V.
L'impressione
di quella rottura era stata fulminea in tutti.
La contessa
Ginevra ne sofferse profondamente, poichè stimava Lamberto un buon ragazzo
malgrado il giudizio severo, che ne aveva dato col dottore. Era impossibile del
resto che un giovane ufficiale, bello, non trovasse a Roma motivi di galanteria
in quella vita di reggimento fatta appunto di donne e di cavalli; e doveva
quindi bastare che non s'innamorasse altrimenti, o trascorresse troppo oltre
nel vizio compromettendo la salute dell'anima e del corpo.
Quella sera
De Nittis tardò.
Bice
affettava una disinvoltura nervosa gettando scintille di spirito ad ogni
risposta, mentre il dottor Ambrosi l'osservava con quel suo sguardo pesante di
medico, e Giorgi invece sprofondato in una tetra malinconia lasciava sfuggirsi
qualche sospiro. Quel disastro di Bice gli rendeva più doloroso al pensiero
l'avvenire della figlia non sua.
Solo la
contessa Maria conservava la solita placidezza religiosa fra quella tempesta di
interessi mondani; alla severità della sua coscienza Bice appariva ammirabile
di giustizia avendo scacciato Lamberto, e sopportandone il dolore con tanta
franchezza.
- Prepara il
thè, Bice, - disse il dottore: - questa sera ho fretta.
- Avete dei
malati gravi?
- Non più del
solito.
Bice, aveva
già suonato il campanello per ordinare al servo di portare il vassoio.
- Partirete
subito?
- No.
La contessa
Maria allora gli parlò di un'altra sua protetta: il caso era orribile, una
madre tisica con due bimbi già colpiti dalla stessa malattia, e senza alcuna
risorsa pecuniaria. Il marito, beone incorreggibile, li batteva tutti.
- Perchè non
aspettiamo De Nittis? - domandò Bice disponendosi nullameno a preparare il thè.
- Tu sei
andata subito dopo da lui.
Bice non
rispose.
- De Nittis
ti dirà.... - e il dottore, che stava per prorompere, si voltò verso la
contessa Ginevra come per cercare una ragione di frenarsi: - che importa? Tutte
sentimentalità, le quali non servono a nulla nella vita: la virtù non può
consistere nell'astinenza dal momento che la fame è un difetto. Se non si
avesse della moralità un concetto così falso, vi sarebbero meno infelici e
fors'anche meno furfanti al mondo.
Quest'allusione
colpì tutti.
- Voi,
contessa Maria, che siete qui l'individuo più religioso, rispondete voi; che
cosa è la virtù?
A questa
domanda ella alzò gli occhi dalla calza:
- L'amore.
- Risposta di
donna.
- No, - disse
Giorgi: - è l'anima che risponde così.
- Non è vero,
- gridò Ambrosi: - l'amore è una legge della natura, colla quale essa mantiene
la vita. La virtù, giacchè parlate di anima, dev'essere più in alto,
nell'intelletto, che comprende la natura e sa farle quindi la sua parte. Se la
natura fosse in difetto colle proprie esigenze, la colpa sarebbe allora di Dio.
- Dottore! -
gli si volse la contessa Ginevra.
- Non mi dite
che bestemmio, perchè non ne avrei l'intenzione. Io affermo solo che l'amore,
come dice la contessa Maria, non è più quello, che conosciamo noi medici, e che
tu, Prinetti, devi aver visto in Africa, dove non vi sono misticismi. Volevo
dir questo, dal momento che l'amore è spirituale, non dovrebbe essere geloso
della natura e prendere per una infedeltà ciò che essa eseguisce nella propria
infallibile incoscienza. Dammi il thè, Bice.
La fanciulla
si avanzò verso di lui colla tazza in mano.
- Dà qua, -
egli esclamò, strappandole quasi la tazza con una bruscheria, che trasse un
sorriso sulle labbra di tutti.
Prinetti intervenne.
