II.
La mattina a
colazione Bice pareva più calma. Nullameno il suo pallore aveva quei toni
cerei, che fanno quasi dubitare della presenza del sangue, dando alla pelle
l'apparenza di una cosa morta. Invece il dottore, sempre in piedi per
tempissimo, e a quell'ora già collo stomaco alacre, divorava ogni cosa con
appetito giovanile cercando d'incitarla; poi era venuta anche la contessa Ghigi
per condurlo da una sua protetta povera.
Quella
mattina Ambrosi era di buon umore, giacchè solamente a sera, dopo aver girato
ed altercato cogli infermi della sua vasta clientela, lo riprendeva una
stanchezza irritata della vita.
Nessuno aveva
ancora fatto la più piccola allusione alla visita del tenente Lamberto volendo,
per una squisita raffinatezza, lasciare più libera Bice in quella suprema
decisione della sua vita. Anche la vecchia Rosa, sempre colla solita cuffia e
quel fazzolettone sulle spalle, mangiava coi padroni.
A tavola
serviva un altro cameriere, attempato, corretto nei modi, senza quella
affettazione dei domestici di grandi case, che pare un complimento imposto alla
loro servilità verso l'importanza dei signori.
Le due dame
parlavano vivamente di un'impresa, che le preoccupava da lungo tempo: l'idea
era stata della contessa Ginevra, ma senza l'aiuto dell'amica non vi si sarebbe
mai accinta. Si trattava di una casa, nella quale accogliere i bambini, che le
mamme operaie sono costrette ad abbandonare nel giorno, andando al lavoro;
occorreva quindi un buon numero di brave donne, ed alcune fra esse al caso di
fare da balie, per custodire ed allattare i piccini nella giornata. Al momento,
da casa avrebbe servito una delle molte, che la contessa Ginevra possedeva
nella città; ma la somma per adattarla a tale uso, e per pagare le spese vive
di esercizio, mancava, giacchè si sarebbero dovuti nutrire ad un tempo i
bambini e le sorveglianti. Di notte lo stabilimento resterebbe chiuso.
Il problema
maggiore era però, se le mamme avessero o no a versare una minima quota
giornaliera per bambino: la contessa Maria avrebbe preferito una beneficenza
compiuta, l'altra con intenzioni più moderne sosteneva, che non si dovesse
esonerarle anche da tale piccolo sacrificio per non diminuire in esse il già
scarso sentimento della responsabilità materna.
La loro
discussione si accalorava, senza che il dottore, incredulo in fatto di
beneficenza, mostrasse di interessarvisi; ma siccome Bice era ricaduta in un
silenzio inquietante, le due signore si arrestarono. Il dottore s'impazientò:
uso ad attaccare sempre di fronte malattie e malati credette bene di eccitare
Bice.
- A che ora
verrà il tenente Lamberto?
La contessa
Ginevra gli fece un cenno inutile.
- Alle due.
- Va
benissimo.
Ella lo
guardò curiosamente.
- Questa
notte dormirai, ecco tutto, o io sono più bestia che medico: il caso è
frequente nella nostra professione.
- Voi dunque
sapete quello che risponderò?
- Te lo dirò
stasera, prima che tu mi racconti la cosa: vedrai se ho indovinato.
La ragazza
guardò la zia Ginevra e la contessa Maria, quasi interrogandole se fossero
anch'esse della medesima opinione.
Un sentimento
di rivolta le saliva dal cuore a vedersi così prevenuta nella decisione suprema
della propria vita, ma sui loro volti affettuosi non scorse che una
preoccupazione repressa: Bice indovinò che temevano una risoluzione contraria a
quella del dottore.
- Dottore, -
disse Bice appoggiando un gomito sulla tavola ed abbandonando la testa sulla
palma della mano, - checchè avvenga mi darete sempre la vostra approvazione?
- Sì, - egli
rispose francamente.
Non parlarono
più.
Il dottore,
accorgendosi di aver fatto tardi a tavola, si alzò bruscamente, ma dovette
promettere alla contessa Maria di lasciarsi trovare alle tre nella solita
farmacia; ella passerebbe a prenderlo colla carrozza per accompagnarlo dalla
sua nuova protetta, un caso straziante, forse irrimediabile. La contessa
Ginevra doveva fare delle visite.
