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| Anton Francesco Doni I marmi IntraText CT - Lettura del testo |
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RAGIONAMENTO DI DIVERSE OPERE E AUTORI
Quanto sien facili gli uomini grossi a credere alle invenzioni dai sottili e acuti ingegni trovate; e che una gran parte di libri son pasto da plebei, confezioni da spensierati e passatempi da ricchi e oziosi cervelli.
Lo Stucco e il Sazio, academici.
Stucco. Che bel libro è cotesto ch'avete in mano? Sempre vi sète dilettato di libri begli. Ma egli è il Boccaccio: dove l'avete voi avuto a penna sí bene scritto? Io per me non ne terrei uno in casa, perché quegli antichi scrittori scorrettamente scrivevano. Sazio. Questo è un di quegli bene scritto e ben corretto. E udite in che modo: messer Giovan Battista Mannelli fu un cittadino amator della virtú e fu al tempo di Giovan Boccaccio, il quale scrisse le sue Cento novelle, e lo copiò dall'originale dell'autore. Stucco. Che n'aparisce di cotesta cosa? Sazio. Ecco, che messer Giovan Boccaccio lo corresse tutto di suo mano. Stucco. Ell'è certa: questa è la mano sua; io la conosco. Oh che gioia di libro! Come t'è egli venuto nelle mani? è egli tuo? Sazio. Il libro è del duca illustrissimo e sta nella sua guardaroba; ma egli m'è stato acomodato tanto che io ne corregga uno di questi a stampa de' migliori. Stucco. E l'altro che tu hai sotto il braccio che libro è? Sazio. Son cento lettere sopra le novelle. Stucco. Debbono essere una bella cosa: deh, lasciamene lègger una. Sazio. Leggi; io son contento.
Un barone, entrato in gelosia, in forma di frate confessa la sua moglie; la qual, vedutasi tradir dal marito, con una súbita arguzia, fa rimanere una bestia lui ed ella rimane scusata.21
«In un certo regno di questo mondo, per non far nome al luogo, avenne alcuni anni sono che un nobilissimo cavaliere, quasi un de' primi baroni della corona, prese moglie giovane e bella, non meno di nobil sangue che conveniente al grado suo; e, godendosi felicemente insieme, era tanta e sí fatta l'affezione che si portavano l'uno all'altro che, ciascuna volta che 'l barone andava per alcun bisogno del re in paese lontano, sempre nel ritorno suo trovava o di mala voglia, quasi distrutta da' pensieri, o inferma la sua bella consorte. Ora avenne una volta infra l'altre che dal re fu mandato il barone a Cesare per imbasciadore; e, dimorando piú del solito suo molti mesi, o per casi fortuiti che si fosse o per ispedire facende importanti o come si volesse, diede la sorte che la donna sua, dopo molti dolenti sospiri e lamenti, gli venne, nel rimirare gli uomini della sua corte, indirizzato gli occhi dove per aventura la non avrebbe voluto; e fu lo sguardo di tal maniera che fieramente d'un paggio molto nobile e costumato, il qual la serviva, senza poter fare riparo alcuno, s'inamorò. Onde, aspettato piú volte tempo commodo, senza trarre di questo suo amore motto ad alcuno, una sera gli venne a effetto il suo pensiero; perché, chiuso destramente la camera, fingendo di farsi porgere alcune lettere e leggerle, e con questa commoditá dato ardire al giovane di passar piú inanzi che non era ragionevole, con certi modi ornati parte d'onestá e parte dintornati di lascivia, con certi sguardi da far arder Giove e talora velocemente aprendosi alquanto il bianco e delicato seno e tosto richiudendolo e spesso scoprendo il picciol piede con alcuna parte della candida gamba piú che neve, fingendo, come sopra pensiero, rifrescarsi, accompagnando tali atti con alcun sospiro, e tanto arditamente e accortamente fece che 'l giovane mezzo timoroso, disse: – Deh, madonna, movetevi a pietá della gioventú mia, perché il tenermi qua ristretto a tanto tormento mi strugge il cuore. – Alle quali parole le ardenti fiamme d'amore che serrate si stavono nel petto d'alabastro finissimo, diedero una scintilla di fuoco nel vólto di lei, il quale, accendendosi tutto, diventò come un lucentissimo sole; e, prendendolo per la mano, la quale era di tal maniera che avrebbe liquefatto il diamante, e dopo assai ragionamenti e una stretta fede, oimè!, colse il frutto di quel piacere che strugge di desio ciascuno amante. Avenne dopo molti e molti giorni che, con gran diletto felicemente del lor amor godendo, che un nuovo accidente gli assalí: e questo fu, che un barone famigliarissimo, e quasi come fratello reputato, del marito, non gli essendo tenuto chiuso porta del palazzo, anzi, riverito e onorato, soleva spesse volte corteggiare e onorare la nobil donna; dove una mattina, essendo l'ora tarda, senza esser d'alcuno impedito, per insino nella camera, la quale per mala sorte trovò aperta, se ne andò, credendosi, sí come l'altre volte, non dare impedimento alcuno. Aveva la giovane e il bellissimo paggio, dopo i piacevolissimi solazzi, preso un grave e saporito sonno, sí come avenir suole il piú delle volte in simil casi; tal che il barone, non vedendo la donna, con insolito ardire alzò del paviglione un lembo, e, compreso il fallo della femina e la prosunzion del giovane, non si poté tenére in quel súbito, per l'affezione che portava al marito, di non gridare: – Ah, rea e malvagia femina, questi sono i modi di leale consorte? Ah, sfrenata gioventú, ch'è questo che io veggio? – e con altre infinite parole. Al qual grido destáti i due amanti e storditi dal nuovo caso, altro rimedio non potettero prendere che umilmente raccomandarsi non meno con calde lagrime che stretti prieghi, per Dio mercé chiedendo, con assai singolti da rompere ogni duro core. Il barone, che non era di smalto, anzi di carne, sentí due colpi in un sol trarre d'un arco, il primo di pietá e di compassione, l'altro d'amore e di libidine; e, d'una parola in l'altra trascorrendo, si quietò con questo patto, di godere, alcuna volta, parte dei beni dal paggio felicemente posseduti. Cosí, restato la femina contenta, esso quieto e il paggio allegro, piú e piú giorni goderono la dolcezza che passa ogni piacere umano. La fortuna, nimica dei contenti, la qual non sa conservare lungo tempo la felicitá in uno stato, non gli bastò solo aver fatto il primo e il secondo inconveniente, l'uno e l'altro brutto, che la vi aggionse il terzo, bruttissimo: e questo fu che un frate, capellano della donna, assai disposto della persona, era solito passare nella anticamera a ordinare i suoi misteri, e, trovato chiuso la strada e tardando l'ora di far l'offizio suo, con una ordinaria prosonzione, per alcune scale secrete nell'anticamera pervenne; e, ascoltando piú volte all'uscio che in quella entrava e spesso ritornandovi, avenne che aperto lo trovò, ma molto bene accostato, e con la mano pianamente aprendolo alquanto, comprese che 'l familiare barone con la signora a grande onore se ne giaceva e d'ogni desiderio suo dolcemente si contentava; ed essendo alquanto desideroso di far tal viaggio esso ancóra, pensò piú modi che via prender doveva a questo fatto. Onde, uscito il barone del letto e della camera partito, súbito il frate senza punto dimorare se n'andò al letto della madama e gli disse: – E' sono piú anni, illustre signora mia, ch'io ho fatto seco, per altro non è stata se non mediante la bellezza ch'è posta nell'angelica faccia e ne' lucenti e folgoranti lumi de' bei vostri occhi; e perché l'amore ch'io vi porto non ha termine né luogo, non ha aúto ancor rispetto a religione o a condizion mia e con l'ardore de' vostri vivi razzi sí forte m'ha assalito che piú volte, tratto dalla strada dell'impossibile, sono stato vicino ad amazzarmi, e, fatto di tal caso deliberazione risoluta, non ci andava guari di tempo che esequivo la crudeltá in me; ma, veduto Amore il fiero mio e bestial proponimento, m'ha, la sua mercé, pôrto alquanto di lume in queste oscure tenebre de' miei affanni, e questo è stato che con gli occhi proprii ho veduto quello ch'alla mia salute era di bisogno. – E qui alla donna, che stava piena di meraviglia, molti particolari narrò e con molte parole gli dimostrò il danno che ne seguiva