- Ho visto la
sultana di Ghera morire di gelosia. Era brutta, ma sovrastava egualmente a
tutte le sue compagne di harem, ed amava Seid-Minka, un giovane soldato, che
sposò una prigioniera del Turnam. Ella morì prima che il sultano ingelosito la
facesse squartare; invece tagliò egli stesso la testa a Seid-Minka con un colpo
di scimitarra. L'amore è uguale dappertutto.
Il dottore
scosse la testa.
Bice si
accorgeva di essere disapprovata. Quindi tutto il coraggio accumulato dalla sua
alterezza morale in quella rottura le venne meno improvvisamente: le parve di
aver avuto torto nel respingere Lamberto per un fallo, nel quale l'anima non
aveva partecipato. Che le restava ora? Tutti quegli amici e la zia Ginevra, già
ritirati dalla vita, la guardavano come spesso un gruppo di vecchi marinai
s'incanta contemplando sul mare; la loro virtù era di esperienza e
d'indulgenza. Ella invece doveva ancora affrontare la vita. Servì in giro tutte
le tazze, poi andò a sedersi sul solito sgabello presso il camino, nel quale
ardevano ancora rossastramente alcuni tizzoni.
Giorgi e
Prinetti le vennero vicino, il dottore aveva socchiuso gli occhi.
Giorgi fu il
primo a parlare, ma quella sera sembrava quasi ammalato. La sua voce stridula
aveva tratto tratto certi suoni profondi, che rendevano più tristi le sue
parole.
- Avete
voluto essere sola? - le chiese.
Bice gli
rispose di no cogli occhi; egli fece uno sforzo per rattenere una confessione
dolorosa.
- Potete
credermi, se ve lo dico, non si può essere soli nella vita. Gl'infelici, che
rimangono tali, si rifugiano in Dio. Egli vuole talora che alcuni siano soli
per i disegni della sua provvidenza, ma non bisogna ingannarsi sulla propria
vocazione.
- No, -
l'interruppe Prinetti, - Bice non vorrà rimaner sola. Se la colpa di Lamberto
vi avesse offeso, avreste avuto torto di licenziarlo, mia cara: solo il perdono
reciproco rende possibile la convivenza. Se invece vi siete accorta di non
amarlo, appunto perchè non ne avete sofferto abbastanza, allora non vi è nulla
a ridire. Il matrimonio può durare senza amore, quando vi sono figli, ai quali
sacrificarsi, ma non si può contrarre senza amore, Sarebbe una degradazione.
La fanciulla
si sentiva violentata da queste spiegazioni troppo religiose: la sua anima
ancora in preda ad un orgasmo passionato, avrebbe avuto d'uopo di riposo per
comprendere meglio sè medesima. Invece la necessità di rispondere subito le
dava una dolorosa irritazione; s'accorgeva di dover mentire, non sapendo bene
neppur essa perchè avesse scacciato Lamberto.
Ma tardò.
Allora
Prinetti le parlò del nuovo libro di Stanley, l'illustre viaggiatore inglese
partito alla ricerca di Livingstone, che egli aveva già letto, e nel quale
aveva trovato molti errori e non poche bugie. Ciò lo riconfermava nel proposito
di non scrivere mai le proprie memorie di viaggio, perchè il bisogno di
divertire i lettori e la naturale superbia inducevano inevitabilmente a
mentire, mentre l'utilità di tali viaggi rimaneva solo nelle idee e nei
sentimenti propagati fra i selvaggi.
Propose
quindi a Bice di venirglielo a leggere: lo avrebbero commentato insieme.
Giorgi non
parlava più. Da due giorni sua moglie era fuori di casa, colla figlia, in una
continua baldoria coll'amante. Egli aveva trovato la casa deserta e il proprio
letticciuolo senza materasso; la moglie, che occupava colla fanciulla il grande
letto matrimoniale, glielo aveva senza dubbio venduto. Giorgi dormiva in uno
stambugio, dietro la cucina; non aveva che quel vecchio canapè e un pianoforte
verticale.