- Vuoi che
resti teco? - chiese a Bice cingendole con un braccio l'esile vita, e
baciandola sulla fronte.
- No, zia,
andate pure.
La contessa
era indecisa; un'onda d'affetto le traboccò dal cuore.
- Oh, Bice
mia, sii forte!
Quando tutti
se ne furono andati, ella tornò con Rosa nel proprio appartamentino, e si fece
vestire. Malgrado la sua sgraziata figura, Bice era sempre di una eleganza
tanto più squisita che non ne traspariva alcuna civetteria; laonde molti
dicevano che vestiva all'inglese per satireggiare con questa parola male
appropriata la severità delle sue stoffe e l'indifferenza colla quale le
portava. Appena le due cameriere ebbero finito, sotto la sorveglianza della
vecchia Rosa, che non parlava mai, Bice passò nel proprio gabinetto, uno
stanzino parato di arazzi moderni, con soggetti quasi tutti derivati dai
romanzi di Walter Scott, e si fece portare il piccolo telaio, sul quale
ricamava da due mesi, nei momenti d'ozio, un manipolo per il curato della sua
villa. La vecchia Rosa seduta presso di lei, facendo automaticamente la calza,
l'osservava tratto tratto con ansiosa acutezza. L'altra avrebbe voluto parere
calma, ma le mani sottili e ceree le tremavano involontariamente fuori dei
piccoli merletti delle maniche, mentre quell'abito di velluto azzurrognolo
smorto, con certe vivezze improvvise che parevano brividi, rendeva anche più
inquietante il suo pallore.
- Rosa, -
mormorò respingendo il telaio, - nessun di loro ha voluto dirmi nulla: che cosa
debbo fare? Perchè non mi hanno consigliata?
- Il
professore ti ha pur detto di riceverlo.
- Ma non ha
detto nulla di più.
La vecchia si
lasciò cadere nel grembo i ferri colla calza e, passando le mani sugli occhi di
Bice, glieli chiuse carezzevolmente.
- Gli vuoi
bene? - si chinò a susurrarle nell'orecchio.
Ma l'altra
invece le domandò:
- Perchè non
soffro di più, mentre la mamma ha potuto morire di amore?
Stettero un
altro pezzo in silenzio. La vecchia, colla testa della fanciulla sulle
ginocchia, la contemplava con una adorazione atterrita: ella vedeva nei suoi
occhi azzurri le stesse piccole fiamme, che già avvampavano negli occhi della
madre bruciandole il cuore tanto presto. Bice era in preda ad un orgasmo
indefinibile.
- Rosa! -
domandò nuovamente: - dopo te, chi mi vuol più bene?
La vecchia
non esitò un istante:
- Il dottore.
- Perchè si
ostinò a volermi far vivere, quando invece dovrò morire all'età della mamma? Mi
restano ancora sei anni, sono molti. Lasciami dire, Rosa: io lo sento meglio di
voi altri, che non si può vivere così.
- Vuoi
tentare il Signore con questi discorsi?
- Sino ai
quindici anni sono campata di acqua civilina e di olio di merluzzo; meno male
che sono rimasta magra, - seguitò con amarezza; - se mi fossi ingrassata,
avrebbero dovuto mettermi sulle bottiglie per réclame. Ecco il risultato
della mia vita.
Rosa, che non
voleva quei discorsi, se la tirò più su, contro il petto, come una bambina.
- Che cosa
gli dirai, a lui?
- Dimmi
piuttosto, come potrà spiegarsi meco?
La vecchia
non seppe rispondere; gli occhi limpidi della fanciulla avevano una purità
insostenibile.
- Dimmelo,
Rosa: questo è il grande momento della vita per me. Tutto quanto ho imparato,
tu che mi credi dotta, non mi serve a nulla davanti al problema, che sta per
risolversi. Anche la mamma ha dovuto morire di un tradimento; tu devi capirlo
bene, che ho bisogno di saperlo. Se l'amore degli uomini è così naturalmente
diverso dal nostro, la colpa non è loro.... Ma dimmelo.... Questa notte ho
sempre pensato alla mamma; non mi sono potuto sottrarre all'idea che, anche
lei, sia stata tradita.
