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Arturo Issel
Fra le nebbie del passato

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    • L'alpeggio.
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L'alpeggio.

 

Non è a credere che le tribù dimorassero perennemente nelle caverne: ogni anno, al principio della stagione estiva, la maggior parte della comunità, che comprendeva gli uomini e le donne più vigorosi, si allontanava dal consueto domicilio, conducendo seco gli armenti, e si adunava in alcune stazioni alpestri ben note, ove, oltre al benefizio di una temperatura più fresca, trovava grassi pascoli per il proprio bestiame. Raggiunta l'altura prescelta, che era prossima in ogni caso a qualche limpida sorgente, edificavano in breve un villaggio di capanne, sostenute da rami d'albero, conteste di fascine o virgulti e coperte di pelli e di paglia. Il più delle volte queste capanne erano di forma cilindrica, con una apertura, che adempiva all'ufficio di porta e di finestra. Nel centro era collocato il focolare; il fumo si sprigionava dalla porta e dalle commessure del tetto, abitualmente foggiato a cono. Gli armenti erano confinati in appositi recinti a breve distanza dalle abitazioni, e alla loro vigilanza immediata erano adibiti cani ben addestrati, poco diversi da quelli dei nostri pastori alpini.

Nelle spelonche rimanevano i vecchi e gli infermi, ed era loro affidata la custodia della povera suppellettile, che gli altri componenti della tribù non traevano seco. D'altronde, l'esodo non durava più di due o tre mesi e non si verificava per tutte le stazioni sotterranee e nemmeno ogni anno. S'intende di leggeri come contingenze straordinarie, ad esempio guerre o contagi, dovessero esercitare grande influenza sulle abitudini della tribù, e in ispecie sui suoi trasferimenti.

Sarebbe difficile immaginare creature più misere e squallide di quelle che rimanevano nel domicilio comune, dopo la partenza per l'alpeggio dei componenti più giovani e vigorosi della tribù: erano vecchi sdentati, alcuni propriamente decrepiti, rugosi e scarni, quasi tutti deformati nelle mani e nei piedi da malattie articolari contratte nell'ambiente umido delle grotte. Coperti di brandelli di pelle, soffrivano per il freddo invernale, appena mitigato dalle fiammate e dalle braci dei focolari. Inetti alla caccia, si cibavano di latticini ricavati da poche capre e, se questi mancavano, facevano uso di ghiande dolci d'orzo ed eventualmente di ghiri, di scoiattoli e perfino di pipistrelli e di serpenti.

Chi sa se le tradizioni medioevali relative ai gnomi e alle streghe, che si ricoveravano nel cavo delle rupi, non fossero derivate da una oscura memoria di quella povera gente?

 

 




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