VI.
Nel mese di
maggio Bice era a Roma con De Nittis e la zia Ginevra.
Altri
dolorosi avvenimenti avevano dispersi i pochi amici di quel salotto. Prinetti
aveva dovuto tornare a Bazzano come tutore dei nipoti dopo la morte improvvisa
della loro madre e la fuga del padrigno, che l'aveva poco prima abbandonata,
vuotandole la casa: ma vi rimanevano tre figli, due maschi e una bambina, il
maggiore dei quali non toccava ancora i quindici anni. Prinetti, che si era già
lasciato mungere dalla cognata più che mezzo il proprio patrimonio, pur non
ingannandosi nel giudicarla, doveva adesso mutarsi in padre di quegli orfani
per avviarli ad un mestiere. Senza esitare ritornò quindi a Bazzano, ove ella
aveva finito coll'aprire una bottega di pizzicheria. Era un sacrificio di tutte
le sue squisite spiritualità, senza nemmeno una speranza di risultato, perchè i
ragazzi mostravano già una precoce perversità di carattere.
- Sarà la mia
ultima campagna d'Africa, disse nell'accomiatarsi dalla contessa Ginevra.
- Ma non
tornerete proprio più a Bologna?
- Mi pare
difficile: la bambina e il fratello minore, hanno meno di dieci anni, io non
posso vivere tanto da non essere più il loro tutore. Così non avranno il tempo
di essere ingrati.
Fu l'unica
lagnanza, sapendo che quegli orfani malgrado tutte le apparenze legali non
erano suoi nipoti.
Poi la
contessa Maria andata a Milano per assistervi l'unica sorella colpita da una
paralisi progressiva, vi era rimasta per tre mesi, e vi ritornava spesso, vinta
dalla tenerezza, appena in casa potesse disporre di qualche giorno.
Nel salotto
della contessa Ginevra non venivano più che De Nittis ed Ambrosi. Tutto vi
pareva invecchiato; la contessa, diventata più grassa, si appesantiva anche
nello spirito: le sue stesse maniere in quel contagio della volgarità
provinciale, e sopratutto nell'assenza di ogni più alta preoccupazione,
ridivenivano quelle di un tempo, quando fanciulla non era ancora uscita di
Bologna. Il mondo cominciava a scordarla senza che ella lo indovinasse più coi
begli occhi limpidi ed acuti di una volta.
Quindi si
abbandonava giorno per giorno alle tentazioni della gola malgrado i frizzi
affettuosi di Bice e le rimostranze di Ambrosi; Bice invece era sempre così
magra, ma di quella severa e fine eleganza, colla quale aveva spesso trionfato
di tutte le compagne, non le rimaneva che l'abitudine di certi tagli più
semplici, quasi senza alcuna femminilità d'intenzione. Solo a certi
particolari, nella finezza delle scarpe e dei guanti, nel lusso quasi eccessivo
delle biancherie e delle pelliccie, il suo gusto signorile rivelava ancora la
donna.
Per sei mesi
aveva lavorato con De Nittis al compimento della grande edizione, abbandonata
in ultimo dal povero Giorgi, trovando per essa in Germania il medesimo editore,
che pubblicava finalmente le opere del Palestrina; poi quello studio musicale,
sviluppandole una intensa passione per la primitiva arte cristiana, l'aveva
trascinata anche più lungi dal mondo. Nell'ammirabile rinnovamento, operato dal
cristianesimo su tutta l'arte antica, la sua anima di fanciulla era stata
vivamente colpita dalla originalità dei due nuovi tipi, la vergine e il
cavaliere. Come la prima Maria, quella accettava il sacrificio di sè stessa per
la vita dell'uomo, ma la sua castità invece di essere una riserva, nella quale
l'amore accumulasse i propri tesori per gioirne in una festa più intensa, era
una ripugnanza a tutte le pretese della carne, che aveva già una altra volta
perduta miseramente l'umanità. Come la vergine, il cavaliere doveva conservarsi
puro per essere forte, e la sua milizia sotto l'insegna invincibile della croce
era una vigilia continua nell'armi, aspettando che le fanfare della vittoria
squillassero in cielo coi primi fuochi dell'alba. Egli poteva amare solamente
come combatteva, perchè dal suo amore colla vergine altre vergini ed altri
cavalieri nascessero a mantenere la vittoria di Dio.
Ma in questo
concetto troppo tragico ed ideale della vita naturalmente ogni bellezza era
perita. Solo il volto come rivelazione dell'anima aveva potuto rimanere bello,
mentre il corpo ammalato della propria carne si era mutato per lo spirito in
uno istrumento di redenzione contro il peccato. Nel suo inconsolabile dolore la
primitiva arte cristiana aveva chiuso occhi ed orecchi alla natura: tutto vi
aveva espresso la morte, le chiese erano sotterra, le cronache sanguinavano di
martirii, i dogmi non minacciavano che dannazioni. Poi al rallentarsi delle
persecuzioni il tempio salito sulla terra era rimasto egualmente chiuso alla
bellezza. I santi incollati come cadaveri sulle sue pareti parlavano con una
scritta fuori delle labbra, il crocifisso era il loro tipo, e la morte sola il
perchè della loro rappresentazione, mentre le vergini sporgenti da un sacco,
segnato con uno sgorbio, non mostravano che i piedi e i visi piatti del pari.
Perchè sarebbero state belle?
Ma la
bellezza tornò.
Invano il
pessimismo cristiano vantandosi di farne a meno, poichè la verità stava nel
mondo dello spirito, dal quale Cristo era disceso per morire, aveva permesso
per molti secoli alla morte di spiegare tutta la pompa della propria
magnificenza, mentre lentamente e mutamente, come passano l'aria e la luce, la
bellezza rientrava giorno per giorno nella religione dietro al trionfo della
Maddalena.
Quindi
l'amore umano ricominciò fra la vergine e il cavaliere entro un quadro più
giocondo, ma con tutte le nostalgie dell'amore divino, per diventare a poco a
poco il nostro amore moderno nella tragedia anche più inconsolabile di non
poter essere casto, e di pretendere dal contatto delle carni quella fusione,
che solo lo spirito può realizzare in sè stesso.