e il vituperio che lei ne riportava, se di tal cosa non gli acconsentiva; e, dall'altro, proponeva un silenzio fedele, una pace eterna e un quieto riposo; ultimamente, che lei gli donava la vita e a sé e al baron suo parimente la conservava: tal che la donna piatosa, fra 'l timore e la paura e la promissione del tenerlo secreto, per una sola volta gli acconsentí, con molto suo dispiacere e affanno, alle disoneste voglie: né si partí della camera che 'l tutto si messe a effetto. Finito il tempo dell'imbasciaría, il nobil uomo, ritornato al re e parimente a casa, trovò la donna, fuor del solito suo costume, non solamente sana, ma allegra, e assai piú bella e in miglior stato, e di questo caso ne fece assai maraviglia. Dove, piú volte immaginatosi onde questa cagione derivar potesse né trovando né conoscendo per modo alcuno sí nuovo accidente, tentò piú vie di saperlo, né alcuna giovandone, deliberò, con modo non molto ragionevole, di tal cosa chiarirsene e farsi certo se quello che ei credeva fosse vero. Essendo adunque venuto il tempo che gli uomini vanno a deporre la miglior parte dei lor segreti nel petto de' confessori, andò il barone a ritrovare un valente padre, dal quale la donna era solita confessarsi; e prima con i preghi e poi oprando l'autoritá e la potenza sua, fece tanto che gli concesse e l'abito e il luogo. Dove la donna con le sue donzelle una mattina per tempo se n'andò, e sinceramente postasi ginocchioni, delle sue colpe cominciò a chieder perdóno: ed essendo arrivata all'atto del matrimonio, fieramente si diede a piagnere; ed essendo pur domandata dal confessore e assicurata del perdóno del suo fallo, la gli disse come d'un paggio onorato e molto a lei carissimo era inamorata; la qual cosa gli aveva prodotto piú nuovi e piú crudeli accidenti che s'udissero mai; e, detto questo, di nuovo piú forte si diede lagrimare. Il barone, avendo avuto questa prima ferita, per cercare quel che non doveva e quel che non avrebbe voluto ritrovare, fu quasi spinto dallo sdegno a scoprirsi; ma, desideroso di sentir piú innanzi, con buone parole l'acquetò e gli fece il perdóno facile di tal peccato. Disse la donna: – Doppo il paggio, padre mio, pur con suo consentimento, perché altrimenti non ho potuto fare, anzi forzatamente l'ho fatto né ho possuto far di manco, se Dio mi perdoni, a un nobilissimo barone, tante volte quante egli ha voluto, carnalmente acconsentii; e doppo questo errore, ultimamente, che mi dispiace assai, sforzata e contra mia voglia, a un frate maladetto mi son data in preda (che tristo lo faccia Iddio!) ch'io non lo veggio mai con sí fatti panni adosso che io non gli desíderi tutti i mali del mondo. – E dal dispiacere del peccato e dal dolore dell'ingiuria, gli sopravenne sí fieri singulti che piú parlare in modo alcuno non poteva. Il marito, piú dolente che consigliato, preso dal nuovo caso un furore pazzo e dalla maraviglia stordito, trattosi il capuccio di testa e a un tempo medesimo aperto la grata dove i confessori si stanno ascosti; disse: – Adunque, malvagia donna, non se' stata in vano né hai passati i tuoi giorni indarno, ché si disonestamente e sí lascivamente gli hai spesi! – Qui può imaginarsi ogni donna che in simili accidenti si fusse ritrovata, che dolor fu quello della femina colpevole: dove, vedutasi palesata e scoperta senza riparo di scusa alcuna, fu quasi per tramortire, non tanto per i casi passati quanto per la novitá del presente. Pure Iddio, volendo punire l'inganno del tradimento usato alla donna, gli diede non meno forza che virtú; e alzato gli occhi in verso il marito infuriato, con un arguto modo, quasi che da un nuovo sonno svegliata fosse, gli disse con un mal piglio: – Oh che nobil cavaliere! oh che gentil sangue di signore! oh che real barone che tu sei divenuto! Oh mia infelice sorte! Non so qual debb'esser piú ripresa in te delle due viltá dell'animo che t'è entrato nel petto, o l'imaginarti che la tua buona donna faccia fallo alla tua persona o l'esserti vestito sí vilmente, astretto non meno da dappocagine d'intelletto che da furiositá di poco senno. I' mi contento bene che per insino a ora tu abbi ricevuto il premio che tu andavi cercando; ben è vero ch'io non voglio usare i termini con teco che tu meco hai usato e tenerti ascoso la tua stoltizia e non ti palesar la mia bontá. Dimmi: sei tu fuor del senno? non sei tu paggio del re? non sei tu barone? ultimamente, non sei tu divenuto un maladetto frate? Quali altri paggi, quali altri baroni e qual altro frate ha aúto a far con meco che tu? Sei tu sí uscito del cervello che tu non lo conosca? Ch'io son vicina, per questo caso disonesto e della poca fede che tu tieni nella mia persona, quasi di trarmi gli occhi di testa, per non vedere un sí brutto spettacolo. Deponi, uomo savio, sí orribile sospetto e cerca di coprire sí sciocco e sí vituperoso modo che tu hai usato di vestirti frate, ch'io giuro a Dio ch'io non posso piú dinanzi alla faccia tua star ginocchioni, tanto mi pesa questo caso e duole. – E in piedi levatasi, tutta turbata in faccia, senza far piú parole, alle sue donne se ne tornò. Il barone, veduto scoperto la sua pazzia e creduto fermamente alle parole della valente donna, cercò non meno di coprire il fallo che d'emendare il suo errore».
Stucco. Piacemi l'invenzione: ma tu dicesti di lèggere una lettera e ci hai narrato una storia. Che s'ha da far poi del corretto Boccaccio e delle lettere? Sazio. Stamparle tutte in un volume. Stucco. Sará bell'opera certamente. Tu mi pari un libraro: oh, tu n'hai un altro in seno! che cosa è quest'altro? Sazio. L'Idea del teatro del signor Giulio Camillo. Stucco. Dá qua, ché io voglio veder s'io vi trovo sopra una cosa da non la credere. Oh come ci menano per il naso noi altri ignoranti questi dotti dotti dotti! Stucco. Mostrami il libro: «Ma, seguendo il proposito nostro, è da sapere che in noi sono tre anime, le quali tutte tre, quantunque godano di questo nome comune 'animo', nondimeno ciascuna ha ancóra il suo nome particolare». Sazio. Di queste tre anime egli l'ha detto un'altra volta in una sua lettera. Stucco. Non importa; sta pure a udire: «Imperciò che la piú bassa e vicina e compagna del corpo nostro è chiamata 'nepes', ed è questa altrimenti detta da Moisè anima vivens». Sazio. Vedete quel fa a saper ebreo, greco e latino! Stucco. Vedete quel che è non star saldo a quello che hanno scritto i dottori della chiesa! State pure a udire: «E questa, perciò che in lei capeno tutte le nostre passioni, la abbiamo noi comune con le bestie». Sazio. Le nostre passioni son tutte adunque cose da bestie: oh, le bestie non hanno, credo, le passioni che abbiamo noi. Sazio. È egli stampato in luogo autentico? Stucco. In Fiorenza e ancóra in Vinegia. Sazio. Sta bene, seguitate tutto ciò che voi volete dire. Stucco. «E di questa anima parla Cristo quando dice: 'Tristis est anima mea usque ad mortem'; e altrove: 'Qui non habuerit odio animam suam perdit eam'. Al qual vocabulo non aspirando la lingua né greca né latina, non si può rappresentare nelle traduzioni la sua significazione». Sazio. Saldo: chi non avrá in odio la sua anima la perderá; adunque, chi l'avrá in odio l'acquisterá. Talmente che, acquistandola, l'uomo guadagna un'anima come quella delle bestie? Stucco. La logica l'intende altrimenti. Ascolta prima il restante: «Come, per cagion d'esempio, in quel salmo 'Lauda, anima mea, dominum', quantunque lo scrittor dello Spirito santo abbia posto il vocabulo di 'nepes', ci fanno usare il comune. E fu ben ragione che il profeta usasse il vocabulo 'nepes', volendo lodare Dio con la lingua e con altri membri che formano la voce e sono governati dalla 'nepes', che è piú vicina alla carne. L'anima di mezzo, che è razionale, è chiamata col nome dello spirito, ciò è 'ruach'». Sazio. Io son ben sazio da vero. Che noi abbiamo tante anime in corpo? S'io pensava, non comprava questo libro altrimenti. Stucco. Anzi sí, perché è stupendo. «La terza anima è detta 'nessamath' da Moisè, 'spiracolo' da