Bice
indovinando in lui qualche nuova disgrazia gli prese una mano.
Ma egli si
schermì, non voleva offendere le pure orecchie della fanciulla con quel
racconto.
Il dialogo
tornò a languire. Malgrado l'intimità di un'amicizia, dinanzi alla quale non vi
avrebbero dovuto essere segreti, ognuno serbava per sè stesso i più dolorosi;
Prinetti non parlava mai della cognata caduta nella più ignobile miseria, e
alla quale dava nascostamente metà della propria piccola rendita, ricevendone
per compenso l'augurio di morire presto per poterle così cedere il rimanente.
Giorgi da quindici anni era tuffato nel pantano della propria casa, con una
moglie dissoluta e plebea, che lo bastonava allevando l'unica figlia nella
crapula, mentre egli salito ad una seconda vita religiosa scriveva segreti
capolavori coll'inguaribile tristezza degli artisti non visitati dalla gloria.
Bice aveva arrestato bruscamente il corso della propria vita con una di quelle
risoluzioni, delle quali la cicatrice non si chiude forse più.
La fanciulla
fu la prima a reagire contro sè stessa. In quella impossibilità di parlare
propose a Giorgi di aiutarla a dipanare alcune matassine di seta, delle quali
si serviva per ricamare quel manipolo al parroco di Sasso. Prinetti stesso le
aveva disegnato per questo alcuni meravigliosi fiori africani.
Bice andò
ella medesima a prendere il piccolo telaio per mostrarglieli.
Infatti i
loro calici di una vera bellezza orgiaca, screpolandosi sotto la pressione di
un turgore febbrile, lasciavano spiovere i petali stancamente, coi pistilli
tremolanti nei colori più vivi delle gemme. Giorgi si sentì turbato dinanzi
alla voluttà spasimante di quei fiori.
- Non sono
così, non sono così, - ripeteva Prinetti, ricorreggendoli nella propria memoria.
- Mi avete
pur detto che il sole laggiù è un incendio.
Ma la sua
faccia stessa si scomponeva.
- Prendete,
Giorgi, - disse vivamente, gettandogli una matassina intorno alle palme
congiunte.
La serata
diventava sempre più triste, il dottore andò via presto, poco dopo anche Giorgi
e Prinetti lo seguirono. Quando De Nittis entrò, le tre donne erano intorno al
tavolo da giuoco ingombro di modelli in carta e di ritagli di mussolina.
- Ho trovato
Marco Minghetti per via Farini, - -egli disse, quasi per scusare il proprio
ritardo: - l'illustre uomo è molto malandato, forse non passerà la primavera.
Questa
notizia impressionò la contessa Ginevra, che lo aveva molto conosciuto a
Firenze.
- Giudicate
dunque il suo caso così disperato?
- Egli stesso
lo sente. Sono rimasto un'ora nel suo gabinetto: lavora alla relazione sul
Catasto, uno studio lungo e difficile, che stancherebbe più di un giovane, e
nel quale egli si accanisce coll'eroica ostinazione dei morenti. Sarà la sua
ultima gloria, quella che il pubblico intenderà meno.
Poi parlarono
d'altro, ma si capiva che stavano per affrontare un tema più difficile. Bice
era tornata al vassoio per preparargli il thè, mentre egli già seduto sul
solito seggiolone si scaldava i piedi ai pochi tizzi del camino.
La contessa Ginevra
era uscita, la contessa Maria invece venne a sedersi colla propria poltrona
presso di lui, e guardò all'uscio come aspettando che la contessa Ginevra
rientrasse.
- Lamberto ha
scritto? - chiese De Nittis a Bice seduta a testa bassa sullo sgabello.
Ella gli
porse la lettera.
- La
conoscete?
- Sì.
Egli la
scorse. Senza umiliarsi scioccamente a domandare scusa, Lamberto spiegava
quell'incidente riaffermando il proprio affetto per Bice con una sincerità,
alla quale era impossibile ingannarsi. De Nittis rimase meditabondo.
