuol conoscere! Bernardino. Non è egli assai esser conosciuto bestia, animale senza ragione? So che non ne caverá altro che vitto e vestito, venga ricco quanto egli sa; e chi piú raguna roba in vita piú n'è straziata, sparita e consumata dopo morte. Io sono in una casa oggi, che, secondo c'ho veduto alle prestanze, ella ha avuto da settanta quattro padroni e ora va per terra. Che giova tanta avarizia, che il tempo e la morte son signori del tutto? Ultimamente, non ci trovo altro al mondo che opinione: l'uomo si ficca una fantasia maladetta nel capo e va dietro a quella, pascendosi tanto che finisce i suoi giorni; oggi si conturba tutto per la roba, domani s'adira per la dignitá, l'altro si cruccia per i figlioli, tal ora muor di doglia e spesso crepa d'allegrezza; cosí ogni dí, ogn'ora muta voglia, pensiero, faccenda e stato. Romito. Dodici son l'ore del giorno e sempre si volgono. Papi. Ogni cosa fu dal magno fattore accomodata generalmente: egli diede alle intelligenze il cielo empireo, alle stelle il firmamento, ai pianeti i mondi celesti, agli elementi il globo che noi abitiamo, l'aere agli uccelli, l'acqua ai pesci, alla terra il centro, ai serpenti il sotterraneo, alle bestie le montagne; di maniera che a tutto diede il luogo di riposo e all'uomo il paradiso terrestre; ma egli, insuperbito, si perdé tutto il suo stato perfetto e cadde nell'imperfezione. Questo è che i príncipi e' signori non hanno mai una ora di bene, perché si fanno padroni di terra maladetta, che produce spini e triboli: ora sospettano del perdimento dello stato, or temano del mancamento de' danari, spesso si spaventano di veleni e hanno i continui sproni o di tradimenti o di morte ai fianchi, senza il morso della fama e del timor di Dio che del continuo gli sbriglia; e se tal volta sfrenatamente corrono con il giannetto del loro desiderio o con il cavallo dell'apetito insaziabile, caggiono, e non è chi gli ritenga, nella fossa dell'infamia eterna e danno inremediabile, perdendo a un tratto il tempo, l'onore, l'utile e la vita. Di che si glorieranno adunque? Romito. Chi si gloria nel Signore, si rallegri. Bernardino. Certamente che l'uomo che s'è trovato privo del godimento del suo stato e trovasi ridotto in terra strana e forestiero, non ha mai riposo, se non persèguita gli altri che sono in pacifico stato, i pesci, gli uccelli, gli animali; e non contento di questo, ancóra agli uomini dá tormento, e a se medesimo dá affanno continuamente, perché mai si sazia di cosa che egli faccia, usi o si metta in pensiero. Chi si fonda nel parentado, chi fa fondamento su l'amicizia, altri si fondano su la lor roba, su la forza propria, sul favore, su la sanitá e sopra il loro sapere, stato e beni tutti della fortuna, e bene spesso, anzi sempre, egli è fondamento in rena e in acqua corrente. Romito. «Fundamentum aliud nemo ponat praeter id quod positum est, quod est Christus». Bernardino. La vostra vita veramente, padre, è priva di molti dispiaceri e vi sète fondato bene. Romito. «Fundamenta mea in montibus sanctis». Non che sia santo Monte Morello, ma il Monte della Croce bisogna salire, che è santo; annegar le volontá del mondo, tutti i desiderii carnali, che son tutti nel fango e son polvere e ombra, e con la sua croce seguitare il maestro, che è via, veritá e vita. Papi. Bisognava che noi non avessimo tanti assalti a un tratto da' nimici: chi resisterebbe in un tempo medesimo alla carne, al sangue, alla concupiscenza degli occhi, alla superbia della vita e al leone che del continuo cerca preda? Bernardino. «Quis est iste et laudabimus eum?» Romito. Io non niego, ma confesso che tutte le cose furon create da Dio per l'uomo: ma l'uomo, sí come era ordinato, doveva anch'egli servire a Dio, conoscendo d'esser fatto per quello; ma l'uomo, sí come era ordinato, doveva anch'egli servire Dio, conoscendo d'esser fatto per quello; ma l'uomo, sí come si ribellò a Dio, ancóra le cose sopposte a lui se gli voltaron contro, perché egli è giusto che