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L'adunata.
In breve, essendosi sparsa tutto
all'intorno la notizia del conflitto e quella eziando del pericolo imminente
che sovraincombeva ai Liguri del litorale, molti di questi affluirono nella
caverna, e, interrogati i reduci, commentarono il caso con voce concitata, non
dissimulando l'ansietà che li opprimeva.
Era urgente provvedere alla
salvezza della tribù, e perciò, collo squillo di conche marine e col suono di
rozzi tamburelli, coloro che esercitavano maggiore autorità sui compagni
convocarono i guerrieri sparsi nella vallata; e, ben presto questi,
sopravvenuti in gran numero, si adunarono con essi a consiglio. Quali
accoccolati sul terreno, quali accovacciati o seduti, ed altri ancora ritti in
piedi alle spalle del primi ed appoggiati alle proprie lancie, formarono un
gran circolo, nel mezzo del quale prese posto il Nibbio, il capo venerato di
cui tutti apprezzavano il valore e la sagacia.
Chi era costui che portava un
nome così suggestivo ed esercitava sì grande ascendente sui suoi compagni?
In lui s'impersonavano le più
nobili doti morali e i più spiccati caratteri fisici della sua schiatta: coraggioso
senza ostentazione, prudente, astuto, sentiva sovente impulsi generosi,
offuscati tuttavolta dagli istinti rudi e violenti ereditati dai suoi maggiori
e che i costumi primitivi della tribù non tendevano certo ad attutire. Alto,
tarchiato, robustissimo, rotto ai pericoli e alle fatiche, aveva una fisionomia
aperta, che ispirava fiducia, e un piglio altero, che imponeva rispetto e
timore. Le sue fattezze erano regolari, quantunque un po' troppo accentuate,
con zigomi sporgenti ed ampia bocca, munita di forte dentatura, occhi grigi,
traenti al verdastro, vivacissimi, espressivi, che illuminavano una fronte
spaziosa; chioma nera, abbondante, raccolta al sommo del capo ed assicurata con
due lunghi aghi crinali. Vestiva con una certa eleganza una lunga tunica
finissima, di pelle d'agnello, fregiata alla parte inferiore di larga fascia di
lana rossa, e provvista di ampio cappuccio; portava calzari di cuoio
accuratamente assicurati con lacinie, che risalivano fin sopra i polpacci e
legavano strettamente le striscie di pelle avvolte intorno alle gambe. Poco
differiva la sua acconciatura da quella in uso anche al presente presso i
Ciociari del Lazio. Abilissimo nel maneggio delle armi, andava quasi sempre
munito di un arco di insolite dimensioni e di lunghe freccie, e non abbandonava
nè giorno nè notte l'ascia forbitissima di pietra verde, immanicata in un corno
cervino, che teneva abitualmente sospesa alla cintura.
Il Nibbio e i suoi compagni
conoscevano le spade, i pugnali e le corazze di bronzo, venute in loro possesso
per via di scambi, ma erano loro poco famigliari, e non pregiavano elmi e scudi
metallici, già in uso presso alcune tribù più civili, e in ispecie fra i
Genuati.
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