La sua bella
testa esprimeva adesso una profonda melanconia; davanti a questa fanciulla, che
ritraeva il piede dalla soglia soleggiata della vita per rientrare nell'ombra
di una giovinezza sterile, egli sentiva diventare più dense le tenebre del
proprio tramonto.
- Le avete
parlato voi, contessa Maria? - disse quasi per ritardare così la propria
opinione.
- Se lo vuoi,
Bice, ti dirò quello che penso, - ella rispose: - Lamberto non ti ama.
La risposta
era così cruda che tutti trasalirono.
- Lo
conoscete dunque più di noi? - proruppe quasi piccata la contessa Ginevra.
- No
certamente, - ella ribattè con quella sua profonda umiltà, che disarmava tutte
le collere: - ma non credo che si possa amare in due modi.
De Nittis
ebbe un sorriso.
- Pensaci,
Bice, - proseguì la zia Ginevra, - prima di ostinarti in questa risoluzione. Tu
non sai ancora abbastanza la vita per condannare inappellabilmente il primo
atto che ti offende.
- Non
condanno.
- Che cosa
farete? - intervenne De Nittis coprendola d'uno sguardo, del quale ella sentì
tutta la penetrazione. - Eccovi al punto, in cui dovete giudicare per la prima
volta la vita; qualunque sia stato il sogno delle vostre relazioni con
Lamberto, adesso v'accorgete come anche i sogni avvengano dentro la realtà, la
quale vi entra solamente per scomporli. Un'altra donna è già passata sulla
traccia, che credevate di percorrere sola, lasciandovi forse un profumo, che
attirerà altre donne. La vita è così: nessuna via vi è talmente individuale che
gli altri non vi mettano il piede.
La contessa
Maria stava per protestare, ma De Nittis la prevenne.
- So quello
che vorreste obbiettarmi, contessa: nelle vie del Signore nessuno può
contenderci il passo. Dimenticate dunque che in tutte le vite di santi i
demonii si affollano intorno ad essi per farli deviare? La nostra vita non può
conservare la sicurezza della propria solitudine: noi attraversiamo quella
degli altri, ed essi attraversano la nostra; nessuno appartiene così a sè
stesso da concedersi intero ad un altro. Non bisogna considerare tradimento la
deviazione di un istante, dalla quale l'anima ritorna più innamorata.
- Più
innamorata! - ripetè amaramente Bice. - Siete voi, che dite questo?
La sua voce
era così stridula che le due donne si volsero meravigliate.
- Non credete
dunque che Lamberto vi ami?
- No, -
ribattè con accento rigido.
- Non vi ha
nemmeno mai amato?
- Io sono
brutta.
Questa
ragione cadde su loro pesantemente.
- Ne
convenite, adesso? - ella proseguì. - Lamberto è bello, sarà stato amato per
questo, e non ha potuto resistere. Perchè dovrei lagnarmene io? Non dico che
egli abbia finto di amarmi, perchè sono ricca; molti altri nel suo caso mi
avrebbero forse considerata da questo punto di vista, egli invece si avvezzò da
fanciullo a volermi bene. Eravamo come fratello e sorella, anche lui era quasi
orfano. Forse la mia estrema debolezza destò la sua prima pietà.
- Lo amate
voi? - interruppe De Nittis.
La fanciulla
ebbe una violenta contrazione: allora De Nittis continuò.
- Eppure
Lamberto è bello! Un altro vi avrebbe fatto pesare sul cuore questa sua
superiorità; egli invece ve la offerse come un compenso a quella del vostro
spirito. Se lo amate.... siate sincera, Bice, - esclamò: - ditelo francamente.
Noi siamo qui per aiutare la vostra vita, nella quale abbiamo tutti un carato,
perchè noi vi amiamo, fanciulla mia.... di questo almeno non dubiterete.
Le sue ultime
parole tremarono di tenerezza.
- Lo amate,
via....
- No, - ella
rispose sollevando il capo.
- Non amate
dunque la bellezza?
