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I Precursori.
Nel fitto di una densa foresta
una famiglia di selvaggi nudi ed inermi fugge atterrita dinanzi alla bufera che
imperversa colla massima violenza: le nubi occultano la luce del giorno, il
vento sibila, schiantando le piante e travolgendo virgulti e fogliame, guizzano
vivide saette con tuoni fragorosi e cade una pioggia diluviale, mista di
grandine. I miseri cercano rifugio nel cavo di una rupe, ma ecco d'un tratto
comparire una iena famelica, che fiuta la preda. Uno di loro, stimolato dalla
paura, raccoglie una selce per farsene un'arme, e, per meglio conseguire
l'intento, la rende tagliente scheggiandola con altra pietra. Munito di questa
difesa, egli affronta la belva, la ferisce e la mette in fuga.
Rinnovando il medesimo
artifizio, quei tapini improvvisavano nuove armi affine di respingere ulteriori
assalti. Nel percuotere la selce, avvenne che si sprigionassero scintille e
mettessero fuoco alle stoppie; così coloro che fabbricarono i primi rozzi
manufatti, furono indotti a suscitare di proposito la fiamma che doveva servire
a riscaldarli, ad allontanare non solamente le iene, ma ancora i leoni, i
leopardi, i lupi che infestavano quel territorio. Più tardi quel fuoco sarà
adoperato alla cottura degli alimenti.
Non appena cessato il pericolo,
il capo della famiglia pensò di procacciare a se ed ai suoi un asilo più sicuro
di quello che gli fosse offerto dal temporario rifugio e, recisi colla selce
tagliente alcuni rami d'albero, si diede a costruire una capanna primitiva, che
fu poi coperta di fronde e di pelli.
Costoro, che abbiamo veduti in
preda alle intemperie e insidiati dalle fiere, sono uomini o non piuttosto
bruti?
I suoni gutturali che fanno
sentire per esprimere il timore, il piacere, l'ira, per comunicare l'uno
all'altro qualche idea rudimentale, già sono propriamente voci articolate.
Nella loro dura cervice già si accumulò l'esperienza di molte generazioni;
perciò, malgrado la bassa statura, l'esilità degli arti, il capo straordinariamente
allungato, le mascelle protratte, i robusti canini sporgenti, che accusano le
origini bestiali, assursero alla dignità di creature umane. Dai primi e lenti
progressi compiuti germoglierà una meravigliosa evoluzione fisica ed
intellettuale.
Quante migliaia d'anni
trascorsero sull'ala del tempo dopo gli episodi coi quali ho iniziato il mio
racconto?
Molte di certo, ma chi saprebbe
noverarle? I discendenti della misera famiglia, che abbiamo veduta in lotta
contro le intemperie e perseguitata dalle belve, sono omai uomini vigorosi,
alti e prestanti della persona, atti a sfidare con energia i pericoli e a
tollerare i disagi; poco rimane nel loro corpo e negli atteggiamenti dei
pristini caratteri animaleschi.
Loro rifugio contro il mal tempo
è la caverna, la quale, quando avranno cessato di vivere, accoglierà le loro
spoglie, che saranno composte con reverenza, per il lungo sonno, dai
superstiti, e corredate di armi, ornamenti e talismani nella previsione di una
vita futura. Il clima caldo ed asciutto, paragonabile a quello che ora regna
nel cuore dell'Africa tropicale, consente a costoro di vivere anche all'aria
aperta. Come i selvaggi di quella regione, sono dediti alla caccia, e, mediante
astuti accorgimenti, sanno impadronirsi del rinoceronte, dell'elefante,
dell'orso speleo, ed affrontano senza ambage, a viso aperto il leone e il
leopardo delle caverne, e li vincono, trafiggendoli colle loro zagaglie munite
di punte d'osso o mercè i pugnali di selce di cui vanno costantemente armati.
Ricercano con cura, lungo la
riva del mare, le conchiglie dai vivi colori per fregiarsene il capo e gli
arti, e, affine di spaventar il nemico, in guerra, si tingono il volto di
rosso. Coprono d'ocra i cadaveri dei loro cari ed accendono il fuoco accanto ai
tumuli, allo scopo di allontanare gli spiriti maligni.
Dopo molti e molti secoli noi
ritroviamo la famiglia primitiva convertita in tribù. I suoi componenti
acquistarono omai caratteri fisici ed intellettuali, che li rendono assai
diversi e più nobili dei progenitori.
L'ambiente in cui costoro
esercitano la loro attività non e più la selva, ma una landa nevosa, limitata
da alte montagne, nelle cui valli sono incastonati immani ghiacciai, come gemme
in un monile, ghiacciai che alimentano spumosi torrenti. Nella valle della
Roia, la Rutuba dei Romani, scendeva una lingua di ghiaccio che traeva le sue
origini dai fianchi dell'Abisso, del Bego, del Becco Rosso. L'Argentera, il
Clapier, il Pizzo d'Ormea e il Mongioie erano in gran parte coperti da un
candido manto; né mancavano fiumi irrigiditi dal freddo nei bacini superiori
della Nervia, dell'Argentina, del Tanaro, mentre altri minori si irradiavano
dal Settepani e dall'Ermetta, e, più ad oriente, dal Misurasca, dal Penna e
dall'Aiona.
Un cielo di piombo incombeva
allora, quasi costantemente, su tutta la Liguria e ne risultavano acquazzoni e
sopratutto nevi assai copiose. Solo più tardi, mentre la precipitazione si
traduceva in pioggie diluviali, si sprigionarono i venti che sollevarono le
arene del Capo Mele e del monte Caprazoppa. Il clima si manteneva meno aspro in
riva al mare, ove, perciò, si stabilirono i primi aggregati umani, divenuti più
tardi villaggi e città.
Si ode da lungi il cupo barrito
dell'elefante lanoso, dai lunghi velli rossicci, dalle zanne formidabili. Il mostruoso
pachiderma è rimasto impigliato in una trappola e non riesce a svincolarsi. Ben
presto la tribù di aborigeni, che ha predisposto l'insidia, lo circonda, lo
assale, prima coi dardi poi colle aste, e in tanti modi lo ferisce, lo dilania,
finchè cessa in lui ogni segno di vita.
Morto l'elefante, i cacciatori
si abbandonano ad una ridda selvaggia, poi si danno con meravigliosa destrezza
a scuoiarlo, a dividerne ed abbrustolirne le carni: distaccate lungo i fianchi
lacinie sanguinolente, le tendono sopra ramoscelli d'albero privi di foglie, al
di sopra di bragia ardente; cuociono del pari le quattro zampe, e pezzi della
lunga proboscide recisa, per apprestare un pasto gradito alla tribù. Poscia
avidamente si cibano, impazienti di saziare la fame che li tormenta.
Ben più evoluti di quei miseri
abitanti della selva, loro precursori, di cui ho descritto i primi passi, sono
prestanti della persona, agili, vigorosi ed hanno contratto l'espressione rude e
fiera di gente avvezza a sfidar le intemperie e ad affrontar le belve. Dotati
di una vera favella, sanno comunicarsi a vicenda sentimenti, desideri,
propositi, in armonia col loro modo di vivere; possiedono in breve le facoltà,
per le quali un incessante progresso li porrà in grado di signoreggiar la
natura.
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