- Tu sei
ancora troppo piccina; queste cose si sanno solamente dopo.
- No, Rosa:
ho bisogno di saperlo. La mamma è morta di dolore.... tradita, anche lei?
- No.
- Giuralo.
- Te lo
giuro.
- Perchè
dunque è morta di amore? Si può morire della sua gioia?
Adesso la
vecchia era malcontenta; anch'essa ricadde in una meditazione. Aveva quasi
settant'anni, ma così curva e grinzosa li portava tuttavia abbastanza bene. La
sua fronte di un colore di terra cotta, a larghe macchie, pareva spiegazzata:
la bocca le era rientrata violentemente dentro le gengive deformando le linee,
forse una volta belle del naso e del mento, ma sotto l'imperturbabilità della
sua maschera antica s'indovinava ancora un cuore buono. Parlava lentamente,
senza gestire, con voce bassa, che certe volte pareva un'eco. Da moltissimi
anni era rimasta sola, poi aveva fuso la propria vita con quella di Bice
disputandola, giorno per giorno, alla morte con la stessa energia di contadina,
colla quale ella medesima se ne difendeva.
Ma leggendo
più profondamente nell'anima della fanciulla, Rosa temeva più degli altri. Era
la grande crisi; forse la morte si nascondeva dentro quell'amore di fanciulla
come una vipera sotto un cespuglio.
- Andiamo
dalla Madonna, - disse risolutamente.
Pochi minuti
dopo uscivano di casa, a piedi, Bice imbacuccata in una pelliccia di martora,
che la copriva sino a terra, e con un fitto velo sul viso per non aspirare
l'aria troppo rigida; la vecchia avvolta in uno scialle antico della contessa
Ginevra, e con un grande fazzoletto di seta sulla testa.
Talvolta la
gente si voltava a vederle passare.
Entrarono in
San Bartolomeo.
La chiesa era
quasi tiepida e deserta: Rosa porse le dita bagnate nell'acqua santa a Bice, e
andarono difilate all'altare della Madonna di Guido Reni, la sola che a Bologna
abbia un'eguale celebrità di arte e di miracoli.
Due donne del
volgo, inginocchiate dinanzi alla balaustra della cappella, non si mossero
vedendo una signorina prostrarsi vicino a loro. La cappella, di un gusto
villano, aveva per altare uno dei soliti banchi in legno dipinto stupidamente a
marmo, ma la bella immagine sogguardava dalla piccola cornice, ovale e dorata,
con uno sguardo dolcemente estatico, dentro al quale si sentiva come una tregua
di dolore. Il suo busto, avvolto in un confuso panneggiamento turchino,
sfuggiva nell'ombra.
Rosa piegò la
fronte sulla fredda pietra della balaustra, mormorando a mezza voce una Salve
Regina.
Nel silenzio
della chiesa, vivamente illuminata, strisciavano dei passi: ogni tanto il
portello pesante, sotto al quale erano passate, si richiudeva rimbombando
cupamente; in fondo, nell'abside, ove alcuni apparatori lavoravano ad un
addobbo salivano tratto tratto parole in dialetto, quasi striduli appelli di
piazza in quel raccoglimento torpido, fra il volo muto delle preghiere.
Bice ne
ricevette una penosa impressione. Ella non sapeva pregare che a certi momenti,
quando l'anima, gonfia di poesia, le si alzava spontaneamente verso
l'invisibile: allora tutti i mistici fantasmi le riapparivano attirandola
sempre più in alto, per un azzurro rorido e vampeggiante d'improvvise
illuminazioni.
Per qualche
tempo seguì il passaggio dei pochi devoti, che entravano nella chiesa,
s'inchinavano a quell'altare ed uscivano dall'altra porticina di fianco. La
chiesa diventava volgare come ogni luogo pubblico. Malgrado lo spessore della
pelliccia, ella si sentiva già i ginocchi indolenziti sulla durezza dello
scalino: a che scopo quella visita, a quell'ora?