Ella si alzò
nervosamente per andare al vassoio, come se vi avesse dimenticato qualche cosa,
ma si accorse tosto della puerilità del pretesto. Quando Bice si volse, De
Nittis, in piedi anch'egli, appoggiato colla schiena al camino, la considerava
con uno sguardo profondo.
- Sarete
sola.
- Non sono io
vecchia come voialtri?
- Eh!
fanciulla mia, la vecchiaia è anche peggiore della solitudine. Adesso ricusate
Lamberto per una colpa....
- Non è
questo.
- Ebbene, forse
un giorno potreste rassegnarvi ad accettare un uomo meno buono e meno bello di
lui.
- Se mi
amerà.
De Nittis
invece di rispondere ebbe un pallido sorriso.
- Non credete
che si possa essere amati? - ella chiese.
- Voi volete
l'amore delle anime, quello che non può tradire.
- Anche voi,
- intervenne la contessa Maria, - ne convenite dunque: solo la religione ce lo
riserva.
- Avete
sentito, Bice?
La
conversazione parve impacciarsi di nuovo, la contessa Maria era contenta, ma la
zia Ginevra rimaneva preoccupata. Evidentemente il carattere della fanciulla le
dava serie apprensioni: Bice invece, come sollevata da un gran peso, pareva
ridivenuta tranquilla.
- Hai dunque
deciso? - le domandò un'altra volta la contessa Ginevra.
- Se non
volete voi stessa ordinarmi quello che debbo fare: allora ubbidirò.
- Povero
Lamberto! - sospirò l'altra stringendosi nelle spalle.
Bice aveva
già riempito una seconda tazza di thè per De Nittis, mentre il servitore della
contessa Maria entrava nel salotto colla pelliccia della padrona; le due
signore uscirono assieme in anticamera.
La fanciulla
si era seduta sullo sgabello dinanzi a De Nittis: egli le stese una mano sui
capelli.
- Testolina!
- Perchè mi
avete fatto diventare così? Adesso dovete tenermi come sono.
- Non lo vuoi,
Lamberto?
- No.
- Vuoi nessun
altro?
Ella non
abbassò gli occhi davanti ai suoi.
- Me lo dirai
quando la cosa sarà ben decisa; guardati dallo sceglier peggio, - e depose
anch'egli la tazza sul camino per andarsene.
La fanciulla
lo seguì nell'anticamera, dove le due signore chiaccheravano ancora.
Quando zia e
nipote rimasero sole, si abbracciarono singhiozzando.
Ma la vita di
Bice peggiorò da quel giorno. Malgrado le attenzioni affettuose de' suoi vecchi
amici, ella sofferse qualche tempo dei pettegolezzi provocati dalla rottura del
suo matrimonio con Lamberto, la quale interessò vivamente tutte le cronache
cittadine. Bice era così ricca che il suo caso diventava tipico per tutte le
giovinette della sua età. Naturalmente non mancarono i soliti saggi a criticare
quella sua strana educazione, adesso così spiacevole ai primi frutti: si diceva
che Bice credendosi un genio non aveva lusingato Lamberto che per il piacere di
umiliarlo. Questo primo scontro col mondo esasperò il carattere della
fanciulla.
Ma rinunciando
a Lamberto era caduta come in un grande vuoto. Le giornate le parevano più
lunghe, senza scopo: a che pensare? Che cosa potrebbe accaderle? L'avvenire non
diventava più che una ripetizione del presente, indistinta e monotona
nell'inutile durata del tempo. Quindi le ritornava quella debolezza di malata,
con un pallore più cereo sul volto, cogli occhi opachi e una lassitudine
anticipata di ogni moto, che la lasciava per lunghe ore muta sulla poltrona
daccanto la zia. Colla terribile facoltà degli spiriti meditabondi, abituati a
divorare sè stessi, ella prendeva allora uno per uno i propri giorni per
dissolverli nell'amarezza di un pessimismo rassegnato. La sua vita non aveva
ancora avuto nulla, nè padre, nè madre, nè fratello, nè amante; perchè dunque vivere?
