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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • I Precursori.
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I Precursori.

 

Nel fitto di una densa foresta una famiglia di selvaggi nudi ed inermi fugge atterrita dinanzi alla bufera che imperversa colla massima violenza: le nubi occultano la luce del giorno, il vento sibila, schiantando le piante e travolgendo virgulti e fogliame, guizzano vivide saette con tuoni fragorosi e cade una pioggia diluviale, mista di grandine. I miseri cercano rifugio nel cavo di una rupe, ma ecco d'un tratto comparire una iena famelica, che fiuta la preda. Uno di loro, stimolato dalla paura, raccoglie una selce per farsene un'arme, e, per meglio conseguire l'intento, la rende tagliente scheggiandola con altra pietra. Munito di questa difesa, egli affronta la belva, la ferisce e la mette in fuga.

Rinnovando il medesimo artifizio, quei tapini improvvisavano nuove armi affine di respingere ulteriori assalti. Nel percuotere la selce, avvenne che si sprigionassero scintille e mettessero fuoco alle stoppie; così coloro che fabbricarono i primi rozzi manufatti, furono indotti a suscitare di proposito la fiamma che doveva servire a riscaldarli, ad allontanare non solamente le iene, ma ancora i leoni, i leopardi, i lupi che infestavano quel territorio. Più tardi quel fuoco sarà adoperato alla cottura degli alimenti.

Non appena cessato il pericolo, il capo della famiglia pensò di procacciare a se ed ai suoi un asilo più sicuro di quello che gli fosse offerto dal temporario rifugio e, recisi colla selce tagliente alcuni rami d'albero, si diede a costruire una capanna primitiva, che fu poi coperta di fronde e di pelli.

Costoro, che abbiamo veduti in preda alle intemperie e insidiati dalle fiere, sono uomini o non piuttosto bruti?

I suoni gutturali che fanno sentire per esprimere il timore, il piacere, l'ira, per comunicare l'uno all'altro qualche idea rudimentale, già sono propriamente voci articolate. Nella loro dura cervice già si accumulò l'esperienza di molte generazioni; perciò, malgrado la bassa statura, l'esilità degli arti, il capo straordinariamente allungato, le mascelle protratte, i robusti canini sporgenti, che accusano le origini bestiali, assursero alla dignità di creature umane. Dai primi e lenti progressi compiuti germoglierà una meravigliosa evoluzione fisica ed intellettuale.

Quante migliaia d'anni trascorsero sull'ala del tempo dopo gli episodi coi quali ho iniziato il mio racconto?

Molte di certo, ma chi saprebbe noverarle? I discendenti della misera famiglia, che abbiamo veduta in lotta contro le intemperie e perseguitata dalle belve, sono omai uomini vigorosi, alti e prestanti della persona, atti a sfidare con energia i pericoli e a tollerare i disagi; poco rimane nel loro corpo e negli atteggiamenti dei pristini caratteri animaleschi.

Loro rifugio contro il mal tempo è la caverna, la quale, quando avranno cessato di vivere, accoglierà le loro spoglie, che saranno composte con reverenza, per il lungo sonno, dai superstiti, e corredate di armi, ornamenti e talismani nella previsione di una vita futura. Il clima caldo ed asciutto, paragonabile a quello che ora regna nel cuore dell'Africa tropicale, consente a costoro di vivere anche all'aria aperta. Come i selvaggi di quella regione, sono dediti alla caccia, e, mediante astuti accorgimenti, sanno impadronirsi del rinoceronte, dell'elefante, dell'orso speleo, ed affrontano senza ambage, a viso aperto il leone e il leopardo delle caverne, e li vincono, trafiggendoli colle loro zagaglie munite di punte d'osso o mercè i pugnali di selce di cui vanno costantemente armati.

Ricercano con cura, lungo la riva del mare, le conchiglie dai vivi colori per fregiarsene il capo e gli arti, e, affine di spaventar il nemico, in guerra, si tingono il volto di rosso. Coprono d'ocra i cadaveri dei loro cari ed accendono il fuoco accanto ai tumuli, allo scopo di allontanare gli spiriti maligni.

Dopo molti e molti secoli noi ritroviamo la famiglia primitiva convertita in tribù. I suoi componenti acquistarono omai caratteri fisici ed intellettuali, che li rendono assai diversi e più nobili dei progenitori.

L'ambiente in cui costoro esercitano la loro attività non e più la selva, ma una landa nevosa, limitata da alte montagne, nelle cui valli sono incastonati immani ghiacciai, come gemme in un monile, ghiacciai che alimentano spumosi torrenti. Nella valle della Roia, la Rutuba dei Romani, scendeva una lingua di ghiaccio che traeva le sue origini dai fianchi dell'Abisso, del Bego, del Becco Rosso. L'Argentera, il Clapier, il Pizzo d'Ormea e il Mongioie erano in gran parte coperti da un candido manto; né mancavano fiumi irrigiditi dal freddo nei bacini superiori della Nervia, dell'Argentina, del Tanaro, mentre altri minori si irradiavano dal Settepani e dall'Ermetta, e, più ad oriente, dal Misurasca, dal Penna e dall'Aiona.

Un cielo di piombo incombeva allora, quasi costantemente, su tutta la Liguria e ne risultavano acquazzoni e sopratutto nevi assai copiose. Solo più tardi, mentre la precipitazione si traduceva in pioggie diluviali, si sprigionarono i venti che sollevarono le arene del Capo Mele e del monte Caprazoppa. Il clima si manteneva meno aspro in riva al mare, ove, perciò, si stabilirono i primi aggregati umani, divenuti più tardi villaggi e città.

Si ode da lungi il cupo barrito dell'elefante lanoso, dai lunghi velli rossicci, dalle zanne formidabili. Il mostruoso pachiderma è rimasto impigliato in una trappola e non riesce a svincolarsi. Ben presto la tribù di aborigeni, che ha predisposto l'insidia, lo circonda, lo assale, prima coi dardi poi colle aste, e in tanti modi lo ferisce, lo dilania, finchè cessa in lui ogni segno di vita.

Morto l'elefante, i cacciatori si abbandonano ad una ridda selvaggia, poi si danno con meravigliosa destrezza a scuoiarlo, a dividerne ed abbrustolirne le carni: distaccate lungo i fianchi lacinie sanguinolente, le tendono sopra ramoscelli d'albero privi di foglie, al di sopra di bragia ardente; cuociono del pari le quattro zampe, e pezzi della lunga proboscide recisa, per apprestare un pasto gradito alla tribù. Poscia avidamente si cibano, impazienti di saziare la fame che li tormenta.

Ben più evoluti di quei miseri abitanti della selva, loro precursori, di cui ho descritto i primi passi, sono prestanti della persona, agili, vigorosi ed hanno contratto l'espressione rude e fiera di gente avvezza a sfidar le intemperie e ad affrontar le belve. Dotati di una vera favella, sanno comunicarsi a vicenda sentimenti, desideri, propositi, in armonia col loro modo di vivere; possiedono in breve le facoltà, per le quali un incessante progresso li porrà in grado di signoreggiar la natura.

 

 




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