Ma le altre
due donne, e la vecchia Rosa, seguitavano a pregare immobili, col volto fra le
palme, in una posa di profondo abbattimento; per loro la Madonna era così
presente, che non avevano nemmeno il bisogno di guardare la sua bella immagine
sull'altare. Allora Bice s'incantò di nuovo a contemplarla, rammentandosi
confusamente le parole di De Nittis sulla Vergine Madre di Dio. Erano vere:
nessuna poesia supererebbe mai quella della madonna cristiana, così vergine da
ricusare l'onore di madre di Dio, e così madre da abbandonare alla morte il
proprio figlio divino per salvare quelli di tutte le altre donne. Ma la soave
figura di quel quadro era appena malinconica: le sue guance rotonde, la sua
piccola bocca, la sua fronte liscia non esprimevano la sovrumana tragedia della
sua vita; solo gli occhi appannati lasciavano indovinare come un pianto di
rugiada.
Poi tutto fu
inutile, Bice non potè pregare. Invece era sorpresa di sentirsi così
indifferente, mentre la grande crisi della sua vita stava per scoppiare.
- Di' un'Ave
Maria con me, - le susurrò Rosa.
Uscirono:
all'aria aperta Bice tornò pensierosa.
- Il signor
tenente Lamberto è già nel salotto ad aspettarla, - disse il cameriere aprendo
loro la porta dell'appartamento.
Bice
sussultò.
- La zia è
tornata?
- No,
signorina.
Bice entrò
risolutamente nel gabinetto, senza trarsi la pelliccia, alzandosi il velo sul
cappellino; il tenente Lamberto balzò in piedi ma, per quanto si fosse
preparato al colloquio, rimase incerto di tenderle la mano o d'inchinarsi
solamente.
- Buon
giorno, - gli disse Bice sull'uscio, e venne a sedersi presso di lui, sopra una
poltrona, stringendosi freddolosamente nella pelliccia.
Il suo volto
pallido era agitato da un tremito, che il freddo della strada bastava a
spiegare. Egli non sapeva come incominciare. Così vestito, colle mostreggiature
bianche del reggimento Novara, e la corta montura nera, poichè aveva gettato lo
spencer sopra una poltrona, senza berretto, era veramente bello; la sua
media statura di proporzioni ammirabili, e la sua piccola testa cogli occhi
neri e la pelle bronzina avevano un'espressione di forza simpatica.
- È freddo.
- Da intirizzire.
- Anche la
zia è uscita?
- Sì.
Non sapevano
andare avanti.
- Sedete
dunque, - ella gli disse.
Ma quando fu
seduto, si sentirono entrambi così lontani l'uno dall'altro, ad una tale
distanza, che non avrebbero più potuto farla sparire: ella dentro a quella
pelliccia, dalla quale non sporgeva che la testina sofferente, era ripresa dal
freddo. Poi una tristezza insopportabilmente greve le cadde sull'anima. Egli se
ne accorse.
- Prima di
presentarmi, - cominciò con visibile stento, - sono stato dal professore De
Nittis: egli mi ha consigliato a venire, perchè vi debbo una spiegazione.
Bice attese;
l'altro, che aspettava una parola d'incoraggiamento, s'imbrogliò di nuovo.
- Sarete
offesa; ne convengo, tutte le apparenze sono contro di me.
- Che
importano le apparenze?
- Mi credete
dunque ancora?
- Vi crederò,
senza dubbio, giacchè volete dirmi qualche cosa, e non potreste avere
l'intenzione d'ingannarmi.
Questa
facilità di Bice rendeva anche più difficile la spiegazione. Evidentemente egli
si attendeva ad un'altra accoglienza, a lamenti, ad accuse, che provandogli di
essere ancora amato, gli avrebbero dato immediatamente una superiorità sopra di
lei: invece la fredda bontà di Bice lo sconcertava. La sua vanità ne fu punta:
involontariamente si atteggiò con più seduttrice eleganza sulla poltrona,
passandosi la spada tra i piedi e la mano sinistra sui piccoli baffi.
- Io non
voglio certo ingannarvi.
- A che scopo
lo fareste? Una fanciulla come me, fuori della vita....
- Come fuori
della vita? Quando ne siete uscita?
- Voi mi
avete provato, che non vi sono mai entrata davvero.
Era l'accusa:
allora egli si sentì finalmente sollevato:
-
V'ingannate. Può darsi che qualcuno vi abbia riferito le cose ben diversamente;
so che i giornali ne hanno parlato, ma chi crede più ai giornali? Si conosce
come ricevano le notizie e le propalino; hanno bisogno di trovare lo scandalo
dovunque, giacchè non vivono d'altro.