Con analisi
fine ed animatrice De Nittis spiegava a Bice il formarsi del romanticismo, la
cavalleria e i suoi codici d'amore, i poeti solitari, il dramma immenso del
monachismo, e quella idealità data dalla Chiesa a tutti gli atti della vita fra
un mareggiare di invasioni e una tormenta di guerre, nelle quali si concepivano
i sonetti più puri e si disegnavano i più immateriali profili. Però l'amore
rimaneva sempre ideale: vergine e cavaliere potevano o non raggiungere o non
mantenersi all'altezza del proprio tipo, senza che quella luce cessasse mai di
risplendere anche nelle più depravate coscienze, come il Cristianesimo brilla
ancora in fondo all'anima del popolo, che oggi si vanta così incredulo.
- La voluttà
troverà sempre la propria ultima potenza nella castità.
A questa
formula Bice lo aveva guardato, ma De Nittis quasi pentito si affrettò a soggiungere:
- Nemmeno il
Cristianesimo soccombendo all'antitesi della carne collo spirito, fra il mondo
dell'uomo e quello di Dio, ha potuto risolvere il problema dell'amore. Il tuo
Lamberto, ecco l'ultima trasformazione del cavaliere.
Bice fu punta
da questa ironia.
- Perchè non
dite anche, che io sono l'ultima vergine bizantina?
- La piaga
del tuo cuore non è ancora rimarginata.
- Non capite
niente, - esclamò alzandosi per uscire.
De Nittis
rimase interdetto da questa brusca violenza. Poi avendo ricondotto il discorso
sull'editore tedesco, il quale esigeva un'altra cerna di tutte le musiche di
Giorgi per non presentarne al pubblico che le più tipiche e le migliori, Bice
l'interruppe ancora per chiedergli se avesse finito di scrivere quella
prefazione. L'altro sorrise scusandosi: allora ella si offerse di aiutarlo.
- Non sarà
troppo difficile? - domandò con accento umile di bambina.
- Nemmeno io
so dirtelo. Vi sono ricerche, nelle quali certo potresti aiutarmi, ma ti
stancherebbero senza divertirti.
- No, no:
lasciatemi venire col mio abito da mattino come un'operaia, poi mi darete il
cómpito per tutti i giorni.
- Tutti i
giorni! - egli esclamò.
Bice fece una
moina di sommissione.
De Nittis
rimaneva perplesso: Bice tornò a rannuvolarsi, le lagrime le gonfiavano
nuovamente gli occhi.
- Lo vuoi
proprio?
- Non posso
volere con voi.
La mattina
seguente Bice arrivò in casa di De Nittis alle dieci e mezzo; egli stava ancora
nella saletta da pranzo, a tavola, leggendo il giornale. La fanciulla, che
aveva rimandato il servitore alla porta, diede subito con un sorriso la mano
alla governante.
- Margherita,
vengo anch'io a lavorare con voi.
- Lei,
signorina! - proruppe l'altra sgranando gli occhi, mentre l'aiutava a cavarsi
il cappellino.
La fanciulla
si guardava attorno con aria ilare. Nella saletta non v'erano che la tavola ed
una credenziera, piena di piatti e di bicchieri, con alcune seggiole: presso
alla finestra un treppiede di vimini sosteneva il cestino da lavoro di
Margherita. De Nittis, che doveva ancora prendere il caffè, ne ordinò un'altra
tazza per Bice.
- Oggi, che
avevo vacanza all'università, dovrò dunque lavorare con te?
- Ne sareste
già pentito, maestro?
- Tu stessa te ne pentirai.
Ella ebbe un
sorriso di sfida.
Poco dopo
entrò anche Tonina, la cuoca. Le due donne avevano quasi la stessa età e il
medesimo tipo, solamente Tonina era più secca; ma il loro viso di bionde, una
volta senza bellezza, aveva già quella calma speciale delle zitellone, cui
nulla turba più da molto tempo in una vita ridotta al minimo delle funzioni.
Tonina cucinava, Margherita teneva in ordine la casa composta di poche stanze,
un salotto da ricevere, la saletta da pranzo, lo studio e la camera del
professore. Esse dormivano assieme, sul medesimo letto, come due sorelle, in una
stanza attigua alla cucina. Ma Tonina ubbidiva in tutto a Margherita. Infatti
questa aveva maniere più distinte, tutte due erano devote.
Tonina
s'avanzò con una certa titubanza, ma l'altra chiese disinvoltamente a Bice se
sarebbe rimasta a pranzo.
Bice non
sapeva come rispondere.
- Non creda,
signorina, che sarà un pranzo come a casa sua.
- Mia cara
Bice, - disse il professore, - dal momento che vi si invita potete farle
l'onore di accettare: qualche volta che io mi sono permesso di condurle un
collega a pranzo, sono stato invece sgridato.
- Perchè lei
fa sempre così, - ribattè Margherita: - i pranzi non s'improvvisano mica.
Ma sibbene la
risposta fosse quasi rude, si sentiva nella voce grossa della vecchia una
deferenza affettuosa verso il padrone.
- Poichè la
signorina accetta, - seguitò Margherita volgendosi a Tonina, che si tormentava
il grembiule bianco, dritta, impalata, - farai quello che ti ho detto.
Bice si
sentiva già circondata da una ammirazione piena di simpatia. Se lo avesse osato
in quella prima volta, si sarebbe offerta di lavorare anch'essa in cucina per
divertirsi del loro stesso imbarazzo, preparando qualche sorpresa al
professore; ma la placidezza di quelle due donne le imponeva rispetto.
De Nittis
aveva ripreso il giornale, mentre Margherita finiva di sparecchiare. Allora
Bice uscì con lei per visitare l'appartamento, del quale non conosceva che il
salotto di ricevimento e lo studio. Tutto vi era tenuto con pulizia meticolosa,
senza traccia di lusso: il salotto non aveva che un sofà ricoperto di lana
verde, un tavolino rotondo nel mezzo con un vaso di fiori in cera sotto una
campana di vetro, e due antichi canterani dai piedi alti, colle maniglie di
ottone lucenti come oro. La camera da letto pareva quella di un frate; non
v'era che un piccolo canapè in ferro colle coperte e coi cuscini di un candore
virginale, un vecchio e largo armadio da biancheria, in un angolo un
portacatino di ferro con due grandi brocche bianche allato, e un minuscolo
specchio rotondo attaccato alla spagnoletta della finestra, presso la quale il
professore si radeva la barba. Due pantofole, ricamate in lana a colori
vistosi, attendevano sul tappeto, a fianco del letto: presso la finestra, sopra
un tavolino, entro un bacile di vetro, si vedevano i pettini e le scopette da
testa.