Per distrarsi si mise a frequentare i teatri, ma la sua eccellente coltura
artistica la disgustò presto di melodrammi e di commedie, nelle quali il
pubblico non cercava più che il divertimento di un'ora. La grande arte era
dunque finita o almeno aveva disertato le scene per rifugiarsi nei libri. E
dappertutto, ai passeggi, ai teatri, nei pochi salotti, ove andava colla zia,
erano gli stessi discorsi, la solita passione dei piccoli interessi, trionfi di
abiti o di maniere, un lusso vacuo e sonoro, del quale lo stordimento formava
tutta la felicità.
Allora
tornava a chiudersi per intere settimane in casa con la malinconia dei vecchi,
che sentendosi respinti si preparano alla solitudine della morte
nell'isolamento, finchè una conversazione spirituale de' suoi amici la
soccorresse nuovamente coll'orgoglio d'un mondo più alto. Ed ella vi si
precipitava come un fuggiasco in un impeto di liberazione, sebbene nella
limpida purità di quei paesaggi ideali nessuna voce rispondesse agli appelli
segreti del suo cuore. Solamente De Nittis, sempre così bello ed elegante nella
sua verde vecchiezza, riscaldandosi in certe tesi favorite, le comunicava
talora un indefinibile turbamento.
Giorgi invece
declinava a vista d'occhio.
Anche il suo
ultimo orgasmo d'autore era vanito nella grandezza della morte imminente. Una
tosse secca e profonda gli scuoteva il petto, mandandogli un rosso effimero e
di mal augurio sul volto, mentre la voce così stridula una volta gli si faceva
ogni giorno più appannata. Ormai quel soprabito color nocciola, così abituato
al suo corpo, non si abbottonava più che sopra un'ombra. In casa della contessa
Ginevra il cordoglio fu intenso, molto più che Giorgi consapevole del proprio
stato ricusava per una suprema alterezza di artista ogni soccorso.
Una mattina
arrivò da Bice sulle undici. Era una giornata d'aprile calda e snervante.
Entrando nel salotto cadde quasi sopra una poltrona, ma quando Bice avvisata
dal cameriere corse a salutarlo, si era già rimesso; solamente un sudore
perlaceo dava alla sua fronte gialla una lucentezza di avorio vecchio. Ricusò
il thè, e cavandosi di tasca un rotolo di carta disse:
- Andiamo nel
salone.
Appena vi
furono entrati, la tosse lo riprese.
- Io non
posso, non posso.... - ripetè con voce rotta mostrando il pianoforte.
Bice spiegò
il rotolo, era un De Profundis. La fanciulla sentì una stretta al cuore
indovinando in quella estrema preghiera l'ultimo grido della sua anima, alla
quale forse il genio aveva dato la chiaroveggenza e la gloria aveva negato la
luce. Giorgi si era seduto sopra uno dei quattro divani dorati, dietro il
pianoforte, colla testa sul petto e gli occhi chiusi. Il suo respiro era lento.
Bice appoggiò
la carta sul leggìo e ne scorse attentamente le note. Il tremendo salmo
biblico, nel quale l'anima sembra lagnarsi ancora dinanzi al terrore
dell'imminente giudizio divino, diventava invece una sommessa invocazione di
pellegrino al termine del viaggio, colla stanchezza consolata dalla prima
apparizione della meta.
Bice era
vestita di bianco. Nel salone giallo e oro solo il grande pianoforte era nero,
mentre dalle finestre spalancate il sole entrava accendendo miriadi di
fiammelle su tutte le dorature e riempiendo l'aria di un pulviscolo rutilante.
Una emozione di pianto rattenuto contrasse la bocca della fanciulla alle prime
battute. Ma quella musica, lenta come il corso di un gran fiume quando sbocca
nel mare, calmò anche il suo spirito in una mestizia rassegnata ed insieme
anelante al gran riposo; poi le poche voci, che sembravano tratto tratto voler
prorompere da quella preghiera, finirono come nel soffio di un sospiro, mentre
le ombre cadenti da ogni lato confondevano cielo e terra. Solo l'ultimo accordo
sui bassi parve sprofondarsi nelle tenebre col fragore di un supremo spavento.