- Quindi non
vi è stato nulla.
Egli si
arrestò.
- Hanno
falsato, ecco: il fatto è vero, ma non così. Io fui insultato, ho dovuto
battermi.
Un'emozione
passò sul volto di Bice, egli se ne avvide.
- Ho fatto
male. Un amico mi aveva pregato di accompagnare quella donna a casa, poichè lo
aveva trovato con lei nel Corso, e si erano bisticciati. Ella invece volle
entrare al Gambrinus; quelle donne son tutte così. Era impossibile rifiutare.
Bice
ascoltava.
- Il tenente
Ravizza aveva meco un vecchio rancore; ma, del resto, viene dalla bassa forza e
ne ha conservati tutti i modi. Senza la sua provocazione troppo palese, nulla
sarebbe accaduto.... Infine, qualunque sia la condizione di una donna, quando è
anche momentaneamente, per caso, con noi, ogni gentiluomo ha il dovere di
ottenerle da tutti il rispetto.
Egli aveva
detto ciò in fretta, come un finale di lezione mandata a memoria, ma si sentiva
che non ne era rimasto contento: d'altronde Bice non si era mossa. Parevano due
stranieri, che per una stravaganza inesplicabile parlassero di un caso intimo;
egli si trovava ridicolo con quelle spiegazioni assurde anche per un bambino,
mentre il giorno prima con De Nittis raccontando sinceramente l'accaduto, aveva
trovato qualche scatto simpaticamente generoso.
Ricaddero in
silenzio, umiliati tutti e due.
Quindi un
ricordo della loro tenerezza giovanile li punse, come un rimprovero pieno di
dolci rimpianti; erano così confidenti allora l'uno nell'altra, che nessuna età
della loro vita sarebbe mai più così felice. Egli, robusto e turbolento, ne
faceva di tutte le sorta; ella lo rappattumava colla zia e coi maestri tornando
poco dopo a bisticciarsi con lui, ma senza che una viltà d'inganno li avesse
mai separati. Invece, soli in quel gabinetto tiepido, nell'abbandono di una
spiegazione, che avrebbe dovuto suggellare il loro amore, s'accorgevano di non
riconoscersi più. Involontariamente Bice pensava a quella cortigiana, una delle
celebrità più impure della capitale, che Lamberto aveva condotto a cena,
difendendola dai motteggi di un crocchio di ufficiali, sino a battersi col più
imprudente di loro. Secondo tutti i giornali quella donna era irresistibile di
eleganza, bella come le sue pari debbono esserlo, colla freschezza dei fiori e
la mobilità carezzevole e tempestosa del mare.
Un'amarezza
dolorosa le salì dal cuore alle labbra. Allora, con moto repentino, aperse la pelliccia
per rigettarla sopra una sedia; Lamberto fu pronto a passarle di dietro, ma
ella gli rispose un "grazie" secco, e rimase in piedi, quasi per
farglisi vedere in tutta la propria desolata magrezza. L'imbarazzo dì lui
crebbe; ella seguitava a tacere.
- Mi
congedate?
- Non avevate
delle spiegazioni da darmi?
- Mi sembrate
così poco disposta a riceverne!
- Sarò io che
ve le darò invece.
- Voi....
- Siete
libero, - ella disse raddolcendosi nuovamente: - avrei voluto potervelo dir
prima, per risparmiare ciò che avete creduto di dovermi spiegare, ma il tempo
dei nostri giochi è passato. Io, lo vedete, sono rimasta egualmente pallida e
magra, un'imponderabile, come una volta mi disse ridendo il dottore; solo
l'anima e il volto sono invecchiati in me. Voi invece siete diventato un uomo:
siete bello, - aggiunse con uno strano accento di purezza e d'indifferenza.
- Bice....
- Forse il
mondo è troppo grande perchè noi donne possiamo comprenderlo, ma ho sentito che
non sareste più ritornato dal vostro nel mio.
- Io vi amo,
Bice.
- Ancora! -
ella ribattè con ironia rassegnata.
- Qualunque
siano i miei torti, dovete credere....