Bice notò
l'assenza di ogni immagine religiosa.
- Il
professore non ne ha mai voluto: - rispose Margherita.
Ma con
improvvisa fiducia nella fanciulla la condusse al letto e, sollevandone il
materasso, le mostrò un quadretto con una piccola madonna.
- Egli non lo
sa! - esclamò trionfalmente.
Poi diede
devotamente un bacio sulla immagine porgendola a Bice perchè facesse
altrettanto.
- Che fate
qui? - chiese de Nittis affacciandosi sulla porta appena Margherita aveva
rimesso a posto la madonnina, - Tu, Bice, dovresti piuttosto mostrare a
Margherita il tuo appartamento, che è veramente bello.
- Perchè voi
stesso mi avete suggerito quasi tutto.
- Il
professore, - intervenne Margherita, come vantando orgogliosamente un mobile
della casa, - sa tutto quello che vuole.
Bice si mise
a ridere, quantunque provasse in cuore una certa inquietudine di essere stata
sorpresa da lui nella sua camera.
Quel primo
giorno passò naturalmente senza lavorare. Bice curiosava su e giù per lo studio
interrogando e mutando spesso argomento per condurre insensibilmente de Nittis
a raccontare la propria vita. Ma questa era ben semplice: s'alzava alle otto,
faceva colazione fra le dieci e le undici, poi sulle due andava all'università,
anche quando non aveva lezione; pranzava sulle sei, passava un'ora al caffè
delle Scienze fra un crocchio di colleghi, e alle nove veniva dalla contessa
Ginevra per non rincasare che alle undici. A quell'ora le due donne erano già a
letto da un pezzo.
Lavorava
poco, almeno come diceva lui, che per lavoro intendeva solamente quello
consacrato alla sua opera "Storia di Dio". Adesso avrebbe
dovuto compiere quella prefazione alle musiche di Giorgi, ma il tema gli si
slargava al solito in uno studio di tutta l'arte e dell'anima moderna contro le
volgari affermazioni delle varie scuole positiviste. Accadeva spesso a De
Nittis come a molti ingegni pigri di pensatori, che nella fiamma del parlare
improvvisano i propri più squisiti capolavori, mentre nello scrivere il
pensiero sembra perdere in essi della prima luce, cristallizzandosi in uno
stile tutto di studio. Bice se ne accorse al ritratto di Giorgi, che egli aveva
quasi perduto fra l'esplicazioni di quelle stesse idee, dalle quali avrebbe
dovuto uscire, e che invece discorrendo gli si animava mirabilmente con tutte
le sfumature della fisonomia.
Ella si
offerse per copiare il manoscritto, perchè non potesse più rimutarlo.
- Davvero? Ne
parleremo: vogliamo uscire?
- Passeremo
dalla zia a dirle che resto qui a pranzo.
- Vado a
mutare d'abito.
Bice scappò
in cucina.
- Ah,
signorina! - esclamò Margherita, che lavorava anch'essa in grembiule bianco
intorno ad un dolce.
Ma la
fanciulla fu pronta a scongiurare la tempesta.
- Usciamo per
avvisare la zia. Ah la bella torta! - proruppe affettando l'ammirazione golosa
di una bambina; poi la scongiurò di non dir nulla al maestro, e fuggì
lasciandole entusiasmate della sua monelleria.
La zia
Ginevra non era in casa. Allora andarono ai giardini pubblici; la magnifica
giornata di sole aveva fatto uscire dalle case più gente del solito. Egli
abbigliato di nero, nella consueta eleganza, rasato, inguantato, colle carni
più fresche di quelle di Bice e un passo quasi da giovinotto, pareva superbo di
farle da cavaliere. Dovettero fermarsi a molte carrozze per scambiare saluti e
complimenti colle signore su quella loro passeggiata a piedi, ma, sebbene non
se ne fossero data l'intesa, tacquero sul pranzo, che li aspettava come un
epilogo anche più delizioso. Prima di tornare a casa, Bice volle però passare
sotto il portico del Pavaglione, in quell'ora gremito di tutti gli eleganti,
arrestandosi alla pasticceria di moda per affettare come una innamorata la
propria intimità con lui. Egli si manteneva sempre così amabile. Molte signore,
conoscendolo da un pezzo ed ammirandolo alla propria maniera, piuttosto per il
suo gusto aristocratico che per la vera profondità dell'ingegno, si strinsero
loro intorno in un cerchio di sorrisi, dentro i quali Bice si sentiva immergere
come in una luce spirituale. Qualcuna scherzò nel vederli così soli, maestro e
scolara, in isciopero.
Bice dovette
mangiare delle paste; a casa il pranzo fu una piccola festa. Siccome Margherita
aveva mutato abito per servirli, apparecchiando la tavola colle migliori
stoviglie, anch'egli rimase così vestito, mentre gli altri giorni pranzava in
veste da camera e in pantofole; ma invece di mostrarsi allegra, Bice
s'inteneriva in una malinconia piena di umiltà. Le sembrava di essere più amata
di quanto meritasse, occupando così di sè stessa tutta quella casa, da tanti
anni tranquilla e silenziosa come un eremo; la grossa Margherita vegliava su
lei come sopra una bambina, egli le usava tutte le più fini amabilità di un
cavaliere. Tristemente Bice si avvide di non avere più appetito.
- La
signorina non mangia, - esclamò Margherita, vedendola assaggiare appena un
fritto composto: - glielo avevo pur detto che il nostro pranzo non poteva
essere come il suo!
Bice sentì
nell'amarezza mal dissimulata del rimprovero il cordoglio di una umiliazione, e
istintivamente cercò come riparare a quella mancanza d'appetito. Quindi a certi
atti parendole d'indovinare che gli altri giorni Margherita pranzasse alla
tavola del professore per tenergli compagnia:
- Maestro, -
si volse improvvisamente, - perchè quest'oggi Margherita non mangia con noi?
Egli rimase
quasi imbarazzato di questa penetrazione della fanciulla.
- Mettetevi
dunque qui, Margherita, io sono al vostro posto, - Bice le disse con una voce
così buona, che l'altra capì di poter accettare.
- Allora vado
prima da Tonina.
Il pranzo
diventò più allegro, servito dalla cuoca, sebbene l'altra si alzasse sovente
per riparare qualche inavvertenza.