Davitte, e da Pittagora 'lume', da Agostino 'porzion superiore'...». Sazio. Egli si fonda benissimo. Stucco. Pur che coloro voglin dir ciò che egli intende, ogni cosa sta bene. «...da Platone 'mente', da Aristotile, 'intelletto agente'. E sí come la 'nepes' ha il diavolo che e' le ministra dimonio per tentatore, cosí la 'nessamath' ha Dio che le ministra l'angelo: la poverella di mezzo da amendue le parti è stimoniata; e se per divina permissione s'inchina a far unione con la 'nepes', la 'nepes' si unisce con la carne e la carne con il dimonio e il tutto fa transito e trasmutazione in diavolo; per la qual cosa disse Cristo: “Ego elegi vos duodecim et unus ex vobis diabolus est”. Sazio. A questo modo tutti abbiamo il diavolo nella anima prima. Stucco. Voi mi fate venir voglia di ridire. Udite il fine: «Ma se per grazia di Cristo (da altri non può venire un tanto benefizio) l'anima di mezzo si distacca, quasi per lo taglio del coltello della parola di Cristo, dalla 'nepes' mal persuasa, e si unisce con la 'nessamath', la 'nessamath', che è tutta divina, passa nella natura dell'angelo e conseguentemente si tramuta in Dio. Per questo, Cristo, adducendo quel testo di Malacchia, 'Ecce ego mitto angelum meum', vuol che s'intenda di Giovanni Battista trasmutato in angelo nella providenza divina ab initio et ante secula». Sazio. Abreviamela questa cosa: salta con il lèggere, perché ho fretta stasera. Stucco. Ecco fatto «Non posso fare che io non metta la opinine dello scrittor del Zoar: La 'nepes' essere un certo simulacro o vero ombra nostra, la quale non si parte mai da' sepolcri e lasciasi non solamente la notte, ma ancor di giorno da quelli a' quali Dio ha aperti gli occhi. E perciò che il detto scrittor dimorò all'eremo per quaranta anni con sette compagni e con un figliuolo per cagion di illuminare la scrittura santa, e' dice che un giorno vide a uno de' suoi santi e cari compagni distaccata la 'nepes' talmente che gli faceva di dietro ombra al capo; e di qui s'avidde che questo era il nunzio della vicina morte di colui». Sazio. Perché tu m'hai legato la bocca con dir santo e santi, però sto cheto e credo che questo e maggior dono possa concedere Dio all'uomo; ma perché Giulio Camillo non fu santo non vo' creder di cotesto Teatro nulla. I' l'ho per acuto ritrovatore, ingegnoso e letterato, del resto non gli credo nulla e non voglio piú cotesto libro: to'lo per te. Stucco. Sgratis svobis. Lasciami finir questo capitolo: «Ma con molti digiuni e orazioni ottenne da Dio che la detta staccata 'nepes' da capo al corpo suo si ricongiunse». Sazio. Non me ne dir piú: a Dio: serba il libro per te.
Stucco. Tanto che 'l libro v'è paruto una bella cosa? Sazio. Bellissima certo; per voler dare a credere alle persone molte cose nuove messer Giulio non ha pari. Stucco. Avete voi considerato di quel numero che egli scrive dell'Apocalissi, dove egli dice: «Numerus hominis numerus bestiæl, numerus autem bestiæ sexcenti sexaginta sex» e séguita? Perciò che, scrivendo il Camillo, il numero che arriva a mille, per la giunta dello intelletto agente, è il numero dell'uomo illuminato. Sazio. Oh l'è tirata acutamente questa cosa! Sapreste voi per sorte dove cotesto passo è nell'Apocalisse? Stucco. A tredici capitoli; e dice cosí: «Hic sapientia est (parlando di non so che bestia) qui habet intellectum, computet numerum bestiæ; numerus enim hominis est; et numerus eius sexcenti sexaginta sex». Sazio. Gli antichi interpreti che hanno detto di cotesto passo? Stucco. Non mi ricordo d'alcuni stiracchiamenti greci, ma d'una interpretazione latina sí. Dicono gli spositori che quella bestia è significata per Anticristo, il qual si chiamerá la luce del mondo, e hanno scritto DIC, LVX; come dire: dice esser lui la luce; e segnano in questo modo il numero per calcularlo meglio, che 'l D dica cinquecento, l'I uno, e il C cento, secondo l'abaco ecclesiastico; poi, lo L cinquanta, l'V cinque e l'X dieci, e lo raccolgono in questo modo:
questo fa secento uno.
e quest'altro sessanta cinque: talmente che 601 e 65 fanno quel numero che dice san Giovanni nell'Apocalisse, 666, che è il nome di quella bestia. Sazio. I nostri moderni non hanno eglino dettovi qualche cosa sopra? Stucco. Non, ch'io sappia; ma io ce ne ho due nuove nuove fatte di vecchio. Stucco. La pazienza adunque sia teco; e aspetta che io dica ogni cosa e poi ti segna. Sazio. Son contentissimo: or di', via, ch'insino all'ultimo che tu dirai «io ho finito», non son per dirti una parola al mondo. Stucco. Essendo la settimana santa ai divini ufizii negli Angeli, mi venne alquanto da velare gli occhi; cosí m'apoggiai sul mio bordone e mi messi il cappello in capo e dormí leggier leggiermente un buon buono spazio di tempo. O che fussero i pensieri delle cose di Dio che io mi rivolgeva, inanzi che mi venisse sonno, nella mente o vero spirito buono o altro lume celeste e grazia data di sopra, egli mi pareva d'essere in un tempio pien pieno di popoli i quali cantavano in compagnia le tanie e fra l'altre cose dicevano in quelle piú e piú volte: «A bestia mala libera nos, Domine». Risvegliatomi in questo, pregava Iddio che dovesse darmi tanto lume ch'io potesse interpetrar qual era questa bestia; e, avendo in mano un Testamento nuovo, volle la sorte che io aprisse quel capitolo dell'Apocalisse. Standomi adunque in questa fissa imaginazione insino al sabato santo, quando si cantavano le letanie, e' mi parve (so certo che non fu vero), mi parve che uno rispondesse ai sacerdoti: «A Martin Lutera, libera nos, Domine». Quando mi parve d'udir questo nome, me n'andai a casa e cominciai sopra del nome a calcular numeri: ed è gran cosa che altro nome che il suo non può far secento sessanta sei. Ora udite in che modo. Qua bisogna che voi v'imaginiate di trovar l'alfabeto perfetto e i numeri perfetti, ciò è non metter piú lettere nell'A B C né multiplicar piú numeri che sia il dovere: voi direte, verbigrazia, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10; come voi sète al dieci, se voi dicessi undici, per abaco 11, verresti a raddoppiare gli uni; però bisogna dire, dopo il dieci 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80, 90 e cento 100; poi non dir cento uno, 101, per non duplicare, ma dugento, 200, 300, 400, 500, eccetera: piglierete, adunque, l'alfabeto intero senza levarne una lettera, in questa forma, e sotto vi metterete i numeri, come vedrete: A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V X Y Z 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80, 90, 100, 200, 300, 400, 500 Quando io ebbi ridotto questo alfabeto e questi numeri a tal perfezione, ché voi vedete che non si lieva o pone cosa alcuna, ma rettamente, senza tirar la cosa per forza d'argani, cominciai a scriver quelle lettere, secondo che mi parve d'udire nelle letanie:
E, sommando questo abaco, trovo che questa prima parte rileva dugento sessanta. Poi presi l'altra parte del nome e nel medesimo modo e forma posi le lettere e i numeri similmente:
E questo somma quattrocento sei. Accompagnate il primo con il secondo nome e unite gli abachi insieme, voi troverete che dugento sessanta e quattrocento sei fa giusto il nome di quella bestia, ciò è secento sessanta sei. Veramente che l'è cosa maravigliosa a dire che con questo numero e con questo abaco, voi non troverete altro nome che questo Martin Lutera che faccia 666, se voi provasti quanti nomi sono bozzati al mondo, con una facile, piana e non tirata dichiarazione. Io ho finito: che dite? Sazio. Voglio veder prima questa cosa adagio adagio; e piú tosto creder la vostra che quell'altra che colui vedesse distaccata l'anima dal corpo e poi rappiccarvela: sí che io vedrò la cosa a bell'agio e risponderò un'altra sera: per ora mi vo ritrarre; e ho avuto caro questa novitá. Ma l'altra? Stucco. L'altra la serbo; che non abbiate fretta, perché è piú lunga e, al mio giudizio, bellissima. Sazio. Pur che non v'inganniate. A Dio, per istasera, adunque. Stucco. Vostro; e mi raccomando.