- Di qual
fede volete voi parlare, Lamberto? Io non so che cosa sia l'amore degli uomini:
esso può, secondo voi, dimenticare e transigere. È così, non è vero? Invece io
sono tanto poco donna, che il vostro amore non saprebbe vivere di me: non
m'interrompete, Lamberto. Nessuna generosa menzogna potrebbe cambiarmi la
coscienza che ho di me stessa: vedete che non mi lagno.
- Così mi
umiliate doppiamente.
- La colpa è
della mia memoria, che in voi non ha potuto difendersi contro impressioni più
gradevoli. Eccovi la mano, Lamberto, restiamo amici.
- È
impossibile! - proruppe. - Vi dirò tutto, piuttosto che restare sotto il peso
di questa bontà, che mi schiaccerebbe.
Con un gesto
risoluto e grazioso, le prese una mano appressandole insensibilmente il volto
al volto: i suoi occhi neri sfavillavano.
- Bice, -
riprese con voce commossa, - quando vi avrò confessato che noi uomini
diventiamo brutali, anche se ci brilla nell'anima la più santa delle immagini,
ne saprete forse quanto prima: eppure è così. Quella donna, della quale un
angelo come voi non potrebbe essere geloso, l'ho conosciuta; è vero, non ci
pensavo, ma il mondo è così stupidamente fatto, che per lei ho dovuto
arrischiare inconsideratamente la mia vita e ferire un compagno. Però essa non
mi è mai entrata nel cuore: mi credete, non è vero?
- Sì.
- Allora mi
perdonate.
- Non sono io
che lo posso: dovrà perdonarvi quel vostro compagno, egli è il solo ferito.
Lamberto le
lasciò cadere la mano; ella fece un passo addietro afferrando la pelliccia;
egli raccolse lo spencer. Era diventato pallido; automaticamente Bice si
rimise la pelliccia.
- Ve ne
andate?
Ella gli tese
la mano, col suo dolce sorriso.
- Addio,
Lamberto.
- Così
freddamente! - gridò, reprimendo a stento la collera: - adesso comprendo che
non mi avete mai amato.
Una fiamma si
accese negli occhi cilestri di Bice. Egli stava per prorompere, ma una
improvvisa umiliazione lo colse di essere invano così giovane e bello per
quella gracile creatura, che sino allora aveva creduto di trascinare
vittoriosamente dietro al carro della propria vita. Bice gli sfuggiva in alto,
come una di quelle immagini, che paiono risalire verso l'aurora della nostra
infanzia, mentre noi discendiamo pel meriggio verso il vespro.
- Resterete a
pranzo colla zia?
- No, se mi
lasciate a questo modo.
- Allora
tornate stasera a vederla: sarà contenta di trovarvi così bello.
- Mentre voi
mi trovate moralmente tanto brutto.
Ella sorrise
ancora:
- Non sareste
allora uno dei miei amici.
- Amico!
piuttosto nulla.
- Verrete
stasera?
- Faremo la
pace?
Ella
ridivenne fredda.
- Addio,
Lamberto.
E
indietreggiò di qualche passo: pareva ad entrambi impossibile di lasciarsi
così, ma nullameno avevano finito, non trovavano più altra parola. Non si erano
nemmeno dati la mano.
Egli, sempre
più piccato, fece un inchino contegnoso sull'uscio, ma allora Bice pentita
della propria durezza gli corse dietro, lo raggiunse nell'anticamera,
traversandola rapidamente per entrare nell'appartamento della zia, e gli tese
la mano.
- Addio, -
mormorò con un accento, sul quale era impossibile ingannarsi.
Ma entrando
nel solito gabinetto di conversazione dovette sedersi per resistere alla
emozione, che la soffocava: adesso le pareva di sentirsi più grande nella
libertà del nuovo abbandono, dopo quella suprema abdicazione alla vita mondana,
nella quale Lamberto avrebbe dovuto introdurla. Dopo avere per tanti anni
creduto di amarlo con una passione di orfanella, la più intensa e dolorosa fra
tutte, era sorpresa della propria pace fredda, mentre i nervi le fremevano
ancora, e gli occhi le battevano dalla voglia di piangere. Era dunque questo il
grande dolore aspettato? Poi un'ultima reazione la risospinse.
