I.
La contessa
Ginevra volse la testa con un sorriso, tendendo al vecchio medico la bella mano
bianca, sulla quale non brillava che il sottile anello matrimoniale.
- Perchè così
tardi stasera?
- Esco ora
dalla casa del marchese Roderigi: sta un po' meglio, il caso è nullameno
disperato.
Qualcuno
degli invitati scambiò un'occhiata malinconica alla triste notizia, ma la
conversazione rimase impacciata come prima.
Il dottor
Ambrosi si era seduto sopra una lunga poltrona in felpa gialla, presso la
contessa Ginevra, abbandonando la testa sulla spalliera colla famigliarità di
un amico, pel quale l'etichetta consente molte licenze. Era un bel vecchio
alto, quasi calvo, di un color roseo ancora vivace sotto il bianco dei capelli
e della barba; mostrava sessant'anni, benchè ne avesse quasi settanta, ma nè la
fatica, nè lo studio avevano ancora potuto trionfare della sua robusta
complessione.
- E Bice? -
chiese subito, riaprendo gli occhi.
- È nella sua
camera.
Tutti
attesero quello che il dottore avrebbe detto. Egli parve scrutare nello sguardo
della contessa, largo e tranquillo; quindi con quella bruscheria, che lo aveva
reso popolare, si scrollò sulla poltrona.
- Vapori!
- Bice ha
un'anima troppo delicata.
- E un corpo
troppo debole: una cosa dipende dall'altra.
- Sapete
perchè non viene stasera con noi?
- Lo
immagino, ma forse verrà più tardi.
- Purchè non
pianga! Negli organismi come il suo, il pianto è un disastro; si squilibria
tutto il sistema nervoso, e lo stomaco si stanca in contrazioni inutili.
La contessa
Ginevra girò lo sguardo sugli altri. Non erano molti; la contessa Ghigi, una
dama di cinquant'anni, ossuta, nerastra, pochissimo simpatica, e nullameno di
una bontà che sarebbe stata poetica, anche senza il profondo sentimento
religioso che l'animava. Portava dei mezzi guanti di seta nera, a rete, sulle
mani gonfie dai geloni, e sui capelli ancora nerissimi e duri, bipartiti sulla
fronte bassa, un tocco di velluto scuro, quasi malandato. Ella sedeva vicino ad
un ometto vestito di un largo soprabito bigio, tutto rasato, con una testina
giallognola illuminata da due occhi cilestri vivacissimi. Dirimpetto a loro un
altro vecchio, calvo sino quasi alla nuca, col ventre a stento rattenuto da un
corpetto in panno turchino a fiorami di seta, e una cravatta bianca al collo
troppo grosso, appoggiava le mani poderose al tavolo, trastullandosi con un
mazzo di carte.
All'occhiata
della contessa Ginevra tutti guardarono il dottore con muta disapprovazione.
- Ecco che mi
siete tutti addosso! - disse raddrizzandosi sulla schiena con uno scoppio di
voce, mentre il suo viso si animava di una energia simpatica: - volete davvero
la mia opinione? Mi disapproverete, so già prima quanto pretenderete di
oppormi, perchè ho fatto la vostra diagnosi da un pezzo; ebbene, la mia
opinione eccola: il tenente Lamberto ha ragione.
Questa
affermazione era così enorme, che sul momento nessuno potè protestare; la
contessa Ghigi ebbe per la prima come un gesto di spavento.
- Per voi io
sono già condannato; non lo negate, contessa Maria, perchè non mi offendo di
questa condanna, alla quale sono sicuro di sfuggire da un'altra porta:
d'altronde so che pregate da molti anni per me, e che la vostra cattiva
opinione sulle mie idee non v'impedisce di volermi bene come ad un amico.
Contessa mia, e anche voi, Ginevra, avete torto: è il tenente Lamberto, che ha
ragione.
- Affliggere
la povera Bice! - intervenne il vecchietto tutto rasato, con una voce così
sottile che si sarebbe creduta di una ragazza.
- Sei fuori
di tono, Giorgi: la vita ha più corde del tuo pianoforte. Dimentichi dunque,
mio grande maestro, che il tempo è tutto, nella musica come nella natura?
Lamberto ha ventisei anni, ecco perchè ha ragione.
