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| Anton Francesco Doni I marmi IntraText CT - Lettura del testo |
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IL PELLEGRINO IL VIANDANTE E IL Romeo.
Viandante. Voi che sapete la lingua todesca dovesti aver piú piacere assai che il Romeo, udendo favellare quel re di Boemia e quegli altri gran maestri. Come fece Mantova gran festa per la sua venuta? Romeo. Bella, per tal cosa all'improvista. Viandante. Non accadeva far feste, perché era un passaggio; e poi di queste visite la cittá n'ha spesso. Pellegrino. Che cosa n'avete voi riportato, di quella corte, che vi sodisfacesse? Viandante. Un certo rallegramento che fanno insieme una volta il mese, mi cred'io, o quando piace al re e alla reina. Pellegrino. Che rallegramento? Questo è un nuovo modo di piacere: cene, banchetti, musiche o donne e uomini a balli o giochi? Viandante. In quel modo che noi dopo cena con le donne troviamo de' giochi e gli facciáno, loro n'hanno uno, ma non so se sempre usano il medesimo. Pellegrino. Avrò caro d'intenderlo. Viandante. E io di dirvelo. Una sera, circa a un'ora di notte, si adunarono in una bellissima stanza e bene ornata, con il re e la regina, tutti i primi signori e gran baroni della corte; nella quale stanza v'erano, come in cerchio di luna, sederi per tutti, molto comodi e pomposi; e quivi da ...(chi fosse che lo facesse non m'accorsi)... il re o da altri fu dato un luogo a una donzella e a un gentiluomo; e cosí di mano in mano, secondo che pareva a lui, diede da sedere: cosí in un súbito furon tutti posati e si vedevano in viso l'uno l'altro, perché era mezzo cerchio. La reina disse al re, che era in piedi, che dovesse andare a sedere dove gli piaceva piú. Quivi non v'era alcun seder vacuo: il re si partí e a un gran barone che stava a canto alla reina s'aprossimò e quivi cominciò con grandissime ragioni a mostrare che quel luogo si perveniva a lui e che dovesse andare a cercar d'altra donna. Il barone con altre bellissime ragioni lo ricusava e non voleva cedere; ultimamente, il re vinse con somma eloquenza, ed egli gli cedé con somma riverenza il luogo. Il barone, levatosi, se n'andò da un gentiluomo, il quale aveva a canto una donzella, e mostrò come quel luogo non era il suo con ottime parole, ed egli rispondendo e fortificando il dir suo, non si potevan cedere, tanto ben diceva ciascuno: la differenza fu rimessa nella reina, la quale, replicate brevemente le ragioni di ciaschedun signore, si risolvé che quello ch'aveva il luogo lo tenesse e che il barone dovesse andar a cercar la sua donna, ché quella non era dessa. Fu bell'udire il lamento che fece il barone, avendo da abandonare sí bella donna e a prevedersi di nuova donna. Poi fu bellissimo a sentirlo mutar nuova invenzione e materia per voler cacciar un altro del seggio, con mostrare che non meritava quel luogo e che la bella donna che gli stava a canto aveva da esser amata da altro uomo: e lá vi furon gran parole onorate; alla fine il barone vinse, ed egli cedé il suo luogo, e andò via fuori della stanza. La donna, di questo, ne fece un piatoso lamento, e il barone la confortò da poi; onde, insieme disputando, fecero bellissimi discorsi, né mai la donna volle accettarlo per amante, ma con gran ragione mostrò che 'l suo amore era uno, né mai altro amor voleva che quello, vivendo o morendo. Levossi il barone e n'andò da un altro e lo vinse; onde il vinto gli chiese in dono la perdita, ed egli gne ne fece un dono: la donna lo ringraziò con tal parole che io stupiva e stava attonito, pensando come fosse possibile che all'improviso uscisse di bocca a tutti tanta eloquenza. Pellegrino. Certo che cotesto è un bellissimo gioco; ma egli doveva esser composto e ciascuno doveva sapere le sue risposte a mente. Viandante. Potrebbe essere. Tutti gli