Pecorino dalle prestanze e Chimenti bicchieraio e un Pedante.
Pecorino. E' mi vengono certi libri nelle mani, Chimenti mio caro, che io non gli so lèggere: mio padre gettò via i danari a mandarmi alla scuola; e non so scrivere, ti dico, ancóra, come costoro al dí d'oggi. Chimenti. Dite voi de' libri in penna o in forma? Pecorino. In forma, di queste stampe nuove. Chimenti. Anch'io sul principio mi ci acconciavo mal volentieri. Pecorino. Vedest'u mai quel libro dell'Italia in prigione, volsi dir liberata? che aveva quell'è, quell'ò, quell'í quell'á, quell'ú; quell'e quell'e quell'e quell'e quell'altra lettera in greco e in diritto e in traverso? Io per me non la potetti mai lèggere. Chimenti. Quel Comento di Marsilio Ficino anch'a me mi faceva un certo masticamento, d'á, â, d'è, ê, ò, zeta quadro e non quadro, mezzo, intero, piccolo, grande: belle baie per noi altri antichi! Ma come la fate voi, ora, con i libri? Pecorino. Bene bene, io non gli leggo altrimenti: come io gli veggo quella battaglia nuova, che una lettera porta la corazza, un'altra l'elmetto, chi la spada, chi lo strascico, chi la lingua fuori, chi la tien dentro, súbito dico al libraio: – Ha'ci tu meglio? – Una volta io mi feci difinire al maestro del mio fanciullo le lettere d'un di quei libri e compresi che tutta era fava. Chimenti. In che modo? Pecorino. Io te lo dirò; ma non dir poi che 'l Pecorino stia su queste cetere e su questi andari, perché non ti sará creduto, s'io non m'inganno. Ben giunto sia la vostra riverenza; a tempo piú che l'arrosto. Chimenti. Cercavo di saper il modo della cosmografia che costoro scrivono in questi A B C di nuovo. Maestro. Ortografia, volete dir voi, che vien da ortus, che vuol dir nascimento d'umore che vien nel capo alle erudite memorie. Pecorino. Voi siate su la buona pesta: toccatemi la derivazione secondo la vostra teologia. Chimenti. Non favellate, però, tanto in aere, ché anch'io non possi trarvi la berretta, se non agiugnerla con mano. Maestro. Secondo Averrois, in duodecimo Phisicorum, e Servio, De quantitate sillabarum… Chimenti. Oimè, dove son io condotto! Maestro. … le parole vogliano essere intese, o sien mezze o sien mozze o sien in un mazzo, sicut in Cato scrittum est. Pecorino. Date in terra, messere maestro, e non entrate in Ianua rudibus altrimenti. Maestro. Il fondamento della loquela è sempre buono, perché fundatio habet duas partes. Chimenti. Mi raccomanderò alla signoria vostra. Maestro. Voi sète impazienti: che vorresti voi saper breviter? Pecorino. Come si scrive «nequitia», «nuntiate»; se la va in «zeta» o in «ti». Maestro. Tanto è, ell'è come l'uomo se l'arreca: ancóra lo scriver «philosophia» per «pi» e «acca» o scriverlo con «effe» per tutto, non fa nulla, pur che egli s'intenda. Chimenti. Chi scrivesse «Pedante» per P maiuscolo, non istarebbe meglio, e «Ignorante» ancora, messer? Pecorino. Ancóra «Asino» va con l'A maiuscola, n'è vero, maestro? Maestro. Distinguo: Asinus homo aut bestia? Chimenti. Bestia, messere, bestia, vi dician noi, con due piedi. Maestro. Non hanno due piedi gli asini. Pecorino. Si bene, si dice le zampe dinanzi e i piè di dietro. Maestro. Bene sta: che altro volete interrogarmi? Chimenti. Se «Battista» si scrive con un t solo, o con due. Maestro. Perché i latini vi mettano Bapti, però lo farei con due. Pecorino. «Bue», va egli con duo u, «buue», perché si dice «bove»? Pecorino. Adunque né ancor «Batista» ha d'aver due t. Ma ditemi: «exemplum», porta egli due ss quel x? Maestro.. Ita est, perché modernaliter si forma «essercitio, essercito». Chimenti. Credo che basterebbe una sola, perché a dir «simplex» v'è dentro unx, ch'è dire «scempio», che tanto rilieva quanto che dirvi «sciocco»; e pur non si scrive «simpless». Maestro. Voi dovete aver letto l'Acabala o la Clavicula di Salamone, sí ben mi soprarivate ai passi. Ma io credo che agli eruditi, nelle locuzioni filosofice, non sormonti unquanco a trovare scritto «essercito», «exercitio» o «exercizio». Pecorino. Ancóra «ignoranzia» per z, e «ignorantia» per t non debbe darvi molta noia. Maestro. Sí bene: quell'»ignoranza» importa a noi altri precettori che abbiamo a disciplinare le piante tènere. Chimenti. «Raperonzolo» va egli per un z o per due? Maestro. «Napuculus», rapa piccola, con due «zeti», per amor della mezza dizione, perché le quattro lettere, secondo il costume di noi altri precettori, richiedon due z. Pecorino. «Stronzolo» va pur con un «zeta» solo, che deriva da quelle quattro lettere che voi dite. Maestro. Noi abocchiamo meglio le parole con due «zeti» come è «mézzo», «mèzzo», «mozzo», «puzzo». Chimenti. Voi dovete avere studiato dall'alfa all'omega. Ma cotesta ragione non m'entra, perché «zotico», «zugo», «zecca» e «zacchera», che tutti son nomi de' vostri proprii, si adestran meglio a voi altri pedan… maestri. Maestro. Che v'importa egli a sapere la cosa sí minutamente aut distinte? Pecorino. Io, che tanti libri maneggio alle prestanze, gli vorrei correggere e non so. Chimenti. State a udir quel che egli dice, domine, e non girate il capo. Maestro. Lo giro, perché non son libri per gramatica scritti. Pecorino. Quando io trovo «differenza», se io mi debbo riscriver «diferentia» o «differenzia»; «variatione», «variazione», «potenzia», «potenza» o «potentia». Maestro. «Potentia», per esser gran nome e significar gran tenitorio ampiamente, va per due tt, «Pottenzia». Chimenti. Vedete quel che fa ad aver la lingua in simil cose leccate! Egli sa tutti i vocaboli a chiusi occhi. Maestro. La sarebbe ella, che io non sapessi grufolar per tutti i libri, eccetera! Pecorino. Sta bene. «Oca» va ella con un c, con due o con l'»acca» o con l'O grande? Maestro. Secondo l'etá si lievano e pongano le lettere dell'ortografia: anticamente bastava manco lettere, ma, alla moderna, vogliano tutti i capi de' nomi e de'cognomi la lettera grossa; sí che «Oca» va con l'O grande, massimamente quando son ochi giovani. Pecorino. Le senici vi venghino continuamente! Pecorino. Mi pareva sentir l'ore, e diceva: «e sedici». Chimenti. «Interpositione» e «interposizione» quid interest, come «giudicio», «giuditio» vel «giudizio»? Maestro. Andiamo a casa di compagnia, che io guarderò su la Fabrica del mondo cotesta parola, perché pecco alquanto di poca memoria. Maestro. Messer no, ché voi sète piú vecchio: sempre veneranda senectus disse Dante; e poi, io son tanto avezzo andar dietro agli scolari che io non saprei fare un passo inanzi. Eamus.
Bernardon gioiellieri, Sandro formaritratti e sere Scipione notaio e un Pedante domestico adottorato.