- Io sono qui
forse quella, - disse la contessa Ginevra, - che vi dà meno torto; però
confessate, con tutta la vostra indulgenza alla gioventù, che almeno Lamberto
ha peccato nel modo.
- Tutto
quello che vorrete, la forma, la finezza delle maniere, che io, nato contadino,
non ho ancora saputo imparare, ma che non avrebbero mutato nulla al problema.
Tiriamo dritto: in una diagnosi si tiene forse conto della signorilità di un
individuo? Volete un'altra opinione?
- Peggiore
della prima? - osservò il grasso Prinetti, che non aveva ancora parlato.
- Siete
dunque in vena, dottore?
Egli fece uno
sforzo per frenarsi, ma il carattere riottoso lo trascinava.
- Bisogna
pure, quando si tratti di passioni, non dimenticare che siamo composti di
materia. Io non nego la spiritualità, come la chiamate voi altri con una parola
inintelligibile, perchè senza di essa l'uomo sarebbe rimasto un bruto. Sì,
l'amore, la gloria, la ricerca eroica del vero, tutto lo slancio umano, insomma
il pensiero è la sola bellezza e la sola virtù della vita, ma per pensare ci vuole
un cervello inaffiato largamente di sangue. Datemi i ventisei anni di Lamberto,
rimescolatemi, a Roma, in una società dove non si pensa che a godere, e forse
hanno più ragione di noi che abbiamo sempre lavorato, - esclamò con improvvisa
amarezza: - anche se amo la nostra Bice con tutte le forze del cuore, se penso
a lei in ogni momento che potrò sottrarre alla mia professione oziosa di
soldato, Bice non mi basterà. L'amore è come la scienza; ha bisogno di
rinnegarsi spesso nella pratica. Se non foste la gente che siete, vi direi:
ricordatevi e mi darete ragione!
Tutti
sorrisero, egli invece brontolò ancora riappoggiando la testa sulla poltrona.
Nel salotto
l'aria era tiepida e leggermente aromatizzata da alcune pastiglie, che la
contessa Ginevra aveva gittato sulle brace del caminetto, poco prima che
entrasse il dottore. Vi fu un silenzio. Il salotto, di un gusto ricco e severo,
in quella penombra diventava quasi cupo: solo le poltrone, sulle quali sedevano
gl'invitati, e che evidentemente la padrona vi lasciava per una fine amabilità
verso i vecchi amici, avevano un carattere quasi volgare di comodità, giacchè
da molti anni servivano alle stesse persone, e ne conservavano coll'impronta
del corpo i segni delle manìe particolari. Quella del dottore, stretta e lunga,
colle frangie dei bracciuoli sfilacciate, metteva tratto tratto un gemito a
quel suo dimenarsi, che le aveva slogato un piede; ma egli si sarebbe
lamentato, se la contessa Ginevra avesse voluto rimbottirla e tappezzarla di
altra felpa.
Giorgi sedeva
sopra uno sgabello da pianoforte, la contessa Ghigi spariva quasi, entro una
larga ottomana, mentre Prinetti allargandosi sopra una robusta sedia americana,
a rete di giunco, perchè qualunque imbottitura gli avrebbe infiammato le reni,
grasso com'era, guardava ancora il dottore. Nel mezzo, un piccolo tavolo da
giuoco, parato di panno turchino, attendeva la solita partita sotto un
magnifico lampadario in bronzo verde; gli altri mobili erano in palissandro, le
pareti a damasco azzurro con fiori di un azzurro più carico, il caminetto di
marmo nero, il soffitto, dipinto nel secolo scorso, posava sopra un cornicione
a stucchi dorati. Pochi bronzi ornavano i tavoli da muro, e tre grandi quadri
pendevano da grossi cordoni alle pareti, ma nella luce filtrante dai doppi
merletti del lampadario si poteva appena indovinarne i soggetti; mentre a
fianco del camino, su due grandi vasi cinesi sembravano accendersi improvvisi
bagliori come se i mostri, che vi erano smaltati, si agitassero di quando in
quando fra l'aggrovigliamento mostruoso dei loro rabeschi.
