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La
pugna decisiva.
Un gran numero di Liguri si era
raccolto in un campo trincerato degli Ingauni, allo scopo di prendere gli
ultimi accordi prima di muovere contro l'oste nemica accampata nella valle del
Neva.
Essi erano divisi per tribù o
meglio per gruppi, preceduti dai propri capi, e, per la diversità delle armi e
la bizzaria delle acconciature, offrivano uno spettacolo assai pittoresco.
Spiccavano nel numero i Liguri alpini dal piglio truce, incappucciati e coperti
di pelliccie, ed erano armati di fionde, archi e frecce. Fra questi non
mancavano espertissimi frombolieri. I Capillati si distinguevano dagli altri
montanari per le chiome profuse ed ondeggianti, delle quali si mostravano
superbi. I capi degli Ingauni portavano sul capo un sottile cerchio d'oro, ed
erano muniti al pari dei gregari, di piccolo scudo oblungo e di lancia. I
Sabazi brandivano ascie litiche e mazze da guerra munite di anelli di pietra;
portavano pure archi e frecce. I Genuati e i Veturii facevano pompa di elmo e
spada di bronzo. I militi Apuani erano armati di lancia dalla cuspide
metallica. Intorno ai guerrieri erano raccolte molte femmine, curve sotto il
peso degli approvvigionamenti, ed insieme ad esse completavano la scorta di
viveri armenti di ovini; poche bestie da soma, cioè piccoli cavalli, rendevano
scarsi servizi, a causa del terreno accidentato.
La moltitudine dei Liguri era
solo vincolata dall'odio che la sospingeva contro il comune nemico. Ogni tribù,
d'altronde, riconosceva solo l'autorità di un capo elettivo, e combatteva
tumultuosamente e in disordine, talvolta però con impeto irresistibile.
L'istinto e la lunga
consuetudine, ben più che disegni ben meditati, suggerivano loro ingegnosi
artifizi per cogliere il nemico all'improvviso e sopraffarlo. La perfetta
cognizione del terreno, l'attitudine a superare facilmente passi per altra
gente impraticabili, la rapidità colla quale si trasferivano fra punti assai
lontani, malgrado l'asprezza del terreno, la resistenza alla fatica, alle
intemperie e al digiuno li rendevano formidabili.
Nell'esercito invasore il corpo
principale, costituito di vecchie milizie esperte nella guerra e disciplinate,
era in gran parte armato di aste e di brevi spade acuminate, a due tagli. Quasi
tutti portavano elmo di ferro arrotondato, senza cresta nè cimiero, corazza
formata di squame imbricate e grande scudo di ferro, di forma ovale. Da lontano
si vedeva scintillare, nel mezzo di ciascuna coorte, l'aquila d'oro della
rispettiva insegna, custodita da un centurione.
La cavalleria, che di solito
occupava le ali di ciascuna legione, era in questo caso raccolta alla coda,
mancandole lo spazio di svilupparsi lateralmente. I cavalli, assai piccoli, ma
vigorosi, e provvisti di ampia sella e di gualdrappa a vivi colori, portavano militi
armati di lunga spada e muniti di piccolo scudo rotondo e di elmetto.
A destra e a sinistra le colonne
erano fiancheggiate di milizie leggere, in gran parte costituite di ausiliari
greci e baleari. Alcuni, privi di corazza e di elmo, combattevano colle fionde,
con giavellotti acutissimi e pugnali; altri portavano aste brevi e piccolo
scudo rotondo. Non mancavano numerosi ausiliari inermi, che avevano per ufficio
di sottrarre i feriti dalla mischia e di portarli in salvo.
Il conflitto si iniziò con scaramucce
d'avanguardia, alle quali parteciparono quasi esclusivamente, da parte dei
Liguri e dei Romani, arcieri e frombolieri.
Di poi, le opposte schiere si
avvicinarono e impegnarono la zuffa a corpo a corpo con accanimento. Assillati dalla
penuria di viveri, gli uni e gli altri agognavano una sollecita fine della
guerra per tornare alla quiete della abituale residenza.
Superato il Colle di Nava, i
Romani discendevano lentamente nella valle dell'Arroscia, respingendo i
gagliardi assalti che i Liguri sferravano alla fronte e ai fianchi. Precedevano
in file serrate gli astati protetti dai grandi scudi, ed erano seguiti da altre
file più rade, fra le quali potevano insinuarsi le prime, se avessero
incontrato troppo viva resistenza. Pervenute ordinatamente alla confluenza dei
tre fiumi impetuosi, che si congiungono nel Centa, esse si spiegarono in
formazione più estesa e meno profonda, respingendo vigorosamente gli avversari
verso i colli di Bastia.