chi non vuole ubidir altri non sia ubidito lui. Quanto danno ha ricevuto l'uomo per non esser a un comandamento solo ubidiente? Se Adamo amava e temeva nel paradiso il suo creatore solamente, da tutti in terra era egli temuto e amato. Natura ingrata di tanti e sí preziosi benifici! Io ho veramente a me medesimo e a tutti gli uomini gran compassione, vedendoci fuori del paradiso, potendo esser in cielo, considerandomi in sí aspra selva mondana e vedendo la carne nostra nella sepoltura in preda dei vermini. Oh che grande scatto da innocente e beato a peccatore e dannato! Gran paragone veramente ci s'appresenta dinanzi agli occhi: il godere gli elementi nello stato d'obedienza in pro nostro e utile e, nell'esser della disobedienza, in danno e tormento! Io sono astretto dal freddo che m'amazza, non posso toccare il fuoco che m'abrucia, non trapasso l'acqua perché m'annega, né entro sotto la terra perché la mi stiaccia; i serpi mi mordono, i cavalli mi traggono, i serpenti m'avvelenano e ogni cosa ha lasciato il dolce e il suave per me e ha preso l'aspro e l'amaro per tormentarmi; e, quello che è peggio, quello che tutto importa, che è la mia rovina, dico dell'uomo perpetuo affanno e danno, è stato che la mia celeste intelligenza m'è stata messa in un corpo grosso, grave, mortale e bestiale, tutto il rovescio che era prima, onde, in cambio di cose celesti e divine, egli cerca terrene e umane. Cuopri pur questa carne di broccato, ch'io non voglio altro; dammi pur famigli assai, e mi contento; accumulami pur del tesoro, ché io ad altro non penso; addestrami infiniti cavalli, perché lá è il mio piacere; empimi pur per la gola il corpo de' variati e diversi cibi, perché lá trovo la mia quiete; pur che io abbi superbi edifici da perpetuarmi, vadi il resto come gli piace: grandi eserciti, regni, vassalli, diletti carnali, novitá di passare il tempo cerco io e in altro non mi curo d'affaticare. O Dio! ecco la parte cattiva che soffoca la buona: ciascuno è accecato in questa vita, ogni uno è preso da questa arpia e legato da questa ferocitá insensata. Il dí che nasce l'uomo non nasce la morte con esso? non gli sono súbito attorno le miserie? Ed egli, misero!, l'abraccia né si conosce, e chi gne ne mostra, chi fa vedergnene, súbito chiude gli occhi e volge la testa e si fa beffe di te, ti chiama stolto, dappoco, ignorante e pazzo: in dispregio del mondo, egli è pur poco quel che si gode e son pur brevi i giorni, l'ore volano in un súbito e gli anni passano che alcuno non se ne accorge! Papi. La morte senza alcun dubbio è il nostro patrimonio; l'ereditá nostra di tanti e tanti tesori e stati è una puzzolente sepoltura. Romito. Messer Bernardino, la notte ne viene: i Marmi non son stanza piú da me, secondo l'opinione del vulgo ignorante. Papi. Ignorante certo, credendo che i buoni non sien buoni se non ne' luoghi ascosti e di giorno. Romito. Però, messer Papi, io mi raccomanderò alla vostra caritá: domattina ci vedremo. Bernardino. Andate con il Signore. Papi. Questo buon padre ha molto spirito, e mi piace il suo discorso che se ne va toccando quel che bisogna all'uomo: ma dubito che favelli in molti luoghi che le sue parole faccia poco profitto, perché il mondo sta come egli può. Bernardino. Io concludo, per le parole che egli ha dette, che, secondo che Adamo aveva a essere ubidiente a Dio, e non fu, poi ciò che gli era sottoposto si ribellò; cosí i príncipi e i signori che non temano Dio e non sono ubidienti a' comandamenti di quello, che gli abbia da succeder loro il medesimo, ciò è che perderanno tutte le cose buone, l'utili e le salutifere. Papi. Ecco che l'etá nostra s'accosta a cotesta vita; e Dio voglia che i travagli non ci assaltino e ci faccino una guerra tale che noi abbiamo da piangere piú tempo i nostri errori che non è stata longa la disonesta vita che abbiamo fatta. Bernardino. Questa stanza non mi piace piú per istasera. Papi. Né ancóra a me, perché ho faccenda: andiancene in verso casa di compagnia.