La contessa
Ginevra, seduta presso il dottore entro una larga poltrona in velluto amaranto,
aveva abbassato la testa. Il suo volto di badessa conservava ancora una dolce
serenità di comando, sebbene la bellezza non ne potesse più essere la ragione,
ora che le guance le si erano così ingrossate, e il mento, appena diviso dal
collo per un solco molle di carne, le appesantiva tutta la fisonomia. Ma i suoi
occhi neri, larghi ed intelligenti in una tranquillità di luce autunnale,
rendevano anche più dolce il sorriso della sua bocca impigrita, sul quale
appariva tratto tratto una condiscendenza, quasi stanca, di bontà sopravvissuta
a tutte le passioni. Solo le mani, bianche e vellutate come ai bei giorni,
vibravano ancora delle nervosità improvvise ed irresistibili della donna. Il
resto del suo corpo non aveva più forme femminili; ella s'abbandonava entro
abiti larghi, senza voler resistere alla deformazione degli anni se non colla
testa e colle mani, quello che ancora la gente poteva vedere in lei, e che
forse avrebbe ammirato fino all'ultima ora. Dinanzi al camino un alto
seggiolone di quercia, ricoperto di una bazzana a dorature, e una poltroncina
in raso roseo parevano una cattedra ed una culla; e dietro di esse, ancora più
alto, un candelabro d'argento reggeva una grossa palla, avvolta in una nuvola
di fiori, dai quali filtrava una luce da altare. La contessa
Maria disse:
- Che vada io
nella camera, per tentare di condurla qui?
- Bice non è
abbastanza devota. - ribattè il dottore, - per subire il fascino delle vostre
spiegazioni. Le direste che il Signore, visitandola con questa afflizione, si è
ricordato di lei, e questa, pel momento, non può essere una consolazione.
- Non le
avrei detto così.
- Ma, un
presso a poco.
- Avrei
aspettato che ella parlasse: la carità deve saper ascoltare il dolore, se vuole
consolarlo.
- La bestia
sono io, contessa; le bigotte, che ho conosciute, m'imbrogliano sempre la bella
conoscenza che ho di voi.
- Io non
andrei, - disse Prinetti: - non so il perchè, ma fate a modo mio, non andate.
Se Bice, che ci ama, vuol restar sola, significa che nessuno di noi può nulla
per lei.
- Non ha
nemmeno aperto la bella messa di Tchaikowski, che ho potuto ottenere per lei
dal Liceo, - disse Giorgi. - Gasperini, il bibliotecario, ha fatto un mondo di
difficoltà per prestarmela.
- Giocate
dunque voi, dottore, con Prinetti, il vostro solito bezique.
- Sai,
Prinetti, giuoca con Giorgi, - ribattè quegli di mal umore: - ho i nervi
anch'io.
Si conosceva
la tenerezza burbera e brontolona del dottore per Bice.
- Noi due
faremo la calza, - si volse la contessa Maria alla contessa Ginevra, -
aspettando che venga De Nittis.
- Allora
forse tornerà Bice: - voi, dottore, dormite poichè siete stanco.
- È la vita
che mi stanca.
- Eppure la
sua prova non è lunga.
La contessa
Maria aveva aperto un piccolo sacco da lavoro, traendone quattro grossi
gomitoli di lana ordinaria, e due paia di calzettine appena incominciate.
- Via, anche
tu, Ginevra, colle tue belle mani! - le disse, mostrandole le proprie sformate
dai geloni.
-
Centoquindici, centovent'otto, centonovantacinque, - contava già la voce
sottile di Giorgi, mentre Prinetti, miope, si chinava sul tavolo per scrivere
colla matita, sopra un pezzo di carta, i propri punti.
Nel salotto
non si udiva che il ronzio della fiamma chiusa entro la palla di vetro
sull'alto candelabro, e il battere sollecito dei ferri fra le mani caritatevoli
della contessa Maria. E, a poco a poco, il dottore si assopì sulla poltrona,
rimuginando nel pensiero tutta quella triste giornata di lavoro. Era celebre e
ricco, ma le miserie, in mezzo alle quali aveva sempre dovuto vivere,
gl'impedivano anche allora che la sua carriera aveva trionfato di tutti gli
ostacoli, la gioia della vittoria. Poi il dolore di Bice lo spaventava. La
ragazza, delicata come un fiore di serra, avrebbe potuto ammalarne; ed ecco
perchè egli dava rabbiosamente ragione a Lamberto, quasi per punirsi di non
essere riuscito con tutta la propria scienza a metterle la vigoria della
giovinezza nel corpo. Ma, se Lamberto non aveva del tutto ragione, Bice aveva
certamente torto di annettere tanta importanza ad una scappata giovanile, che
si sarebbe sempre dovuto supporre, anche ignorandola. Tale estrema sensibilità
non era forse che un effetto dell'anemia, giacchè le nature robuste sanno quasi
sempre essere gelose ragionevolmente.