Come tutti
coloro che invecchiano, De Nittis era piuttosto goloso, ma quella sera fra Bice
e Margherita, nella intimità di quella saletta, ove pranzava da tanti anni in
silenzio leggendo il giornale per affrettare il volo del tempo, gli parve che
le pietanze fossero anche più squisite. Le due donne, beate della sua
contentezza, s'intendevano per servirlo vietandogli ogni attenzione verso di loro:
gli riempivano il piatto, il bicchiere, come ad un bambino, con quella grazia
femminile, che sa dare valore al più piccolo atto. Talvolta Margherita gli
diceva:
- Basta, le
farebbe male. Lei invece, signorina, dovrebbe mangiare ancora: alla sua età niente
dà fastidio.
- Non posso,
vedete come sono secca!
- Appunto, se
viene qui l'ingrasseremo, - ribattè col suo riso, che le faceva tremare tutta
la massa del seno.
Questa idea
li esilarò, diventavano sciocchi. I discorsi, intonati sull'intelligenza di Margherita,
avevano la bonomia confidente e volgare dei soliti argomenti domestici, le
spese di casa, i vicini, le piccole difficoltà di tutte le vite, quella serietà
anche delle piccole cose, alle quali Bice non aveva mai pensato nel lusso della
propria esistenza. Poi sulla fine del pranzo Margherita andò ella stessa a fare
il caffè, e tornò coi dolci e i rosoli. De Nittis, che aveva già acceso la
sigaretta, ne porse un'altra alla fanciulla, sorridendo nel vedere entrare
Tonina; la vecchia veniva a ricevere i complimenti. Sulla sua faccia, untuosa
per il sudore del fuoco, oscillò un bagliore di contentezza alle prime parole
di Bice: come tutto era andato bene! Margherita, malgrado la propria
pesantezza, si muoveva con insolita agilità; quindi De Nittis cadde in quel
leggero assopimento dei vecchi dopo il pasto, distese le gambe e si allungò
sulla sedia, con una mano appoggiata sulla tavola.
Bice fe' un
cenno a Margherita di camminare più piano. Non si ricordava in vita sua serata
più deliziosa, quantunque anche in casa della zia tutti le volessero bene; il
suo pensiero si adagiava nell'esistenza tranquilla di quell'uomo, così grande
nell'ingegno, e che aveva avuto la bontà di allevarla facendosi per tanti anni
piccolo come la sua anima di bambina. Egli era ancora solo al mondo, fra quelle
due vecchie, che lo adoravano senza capirlo. In quel momento il suo volto
riscaldato dal cibo aveva una freschezza rosea, che il candore dei capelli
sembrava rendere anche più viva, mentre qualche cosa di più mite sembrava essergli
calato sulla fronte di pensatore. La sua bella mano aveva lasciato cadere la
sigaretta spenta sulla tovaglia, e vi rimaneva in un abbandono pieno
d'eleganza.
Chi aveva
egli amato? Amava egli? Bice non ne aveva mai saputo nulla, ma era impossibile
che un uomo così bello fosse passato sconosciuto fra le donne; nullameno sulla
sua pura fisonomia di vecchio, ancora rorida di tutte le grazie giovanili, le
passioni non avevano lasciato traccia.
Margherita si
era seduta, adagio, presso Bice.
- Fa così
tutti i giorni, dorme per un quarto d'ora.
Parlarono di
lui. La vecchia s'inteneriva a certi particolari: Tonina era stata raccolta dal
professore quasi moribonda, dopo essere fuggita da casa propria per i cattivi
trattamenti, poi da quella del primo padrone, che sapendola malata voleva
mandarla all'ospedale. Siccome ella la conosceva, ne aveva parlato al
professore: Tonina non si era rimessa che dopo sei mesi, aveva un cuore d'oro.
- Ho dovuto
insegnarle tutto, ma è tanto obbediente!
A rovescio
dei vecchi celibi, che hanno quasi tutti il carattere bisbetico forse per la
mancanza di una famiglia e di bambini, De Nittis invece era sempre contento di
tutto.
- Gli avete
mai chiesto perchè non ha voluto prender moglie?
- Sì: egli
sorride senza rispondere. Adesso sarebbe troppo tardi.
Poi
Margherita le confessò i segreti di casa: non erano ricchi, ma siccome il
professore non aveva alcun vizio, con i seimila franchi di paga potevano vivere
benino. La maggior spesa per lui erano i libri: secondo Margherita vi dovevano
essere dei tesori nella sua biblioteca.
- Andremo
avanti così, purchè io muoia prima, - concluse. - Che cosa resteremmo a fare,
sole, io e Tonina, che non abbiamo più nessuno?
- Verrete con
me.
- Ah, signorina!
ella è tanto buona, me lo ha detto mille volte il professore, ma alla nostra
età non si può mutare più casa: è meglio morire.
De Nittis si destò.
- Ho dormito?
- chiese stirandosi lievemente; poi colto quasi da vergogna: - vedi, mia
piccola Bice, i vecchi! Addormentarsi a tavola, quando si ha per invitata la
prima signorina di Bologna....
- Potevate
dormire ancora invece di destarvi per questo cattivo complimento. Intanto noi
abbiamo parlato di voi; zitta, Margherita!
Ma De Nittis
non sapendo come far passare il tempo alla fanciulla, dichiarò che bisognava
ritornare dalla zia Ginevra. Sull'uscio, al momento dei saluti, Margherita
ripetè gl'inviti; anche Tonina era accorsa, ma stava semi-nascosta dietro il
battente.
- Torni a
pranzo, signorina, torni spesso, - l'altra ripeteva colla voce tremante: -
vedrà che l'ingrasseremo.
Per strada De
Nittis le diede il braccio. Passarono sotto i portici quasi deserti, con passo
lento, allegri tutti due di quella buona giornata: ella gli si abbandonava
dolcemente sulla spalla guardandolo tratto tratto, superba di sentirlo ancora
così vigoroso, e ascoltando la percossa del suo passo echeggiare nelle sonorità
delle volte e del pavimento. L'aria frizzante della notte batteva loro sul
viso. Ella aveva finito col mettere anche l'altra mano sul suo braccio, e
saltellava nelle disuguaglianze da portico a portico con certi scoppi di risa,
abbassando improvvisamente il capo, come sorpresa da un'intima tenerezza in
tale passeggiata notturna, fra quelle grandi ombre, che avrebbero permesso più
di un bacio, e quei subiti chiarori di fanali, che lasciavano tempo ad un
sorriso di mostrare tutte le sue carezze.
A casa la zia
Ginevra li sgridò di aver tanto tardato.