udienti che intendevano erano per uscir di loro: ma la bella cosa fu questa, che voi sentivi un abattimento in lingua spagnola, uno in lingua toscana, uno in francese, un latino e un todesco. Pellegrino. Tanto piú mi certifico che la cosa era fatta per arte; ma veramente, se la si facesse in una lingua sola fra noi all'improviso, che la sarebbe bella cosa. Viandante. Noi ci abbiamo tali spiriti di donne e d'uomini oggi al mondo che io credo che facilmente la si farebbe e bene. Pellegrino. Quanto duraron coteste dicerie? Viandante. Piú di quattro ore; e a me parvero quattro quarti d'ora, si eccellentemente si favellò e con sí belle ragioni, detti, proposte e risposte. Romeo. Io mi parti' e andai a un'altra festa particolare, dove si faceva un altro gioco, pur d'eloquenza. Viandante. Ancor quello era bello? Pellegrino. Fate ch'io n'odi due parole. Romeo. Per la mia fede, che egli era difficilissimo e bello. Ciascuno de' nobili e delle donne, che fossero eloquenti, si presero una parola per nome che s'apartenesse a un lamento d'amore: onde uno tolse Sventurato, l'altro Dolore e un altro Lasso; ed erano forse, se ben mi ricordo, da nove che facevano questo. Un di loro cominciò a fare il lamento, e, quando non voleva piú dire, metteva nel fine del suo ragionamento Lasso o Dolore, eccetera; colui che aveva tal nome seguitava, apiccando nuove parole e nuove invenzioni; chi fallava, ciò è che non sapesse dire, usciva di gioco e v'entrava un altro che gli bastasse l'animo di dire: onde facevano bel sentire. Quello che io dico del lamento d'amore, dico ancóra d'una disperata, d'un ringraziamento, d'una allegrezza, eccetera. Pellegrino. Ancor questo era un bellissimo gioco. Viandante. Ditemi ora a me: la nostra academia che ha ella fatto di nuovo da poi in qua che noi ci partimmo? Noi abbiamo veduto La zucca, Le foglie, I fiori e I frutti, i quali son letti molto volentieri. Pellegrino. Egli c'è meglio. Romeo. Come si cava tante cose colui del capo? Viandante. Se séguita, penso che ne fará le centinaia. Ma che c'è egli di meglio? I mondi gli abbiamo veduti. Pellegrino. Il Seme della zucca. Viandante. Come? Il seme della zucca? Che fine è il suo? sapetelo voi? Pellegrino. Una parte. Ditemi: avete voi mai letto il secondo libro di Luciano Delle vere narrazioni? Viandante. Messer sí, ch'io l'ho letto. Pellegrino. Che dice egli di bello? Viandante. Egli dice una certa sua stravagante navigazione e racconta quel che egli vedde, e, fra l'altre, racconta d'aver trovato, in certo suo mare, zuccacorsari, come dir fuste, brigantini, galere e altri legni da corsari di mare; e dice che sono uomini feroci, questi zuccacorsari, e che eglino hanno le navi loro grandissime fatte di zucche, e che le son lunghe piú di sessanta braccia, e che delle foglie della zucca ne fanno le vele, de' gambi della zucca antenne, e che con il seme delle zucche ferivano bestialmente. Or vedete dove diavolo egli va a cavar l'invenzione d'una cosa! Egli ha fatto questo Seme della zucca che colpo per colpo offende; dá a questo, dá a quell'altro, e di tal sorte ch'io vi prometto che mai udí' le piú terribil cose, le piú bestiali né le piú capricciose. Pellegrino. Li semi di questa zucca si stamperanno tosto, adunque? Viandante. Non ve lo so dire: di questo non ha egli ancor voglia, se giá qualche stampatore non gne ne facesse venire, con donargli qualche bei libri per fornire il suo scrittoio che egli ha cominciato, che sará un'arca di Noè, ciò è d'ogni libro n'ha un per sorte. Pellegrino. Poca fatica. Pellegrino. Ha egli altro di nuovo? Romeo. Uno libro che si ha da stampare presto presto: ecco appunto che io n'ho in seno una parte che mi è stata data perché io la mandi al Marcolini che la stampi. Viandante. Fate ch'io gli dia un'occhiata.
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