Vico Salvietti, Pollo degli Orlandini, ed Enea della Stufa.
Vico. Vedete, Pollo, la mi pareva piú vera che s'io fussi stato desto. Deh, udite, di grazia. Egli mi parve d'esser fatto colonnello generale del re Francesco e avere a fare da ventimila fanti, tra archibusieri e picche. Ben sapete che io mi messi súbito in arnese e feci capitani e alfieri, luoghitenenti, caporali, che so io? un mondo di capi; e dá danari a questo, dágli a quell'altro, tanto che io cominciai a fare una buona buca in un tascone di corone. Eccoti che molti giovani nobili e ricchi assai bene, quando ebbono inteso che io aveva da far gente, mi vennero a trovare ben di buon cervello; e chi diceva: – Signore, se voi mi date la condotta, io ho cinquecento archibusieri forniti, bravi, valenti e attilati – e con favori e gran promesse mi facevan dar la caccia. Io, che desiderava onore, vedute tante offerte, súbito sborsava e faceva capitani: volete voi altro? che in questo modo ne feci assai che m'avevano cose alte alte in parole promesso, e mi trovai a fatti basso basso; ché vi fu tale che voleva menar seco seicento fanti ed ebbe i dinari, che non ne condusse cento e cinquanta, talmente che, credendomi avere un giorno in essere quindici o venti mila uomini, mi ritrovai con cinque o sei mila pecore: pensate che io era per disperarmi. Pollo. Quanto avrei io gridato! che villanie avrei io detto a quei capitani! Vico. Non mancavano le bravate; ma che giovavano? Perché uno diceva: – Egli m'è stato portato via le paghe –; chi diceva: – Domani, stasera l'arete – (e l'altro: – Il fegato). – Sta mani, quando feci la rassegna, n'aveva trenta di piú: dove, diascol, son eglino andati? – Certi altri capitani biastemavano che i loro alfieri e caporali avevano condotto fanterie stracche, mal pratiche, disarmate e piú tosto buone da guardar vacche e buoi che far guardie o combattere; tale gli metteva in essere per farne la mostra, che si straccava tanto a dar bastonate e correr di qua e di lá che egli per istracchezza si gettava in terra, dicendo: – Vada in malora quanti villani portan celata. – Parevami poi che si fosse fatta una scelta de' manco cattivi e fossin posti in ordinanza, e i capitani che avevan trovati in parole i soldati, bisognava che rendessino gli scudi indietro con un bestemiare, perché ci avevano messo del loro, perché assai s'eran fuggiti e presa per la piú corta: e qui mi feci inanzi a dar la cassia; onde mi ritrovai come dice il proverbio: «ogni buon cotto a mezzo torna». Pensate che animo era il mio a vedermi colonnello di cinquanta scalzi! – Orbe' – diss'io da me medesimo – aspetta, re, le fanterie; sta di buona voglia, ché le verranno ora. – Io credo certamente che quella sera prima, che io ebbi tanta gentaglia dove io faceva la massa, credo che ci mancassi poco a dar la volta al cervello e diventar pazzo intrafatto. Oh che confusione! oh che romore! che rompimenti di cervello! Egli ve n'era poi de' fastidiosi (pensate voi! di mille sorte sangui), che Moisè non gli avrebbe regolati né dato lor legge: chi gli avesse impalati, non sarebbono stati in termine né a segno. Pollo. Pur beato che tu dormivi; se tu eri desto e' ti davano la mala notte. Vico. Io venni, cosí dormendo, in tanta colera e furia che io cominciai a ferir questo e dare a quell'altro, talmente che, sudato e affaticato, io mi destai. Pollo. Oh