Nullameno
Bice seguitò ad andare spesso da lui col pretesto di copiare quella prefazione,
ma occupandosi invece con istinto femminile a rendergli più dolce la vita.
Infatti d'accordo con Margherita, e senza che egli potesse nemmeno sospettarlo,
riuscì a sostituire il suo vino di osteria col migliore delle proprie terre, e
a mandargli quasi tutte le mattine qualche primizia di ortaggio; poi gli riempì
i cassetti di altra biancheria, e al primo onomastico seppe fargli accettare
una magnifica veste da camera. Ma non osò alterare la semplicità, quasi povera,
dell'appartamento.
De Nittis non
vi aveva che pochi mobili da rigattiere.
Nell'abitudine
di un isolamento, contro il quale non aveva mai lottato, egli si era avvezzo da
tempo a quella povertà, preferendola al mezzo lusso borghese di molti suoi
colleghi. Una malinconia di abbandono lo rendeva ora più che indifferente a
quanto potesse ancora accadergli nella propria condizione di professore
scapolo, prossimo ad andare in pensione, e al di fuori di ogni partito
politico. Come la maggior parte di coloro, che sognarono la conquista del
mondo, egli aveva camminato povero e solo. Appena compiti gli studi,
accorgendosi che la vita era una battaglia, nella quale bisognava quasi sempre
uccidere per non essere ucciso, il suo primo pensiero fu di ritirarsi
sconosciuto in qualche bella campagna; ma questo sogno di tutte le anime troppo
delicate dovette vanire quasi subito dinanzi alle rudi necessità della vita.
Nullameno non lottò a lungo, e d'avvocato anelante all'arringo parlamentare si
mutò dopo un anno fra lo stupore degli amici in professore di filosofia,
esulando al solito in una Università isolana. Lo destinarono a Cagliari.
Colà,
sperduto fra un popolo barbaro, si formò nella preparazione di una gloria più
alta. Invece di comandare al parlamento volle regnare nella scienza con quella
ideale sovranità non concessa che a pochi, e per la quale bisogna quasi sempre
negarsi tutte le altre gioie della vita. Per dodici anni rimase quindi sepolto
fra i libri, assimilandosi tutto il pensiero moderno nel sogno di dargli una
nuova costituzione con uno di quegli sforzi sublimi, che pareggiano filosofi e
conquistatori in una eguale gloria di aver saputo organizzare intorno a sè
stessi per qualche tempo le cose o le idee. Quella vita claustrale lo abituò a
tutte le castità. Il suo disegno era stato una guerra contro la neonata teorica
darwiniana, nella quale stavano già per naufragare tutti i principi della
filosofia e la storia dell'umanità; ma quando ebbe imparato abbastanza le
scienze per contestarle anche molte affermazioni sperimentali, comprese che
tale guerra non avrebbe potuto conchiudere ad una vera conquista, e concepì
tutta una nuova filosofia della natura, entro la quale l'ipotesi della
mutabilità delle specie si sarebbe sommersa spontaneamente. Un'immensa
ambizione lo animava. Mentre l'Italia era risorta per opera dell'Europa, che le
ripagava così il beneficio di due civiltà, il genio italiano pareva tramontato:
Gioberti, l'ultimo filosofo, era morto; Manzoni, l'ultimo poeta, taceva. Un
silenzio di paura pesava sull'anima del popolo appena riaffacciatosi alla vita,
e già in preda alla disperazione di non potervi raggiungere coloro stessi, dai
quali vi era evocato. I dispregi fioccavano d'oltre Alpe e d'oltre mare sulla
rivoluzione incompiuta; la nuova monarchia era ancora vassalla di Francia, Roma
un feudo del Papa. In quegli anni così pieni di lotta e di gazzarra De Nittis
sognava solitario, coll'orgoglio dei novatori, un'altra rivoluzione del
pensiero italiano in Europa. Arte, scienze, filosofia, politica, religioni,
tutto era in subbuglio: la grande scuola hegeliana agonizzava, la nuova scuola
positivista era troppo superficiale per gettare radici; nell'arte il
romanticismo era consunto, nella politica al principio delle nazionalità, che
aveva creato i popoli, doveva succederne un altro, che riunisse l'umanità.
Che
importavano i dibattiti parlamentari dell'ora, poichè nessuno poteva più
esservi grande in un periodo, che Mazzini aveva aperto, Cavour guidato, e
Garibaldi chiudeva? Il rinnovamento bisognava farlo nel pensiero, o l'Italia
non vivrebbe malgrado il miracolo della sua resurrezione. In questa febbre egli
obliava di non essere oramai più giovane per non apprestare che materiali su
materiali al moderno edificio dello spirito italiano; ma come accade sempre a
chi si ripari nel pensiero dalla tormenta dell'azione, perchè il selvaggio
egoismo delle passioni l'offese nelle fibre delicate del temperamento, che la
volontà si stanca presto all'opera, mentre una eguale necessità di aspri
combattimenti lo persegue anche nella costruzione di un sistema ideale, egli
doveva soccombervi appunto per non sapere uscire dal vago delle meditazioni.
Tutti gl'imperi si fondano del pari su cadaveri di uomini o di idee: la stessa
precisione di sguardo è indispensabile al fondatore di un regno e al fondatore
di una teorica; una medesima spietata parzialità rende tirannico il loro impero
anche nel beneficio della grande opera. De Nittis invece, a forza di scorrere
ovunque col pensiero, aveva finito coll'accoglierne tutte le forme in una
specie di mistico scetticismo, forse più vasto di tutti i sistemi, ma colla
inutilità di tutti gli scetticismi dinanzi a quel supremo bisogno nella vita
del dover scegliere per agire.
Questa
rivelazione fu l'ultima battaglia per lui. Aveva già passato i quarant'anni,
quando ogni sogno radioso di gloria si spense improvvisamente nel suo spirito;
a che prò dunque studiare ancora? Nel primo impeto di tale tristezza pensò
persino di dimettersi da professore, ma siccome non aveva altri mezzi per
vivere, e tutto quanto sapeva non gli avrebbe a questo bastato, dovette
rinunziarvi. Poi era ancora solo, e non aveva mai amato.