Bernardone. S'io fossi piú giovane trent'anni, io vorrei mettermi a studiare strologia, per saper conoscere uno alla mano se egli è o non è, se sa o non sa; poi sarei il trattenimento di tutta la corte. Sandro. Voi sète troppo grande di persona, però saresti molto scomodo a guardar su la mano, perché terreste troppo a disagio il braccio di noi altri piccoli. Ma che ha da far la strologia con la chiromanzia? Bernardone. Volevo ben dir negromanzia. Sandro. Se voi delle gioie non v'intendeste altrimenti, staresti male. Pedante. Io, che sono eccellente in cotesta arte, ve ne saprò informare in due ore quanto un altro in dieci anni. Bernardone. Voi sète il proposito mio. Di grazia, poi che noi siamo di brigata, discorretemi un poco in questa piromanzia. Pedante. La fia un nostro trastullo. Date qua la vostra mano: l'è assai ben morbida, per la prima. Bernardone. Che significa? Pedante. Il maggior temperamento che sia nell'uomo è nella palma della mano e poi nel restante di quella; perché questa virtú dimostrativa consiste nel temperamento degli elementi: la qual cosa è segno manifesto a conoscere quando l'uomo è manco o piú temperato; ed egli, essendo d'equalitá dotato, ha miglior sentimento del tatto. La mano, adunque, principalmente, manifesta piú la complessione dell'uomo che nessuno altro membro quanto al tatto; per ciò che se la mano è mollissima e che sia temperata, è pena di sottili umori e spiriti; dalla qual cosa procede la sapienza e sottilitá dell'intelletto; e se la mano è aspra, per natura e non per arte dico, e dura, nel toccare giudichiamo che la complessione di quel corpo è fatta d'umori grossi e similmente di spiriti rozzi; da che procede grossezza d'intelletto. La mano, adunque, sottile e mollissima significa temperamento di complessione e sottilitá d'umori e, consequentemente, bontá d'intelletto e, per abreviarla, sottilitá d'ingegno. Bernardone. Questa cosa, per la prima, terrò io a mente su le grazie. Ma ditemi: che differenza fate voi dalla man lunga, che costoro dicono che fa bel vedere, a una corta? Pedante. La mano breve procede da frigiditá e la lunghezza da caliditá: chi ha, adunque, la mano troppo corta, ha la complessione molto fredda d'umori e grossi gli umori, dalla qual parte ne nasce un grosso intelletto; la caliditá della mano grande tien della tirannia, fa l'uomo poco stabile nelle sue fantasie, la lo fa ancóra desideroso di quello che non debbe fare, la lo fa crudele, ultimamente; e quegli uomini che fuor di modo l'hanno lunghe, tengano la maggior parte, non dico tutti, della bestia, perché cercano di viver di rapina, e questi hanno l'ugna e le dita lunghe, quasi da poter meglio far da oncino, e l'esperienza s'è veduta in molti tiranni. Scipione. Mi par gran cosa veramente, signor dottore, che, si possa conoscer ne' segni della mano, in quelle linee, molte cose secrete dell'uomo: molto la natura non l'ha posto in altri membri? Pedante. La natura ha fatto questo strumento della mano padrone di tutti gli altri strumenti e organo di tutti gli altri organi del corpo umano, con ordine che l'abbi da servire tutte le parti del corpo; imperò che nella generazione della mano concorre la virtú di tutti i membri, come a quella cosa che è necessaria a quelli; e però è stato giá detto che nella mano si manifesta la complessione di tutto il corpo. Adunque, ciascun membro ha prodotto qualche segno nella mano, o grande o piccolo, secondo la possanza e virtú di quel membro; e però la mano è segnata e sopra tali segni si viene per cognizione a giudicare della complessione dell'uomo e di tutti gli altri accidenti che succedono nella vita dell'uomo, e la virtú de' membri n'è stata cagione. Scipione. Gran cose maravigliose ho veduto nel mio lègger della mano. Bernardone. Ditene qualche una, per confermazion di quel che ha detto la sua eccellenza. Scipione. Egli ha detto che tutti i membri concorrono alla generazion della mano; e io lo credo, perché la mano di Dio fece tutti i membri ed è la piú nobil cosa che sia nell'uomo. Scipione. La mano pose il primo sacrifizio su l'altare, la mano fece il primo omicidio, la mano porgé il pomo vietato e la mano lo messe in bocca. Ma lasciamola come stromento; diciamo d'essere anteposta al capo. Quando il Salvatore con le mani lavava i piedi a Pietro, ed egli ricusava, che rispose: «Tu non avrai mia ereditá», Pietro disse: «Non solamente lavami i piedi, ma le mani e il capo», e prima disse le «mani» che 'l «capo». Scipione. Quando mangiavano l'agnel pasquale, bisognava che tenessero in mano un bastone; la mano che toccò l'arca, sapete che avenne a colui, perché non aveva a far quell'offizio; le mani di Moisè pesavano, onde bisognava nell'orare sostenergnene; Pilato si lavò le mani in sí gran misterio. Pedante. Sono infinite le cose nobili della mano, se non fosse stato altro che la scritta che ella fece sul muro quando scrisse: «Mane, Thechel, Fares». Gran cosa che quel re de' cananei facesse tagliare a settanta re di corona le mani, e poi gli teneva incatenati sotto la tavola! Scipione. Io vo' lasciar parlare a voi; ma solo vo' dir questo, che il nostro Salvatore, l'ultima parola che egli disse in croce, fu: «Nelle mani tue, Signore, raccomando lo spirito mio». Bernardone. Sta bene infin qui: or venite al mio intento principale. Che linee grande son queste che io ho nella mano? Scipione. Or dite via, maestro, ché avrò caro anch'io d'udire. Pedante. Nell'uomo son tre membra principali, che sono poste a governare, reggere e conservare il suo essere: ciò è il cuore, che è principio della vita e del natural calore; il secondo è il fegato, che è il principio di nutrire e di restaurare tutto il corpo; il terzo è il cerebro, che è principio di dare sentimento e del muovere all'uomo. Adunque, questi tre membri dánno ciascun di loro un segno nella mano: la virtú del cuore, adunque, produce una linea nella mano, la qual si chiama linea di vita, sí come esso cuore è principio della vita, e per questa linea della vita si conosce quanto debbe viver l'uomo e quante infirmitá ha d'avere, e, come voi vedete, l'ha principio fra il dito grosso e l'indice, che è quest'altro, e viene in giú; il fegato similmente produce la sua linea come ha fatto il cuore, e ha il suo principio dalla linea della vita, con la quale voi vedete che fa un angulo, per dir cosí, e tende allo scender con la mano; la terza procede dal capo e con quelle due altre dette fa questo triangolo nella mano. Sandro. Bella cosa è l'abaco, volsi dir l'aver lettera e saper della grammatica. Pedante. E perché lo stomaco comunica con il capo, imperò tal linea procede dallo stomaco; onde noi la chiamiamo linea capitale e stomacale. Bernardone. Quest'altra? Pedante. Questa è la quarta linea, che deriva dalla virtú di tutto il capo ed è chiamata mensale, e comunica, come vedete, tra l'indice e quest'altro dito di mezzo e scende alquanto; ed è detta mensale, perché fra quella e l'altra linea vi rimane uno spazio in modo d'una mensa: vogliono alcuni che la milza ci abbi alcuna parte in questa linea. Del resto, ci son poi tutte quest'altre linee piccole, che tutte nascono da queste principali, sí come da questi principali membri nascono gli altri del corpo. Bernardone. Insino a qui io ho ogni cosa benissimo a mente. Ditemi ora della vita lunga. Pedante. Questo particulare non voglio io giudicare; ma io dirò bene gli effetti, di questa linea della vita, generalmente. Bernardone. Come vi piace. Pedante. La virtú che si chiama vitale del cuore, quando ell'è forte, la produce, questa linea della vita, lunga e grossa, e, quando è debile, la produce corta o ver minuta e sottile, perché dalla cagione forte procede grande e forte effetto e dalla debile debile e piccolo: quando, adunque, la linea del cuore è lunga e grossa significa la virtú vitale esser di gran vigore, e il contrario quando è minuta e corta. Bisogna ancóra che questa linea sia continua e non discontinua; perché la continuitá procede dal sangue, che per sua umiditá segue, onde significa proporzione e temperamento negli umori; e ben che la linea del cuore fusse grande e grossa e fosse discontinua, significherebbe la virtú vitale in principio essere stata forte, ma che in processo