Tutte le sere
il dottore veniva dalla contessa Ginevra per un paio d'ore, in quel salotto, a
purificarsi, dai contatti inevitabili alla sua giornata di medico, entrando
come in un'altra vita spirituale, egli medico materialista, che la negava
stizzosamente nella scienza, appunto perchè se la sentiva più imperiosa e
profonda di essa nel cuore.
Giorgi e
Prinetti seguitavano a contare con voce sommessa: Giorgi pareva un ragnatelo e
Prinetti una foca, ma l'uno aveva scritto nella musica sacra forse le ultime
più belle pagine, traducendo la violenta passione dell'anima moderna nella
eterna passione umana verso Dio; l'altro aveva viaggiato trent'anni, e per
dieci era rimasto in Africa lottando per l'abolizione della schiavitù,
viaggiatore e soldato eroico, senza riportarne nemmeno la tentazione di
scrivere i propri viaggi in un tempo, nel quale non si viaggia più che per
scrivere. Però nessun osservatore volgare avrebbe saputo, guardandoli giocare a
quel modo, indovinare dal loro aspetto due anime aristocraticamente superiori:
solo qualche volta, mentre abbassavano ancora più il tono della voce per non
disturbare il lavoro delle due signore, il loro volto s'illuminava di un dolce
sorriso.
- Dottore, -
disse la contessa Maria, - la piccola Roberti verrà domattina a trovarmi con
sua madre.
- Voi credete
a quella donna? Sapete perchè era tanto afflitta per la malattia della figlia?
Perchè spera di poter presto vivere sopra di lei.
La contessa
Maria non si mosse.
- Forse il
Signore non lo permetterà.
- Permette
ben altro! Il popolo lo conosco più di voi, perchè ci sono nato: nulla potrà
mutarlo. Novanta volte su cento la vostra bella carità diviene alimento a' suoi
vizi; il popolo non crede, non spera, ma vuole evitare di soffrire ad ogni
costo.
- È tanto che
soffre, - rispose la contessa Ginevra.
- Quando
soffrirà meno, sarà anche peggiore. Solamente l'egoismo dei poveri supera
quello dei malati; almeno questi, atterriti dalla morte, sentono talora la
riconoscenza, se si arriva a salvarli; mentre i poveri prendono sempre,
invidiando secretamente, sino all'odio, quelli che donano loro.
- Voi avete
diritto di essere severo colla miseria, giacchè ne avete trionfato, - replicò
con dolcezza la contessa Maria; - ma noi, che non abbiamo fatto nulla, saremo
sempre debitori verso i poveri. Se Dio ci ha preferito in questo mondo per la
sua misericordia, vuole però che ne cerchiamo il secreto nei dolori della
povera gente: aiutandoli a soffrire, possiamo forse persuaderli, che la poca
parte di felicità concessa alla vita non è una ingiustizia.
Giorgi e
Prinetti smisero di giuocare.
- Soffrendo
molto, l'uomo arriva a comprendere la necessità del dolore, - intervenne
questi. - Vedete la schiavitù, questa fase inevitabile della educazione:
bisognava che il padrone, a forza di frugare nello schiavo, vi ritrovasse una
coscienza invincibile, e che questi, resistendo, gli desse la vera misura delle
forze umane. L'uomo non si è educato altrimenti. Ho visto sui mercati
dell'Africa centrale tutti gli schiavi rassegnati, quasi indifferenti alla loro
sorte; è la prima tappa.
- Solo il
cristianesimo potrà redimerli, - disse la contessa Ginevra.
Ma il dottore
protestò:
- E coloro
che saranno morti prima di questa redenzione?
- Saranno
morti come tutti gli altri, secondo i disegni di Dio, - ribattè la contessa
Maria alzando la sua faccia quasi maschile, dalla quale trapelava un raggio
dell'anima. - Dinanzi a lui siamo tutti egualmente colpevoli, ma quelli lo sono
meno, senza dubbio, ai quali non ha voluto rivelarsi.