In quella
solitudine studiosa aveva conosciuto appena cinque o sei donne, tutte non
abbastanza belle di corpo o di spirito per innamorarlo. La sua anima amava
troppo l'amore per non sentirsi ferita al contatto della inevitabile volgarità
femminile, quasi sempre incapace di sentire persino la bellezza, che nel suo
spirito brillava e cantava come uno di quei fuochi accesi da Dante nelle sfere
superiori del paradiso. Quindi il suo isolamento diventò un esilio più freddo
che nei conventi, ove la fede può talora mutare l'abito in insegna di guerra.
Sino all'ultimo trasloco nella università di Bologna aveva vissuto da studente
in camere ammobigliate, mangiando all'albergo, senza dimestichezza colle
padrone di casa, ed evitando a tavola le famigliarità dei soliti avventori
insignificanti o chiassosi. All'università disimpegnava svogliatamente le poche
lezioni di ogni anno fra l'indifferenza degli scolari, cui quello studio non poteva
essere preparazione ad un mestiere; s'insegna forse filosofia a giovani
sforniti d'ingegno ed inconsapevoli della vita, mentre il genio stesso deve
restare solitario sino all'ora della rivelazione, e perirvi per quella legge
simboleggiata dal cristianesimo, che solo dalla morte balenano le verità
trascendenti? Poi la signorilità severa delle sue abitudini, facendo credere
all'albagia di uno spirito preoccupato dalla propria importanza, sebbene
nessuna opera l'avesse ancora significata, lo rendeva poco amato in quella
carriera professorale, forse la più aspra alla vanità per la sua stessa
elevatezza.
Quando la
natura, stanca in lui di quella tensione spirituale, riprendeva per qualche ora
il sopravvento soffiandogli nel sangue gli aromi dei fiori, egli s'abbandonava
improvvisamente alla prima donna, magari non bella, per soffocare in una
violenta prostrazione il cordoglio vedovile del proprio cuore. Ma erano rade
soste, dalle quali si rialzava con una lunga amarezza nell'anima, quantunque
nessuna fede religiosa gli vietasse quelle effimere soddisfazioni della carne.
Come avevano dunque potuto amare i grandi poeti? Con quale potenza
trasformavano le donne volgari dei loro amori nei fantasmi divini della loro
arte? E in quella solitudine, appena illuminata dagli ultimi simboli della
gloria, qualche volta si diceva di aver sbagliato nella rinuncia alla vita
degli altri uomini, giacchè tutti i grandi davvero l'avevano percorsa cogli
umili, assoggettandosi alle più basse funzioni per impararne forse così i supremi
segreti.
Quindi da
Cagliari senza chiederlo, mentre tutti i suoi colleghi sì agitavano ogni anno
per uscirne, fu mandato a Firenze. La bella città, febbricitante allora in
quella vita effimera di capitale, radunava nella propria piccola cerchia tutto il
fiore d'Italia: egli già scorato di sè medesimo vi conobbe nelle sale della
contessa Ginevra quasi tutte le celebrità del momento, sorridendo del trovarle
così piccole. Anche la gloria vista da vicino diventava una ressa di vanità
momentanee, nella quale si perdeva la voce dominatrice dei pochi grandi; appena
qualche loro atto, incompreso o male interpretato, li scopriva un istante per
lasciarli ricadere fra la folla e come la folla insignificanti2. De
Nittis trovò finalmente nella contessa Ginevra la donna. Ma adorando colla
dedizione delle grandi anime l'insigne statista, che allora si esauriva in
un'estrema lotta, ella non si accorse di questo ultimo innamorato. La contessa
Ginevra, abbastanza bella ancora per contentare la finezza del suo gusto
artistico, conservava nello spirito potentemente educato tutta quella
inesplicabile dolcezza femminile, alla quale i cuori affranti da una troppo
lunga lotta anelano come ad un riposo. Quindi soffocando con un'ultima stretta
spasmodica della volontà questo tardo ideale, egli giovò del proprio ingegno,
senza che alcuno potesse mai supporne il sacrificio, l'uomo a lui così
inferiore, e nullameno abbastanza potente per far vibrare tuttavia il cuore di
tutta Italia.
Poi la
contessa Ginevra, vedova del marito e dell'amante, tornò a Bologna, e per la
prima volta anch'egli chiese al ministero di esservi traslocato.
A Bologna
compose definitivamente la propria vita. Egli stesso fu sorpreso dalla calma,
colla quale rinunciava ad ogni avvenire, mentre i capelli gli si cominciavano
appena a brizzolare, e nel largo ingegno tanta folla di idee si agitavano
ancora intorno al monumento incompiuto della sua giovinezza. Da un collega
morto ereditò Margherita come governante, poi capitò anche Tonina; mise casa e
ne cedette loro il governo colla facile contentezza degli scapoli, che non ne
veggono se non le noie.
Ma se fuori
pareva freddo, in casa diventava malinconico. Per lungo tempo accarezzò il
proposito di un giornale come quello di Amiel, il triste filosofo ginevrino, al
pari di lui vissuto sul margine della gloria, e che la morte aveva finalmente
rivelato alla crudele disattenzione dei contemporanei. Ma questa fama, che gli
verrebbe dal testamento del suo spirito, gli parve troppo amara: perchè
lasciare sul libro di bordo poche frasi, che potessero ricordarlo ad altri
viaggiatori? Era egli così piccolo da non poter essere osservato che per un
grido strappatogli dalla fuggente bellezza di un paesaggio, o da una
riflessione suggeritagli misteriosamente in quelle lunghe noie del mare, che
vincono l'attiva giocondità dì tutti i passeggieri? Come lui, Amiel era stato
un malato dell'ideale, e il suo ingegno grande ma delicato aveva dovuto
soccombere nella passione del capolavoro senza accorgersi di scriverlo in quel
giornale, ove sfogava il dolore della propria impotenza. Questa suprema ironia
del destino rivoltava in De Nittis tutta l'altera franchezza della sua
personalità: o lasciare un monumento o sparire come quegli insetti, che danzano
un istante nel sole, e dei quali nemmeno la scienza potè ancora sorprendere la
nascita o la morte.
Il primo anno
a Bologna lo passò in ozio.
Malgrado il
rumore destato da alcune sue lezioni, seppe evitare quella gloria provinciale
dei mediocri, nella quale s'impantanano quasi tutti i professori d'università;
ma poi una stima vaga ed affettuosa gli venne crescendo d'intorno, finchè un
bel giorno qualcuno lo proclamò la testa più forte dell'ateneo. Carducci,
l'illustre poeta, ebbe per lui uno di quei rari encomi, che hanno fatto in
Italia parecchie riputazioni; poi si seppe che stava scrivendo la Storia di
Dio.