di tempo fusse mancata per distemperamento del sangue e degli umori. Vo' dirvi piú inanzi, che bisogna ancóra che l'abbia debita proporzione d'apresso o da lontano alla linea del fegato, ciò è né troppo sotto né troppo discosto, perché, essendo remota assai, significherebbe che il fegato si rimove in sua natura dal cuore e che egli non ha debita convenienza con quello; onde ne seguiterebbe che il sangue, che si genera nel fegato, non è unito né proporzionato al nutrimento del cuore: queste due linee debbono essere di mediocre distanzia. Questa linea del fegato poi non vuol essere troppo lunga né corta; perché la lunghezza denoterebbe gran calor di fegato, talmente che distruggerebbe la natura nostra, e, corta, mostrerebbe mancamento di caldo naturale nel fegato e cosí verrebbe il sangue generato in quello a non si unire al corpo tutto e al cuore; sí che voi potete comprendere che corpo sarebbe quello di tal uomo. Concludo, adunque, che, ad aver la vita lunga, bisogna che la linea del cuore sia lunga, grossa e continua in debita distanzia dalla linea del fegato e che quella del fegato sia una debita quantitá. Sandro. Potens per terra! e' ci va tante cose? In effetto, ciascuna cosa vuol misura e proporzione. Io vidi giá guardar su la mano a Grifone Tamburino da quel greco strolago, e gli disse che egli doveva perder un occhio, e cosí fu. In che modo lo vedde egli? Pedante. La linea del cuore circa il suo principio significa salimento, intorno alla ricisura della mano vuol dir discendimento e male, e la linea del capo dimostra tutte le cose che vi son dentro; poi certi punti, fatti a guisa d'un carattere di lettera, rappresentano gli occhi, talmente che, quando e' sono nello scendimento, voglian dire detrimento e perdizione degli occhi, perché quel luogo è sito di danno e di offensione: in questi luoghi dovette l'astrologo conoscer che Grifone doveva ricever qualche gran male e gli doveva intervenire qualche gran caso agli occhi. Bernardone. Non credere voi che si trovi di coloro che hanno perduta la vista e non hanno il carattere nella mano? e ancor degli altri che hanno il carattere e non gli perdano? e di quegli che non viene ad effetto né l'una né l'altra cosa? Pedante. In questo caso non saprei che mi dire, perché manca talvolta alcuna cosa; ma per il piú non manca. Ma udite. Le virtú del corpo son governate dai cieli e dalle sue intelligenze che muovano quelli, e quattro sono le virtú che son necessarie all'esser dell'uomo, ciò è la virtú vitale del cuore, la virtú naturale del fegato, la virtú animale del cerebro e la virtú che regge di tutto il corpo insieme: queste son le principali virtú del corpo. Le altre virtú tutte di certi membri son piú tosto del bene essere che di essi, come la virtú degli occhi. La natura, adunque, universale del cielo ha una gran sollecitudine, circa alle virtú principali, di produrle; e anche gli suoi segni, li quali si producono per fortezza di quelle: ma delle altre virtú, che non fanno all'esser del corpo di necessitá, non ha tanta solicitudine la natura di sopra, imperò che non produce sempre li segni di quelle nella mano, ma solo quando vuol dimostrare un gran bene o un gran male in quel membro: imperò, che noi veggiamo continuamente, sono le dette quattro principali linee; ma l'altre linee alle volte gli sono e talvolta no; ma quando gli sono, hanno sempre a significare qualche cosa, o di bene o di male; e però voglion costoro che la chiromanzia sia sottoposta alla astrologia. Sandro. Guardate, di grazia, quel che significhino questi segni che derivano da questa linea vitale, che parte vanno in su e parte all'ingiú. Pedante. Di questo scender le linee e salire la cagione è chiarissima: perché l'ascenso della mano e il monte del pollice, dico per dir i vocaboli proprii, significa fortuna e onore, e il discenso della mano verso la apiccatura vuol dire il contrario, come è stato detto. Onde, quando tal linee si partono dalla linea del cuore, salendo, significano che la complessione è buona e che la natura lo aiuterá a salire e a soddisfare all'animo suo, e, cosí, se tal linee descendano, anunziano tutto il contrario. Sandro. Vedete questa linea di costui come ella è sottile (ed è quella del capo) e corta e questa della vita è grossa, lunga e a quella del fegato proporzionata: che vuol dire, adunque, quella sottilitá? Che egli è di ottimo ingegno forse? Pedante. Giá ho toccato cotesto tasto un certo che: la vuol dire che viverá molto, ma vi fia un ramo di pazzo per ereditá. Bernardone. Ah, ah, ah! Pedante. Ancor, quando non è continuazione in una linea, ma che sia biforcata, la significa che la virtú animale del cerebro è debile: onde verranno a dire che tal uomo è insensato, non ha il cuore stabile ed è incostante, come sarebbe a dire gli vola il cervello. Scipione. Da che la signoria vostra è su questo ragionamento, di grazia, insegnatemi o vero risolvetemi alcuni particulari che io ho letti in questa materia: vorrei sapere la cagione, quando la linea del fegato è lunga, grossa, continua e rossa, perché la significhi lunga vita e buona complessione, e perché la significhi il contrario essendo breve, minuta, non continua e scolorita. Pedante. Uno de' principal membri a conservar la vita è il fegato, dal qual procede il sangue che nutrica tutto il corpo: se la linea, adunque, ha origine da quello e sia ben prodotta, la mostra che 'l fegato è ben complessionato e disposto a generar buon sangue, sí come ho detto dell'altre cose all'altre linee, quando i suoi membri son di gagliarda natura; ma la rossezza significa il sangue esser puro e netto e aver da dar nutrimento ristaurativo a tutto il corpo; dalla qual complessione buona procede la lunga vita: cosí per il contrario, se essa linea è debile e breve e interrotta e scolorita, vuol dir breve vita, cattiva complessione e malattie assai, che procedano dal fegato per il cattivo sangue che egli ha generato in esso. Scipione. La linea, del fegato, mia è spezzata e corta, ma è molto rossa nella parte che è verso la linea del capo; però credo che la mi mostri per questo una malattia in quello e penso ancora che la cosa proceda dal fegato; ma s'io l'avessi nel principio, penso che la dinoterrebbe infirmitá del cuore, pur dal fegato derivata. Che dite? Pedante. Quando la linea del fegato non continua ed è breve e minuta, la vuol inferire mala complessione del fegato, come giá ho detto, e che si genera sangue corrotto: dove è, adunque, la rossezza della ditta linea, quivi significa essere abundanzia di tal sangue, e che conferisce a quel membro di tal corruzione. Essendo, adunque, rosso circa la linea del capo con le predette condizioni, significa tal mancamento e corruzione di sangue comunicare con la testa; e se in tal luogo discendesse una linea dalla linea del capo alla linea del fegato, facendo quivi una croce, vorrebbe significare una postemazione nel capo che procedesse da abondanza di sangue corrotto; e, similmente, essendo tal rossezza, o ver tal linea, circa alla linea del cuore, si debbe giudicare delle infirmitá che procedano dal fegato a esso cuore. Scipione. Che dite voi di questo bel triangolo di questi segni della palma di tutta la mano? Pedante. La virtú che regge il corpo, quando ella è forte e ben disposta, la significa lunga vita e tutte le operazioni del nostro corpo esser debitamente fatte: e perché questa virtú è quella che governa tutto il corpo e distribuisce la perfezione a tutte le virtú de' membri principali, se essa è forte, distribuisce equalmente ad essi membri principali la sua perfezione e virtú, sí che tutti sono di equale fortezza e natura del suo genere e però le producono equal linee da essi; ma quando le linee di esso triangulo fussino inequali, che una fusse dell'una piú lunga e dell'altra, significano che la virtú a ciascun membro principale, di che son fatte le linee inequali, imperò che non significano altrimenti buona complessione, onde ne séguita malizia d'intelletto, e massimamente quando son tutte inequale sproporzionatamente. Ma udite piú inanzi alcune cose mirabili. Quanto meglio si congiungano le linee del cuore con la linea del fegato tanto significa esser migliore proporzione tra il fegato e il