|
Nuove
minacce d'invasione.
Intanto sopravvenne un Ligure
della montagna, rorido di sudore, per la corsa affannosa da lui fatta, e
sollecitò dal Nibbio la facoltà di intrattenerlo da solo a solo. Allontanatisi
alquanto dalla capanna, i due uomini conferirono a lungo a bassa voce. Quel
Ligure era un messo, il quale, a nome dei suoi conterranei, annunziava come di
là dai monti si addensassero forze romane, e come si potesse argomentare dalle
loro mosse il disegno di una invasione della zona litorale.
Urgeva provvedere per la comune
difesa, ed era necessario di convocare in tempo le tribù confederate per affrontare
il nemico, omai vicino e minaccioso.
L'esortazione parve molesta e
intempestiva al giovane capo. Tuttavolta, promise al messo di ottemperare al
suggerimento, e, dopo avergli impartite le istruzioni che erano del caso, lo
licenziò. Ritornato presso la sua donna, la informò brevemente del pericolo e
non le fece mistero delle proprie preoccupazioni; quindi prese da lei commiato,
con affettuose espressioni, lasciandola in preda a cupa malinconia.
Nei giorni seguenti si
moltiplicarono gli avvertimenti dei Liguri della montagna per segnalare
l'atteggiamento sospetto degli stranieri, e l'avanzarsi dei loro esploratori.
Il Nibbio, da canto suo, si
affrettò ad avvertire della minaccia, non solo i suoi Sabazi e i vicini
Ingauni, ma gli Epanteri, nell'estremo occidente gli Intemelii, verso
tramontana gli Statielli, i Cosmorati, e, ad oriente, i Veturii, i Genuati, i
Tigulii, gli Ercati, i Lapicini, i Garuli.
Furono spediti messi a tutti gli
alleati dei Liguri, per esortarli ad armarsi, a far incetta di viveri e ad
inviare sollecitamente i propri contingenti nei punti designati, in vista delle
prossime ostilità. Non tutti però risposero all'appello, sia perchè il pericolo
non sembrava loro imminente, sia perchè già vincolati ai Romani, di cui
conoscevano la potenza, da segreti accordi.
Altri emissari furono convocati
dal Nibbio ed ebbero istruzioni particolareggiate, per assolvere un incarico,
al quale attribuiva la più alta importanza in vista della guerra che stava per
iniziarsi. "Avvicinatevi, egli disse a due giovani dalle membra nerborute
e dal piglio audace, che gli venivano incontro, avvicinatevi ed ascoltatemi
attentamente, perchè abbiate a condurre a buon fine l'impresa che intendo
affidarvi. Per ciò non vi mancano forza, ardire ed abnegazione, ma son pur
necessari prudenza e scaltrezza", soggiunse. - "Siamo pronti",
rispose uno dei due che si chiamava l'Orba, ed era nato sulle pendici
dell'Ermetta. E il Belloli, compagno di lui, accennò col capo che approvava.
"Domani all'alba, continuò il Nibbio, partirete per il paese degli
Statielli, ove solleciterete l'aiuto, che quella tribù ci ha già promesso
contro il comune nemico. Ma non v'indugiate, importa proseguire quanto prima
per adempiere allo stesso ufficio presso i Dertonini, e convien farlo con
cautela, avendo noi qualche motivo di temere che le minacce e le lusinghe degli
avversari riescano ad alienarli da noi e dai nostri alleati. Colà vi
procurerete una guida sicura per il paese dei Velleiati, presso i quali non
mancherete di perorare la nostra causa; ma importa che a Velleia facciate
incetta di armi di bronzo: cuspidi di lancia, spade, pugnali, scudi ed elmi; e
prendiate le disposizioni opportune acciocchè ci sieno tosto recapitate qui,
presso la sede della tribù. Esibite in cambio di queste armi, in giusta misura,
pelli, bovini e quanto altro siamo in grado di somministrare. Senonchè temo che
a Velleia non possiate raggiungere l'intento, il metallo essendo colà troppo
scarso. Sarà mestieri, se il timore fosse fondato, prolungare il vostro viaggio
fino al paese degli Etruschi. Testimoni degni di fede mi assicurano che a
Felsina e nei suoi dintorni hanno sede molti artefici abilissimi nella
lavorazione del bronzo, e che i prodotti della loro industria sono spediti per
via di traffici in lontani paesi; certo ne ricevono in copia quei di Luni e
perfino i Genuati; ma da costoro non potremmo ottenerli perchè son ligi ai
Romani. Faccio conto che entro una ventina di giorni siate di ritorno con
sicuri affidamenti".