A chi l'aveva
egli detto pel primo?
Forse non se
ne ricordava più, ma questa idea gli si era lentamente, mutamente, imposta come
ad uno di quei grandi filosofi medioevali, che pensavano il pensiero di Dio,
mentre intorno a loro ruggiva la più feroce bufera d'ignoranze e di guerre.
Solo in una esistenza come la sua, tale immensa opera sarebbe stata possibile.
Al di fuori
di ogni partito e al disopra di ogni polemica, egli potè quindi concepirne il
primo disegno senza alcuna di quelle riserve, che la vita impone quasi sempre a
tutti gli autori. Credeva egli nel Dio adorato da tutti i popoli, gigantesca
personalità, che creava improvvisamente l'universo gettandovi l'uomo per fargli
eseguire una misteriosa missione? Il libro lo avrebbe provato. Da un esame
profondo ed universale di tutte le forme, nelle quali Dio era stato concepito,
dalle vicissitudini della sua alleanza coll'uomo tante volte rotta ed
altrettante riannodata, dai dogmi delle religioni salienti l'una dall'altra
come gradi di una scalea e la cui cima si perdeva nell'azzurro fra i baci del
vento e gli schiaffi delle folgori, dalle testimonianze della coscienza
popolare per ogni epoca e e per ogni regione, doveva uscire il segreto di questa
parola, la più grande che l'uomo avesse ancora pronunziato. Dio era? Come
sarebbe l'uomo con lui? De Nittis allontanava per il momento queste ultime
domande per rimettersi sulle prime traccie dell'umanità. L'anima vergine del
selvaggio, sopravvissuta sino a noi nella preistoria, gli rivelava i primissimi
culti, come uno sguardo gettato nell'infinito e ritrattone istantaneamente
quasi dall'orlo terrorizzante di un abisso. La vita umana era tutta involta in
tale verbo, e non si rivelava a sè stessa che apprendendo a sillabarlo: Dio era
nel vagito dei bambini e nel rantolo dei morenti, nell'urlo dei popoli e nel
grido solitario degli abbandonati; il suo terrore dominava quello delle guerre,
il suo sorriso ravvivava la speranza di tutte le paci; era negli spettacoli
della natura, che solo la sua collera poteva aver sconvolto; raggiava sulle
cime del pensiero che innalzandosi era costretto a cercarlo; e mentre le stelle
roteavano ubbidienti nell'azzurro come bighe lanciate ad una corsa, e il mare
si ripiegava nella propria ira dinanzi ad un confine misteriosamente
assegnatogli, gli uccelli salendo nel cielo ebbri d'amore cantavano verso di
lui gl'inni di quella fede, che si era già creata dei templi e dei dogmi
egualmente imperituri.
Nella storia
di Dio passavano naturalmente tutte le altre, giacchè le religioni erano al
tempo stesso un poema ed un codice, nel quale ogni popolo per lunghissimi
secoli vi aveva accolto con sè stesso quanto gli era riuscito di prendere alla
natura. Dio aveva assunto tutti gli aspetti più atroci e più soavi; era uscito
rosso e fumigante dai vulcani, era apparso spumante ed evanescente sul mare,
era passato tuonando pel cielo; poi sbucando dai misteri dei boschi aveva
ruggito come le fiere, e come queste reclamato il sangue dei piccoli, di coloro
che colle fiere non avrebbero potuto lottare; aveva amalgamato in sè stesso
tutte le potenze della fauna per diventare nel drago un mostro egualmente
capace di trionfare sulla terra, nelle acque e pel cielo. Ma in tutte queste
metamorfosi, fra preghiere deliranti di fede o di paura, egli non era che il
segreto della vita, entro la quale gli uomini passavano, e sulla quale aveva
sempre pesato come una significazione dell'infinito. La nostra esistenza era
stata in lui e per lui, i nostri morti erano tramontati nel suo arcano, la
nostra morte era appunto il suo stesso mistero.
Ma l'uomo,
emancipandosi colla scienza dalla natura, ne aveva emancipato anche Dio per
incominciare con lui quel dibattito, che forse non finirebbe se non alla morte
di entrambi. Mosè era il primo uomo, che avesse parlato faccia a faccia con
Dio: prima nè la persona umana, nè quella divina erano ancora abbastanza
indipendenti, e in ogni mito la creazione involgeva egualmente creatura e
creatore. Con Mosè invece la natura non offriva più che la scena pel dialogo
dei due grandi attori. Senonchè la disputa era salita di tono, scoppiando in
minaccie reciproche: il pensiero umano imponeva al pensiero divino di rivelarsi
per essere adorato. La critica di Giobbe, contro cui Dio aveva indarno
ingrossato la voce, era diventata metodo contro tutte le rivelazioni divine,
pur soccombendo al problema umano, nel quale il dolore restava inesplicabile ed
inguaribile. La filosofia greca aveva già risolto Dio in un puro spirito,
quando nella terra di Mosè, quasi a protesta contro questa vittoria della
persona umana sull'impersonalità divina, un'altra rivelazione, la più
importante fra tutte, umanizzava nuovamente Dio, facendolo morire volontario
sulla croce. Dal Dio, che violentava Giobbe il giusto, al nuovo, che perdonava
ai propri assassini, quale distanza! Era Dio disceso sino all'uomo, o l'uomo
salito sino a Dio? Comunque fosse, l'uomo aveva vinto, se Dio era stato
costretto a ottenere da lui la fede col sacrificio di sè medesimo.
Nell'immenso
panorama storico di Roma, Cristo appariva una figura senza tempo: la sua vita e
la sua morte malgrado la volgarità dei particolari sfuggivano ad ogni misura;
la guerra della sua nuova religione passata di vittoria in vittoria riempiva
adesso quasi tutto il mondo sino ai confini di quella barbarie, che da secoli
vi sopravvive attendendo di essere distrutta. Con Cristo la disputa fra uomo e
Dio pareva finita, dal momento che questo patendo tutti i dolori ne aveva tolto
ogni ingiustizia. Ciò che un Dio aveva patito, perchè un uomo ricuserebbe di
soffrirlo? Ma perchè Dio aveva dovuto soffrirlo? E mentre nella storia,
ubbidiente ai suoi ordini, la rivelazione era mantenuta costante dalla Chiesa,
e i santi alimentavano la fiamma della fede vincendo tutti i mali colla
predilezione stessa del dolore, il pensiero umano ripiegato come Giobbe sopra
sè medesimo sorrideva di Dio, che per colpa dell'uomo era stato anch'egli
costretto a soffrire e a morire. Una incredulità trionfante di ogni dolore e di
ogni consolazione si levava dal fondo dei cuori; la scienza accettando la sfida
lanciata da Dio a Giobbe scandagliava tutti gli abissi, trovava altre prode
oltre gli oceani, altri soli oltre gli astri vantati dalla Bibbia; poi di epoca
in epoca risaliva tutto il passato della nostra terra sino a quel tempo senza
giorni, quando l'uomo non esisteva,lo sorpassava, e ricostruendo la storia di
questo piccolo pianeta, nel quale 1'uomo non era che un ultimo incidente, si
domandava come Dio, disceso a morirvi per lui, avesse potuto riconoscerlo per
centro ideale di tutto l'universo.