cuore, consequentemente tra il caldo e l'umido del corpo, dove consiste la vita. Essendo, adunque, l'angulo acuto, di quelle due linee, fa di bisogno che le siano molto congiunte e unite insieme; della qual cosa si dimostra ottima proporzione e convenienza tra il fegato e il cuore e tra il caldo e l'umido e conseguentemente temperamento di complessione, da che procede bontá e acutezza d'intelletto: e per il contrario, quando queste linee son discontinue, significa indebita proporzione del caldo con l'umido e del fegato con lo cuore, e questa discontinuitá procede da troppo secco, e tali uomini sono di natura melenconici, perché, cosí come l'umiditá è cagione della continuazione delle linee, cosí la siccitá è causa della discontinuazione; onde tali uomini sono di mala natura; per la qual cosa ne seguitano i vizii che io v'ho detti, come sarebbe instabilitá, invidia e tradimento. Scipione. Mi piace il vostro ragionamento assai, perché è chiaro senza alcuna macchia di dubbi, e ho le vostre ragioni prontissime. Non dite voi che la linea mensale, essendo diritta, grossa e lunga, che la significa buona virtú e disposizione del corpo? Pedante. Similmente di questa linea aviene che dell'altre, perché la procede dalla virtú di tutto il corpo; però, se la linea è ben figurata, significa buona virtú per tutto il corpo; e, per il contrario, fa dimostrazione contraria ed effetti. Scipione. Quella che mostra i colpi del capo? Pedante. Il monte del dito di mezzo e dello indice significa sopra del capo, e 'l descendimento della mano vuol denotare sopra la parte de' nimici; perché, sí come quei monti sono nella piú alta parte della mano, cosí nella superior parte del corpo è il capo: e i nimici sono contrarii all'onore ed esaltazione dell'uomo, e lo scender della mano contraria alla salita; adunque, si togliano gli inimici dalla parte piú bassa della linea mensale, dove è il discender della mano. Quando, adunque, la linea mensale procede dal descendere della mano per insino al monte dell'indíce, intramettendosi tra quello e il dito di mezzo, significa che gli inimici piglian forza sopra il capo e l'onore di tal uomo; e, cosí come il monte dell'índice è da tal linea diviso, cosí significa il capo non esser troppo sicuro, ma ricevere offese: e molti son restati per tali segni di combattere con i suoi nimici, conoscendo la perdita manifesta. Scipione. Io ho un mio famiglio che ha la sua linea mensale che s'allunga fortemente verso l'índice: che significa ella? Pedante. Cacciatelo via; e udite la ragione. Ogni effetto che procede nel corpo da superabondanza di còlera è proporzionato a Marte, dove si piglia ogni crudeltá e omicidio, perché Marte si tiene del corpo dell'uomo il fiele e l'umor collerico; e quando la allungazione è moderata e mediocre, denota esser fatta dal caldo naturale e temperato, ma quando la allungazione d'una linea è superflua e al luogo dove non debbe arrivare, significa essere fatta di superfluitá di calore; e perché la linea mensale debbe cominciare sotto al monte dell'índice e circundare tutti i monti dei diti, ma non da principio, fin che vada al monte di detto indice, se ella è fatta debitamente, quando, adunque, la saglie al detto monte, fa conoscere abondanza di caliditá e che tal uomo è materiale e che vuol dominare con crudeltá e omicidio, come sono coloro che di natura son collerici e bravi: sí che tal persone sono in tutto da fuggire e per nulla praticar con essi né tenergli per casa. Scipione. Che direste voi che egli ha la linea mensale che si distende dall'índice e si congiunge con quella del capo? E' m'è paruto cosa nuova, perché poche mani la fanno. Pedante. Anzi molte, ma chi piú e chi manco. Avertite che cotesto vostro garzone è un tristo. Quando le linee della mano non son ben proporzionate secondo i suoi luoghi naturali, è segno di debilitá e impotenzia di caldo naturale e abundanzia di caldo accidentale: quando, adunque, la linea mensale si parte dal suo sito e s'allunga verso la linea del capo, significa difetto di natural calore del corpo il quale comunica a esso capo; per la qual cosa tali uomini son di poco intelletto e discrezione e hanno false imaginazioni con le quali continuamente cercano d'ingannare; e questo è per la gran siccitá del cerebro, che procede la superflua caliditá, che non è naturale: sí che io l'ho per un mal garzone e non lo terrei un'ora in casa. Scipione. Vedete questo rametto, che par d'un arbore, che esce dalla mia mensale? piácevi egli? Pedante. Come io v'ho detto, la linea mensale procede dalla virtú di tutto il corpo, e però si piglia da quella tutti gli accidenti che accaggiono al corpo. E perché sono date due virtú all'animale, massimamente all'uomo, ciò è virtú irascibile, per la quale si schivano i nocumenti di fuori, e la virtú concupiscibile, per la quale si seguitano le dilettevoli cose e che giovano, e dalla virtú irascibile si pigliano gli inimici, dai quali procedano i nocumenti, e però è attribuita la parte bassa di detta linea a nimici, e la parte superiore alla virtú intrinseca di esso cuore, dalla qual si pigliano le inclinazioni sue naturali; e anco questa linea procede molto dalla milza, secondo i chiromanti, onde dinota sopra l'umore melencolico, dal quale procede ogni caduta, discordia e inimicizia: e per tanto, secondo il numero de' vostri rami di essa linea, nella inferior parte si piglia lo stato de' nimici e secondo la superiore parte lo stato di esso corpo. Che se la detta linea nella parte inferiore è piú grossa e meglio fatta che la superiore, significa gli inimici esser piú forti e tal uomo esser superchiato da essi, massimamente se tal linea entra tra lo índice e il dito di mezzo, e se la superior parte fusse piú grossa che la parte inferiore, significa vittoria sopra gli inimici, e se equale, abattimento ed equal possanza. Bernardone. Bisogna pur dir qualche cosa ancóra a me e non attender tanto a sere Scipione. Vedete questa mia mensale come ella è larga? piácevi ella cosí? Pedante. La mi piacerebbe, se voi mi donassi qualche gioia di valuta. Io vi dirò bene che voi l'aveste da fare secondo che ella mostra. La mensa della mano, acciò che meglio intendiate, significa la complessione di esso uomo, secondo che lui ha inclinazione a diverse cose; perché, come è stato detto, la linea mensale dinota tutto il corpo: quando, adunque, la linea del capo s'aprossima molto alla linea mensale, non procede da altro se non da difetto del caldo naturale, che non ha potuto debitamente allargare le dette linee; e, cosí, il contrario, quando sono troppo discostatesi, significa esso caldo esser superfluo, e, quando mediocremente son separate, denota il caldo esser temperato. Come, adunque, l'avarizia procede da complession troppo fredda, cosí la prodigalitá viene dalla complessione troppo calda e la liberalitá da temperata: voi sète prodigo, in quanto alla mano, e io son prodighissimo a cicalare e vorrei diventare avaro, ciò è andarmene a casa. Sandro. Una a me, e poi andate dove voi volete. Io fui da giovane prodigo, ora son misero; ma ho un animo di donare via ogni cosa. Che dite voi del fatto mio? Pedante. Mostratemi la mano. Sandro. Eccola; ma l'è un poco gessosa, perché ho formato non so che teste. Pedante. Non importa: io ho da veder cose grandi e ampie, non segnuzzi. Sandro. Ditemi la cosa come ella sta a punto. Pedante. Il discender della mano, della mensale, significa il principio della vita, perché l'uomo nasce piccolo e basso e continuamente procede crescendo nel suo intelletto e nell'operazion sue insino alla morte: imperò il discenso della mano mostra il principio della vita e lo ascenso la fine, ciò è la vecchiezza; il mezzo della mano fra l'una e l'altra parte mostra il mezzo della vita. Dove, adunque, queste linee sono ampie, in quel tempo che significa quella parte, dinota l'uomo esser largo, e, dove sono strette, misero e avaro: voi l'avete nel mezzo stretta e dal principio e nel fine ampia; però sète ora come un gallo stretto; siate stato liberale e ho speranza che sarete prodigo. E buona notte. Scipione. Noi ci raccomandiamo tutti. Bernardone. A Dio. Scipione. Buona notte e buon anno.
Biagio Pesci speziale, Filippo Bottaio e 'l Galloria beccaio.