Giorgi era
già in piedi; riprese dal leggìo la carta, la ripiegò, e se la pose in tasca
senza parlare.
- Vi sentite
male? - ella chiese ansiosamente.
Egli le
rispose con un sorriso.
- Cercherò di
venire stasera.
- Perchè non
restate a pranzo?
- È un pezzo che
non mangio più.
Bice non ebbe
il coraggio d'insistere, quindi fece tutti gli sforzi per non piangere
accompagnandolo sino all'uscio dello scalone: adesso sapeva che Giorgi aveva
voluto sentir suonare da lei il proprio De Profundis. La sua commozione diventò
così intensa che capì di non doverne parlare con alcuno.
Ma la sera
interrogò abilmente il dottor Ambrosi nella propria camera. Questi lo visitava
già in secreto da parecchio tempo, quando la moglie e la figlia erano fuori,
senza averlo mai potuto persuadere ad abbandonare quella casa. Forse un sublime
orgoglio di martire gli proibiva così di disertare il proprio posto, o una più
dolorosa tenerezza lo affezionava a quello stambugio, nel quale aveva tanto
sofferto da quindici anni, trasfondendo il secreto dei propri patimenti nel
secreto più alto di una musica sacra. Al momento di morire sconosciuto tutte le
condizioni della vita dovevano quindi parergli pressochè uguali: solamente quel
terrore infantile ed invincibile della moglie gli durava ancora, mantenendolo
nella stessa soggezione incondizionata, che la sua natura di sensitiva aveva
sempre provato dinanzi a lei.
Ma Ambrosi
non disse altro alla fanciulla.
- È dunque
impossibile aiutarlo! - questa esclamò torcendosi le mani.
L'altro
tacque.
Giorgi tornò
ancora un'ultima volta con Prinetti, che essendo riuscito ad ammansire la
moglie colle proprie maniere popolane, poteva andarlo a trovare quasi tutte le
mattine; ma ogni soccorso sarebbe stato già indarno. Da molti mesi Giorgi
moriva lentamente d'inanizione, non sorbendo oramai più che qualche cucchiaio
di vino dalle vecchie bottiglie, che il dottore gli rinnovava tutte le mattine,
perchè la moglie e la figlia ne bevevano il resto. Quindi Prinetti aveva dovuto
suggerirgli di mandarne sei per volta, più di quanto le due donne potessero
ingollarne anche ubbriacandosi. Giorgi s'era messo a letto, ma vi stava quasi
sempre seduto, entro una vecchia giacca; il piccolo pianoforte verticale, di
legno rossiccio, sorgeva all'altro lato presso la finestra.
- Ma se si
offendessero di vedervi sempre qui!... - egli diceva tutte le volte a Prinetti
tremando.
La malattia
non fu lunga.
La sera dalla
contessa Ginevra non si parlava d'altro; tutti erano desolati per
l'impossibilità di poterlo confortare dopo che Prinetti imprudentemente aveva
descritto loro quella casa immonda e quasi sempre deserta; ma Giorgi per un
ultimo tragico pudore di artista avrebbe troppo sofferto nel ricevervi
qualcuno. Moriva solo, nel deserto.
Bice
piangeva. La verginità del suo cuore non poteva rassegnarsi a quel finale di
una così alta vita nell'abbandono di tutti, fra l'immonda brutalità di due
donne, che si ubbriacavano. Ella avrebbe voluto almeno dargli il conforto di
sentirsi amato sino all'ultimo di quell'amore spirituale, che aveva indarno
riempito la sua vita, innalzandosi colla musica sino a Dio, come un olezzo di
fiori sbocciati troppo in alto, sulla montagna al disopra di tutti gli sguardi.