che bravo colonnello ti parve egli essere allora! Vico. A me parve risuscitare. Oh che allegrezza! E considerai in fatto, perché il mio fu sogno, che gran dispiacere e che disturbo bestiale, affanno, dolore e fastidio debbe avere uno che si trovi in sí fatti bucati. Pollo. Peggio credo che egli sia quando l'uomo si trova in una zuffa di cavalli e di fanterie a menar le mani. Vico. In coteste fazioni almanco si corre la sorte dell'utile e dell'onore al par della vita che si perde; ma, in queste frugate, si va a pericol di scoppiare e di rimanere un dappoco negligente, mal servente, di poco credito, straccurato; e tal volta si dice: – Egli non ha voluto. – Cosí il perder l'utile e l'onore è la manco. Enea. Io che son vecchio e ho pisciato in piú nevi, senza il dibattermi il capo che io ho fatto tanti anni su' libri, s'io fussi, essendo giovane, stato capitano... Vico. Voi ci mettete troppi codicilli. Enea. Cacasangue! che vuoi tu che io facci ora? Enea. Cercherei di guadagnarmi un onore, fussi in che caso egli volesse: in sostenere uno assedio, in resistere a un assalto, in affrontare il nimico; tant'è, quando io n'avessi vinta una, vorrei poi bello bello avvilupparmi in qualche altro negozio e mai piú correr pericolo da perder quell'onore che io mi avesse acquistato con pericolo della vita. Pollo. Udite, forse che non sarebbe cattivo disegno! Perché, facci uno quante prove egli sa nei casi della guerra e sia valente, governi la cosa con giudizio e reggasi piú retto che un archipenzolo, poi la sorte, la fortuna, il diavolo o sia che si voglia sinistro e accidente inremediabile che lo facci perder un tratto, la broda se gli rovescia tutta a dosso di lui, e, brevemente, non ha fatto nulla. Io non voglio or nominare venticinque esempi, per non esser tassato di savio dopo il fatto. Ma ditemi: non fu un Marte il signor Giovanni? Sí certo. Se non andava a scoprire i nimici e avesse mandato un altro quando toccò la moschettata, non era meglio? Sí, certo. Il signor Giovan Batista Monte non era egli valentissimo, animoso e bravissimo capitano? Sí, veramente. Non si dice egli che fu troppo ardito? Messer sí. Ecco che, ogni poco che l'uomo penda, noi siamo su le colpe, di dire: – E' doveva fare, doveva dire; io avrei fatto, io avrei detto. – Quando questi arditi riprensori si fossero trovati loro una volta in queste, quelle o quell'altre simil forbici, forse forse che non abaierebbono: – S'io fossi stato nel re a Pavia, nel signor marchese a Cerisola o nel signor Pietro nel passare in Piemonte, avrei fatto e detto12. – Ciascuno ha bel dire: sotto il tetto, dopo desinare e dopo cena, ci si frappa assai. Sí che, messer Enea, voi l'avete presa per il verso e mi piacete in cotesta opinione. Enea. Fu un bravo abattimento quel del Puccini: e fu gran cosa certo (io mi ci trovai), che 'l Puccino ficcasse lo stocco ne' buchi della visiera del nimico e l'incartasse sotto il ciglio; tant'è, egli l'amazzò. Pollo. Fu un bestial colpo, a tagliar tanto della visiera che lo stocco passassi dentro a morte: una gagliarda stoccata! Vico. Non fu ella ancóra una gran sorte a investire in luogo sí difficile? Messer Enea, voi che siate stato in tanti campi... Vico. .. avete voi dipoi mai sognato d'essere stato in qualche abattimento, alle mani con persona alcuna, che voi abbiate avutone gran batticuore