- La fede, la
fede.... - mormorò il dottore non convinto.
- Quella che
voi trovate in tutti i moribondi, - disse finalmente Giorgi. - Haydn pregava
prima di scrivere; ecco perchè il mondo crederà sempre alla sua musica.
La contessa
Ginevra, che faceva la calza lentamente, mentre la contessa Maria andava in
fretta come un piccolo telaio, osservò improvvisamente:
- Anche De
Nittis tarda stasera.
Aveva appena
pronunciate queste parole, che De Nittis entrò: tutti gli si volsero col viso
come illuminato, ma egli non strinse la mano che alla contessa Ginevra.
- Bice? -
chiese premurosamente.
- È nella sua
camera.
- Lamberto è
venuto da me.
- Tornato da
Roma! - gridò quasi il dottore, alzandosi.
Giorgi e
Prinetti avevano circondato De Nittis, la contessa Maria smise d'incrociare i
ferri.
- Mi ha
lasciato ora: domani verrà da Bice.
- Che cosa vi
ha detto? - domandò la contessa Ginevra.
De Nittis
sorrise:
- Voi lo
sapete, senza dubbio, quanto me; il ragazzo ha trovato più di un nobile
accento.
Il dottore si
volse trionfante.
- Suonate,
Giorgi, che portino il thè.
- Tu, - disse
De Nittis al dottore, - va a chiamare Bice.
Questi rimase
impacciato, ma tutti approvarono la scelta; il dottore colla sua affettuosa
rudezza era forse il più amato da Bice.
- Le dico
solo che sei arrivato.
De Nittis,
sempre freddoloso, si era già appressato al camino, volgendovi la schiena ed
alzando un piede verso la fiamma. Era vestito di nero, come al solito, con un
soprabito quasi attillato, entro al quale il suo corpo, ancora elegante di
tutte le proporzioni della giovinezza, si muoveva disinvoltamente. Ma la sua
testa troppo grossa, sebbene i capelli bianchi, corti e pettinati con cura, non
ne aumentassero la cornice, appariva non meno ammirabile nella altezza della
fronte che nella vivacità del colorito quasi roseo, col volto tutto rasato
all'inglese, due piccole fedine sotto le orecchie, e una bocca quasi fresca.
Anch'egli,
come Prinetti, portava sempre la cravatta bianca, ma con un corpetto meno
aperto e il colletto dritto, forse per nascondere le prime rughe del collo, per
una di quelle civetterie quasi inconsapevoli nei vecchi rimasti belli; e la sua
fisonomia, di una signorilità regale, se i re fossero davvero secondo l'antica
cavalleresca definizione primi fra i signori, prendeva facilmente, appena la
fronte gli si spianasse, quella espressione di calma monastica, di serena
contemplazione, che solo la lunga abitudine del pensiero arriva ad imprimere.
- Roberto, -
gli disse Prinetti, - ecco le sigarette per te: sono arrivate oggi da
Costantinopoli.
- Davvero
genuine! - esclamò l'altro, leggendone la scritta in caratteri turchi sul
pacchetto a colori, mentre colle mani, belle quasi quanto quelle della contessa
Ginevra, lo rigirava bambinescamente, prima d'aprirlo.
- Bice fumerà
la prima.
- Lo credete?
- chiesero tutti.
- Bisognerà
bene che acconsenta, se dovrò accettare da lei la mia tazza di thè.
Il dottore
tornò solo.
- Ora viene.
Un cameriere
vestito di scuro, senza alcun distintivo di livrea, recò il servizio da thè; lo
depose sopra uno dei tavoli a muro, fra due vasi di bronzo, e si ritirò
mutamente. La fiammella dello spirito, cilestrina, tremolava nella penombra,
mentre i ferri della contessa Maria martellavano sempre collo stesso ritmo
affrettato nel silenzio del salotto.
Bice entrò.
Era solamente
un po' più pallida delle altre sere.