Quindi gli
mandava ogni volta una letterina per Prinetti o per il dottore.
Questi
riuscito finalmente ad imporre un certo rispetto alle due donne col visitare
qualche altro ammalato fra i vicini, sollevandovi naturalmente lunghi
pettegolezzi di elogi, poteva adesso venire tutti i giorni; ma la sua stessa
celebrità, accrescendo l'importanza dell'infermo, diventava una critica al
modo, col quale era tenuto, e Giorgi spaurito lo pregò di venire più di rado.
- Ti hanno
dunque strapazzato anche per questo?
Il viso
cadaverico di Giorgi espresse un terrore così doloroso, che l'altro si voltò
per non mostrare di piangere.
Poi si
sedette presso di lui. Il canapè non aveva che un cencio di coperta turchina,
usata forse come tappeto da tavolo in altri tempi, e un cuscino sucido; di
faccia, sopra una piccola cassa, nella quale stavano i pochi panni, si vedevano
i suoi due stivaletti ancora infangati.
Ma siccome
Giorgi non parlava, Ambrosi guardò all'orologio fingendo di avere qualche
visita urgente.
- Credi che
il mio stomaco sopporterà la Santa Comunione? - l'altro domandò con voce
spenta, tendendogli la mano scheletrita.
- Sì, sì.
Tre giorni
dopo Prinetti trovò nella cucina le due donne col garzone da macellaio intente,
a riempire una sporta colle bottiglie mandate dal dottore; si trattava di una
gita in tramvay sino a Casalecchio.
Prinetti non
mostrò alcuna ripugnanza.
- Staremo via
poco, - disse la moglie; - ieri sera si è confessato, ma non sta peggio del
solito.
- Già....
resto qui io, fate pure.
Il garzone
del macellaio gli chiese uno sigaro, Prinetti gli vuotò invece nelle mani
l'astuccio delle sigarette.
- Queste le
fumeremo noi, - esclamarono ad una voce mamma e figlia.
Egli passò
nello stanzino e trovò Giorgi sentoni sul letto, più cadaverico; doveva aver
udito tutto perchè, vedendogli sul volto la nausea di quella scena, sorrise.
- Ti
aspettavo.
Poi chiuse
gli occhi. Si intese ancora chiacchierare e ridere nella cucina con un fracasso
di sedie come per la partenza, ma ci volle un altro grosso quarto d'ora prima
che se ne andassero.
Il respiro di
Giorgi era appena sensibile: stavano tutti e due immobili, quando Giorgi
riaprendo gli occhi barcollò, e Prinetti vide che la luce vi si era oramai
spenta. Allora spaventato balzò in piedi per sostenergli la testa fra le mani,
ma nel dubbio di fargli più male l'appoggiò nuovamente al muro, lasciandola
piegare a poco a poco sulla spalla destra.
Passò almeno
un'altra ora. Nello stanzino l'aria aveva un cattivo odore di cenci, perchè la
piccola finestra non si apriva quasi mai; poi i suoi vetri sporchi lasciavano
passare un lume triste. Giorgi non si muoveva. L'altro sempre intento nel suo
volto si sentì salire improvvisamente dal fondo della coscienza quella
inesprimibile verità della morte, contro la quale lo spirito non protesta più
come dinanzi all'infinito.
Che ora era?
Prinetti ebbe la violenta sensazione di questa domanda nell'ombra sempre più
densa, che aveva già riempito tutto lo stanzino.
Giorgi
rinvenne.
- Che hai? -
chiese l'altro premurosamente.
- Muoio....
E rinchiuse
da capo gli occhi. Prinetti rimase in piedi. L'altro era sempre così, col viso
scheletrito, di quel giallo cinereo, che solo certi morti hanno. Teneva le mani
sulle coperte, immobili.
- Mio Dio! -
pregava mentalmente Prinetti vedendo le sue labbra agitarsi nello sforzo di
un'ultima parola.
Giorgi
mormorò:
- Bianco....
bianco!
Poi la
visione del primo cielo gli si interruppe.
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