Il Nibbio si volse allora a due
altri giovani, i quali intanto si erano uniti al crocchio, Porra e Berlenda, il
primo alto e nerboruto, il secondo tarchiato e muscoloso, entrambi veri
montanari, allenati alle più dure fatiche. "Dapprima, disse loro,
visiterete gli Intemelii, e ricorderete la promessa che essi mi fecero di
intervenire in nostro aiuto se saremo aggrediti, risalirete poscia la selvosa
valle del Nervia, adoperandovi lungo il cammino a cementare l'amicizia degli
Eburiati; varcata quindi la Cima Marta, scenderete lungo la Levenza fino alla terra
dei Brigiani, e chiederete la loro alleanza, dimostrando quanto sia vantaggiosa
per le due parti. Pervenuti alla Rutuba, che corre spumeggiando tra monti
cavernosi, procurerete di guadarla e di procedere a ritroso dei suoi affluenti
di destra per abboccarvi coi rudi alpigiani che esercitano la pastorizia in
quelle gelide vallate, nelle quali vedrete le rupi coperte di segni bizzarri
profondamente scolpiti.
"Esortate gli abitanti a
prestarci il loro concorso, il quale sarebbe prezioso massime se riuscissero ad
attaccare il comune avversario alle spalle.
"Costoro usano invocare le
divinità delle montagne che hanno sede sulle vette nevose, fra le folgori e le
procelle; scongiurateli di sollecitare per noi la protezione di sì potenti
ausiliari.
"A destra della Rutuba
incontrerete un piccolo affluente dalle acque spumose, che scaturisce da orride
montagne, fra le quali regna perenne l'inverno, e raggiungerete così lo sbocco
di uno scheggiato burrone, ove sogliono addensarsi nembi e tormente; è
difficile che il viandante, penetrato fin qui non sia compreso da un senso di
terrore, ma voi siete intrepidi e procederete senza esitare: ad un certo punto
osserverete nella nuda parete del burrone scavi profondi, praticati dalla mano
dell'uomo, e vedrete alcune misere capanne, entro le quali risuona perennemente
il fragore dell'incudine percossa da pesanti martelli, e ardono vivide fiamme.
"Questa è la sede di alacri
lavoratori, che conoscono l'arte di ricavare il metallo dalla pietra col
magistero del fuoco. Essi sono assai esperti sul traffico, e, se riuscirete a
cattivarvi la loro benevolenza, sapranno fornirvi preziose indicazioni
acciocchè sia possibile provvederci presso le tribù galliche di quella regione
le armi di ferro e di bronzo, delle quali abbiamo urgente bisogno per
affrontare i nostri nemici colla sicurezza di vincere".
"Ti ringrazio, o Nasche, di
aver ottemperato al mio invito, disse il Nibbio, recandosi incontro al vecchio,
che a passi lenti si avvicinava, tu convocherai in breve gli anziani della
tribù al Ciappo delle Conche, nel paese d'Orco, là ove i nostri antenati
scolpirono sulle rupi figure misteriose. Ivi, compiute le consuete cerimonie,
invocherete il favore della divinità che presiede alla guerra e le offrirete in
sacrificio un ariete".
"Il tuo desiderio sarà
soddisfatto, rispose Nasche, ma ben ricordo che in altri tempi Penn non si
contentava di sì tenue omaggio e pretendeva sangue umano". "Non
dubitare, replicò il Nibbio, anche questo sarà sparso a fiotti, non appena
iniziato il conflitto".
I guerrieri alleati si
raccolsero poco a poco, per parecchie vie, nei villaggi più appropriati alla
difesa, in accampamenti improvvisati, nelle migliori posizioni strategiche ed
anche in buon numero di castellari, fortezze primitive, circoscritte di
doppia o triplice cinta di mura a secco e da profondi fossi; le mura erano
rinforzate da torrioni, e, nell'interno, si erano costruiti, a complemento di
tali opere, rozzi fabbricati di pietra a secco, destinati ad uso di abitazioni
e di ripostigli dei viveri, come pure ampie cisterne.
Senonchè i Liguri si affidavano
ben più che a tali difese, alla mobilità e alla rapidità straordinarie delle
loro orde, al fatto che niuno poteva superarli nella resistenza alla fatica e
al digiuno. Quando meno se l'aspettavano i Romani erano impetuosamente
aggrediti dai Liguri, e, se questi incontravano energica resistenza, si
squagliavano rapidamente come nebbia al vento, per tornar ben presto alla
riscossa, insuperabili nella guerriglia e negli agguati, ma inabili a
predisporre imprese militari che richiedessero lunga preparazione. Affermavano
i loro avversari come fosse più facile vincerli che trovarli.
I Romani, cui premeva
ristabilire le antiche comunicazioni fra la metropoli e le Gallie, in gran
parte interrotte o guaste, molestati senza tregua dagli indigeni, tentavano di
risarcire la via Postumia e l'Aurelia, che erano divenute in gran parte
impraticabili, per fatto degli abitanti più che per effetto di cause naturali.
|