Suonò il
campanello.
- Andrea, -
disse al cameriere: - Rosa deve essere stanca, accompagnatemi voi.
Si riabbassò
il velo sul volto ed uscì. Il vento si era fatto anche più rigido. Ella
camminava in fretta, ascoltandosi dietro il passo del domestico, senza badare
alla folla più rumorosa in quell'ora del passeggio, sotto i portici di Santo
Stefano; quindi piegò per via Remorsella, verso la casa De Nittis. Secondo le
sue abitudini, il professore doveva essere rientrato dopo la lezione delle due
pomeridiane.
- Voi! Bice!
- egli esclamò meravigliato, vedendola entrare colla grossa Margherita.
Nello studio
il caldo della stufa era quasi insopportabile.
- Si cavi la
pelliccia, signorina, - diceva la governante del professore.
Bice le
sorrise: quella vasta stanza, calma e severa, le aveva subito dato un senso di
gioia. Le pareti erano interamente nascoste da alti scaffali pieni di libri; in
fondo, presso la finestra senza tende, che lasciava entrare tutta la luce della
strada, lo scrittoio del professore spariva quasi sotto mucchi di fascicoli e
di volumi, mentre egli, sempre così ben pettinato, vestito di nero,
signorilmente elegante, stava seduto sopra un'antica poltrona in cuoio giallo,
a spalliera alta e dritta.
- Che cosa
avete? - le domandò premuroso tirandosela vicino.
Ella tardò
invece a rispondere, ma il suo viso era così tranquillo che De Nittis non le
ripetè la domanda.
- È la grande
opera? - ella chiese indicandogli un mucchietto di fascicoli a copertine rosee.
- La mia
grande opera! - ribattè con un sorriso d'ironia, - quella che forse non finirò.
Bice ne prese
un fascicolo, ma non potendo ancora star ferma, andò alla finestra per leggerne
qualche riga.
- Ah! -
esclamò, - è un latino che capisco anch'io. - Dominus, pars haereditatis
meae et calicis mei: tu es qui restitues haereditatem meam mihi. - È una
citazione di Rénan; come sarà bella! Quindi proseguì leggendo ad
alta voce: Ah! que je frapperais volontiers ma poitrine si j'éspérais
entendre cette voix chérie, qui autrefois me faisait tressaillir. Mais non, il
n'y a que l'inflexible nature: quand je cherche ton oeil de père je ne trouve
que l'orbite vide et sans fond de l'infini, quand je cherche ton front céleste
je vais me heurter contre la voûte de airain, qui me renvoie froidement mon
amour. Adieu donc, ò Dieu de ma jeunesse! Peut-être tu seras celui de mon lit
de mort. Adieu: quoique tu m'aies trompé, je t'aime encore!
Ella aveva letto
modulando le frasi, ma alle ultime parole si arrestò. Quel perdono superbo e
malinconico, che l'anima umana, ingannata in tutte le proprie dolorose
ricerche, gettava morente per l'infinito verso Dio, le fece vibrare tutte le
fibre del cuore ancora agitato da quell'ultimo abbandono.
De Nittis si
era alzato per venire a leggere sul manoscritto al disopra delle sue spalle.
- Ditemelo
voi, è una bestemmia quest'ultimo grido di Rénan? - gli si volse con voce
commossa.
- No, Bice, è
il principio di una nuova preghiera: l'uomo perdonando a Dio di non esserglisi
voluto rivelare, afferma così l'amore al disopra della fede. E voi avete
perdonato a Lamberto?
- Sì.
- Come vi
siete lasciati?
- Amici.
- Tu non
l'ami dunque più?
Egli le aveva
preso le mani, la sua voce era quasi severa.
- Nemmeno
egli può amarmi.
Bice tornò a
deporre il manoscritto sulla scrivania, e si rimise la pelliccia per uscire. De
Nittis pensieroso si accostò per aiutarla. Ella lo lasciò fare, provando una
dolce contentezza a sentirsi stringere da lui la pelliccia sul corpicino così
bisognoso di riguardi, mentre una luce tremula le rideva negli occhi. De Nittis
si attardava.
- Ho voluto
dirlo a voi per il primo, - mormorò salutandolo graziosamente col capo: -
verrete stasera?
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