Dal campo di battaglia,
calpestato da sì numerosi fanti e cavalli, si sollevava fitta polvere, che
offuscava l'aria, occultando l'uno all'altro gli opposti manipoli. Intanto,
risuonavano i metalli percossi, gli squilli stridenti delle trombe romane e il
cupo muggito delle conche marine dei Liguri; di tempo in tempo coprivano ogni
altro frastuono le grida selvagge di costoro, mentre muovevano all'assalto.
Nella notte grandi fuochi accesi
sulle più eccelse vette segnalavano agli abitanti le mosse dell'invasore.
Accusavano, durante il giorno, la sua avanzata le colonne di fumo che si
levavano dai paghi incendiati.
I Liguri tentarono più volte
invano di sfondare la salda compagine delle milizie nemiche, le quali,
efficacemente difese dall'elmo, dalla targa e dalla pesante corazza, non
subivano che lievi perdite, pur facendo macello degli avversari. Ad un certo
punto, mentre squillavano le loro trombe, si aprirono le file degli invasori e
lasciarono libero il varco a parecchi manipoli di cavalleria, che fino allora
erano rimasti dissimulati dalla fanteria. Questi si scagliarono di galoppo
sopra il nemico, e in men che non si dice lo sgominarono, lo costrinsero alla
fuga e, coll'ausilio dei triari, lo inseguirono in ogni senso. I conati di
reazione, sempre più fiacchi, furono facilmente repressi. Non appena cominciò a
rallentarsi l'impeto dei destrieri, buon numero di giovani Ingauni ignudi,
armati di pugnali, s'insinuarono carponi fra i combattenti, affine di ferire i
cavalli nel ventre; ma l'audace tentativo fu rintuzzato dalle rapide mosse e
dalle pronte difese degli aggrediti, che lasciarono gli assalitori malconci,
quale trafitto di lancia, quale pesto dai quadrupedi.
Intanto, il suolo era sparso di
cadaveri, e molti feriti, che giacevano fra i morti, aspettavano invano qualche
soccorso. Al tramonto si udì il lugubre gracidare dei corvi che calavano sul
campo di battaglia. Gli uccellacci neri già erano stati preceduti dai cani
randagi nel far scempio dei cadaveri.
Rinnovatasi la lotta nei giorni
successivi, ebbe solo per risultato di affermare la vittoria dei Romani, i
quali non cessarono di progredire lungo il littorale, ove erano i principali
rifugi dei Liguri. Altre colonne romane scendevano simultaneamente a marcie
forzate per le valli del Sansobbia e del Letimbro, chiudendo ogni via di scampo
ai Sabazi ed ai loro alleati dal lato di levante. Dopo essersi impadroniti
dell'Armassa, sopra la duna delle Arene Candide, posero l'assedio dinnanzi alle
maggiori caverne, si inoltrarono e investirono le più valide posizioni di quei
terrazzani, vale a dire la balza di Montesordo e la grotta Pollera. La
condizione degli assediati si fece allora disperata.
Convien dire che l'oste nemica
era stata segretamente edotta del rifugio cercato nella caverna dai capi dei
Liguri e dalle loro famiglie. Taicina, già da me ricordata, sospinta dall'odio
feroce che nutriva per il Nibbio e per la sua compagna, aveva fornito in
proposito informazioni sicure e particolareggiate. Essa, percorrendo nel cuor
della notte aspri sentieri e sfidando il pericolo di essere scambiata per una esploratrice
in servizio dei Liguri, si era avvicinata, non vista, al campo romano,
riuscendo nel suo proposito di tradimento, e perfino aveva profferto di guidare
gli invasori fino alla bocca del sotterraneo che doveva servire di propugnacolo
ai Liguri.
Il Nibbio imperterrito, era
presente ovunque imperversava la mischia, non curante del pericolo. Sereno e
sorridente, brandiva la sua ascia di guerra lorda di sangue e, volgendosi ai
pochi guerrieri che l'avevano seguito, li incitava alla lotta. Il valoroso manipolo,
vedendo avanzarsi una coorte colle spade sguainate, l'investì con tanto furore
che nell'urto scudi ed elmi furono infranti, si sparse il sangue a fiotti, e
molti caddero trafitti; ma ben presto si addensarono sì numerosi i Romani
intorno ai Liguri superstiti, da chiuderli in un cerchio di ferro. Fulvio, il
capo supremo dei primi, ammirato dal contegno di quel pugno d'eroi, intimò loro
la resa, assicurandoli che avrebbero salva la vita; ma il Nibbio respinse
sdegnosamente la profferta.
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