Il suo abito
di casimiro grigio, stretto su tutta la persona, ma così pesante che ella
sembrava portarlo a stento, sebbene colla coda toccasse appena il tappeto, non
aveva alcun ornamento: solo un piccolo fermaglio antico di acciaio, lavorato
come una trina, vi brillava al colletto dritto e molto basso, malgrado la
eccessiva lunghezza del collo. Anzi, per una di quelle profonde intuizioni
artistiche che talvolta le donne hanno di sè medesime, invece di nascondere la
propria magrezza, ella sembrava affettarla; l'abito le disegnava tutto il
busto, colla schiena già piegata sotto il peso della testina dolorosa, e la
sporgenza quasi mostruosa delle anche, al disopra delle quali il petto le
rientrava nel dosso. Si era inoltrata adagio, colla testa lievemente china
sulla spalla sinistra, facendo come una macchia nell'ombra del salotto col
volto bianco. I capelli di un nero corvino, pettinati alti sulla fronte,
accrescevano ancora l'aria imperiosa del suo volto, con quel gran naso aquilino
fra le sopracciglia sottili e lievemente corrugate: però una fossetta sul mento
metteva una grazia di bambina nel sorriso del suo saluto. Solo le sue orecchie
ceree, piuttosto grandi, facevano una triste impressione.
- Buona sera,
- disse colla sua voce appannata, di una dolcezza penetrante.
Tutti le
vennero incontro; si capiva che avrebbero voluto parlare, ma la sapevano troppo
intelligente per arrischiare una parola inutile. Ella stese a De Nittis la mano
gelata.
- È più
freddo stasera.
- Scaldati
dunque anche tu, prima di farci il thè, - esclamò il dottore, che avendole
afferrato l'altra mano, gliela stringeva fra le proprie; quindi le trasse la
poltroncina rosea più accanto al fuoco.
- Mettiti
qui.
- Prima
faccio il thè.
- Niente,
signorina; quando ho ordinato una cosa, deve essere, altrimenti cambiate
medico.
- Preferirei
di cambiare malattia.
- Ti
converrebbe prima mutare di testa: Guillotin, il più umanitario fra noi medici,
non è arrivato che ad inventare una macchina per tagliarle.
La contessa
Maria si volse alla risata di tutti: aveva già tratto dal sacco del lavoro un
piccolo astuccio, e le si avvicinò aprendolo. Tutti si appressarono per vedere.
Era una medaglia d'oro, una madonnina di un grande artista sconosciuto.
- Oh! - disse
Bice, - quale meraviglia!
- È
miracolosa? - domandò sardonicamente il dottore, che quella sera cercava tutti
i modi per divertire Bice.
- Come arte,
senza dubbio, - rispose De Nittis.
- È stata
benedetta sull'altare del Santo Sepolcro a Gerusalemme, - soggiunse la contessa
Maria. - Era della mia povera mamma: ho voluto dartela stasera, perchè tu la
porti sempre per amore di lei.
Bice gettò le
braccia al collo della contessa, reprimendo un singhiozzo.
La contessa
Ginevra, Prinetti e Giorgi erano tornati prudentemente alle loro sedie per non
aumentare la commozione di quella scena, della quale il dottore cominciava già
ad impazientirsi. Bice prese la medaglia per la sottile catenella d'oro, e se
la mise al collo, sopra l'abito. Si vedeva che aveva freddo; allungò i piedini
verso la grata lucente del camino, stringendosi dentro le vesti.
- Propongo
fra noi tre, - disse il dottore, - un bicchierino di rhum.
Prinetti e
Giorgi avevano ripreso il bezique, la contessa Ginevra e la contessa
Maria le calzettine. Il salotto si manteneva silenzioso, ma a poco a poco il
dottore, aiutato da De Nittis, riuscì ad annodare con Bice una conversazione;
veramente egli non vi era molto forte, ma l'altro, il grand'uomo della loro
piccola società, pensatore ed artista squisito, sapeva mettere nei propri
discorsi un fascino quasi femminile. La sua voce morbida e sonora sembrava
talvolta dilatare il significato delle parole come una musica.