dormendo? Enea. A dirvi il vero, io sognai una volta d'esser luogotenente del re Ruberto re di Sicilia. Vico. Or cosí date nell'antico! Voi dovevi star bene armato, n'è vero? Enea. Basta che io pareva un uomo di ferro ancóra io. Vico. Che pruove furon le vostre? Enea. Io ve ne vo' dir dal capo alla coda: prima, perché io non sapeva fare né battaglioni né fare mettere in assetto scaramuccie, io andai e mi feci insegnare in casa, in una gran sala, forse un mese: ogni dí, ogni di mi pareva che io m'esercitasse. Vico. Fu un lungo sogno il vostro. Enea. Poi, quando io fui alla campagna, a dirvi vero, la non mi riuscí, anzi mi persi, perché da quaranta fanti a otto o dodici mila nulla est proportio. Enea. Di quell'andare inanzi, con uno spuntone su la spalla e il mio ragazzo con la celata e con la picca, la mi sodisfaceva. Oh come la pestava io bene, con quei passoni, intirizzato! bravo! Ma quando si cominciò a dar ne' tif, taf, mai a' miei dí ebbi sí gran paura: e' non traeva mai scoppietto che io non mi testassi con una mano tutto il petto e con l'altra mi copriva il viso; il raccapricciarmi poi e il tremar tutto da capo a piedi ve lo do vantaggio. Vico. Ah! ah! perché non fu egli da dovero? Enea. Arei avuto manco paura, ben sapete; perché i sogni fanno piú paura, dormendo, a uno che quando egli è desto. Enea. Ultimamente, noi fummo rotti; e il mio cavallo (perché era montato su, per tenér la battaglia insieme)... Pollo. Ancor per fuggir piú presto. Enea. ...mi fu morto sotto: allora io ti so dire che io dissi il paternostro di san Giuliano, e mano a correre; e nel fuggire mi pareva dir: – Testa testa, fate testa! – Vico. Egli era meglio gridar: – Fate capo grosso. – Enea. Tant'è, il tanto correre mi faceva un'ansa grande, e mi parve arrivare dove erano padiglioni, trabacche e altre tresche e genti da battaglia; e mi parve d'esser fatto prigione: in questo mi destai. Pollo. A tempo: bisognava che voi fossi stato nel sonno tanto che voi avessi fatto taglia. Vico. Sí, e poi non si fosse trovato chi l'avesse voluta pagare, anzi, che vi fosse stato detto villania, che voi non avevi saputo guidar ben le genti né governar un campo e che il capitano non debbe mai fuggire e che se voi non l'aveste data a gambe, la cosa non sarebbe ita in mal'ora, e insino ai saccomanni v'avessero uccellato e dettovi manco che messere. Enea. Io mi sarei morto in sogno, se mi fosse accaduto tante diavolerie. Ma chi son costoro che vengano in qua? Pollo. Io non gli conosco: e' mi paion forestieri. Enea. E v'è pure de' nostri cittadini ancóra. Pollo. Che sí, che noi udiamo qualche bel ragionamento stasera! Vico. Fia bene turarsi e udir ciò che dicano; perché, al parer mio, un di loro s'affolta assai nel cicalare. Enea. Ritirianci da parte, ché io son certo che non avremo speso questa sera indarno.
Il fine della seconda parte de ' «marmi » del doni al reverendissimo monsignore Ascanio Libertino dedicati.
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12 Il re Francesco primo di Francia, prigione a Pavia il 1525; Alfonso secondo d'Avalos, marchese del Vasto e poi di Pescara. Capitano imperiale, battuto il 1544 a Ceresole d'Alba; Pietro Strozzi, capitano della parte francese, sgominato dagl'imperiali su la Scrivia, poco dopo la battaglia di Ceresole [Ed.]. |
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