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Singolar
tenzone.
Fulvio accoglie allora il
suggerimento di Sestio e, per bocca di costui, invita il nemico a designare uno
dei suoi guerrieri, il quale abbia a cimentarsi in singolar tenzone contro uno
dei Romani all'uopo prescelto. Se il Ligure, soggiunge, riuscirà vincitore, gli
assedianti si ritireranno liberamente nei loro oppidi, sgombrando tutta la
regione litorale e le sue adiacenze; ma, se invece sarà soccombente, le tribù
deporranno le armi e subiranno la sorte dei vinti, essendo salve le vite.
Cesserà così una inutile effusione di sangue.
Il Nibbio, che reputa disperata
la sorte dei suoi, accetta senza esitare siffatte condizioni. Fulvio designa
tosto per campione dei legionari il mercenario Urus. Da parte dei Liguri vien
scelto Odé; e di comune accordo è concesso al primo l'uso della lunga spada
dell'ampio scudo, cari alla sua nazione, mentre si lascia libero il Ligure di
affidare la propria sorte, come egli desidera, all'ascia di pietra
affilatissima, immanicata in un ramo d'albero. Egli, inoltre, avrà facoltà di
avvolgere una pelle d'ariete intorno al braccio sinistro, per parare i colpi
dell'avversario.
Entrambi si spogliano di ogni
indumento, e si dispongono l'uno di fronte all'altro, sopra uno spazio
pianeggiante poco lontano dalla Pollera, mentre i guerrieri liguri e romani
fanno circolo intorno ai due campioni. Tra l'uno e l'altro non potrebbe esser
maggiore il contrasto: Urus è alto, muscoloso, tarchiato, barbuto; il suo capo
enorme è coperto di una chioma rossiccia, tutta arruffata. Nella fronte bassa,
nelle mandibole robuste, nelle braccia villose trasparisce la sua forza
brutale, cui si unisce l'indole feroce, accusata dall'ampia bocca atteggiata a
sogghigno e dai piccoli occhi tondi, iniettati di sangue.
Quanto è diverso Odé! Piccolo,
mingherlino, ossuto, si distingue pel capo singolarmente allungato, coperto di
cappelli crespi nerissimi, e per gli zigomi prominenti. Il suo volto è
illuminato da occhi vivi e penetranti, assai mobili, infossati in occhiaie
profonde e quadrate; ha il mento quasi imberbe. Nell'espressione del suo volto
arcigno si legge ad un tempo l'energia e l'astuzia. Oltre alla forma del capo e
alle fattezze, l'esilità degli arti non conferisce venustà alla sua persona, la
quale tuttavolta si palesa nelle movenze singolarmente agile e svelta.
Mentre dai maggiorenti dei due
campi si stabilivano i termini della tenzone, un gruppo di Liguri che stava un
po' appartato, mormorava sogghignando. E uno di loro disse ad alta voce, per
modo che fu udito da tutti: "ecco a quali estremi ci ha condotti il
Nibbio! Non sarebbe stato preferibile, nell'interesse della tribù, cedere alla
forza preponderante dei Romani, come già fecero in altri tempi i Genuati e
gl'Intemelii? A che giova resistere ad oltranza? L'eccidio dei nostri non
servirà che ad appagare lo stolto orgoglio del capo". Ma il Cornei, il
quale, frattanto, si era avvicinato all'oratore, lo apostrofò con violenza,
accusandolo di codardia. "Tu, esclamò, che sei più lento della testuggine
se muovi all'attacco e metti l'ali ai piedi quando fuggi, tu sei incapace di
apprezzare i sensi generosi del Nibbio; l'animo tuo non sa distinguere la
libertà dalla soggezione e non ascolta che i vili suggerimenti del
ventre!"
I giudici del campo danno il
segno convenuto ai due avversari perchè sia iniziato il combattimento,
percuotono cioè tre volte coll'elsa della spada uno scudo di bronzo. Al terzo
tocco il gigante comincia a vibrare formidabili fendenti sull'esile Ligure; ma
questi si schermisce con mirabile agilità, balzando ora da un lato, ora
dall'altro. La sua ascia di pietra non rimane inoperosa e cade più volte con
alto frastuono sullo scudo di Urus, il quale tuttavolta rimane incolume.
Ad un certo punto, un piccolo
cane da pastore, insinuatosi fra gli spettatori, si avvicina ai combattenti e
si avventa sull'ausiliare, abbaiando furiosamente e addentandogli un polpaccio.
Cessò un istante la lotta, e l'imprudente quadrupede, colpito da un'asta romana
pagò colla vita il fio della sua audacia. Il campione dei Romani ripiglia tosto
a roteare la spada con rinnovato furore, e questa volta riesce a ferire
l'avversario, trafiggendogli il braccio sinistro, mal difeso dalla pelle
d'agnello che apparisce rossa di sangue. Il Ligure, che sembra stanco, vacilla,
indietreggia di qualche passo, quasi per sfuggire al ferro che lo incalza, poi
ad un tratto, si arresta e scaglia, con forza, la propria arma sul nemico, il
quale, colpito nel collo, stramazza come corpo morto, perdendo fiotti di sangue
dalla carotide recisa.
L'esito inaspettato della tenzone
suscita accenti d'ira e vive proteste da parte dei Romani, che accusano Odè di
frode, mentre i suoi compagni lo acclamano vincitore. La controversia si
inasprisce, degenera ben presto in zuffa: la peggio tocca ai Liguri, i quali,
sopraffatti, volgono in fuga e cercano rifugio nella vicina caverna, ove già si
erano raccolte le donne e i bambini, come nel più sicuro dei nascondigli.
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