Riprese dal
collo di Bice la medaglia, e compiacendosi da principio a farle notare tutte le
finezze del disegno, si perdette a poco a poco nella poesia della Vergine Madre
di Dio, come prima era balenata nella fantasia torbida e grandiosa dei profeti
israelitici, e nella vittoria del cristianesimo occupando poi tutti i cuori
aveva potuto di leggenda in leggenda salire sino al paradiso di Dante, per
riapparire nuovamente, attraverso il barocchismo del moderno culto gesuitico,
in un altro idillio, alle anime semplici dei contadini nelle campagne della
Salette e di Lourdes. Il dottore lo ascoltava, preso anch'egli all'incanto di
quel mondo di fantasmi religiosi, senza i quali l'umanità, malgrado tutte le
forze della salute, non avrebbe saputo vivere. Era il trionfo della donna al
disopra di sè medesima, librata nella purità come in una luce rivelatrice.
- La
verginità cristiana, - proseguiva De Nittis con un tremito leggero nella voce,
- non è più la preparazione all'amore, l'attesa della maternità, come nel mondo
antico: l'uomo ne è escluso. Egli non saprebbe essere vergine, perchè nella sua
lotta contro la natura deve subirne tutti i contrasti e penetrarne tutte le
contraddizioni. L'uomo potè, con uno sforzo supremo di ascetismo, salire sino
alla castità isolandosi dalla vita, ma questo suo trionfo parziale non ebbe mai
il valore di un principio religioso. La verginità è femminile: tutte le
religioni lo hanno sentito, quasi tutte, almeno le più eccelse, osarono la
fusione fra i due termini, verginità e maternità. Ma nel cristianesimo questo
simbolo divenne anche più alto, e Maria vergine madre ne perfezionò la stessa
bellezza plastica con una nuova perfezione morale: quindi ella fu la più vera
bellezza umana nell'immunità dalle deformazioni del piacere, e l'eroismo più
puro accettando tutti i dolori dell'umanità nel proprio figlio senza aver
peccato nel partorirlo. Nessuna poesia supererà mai quella della Madonna
cristiana, giacchè coloro che come voi, dottore, non si prostreranno alla sua
immagine, dovranno adorarla nello spirito.
- I preti non
spiegano così il mistero.
- Non l'ho io
forse raddoppiato invece di spiegarlo? Non è miglior spiegazione la loro,
quando dicono che Dio volle incarnare il proprio figlio, perchè morisse per
noi, e ci redimesse? Tutte le spiegazioni sono così. Dinanzi ad un malato voi
non dubitate della malattia, non vi chiedete se essa non sia piuttosto una
nuova forma della vita, la vittoria di un vivente sopra un altro; per voi, per
la medicina, la malattia invece è il nemico della vita, perchè scompone una
individualità. In questo caso le spiegazioni della scienza, davanti al mistero
della natura, in che cosa sono superiori a quelle della religione, di fronte al
mistero dello spirito?
Il dottore,
allegro di essere riuscito ad interessare Bice con quel discorso, si lasciò
battere volentieri.
- L'eterna
guerra fra la scienza e la filosofia! - replicò sorridendo: - voi ci accusate
di non capire, noi vi accusiamo di non fare. Tu dovresti stare per la scienza,
Bice, e farci il thè.
- Trecentoventinove,
- proruppe Giorgi: - dottore, Prinetti ha bisogno di voi, sta male.
- Starebbe
meglio se, invece di perdere delle puglie, perdesse un po' di grasso. Sei
tornato troppo presto dall'Africa; con qualche altro anno laggiù ti saresti
prosciugato.
Quando Bice
ebbe servito il thè a tutti, tornò presso il camino: l'atmosfera del salotto
sembrava cambiata. Rosa, la vecchia cameriera, venne silenziosamente a mettersi
dietro De Nittis: la sua faccia grinzosa, fra la cuffia nera e il largo
fazzoletto di lana a quadroni cupi sulle spalle, pareva assopita. Adesso tutti
parlavano, il dottore era tornato alla sua poltrona, De Nittis, il solo che
fumasse, aveva accesa una sigaretta costringendo Bice ad accettarne un'altra;
ma la ragazza sembrava ricadere, ogni tanto, in una penosa meditazione.
De Nittis le
prese una mano.
- Domani
verrà Lamberto.
Ella
sussultò.
- L'ho visto
oggi; fra voi due è necessaria una spiegazione. Dovete ascoltarlo, prima di
giudicare.
- Perchè
ascoltarlo, quando ho già sentito?
- Ascoltatelo
nullameno. Voi non siete una donna volgare, per la quale il dispetto possa
essere una ragione; quando gli avrete parlato, sentirete che cosa il cuore vi
detta. La vita è troppo profonda, perchè si possa pretendere di indovinarla
alla prima ruga della sua superficie.