Biagio. Non beete mai la notte, perché la sete della notte procede, nei sani, da cose salate o acute o altri cibi che sono stati mangiati la sera: sopra dormendogli, adunque, si fortifica il caldo naturale a torno lo stomaco e fa smaltire quei cibi che sono occasione di quella sete; e, tolta via l'occasione, si toglie ancor l'effetto: però è buon tollerar quella sete acidentale. Filippo. Io bevvi una notte e mi fece un gran male. Biagio. Ogni cosa, Filippo, che proibisce la digestione di tali cibi che fanno sete è nociva a tal sete. Il bere, adunque, di notte viene a disturbare la digestione; cosí impedisce che tal cibi non si patischino, e, se bene egli par da prima che quel bere mitighi la sete, nulla di meno la cresce poi, perché fa crescer l'occasione di quell'arsura, aggiungendo a quella cattiva digestione. Galloria, Voi siate mezzo medico, perché state nella spezieria a udir ragionare i medici; vorrei che i vostri eccellenti vi dicessino perché non voglion che si bee dopo il desinare, e io pur beo e non mi fa male. Biagio. Il vino si smaltisce tosto ed è molto penetrativo: il berlo dopo il pasto faria penetrare il cibo inanzi che fusse digesto, per la qual cosa si genererebbe opilazioni assai; e l'acqua fa male anch'ella, perché fa andare a nuoto il pasto nello stomaco, separandolo dal letto della sua digestione; però riguardatevene di bere quando il cibo bolle nello stomaco, perché nuoce infinitamente. Galloria, Quando duro fatica, non ci trovo coteste differenze; ogni cosa mi fa pro, ogni cosa mi giova e fa buon nutrimento. Dell'acqua non ne gusto gocciola. Filippo qua, che maneggia sempre botte da vino, ve ne mette sopra, inanzi che mangi, sempre, tre o quattro ore, qualche poco. Biagio. Egli fa bene, perché quanto l'acqua è piú mescolata con il vino e incorporata, tanto piú spegne il fummo del vino e unisconsi in natura; ma, al mio giudizio, io fo meglio, perché la fo bollir con il vino sulle tina. Filippo. Gran cosa che 'l vin dolce non mi vadi troppo per fantasia, e tanto piú che non mi cava la sete! Biagio. Tutte le cose che gonfiano e generano còlera fanno sete; poi, la parte grossa del vino dolce, che è upilativa, va al fegato e, opilando, nuoce a quello, ma la parte sottile penetra al polmone dove non può penetrare la parte grossa, e per sua sottilitá apre quelle vie. Galloria, Son tutte baie: chi è lá dentro che vegga coteste girandole? Io beo talvolta molto e talvolta poco, a tavola spesso e poco, fuor di tavola assai. Sí per la fede mia, io ti so dire che bisogna aver tante avertenze! L'esser assuefatto a ogni cosa sta bene. Ma discorretemi sopra l'acqua e il vino particularmente, di grazia, se i medici però v'hanno tanto insegnato. Filippo. Pur che ne sappin per loro! Io ho veduto di quegli che non ci hanno una regola al mondo e pur son sani; io durai un tempo a non ber vino sul mellone e poi n'ho bevuto. Galloria, Intendo che bisogna che sia buono: che dite di questo vino su' puponi? Biagio. Come ho detto, il vino è penetrativo e súbito corre alle veni e ne mena seco tali frutti indigesti, e si corrompono facilmente; e da questa corruzione ne nascano febri: adunque, è meglio non bere o poco bere sopra quei cibi putrefattivi, come sono simil frutti. Galloria, Baie, vi dico. Che diresti voi che 'l vin bianco m'ingrassa? E voi dite che è di bue e che la non si può cuocere. Biagio. Il vin dolce genera sangue grosso; la natura de' membri con molta dilettazione lo tira a sé e lo convertisce in suo nutrimento: e questo non è nel vin brusco, perché non lo ricevono cosí volentieri le membra né con tanta dilettazione. Galloria, Non ho trovato altro che 'l mosto che mi faccia male. Biagio. Vi dirò, il mosto non è ancóra purgato, ma è grosso, ventoso e rigonfia, talmente che la parte grossa rimane nel fegato e l'opila; ma quando ha scorso alcuno spazio di tempo, discendendo le parti sue grosse al fondo, viene a rimaner piú purificato e non nuoce tanto; sí che 'l nuovo è doloroso a bere a chi non ha uno stomaco gagliardo. Filippo. Il vin vecchio è la mia vita. Biagio. Voi dovete sapere la ragione, e, se non la sapete, ve la dirò ora: il vino nuovo è molto acquoso e quanto piú s'invecchia tanto piú si vengon a consumar quelle parti acquose e riman piú netto e la sustanzia resta piú calda e diseccativa; poi, consequentemente, viene ad esser il vino piú potente che prima. Galloria, Quando trovo de' vini vecchi polputi, io tengo tirato. Biagio. Non usate mai troppo il vino che sia troppo vecchio, perché è di poco nutrimento, ma disecca e riscalda; cosí ancóra è da lasciare, come ho detto, il nuovo; però attenetevi al vin di mezzo, perché ha il suo nutrimento piú lodabile. Galloria, La mia donna non ha questi fastidi, perché bee dell'acqua. Biagio. Pur che la non abbia piú. L'acque ancor loro hanno del buono e del cattivo: prima, l'acqua quanto è piú purgata dalle parti terrestre e fangose tanto è migliore; adunque, la si purga meglio correndo sopra il letto di terra che di iaia o sopra le pietre, perché le sue grosse parti s'apiccano meglio sopra il fango che sopra i sassi. Certe altre acque, ribattute dal sole e da' vènti, si purgano e s'assottigliano piú che l'altre e viene l'acqua per questo a esser piú digesta; tal che ella acquista una proprietá e natura nobile e viene ad esser piú sana. Quella poi che corre contra il sole e contro a' suoi raggi, molto s'assottiglia e si riscalda, perciò che in sé l'è di fredda natura, e per tal cosa vien meglio digesta; ma quella che corre verso l'occidente e non può esser dal sole riscaldata, non arriva a quella bontá dell'altra. Che diresti voi, che tutte l'acque che corrono inverso mezzo giorno son peggiori di quelle che corrono inverso settentrione? Perché dalle parti di mezzo dí vengano certi vènti pieni di vapori e di superflua umiditá; cosí si uniscano e mescolansi questi cattivi vènti e vengano a non esser in perfezione. Filippo. Non maraviglia che i medici fanno cuocer tutte l'acque, acciò che le si riscaldino. Biagio. La ragion che la fanno cuocere non è cotesta, ma perché l'acqua è di sua natura ventosa e gonfia e ha ancóra molte parti terrestre mescolate con essa, e, nel cuocerla, la ventositá si viene a svaporare e le parti della terra vengano al fondo e spirano per virtú del fuoco, che è di sua natura separare le nature diverse: l'acqua cotta, adunque, riman manco ventosa, riman piú sottile e piú leggieri, per esser, con quel cocimento, separatasi dalle parti grave e terrestri. Filippo. Sapete voi perché vi si mette quell'orzo dentro e non si pesti, ma si lasci integro? Biagio. L'orzo è ventoso; la qual ventositá si corregge cosí: egli si mette nell'acqua fredda quattro ore inanzi e poi si cuoce l'acqua insin che la diventi di colore acceso; e vi si mette, inanzi, dentro l'orzo, perché prima e' pigli l'acqua che egli bolla e s'inzuppi benissimo, perché nel cuocersi poi cava la sustanzia del granello l'acqua con il bollire e risolve la sua ventositá; e chi lo pestasse non farebbe buona infusione e la dicozzione non sarebbe perfetta; l'orzo nuovo è meglio ancóra, perché tira piú mirabilmente a sé l'acqua. Filippo. Non credetti che ci fosse tante cose da fare intorno a queste acque: io per me non ne vo' metter piú sul vino. L'acqua piovana è ella buona? Biagio. Ella è di molta suttil sustanza, perché è fatta di vapori, e viene a esser per questa cagione molto putrefattibile: putrefacendosi, adunque, viene a generare umiditá putrefatta in corpo, e ancóra, essendo stitica di sua natura e costrettiva, nuoce al petto e alla canna del polmone, diseccando e costringendo; cocendola, se gli toglie la putrefazione; ma, in tutti i modi, la resta stitica. Filippo. Noi altri, che abbiamo tutti i pozzi in casa, stián freschi, ché la non corre, non ha sole, non va né a levante né a ponente. Biagio. Tutte le acque che hanno le vene chiuse non son molto sane, anzi son cattive, per essere gravi e terrestri. Se volete vedere una mirabile sperienza, togliete due panetti e tenetegli in acqua, tutti due d'un peso; e, caváti fuori e seccáti e ripesatigli, conoscerete qual è piú grave dal peso. Ancóra il pesar l'acque e tôr le piú leggieri è buon mezzo, per la sanitá. L'acqua generalmente è poi d'una natura che per le vene delle miniere, dove ella passa, la piglia di quella virtú: se la corre dove sia oro e argento, la conforta la natura umana; se la passa per quella del rame, la fortifica le debolezze del corpo; se per quella del ferro, fa utile alla milza; e aiutano tali acque il coito: se la passa per l'allume, viene a esser calda e costrattiva, e giova assai ai flussi; quelle che passano per il zolfo, son migliori a bagnare che a bere; ultimamente, per non cicalar piú d'acque e finirla, l'acque de' paludosi luoghi son maligne, e, de' pozzi, piú che se ne cava piú son migliori. Galloria, Sará meglio che io vegga di avezzarla a ber del vino. Filippo. Poco può esser di piú. Galloria, Non dir cotesto, perché, come costoro che beano acqua si dánno al vino, e' rifanno il tempo passato. Filippo. Fanne come di suo. Io vi lascio. Galloria, E io. Biagio. A rivederci con sanitá, ancóra che io ne guadagni delle malattie.
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21 Pur nella Seconda libraria, sotto Drusiano Battifolli [Ed.]. |
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