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L'invasione.
Si svolgeva quietamente, alla
fine di un autunno precoce, la vita della tribù, nella Pollera e nelle sue adiacenze,
quando nel tempo stesso, poco lunge, si produceva un avvenimento assai grave
per la sorte del paese. Un'oste romana non numerosa, ma ben disciplinata, si
avvicinava lentamente alla Liguria Marittima, dopo aver debellato alcune tribù
montane, che intendevano contenderle il passo. Missione di queste milizie era
di occupare una zona di paese allo scopo di risarcire una antica strada
militare, divenuta impraticabile, e di ristabilire facili comunicazioni tra la
valle del Po e il littorale dei Sabazi e degli Ingauni, ciò perchè fosse
agevolato il transito dalla Liguria occidentale alle Gallie, ove, per mantenere
l'occupazione romana, era necessario l'invio incessante di nuove forze. Una
piccola avanguardia, penetrata, senza essere avvertita, nel territorio dei
Sabazi, aveva trovato gli abitanti in subbuglio in conseguenza della zuffa
ingaggiata fra i partigiani del Garbuta e del Cornei, e si era facilmente
impadronita di un armento di capre mal custodite. Ma i Liguri, cessato allora
ogni dissidio, avevano reagito vigorosamente contro gli stranieri. Quantunque
male armati, mercè il numero preponderante e l'audacia, essi erano riusciti a
respingere il nemico, ma non avevano potuto strappargli il mal tolto. Nella
mischia parecchi i feriti ed un morto, appunto colui che già ricordai come
valente cacciatore e brutale rapitore di femmine.
L'indomani, sul far del giorno,
furono interrotti nella Pollera i consueti lavori e, facendo schermo colle mani
ai raggi del sole nascente, i cavernicoli si fecero ad osservare un manipolo di
guerrieri, che si inerpicavano lentamente su per l'erta. Erano tutti armati,
quali di lancia e di piccoli scudi oblunghi, coperti di pelle, quali d'archi e
di freccie e molti anche dell'ascia di pietra, che sapevano adoperare in
battaglia con meravigliosa efficacia. Essi parevano stanchi e portavano traccie
evidenti dell'aspra lotta sostenuta la vigilia. Appena varcata la soglia, uno
di loro, che sembrava godere di maggiore autorità, si fece a narrare, con voce
concitata, agli abitanti della grotta venuti ad incontrarlo, l'assalto
impetuoso e la pronta ritorsione; si indugiò a descrivere le armi formidabili e
il modo insolito di combattere del nemico, avvertendo come indubbiamente altri
armati, ben più numerosi, avrebbero seguito le traccie dei primi.
Intanto un nuovo manipolo di
guerrieri era sopravvenuto e, fra questi, quattro trasportavano il corpo
esangue del Garbuta, adagiato sopra una barella contesta di rami d'albero.
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