Ella parve
raccogliersi.
- Mi dirà
quanto ha detto a voi, che non ne siete rimasto persuaso, poichè non volete
ripetermelo.
- Bice, voi
soffrite troppo ora.
- No, è
passata.
E si stese
languidamente sulla poltrona: la sua debolezza, in quel momento, era pietosa.
De Nittis la considerò a lungo, respirando quasi involontariamente la poesia
dolorosa della sua figurina.
Dopo qualche
minuto, Bice riprese con voce lenta:
- Mia madre è
morta d'amore, me l'avete detto voi stesso. Quando penso a lei, io, che non ho
potuto conoscerla, credo che dovrò morire di una morte anche peggiore. Mi fa
pena per voi altri, specialmente pel povero dottore; egli avrebbe voluto fare
di me una giovinetta fiorente, e non è riuscito che ad una larva di donna.
De Nittis protestò
con un gesto.
- Non vedete
come tutti siete penosamente preoccupati della mia rottura con Lamberto,
temendo che ne esca infranta? Qualunque altra ragazza vi si mostrerebbe nella
pienezza della propria natura; io debbo invece ritrarmene. Sono come quei
cagnolini, che scappano in casa al primo tuono.
- Ho promesso
a Lamberto che lo riceverete dimani, sulle due, - rispose De Nittis tagliandole
quello sfogo.
Ella titubò.
- Lo volete?
- Sì, per
voi.
Bice rimase
lungamente incantata nella fiamma. La sua fisonomia, non bella, perdeva in tale
fissazione quella dolce gracilità di ammalata, che era la sua sola luce; allora
De Nittis tacque, ma conoscendo tutta la delicata energia della sua anima,
avrebbe preferito qualunque altra reazione angosciosa all'abbattimento di
quella calma. La vecchia Rosa scambiò uno sguardo con lui.
- Che cosa
avete mangiato oggi? - chiese a Bice il dottore.
- Non ho
mangiato.
- Allora
invitatemi a cena, mangeremo insieme.
Ella diede
un'occhiata supplichevole.
- Benissimo,
dieta dappertutto! - proruppe. - Domani mattina alle undici verrò a far
colazione qui; vedremo un poco! Rosa, sapete che voglio mangiar bene.... ho
mangiato così male da studente, che me ne ricordo ancora. Adesso, signorina, -
proseguì consultando il proprio orologio, un grosso cronometro d'oro, - mi
farete il piacere di andare a letto. Verrò a salutarvi nella vostra camera.
- Ma,
dottore....
- Niente!
vai, o ti porto via in braccio.
Ella si alzò
con Rosa, salutò tutti: il dottore le diede un bacio sui capelli.
Erano le
dieci e mezzo, il salotto tornò grave.
- Temete che
si ammali? - chiese a bassa voce la contessa Ginevra al dottore.
- No.
De Nittis era
pensieroso. Quell'aria rassegnata di Bice significava che la ferita era
profonda, quindi la sua eccessiva debolezza rendeva, malgrado ogni asserzione
del dottore, probabile una catastrofe. Tutti lo temevano.
- Vi dico, -
egli replicò, dopo una pausa, - che non si ammalerà. Perchè si ammalerebbe?
Ella non ama Lamberto.
- Non ama
Lamberto! - proruppe Giorgi.
- E perchè? -
chiese De Nittis fissando sul dottore uno sguardo luminoso.
- Perchè?!
Essa è troppo anemica per amare davvero un giovane così bello e robusto.
A questa
osservazione, terribile nella sua semplicità scientifica, nessuno rispose. Poco
dopo il dottore, andandosene con De Nittis, passò nella camera di Bice.
Ella aveva
ubbidito, era a letto. Invece di tastarle il polso, egli le pose
carezzevolmente una mano sulla fronte.
- Ho detto a
Rosa che domattina vi prepari la polenta cogli uccelletti: ho indovinato? - gli
domandò due volte sorridendo.
Bice aveva
sul cuscino un magnifico gatto, con la testa quasi più grossa della sua, e due
grandi occhi chiari.
- Almeno non
leggere; - egli le rispose brontolando.
E uscì, dopo
averle rimboccato la punta delle coperte sotto il capezzale.
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