Ma l'umanità,
misteriosa anch'essa nella propria marcia, abbinava le correnti della
incredulità e della fede piegandole a descrivere un'orbita sempre più larga
intorno al proprio pensiero. Le religioni, divorandosi a vicenda,
s'incorporavano in un poema senza fine, cui i poeti ricamavano le liriche e i
popoli davano colla sonorità della loro voce un accento ineffabile, mentre i
templi crescevano di magnificenza e di numero, e quasi tutti i pensatori
rientravano vecchi e stanchi nella chiesa per piegare la fronte sui gradini
dell'altare, dal quale il loro spirito era partito temerariamente alla ricerca
di Dio.
Dio era?
L'umanità lo affermava e lo negava nel medesimo istante.
De Nittis
aveva pensato l'immensa opera in quattro volumi, sapendo che forse non
arriverebbe a finirla, ma con questa fatica dinanzi l'isolamento della
vecchiaia non lo atterriva più: Dio gli terrebbe compagnia. Lo troverebbe egli
in fondo alla storia dell'umanità, nell'ultimo giorno della propria vita?
Qualche volta il suo pensiero sorrideva con un dolce sorriso di bambino, che
guarda dal petto della balia il mondo all'intorno.
Il suo
temperamento mite, in quello studio imparziale del più grande problema umano,
aveva finito collo spogliarsi delle ultime passioni per giudicarle colla
indulgenza leggermente ironica e caritatevole di certe parabole evangeliche.
Una volta in
villa accompagnò la contessa Ginevra a messa.
- Come!
venite anche voi? - ella chiese meravigliata.
- In
campagna. Questi contadini soffrirebbero troppo, vedendomi restare sul sagrato
ad attendervi. Perchè offendere la loro fede, quando non potremmo dar loro
nemmeno le poche risorse dell'incredulità?
- Mio caro
filosofo, finirete anche voi col convertirvi.
De Nittis,
che aveva la piccola Bice per mano, si era arrestato.
- Accetto
l'augurio: da Hegel a Balzac, da Darwin a Hugo, da Mazzini a Bismark nessuna
delle guide moderne è uscita dalla religione: Zola sta forse per rientrarvi,
Tolstoi vi predica come un missionario.
- Allora ne
convenite?
- Aspetto
come la piccola Bice.
- Vi farò
convertire da lei.
Ma siccome
erano già presso la porta, e i contadini li guardavano rispettosamente col
cappello in mano, tacquero.
De Nittis in
quegli anni si era rimesso allo studio delle lingue orientali, perchè solo
dalla filologia potevano uscire le profonde verità della storia religiosa.
Nessuna rivelazione infatti sarà mai più sincera che quella stessa della
balbuzie nella primissima infanzia umana, quando dinanzi alla novità della vita
lo spirito ne ripeteva inconsciamente le leggi nel proprio linguaggio. Ma
rifacendo la storia di tutte le religioni ogni altra storia veniva cangiata:
quanti errori accumulati dalla erudizione, quante false prospettive nel passato
dello spirito umano! Nulla era più vero delle religioni, perchè l'anima non
mente mai a sè medesima davanti all'infinito, e nulla forse più ignorato della
loro vita millenaria, attraverso la rapida vicenda delle generazioni.
Quindi
all'uscire dalle lunghe meditazioni su qualche problema religioso, la sua più
viva compiacenza era una conversazione con Bice nel salotto della contessa
Ginevra.
Tutta la sua
insoddisfatta tenerezza di amante si riversava allora sulla piccina coi
medesimi impeti di dedizione, che sono la migliore ricompensa della maternità,
quando nella donna una falsa educazione o una più falsa vita non hanno
soffocato la natura femminile. E la piccola Bice amava lui più d'ogni altro per
quell'istinto sicuro dei bambini nella scelta degli affetti, che li circondano.
Se il dottor Ambrosi infatti colla sua bruscheria brontolona era quasi il
padre, cui ubbidiva talvolta a malincuore per una soggezione misteriosa della
sua forza, De Nittis poteva ben essere la mamma con quel bel viso roseo, fresco
sotto i capelli bianchi, e la voce dolce come una carezza. Bice cresciuta
nell'ombra del suo pensiero, indovinandolo alla musica delle parole prima
ancora che il povero Giorgi coll'iniziarla alla più sacra delle arti gliene
insegnasse il segreto, nel dividere fra quegli amici il proprio cuore ne aveva
riservato il fondo a De Nittis. Egli solo l'aveva sempre compresa anche nelle
crisi più silenziose della giovinezza, quando il loro mistero era stato più
volte per sommergerla in una melanconia piena di terrori.
Laonde dopo
quella rottura col tenente Lamberto, nel nuovo vuoto fattosele intorno, ella si
era naturalmente ristretta col vecchio maestro quasi a pagargli il grande
debito di gratitudine, che le pesava sulla vita, occupandosi ora della sua.
Cosi quella mattina che la contessa Ginevra, reiteratamente invitata a Roma
dalla principessa d'Ornano per le feste di Pasqua, si mostrò malgrado la
pigrizia invadente degli anni disposta ad andarvi, Bice disse impetuosamente a
De Nittis:
- Maestro,
venite anche voi.
Alla contessa
Ginevra questa sarebbe parsa una fortuna forse sufficiente a deciderla; egli
titubava.
- Mi avete
pure promesso mille volte di mostrarmi Roma!
- Oramai puoi
vederla da te.
- Non verrete
nemmeno se ve ne prego?
- Lamberto è
a Roma, - ribattè con dolce ironia.
Ma la
fanciulla ebbe uno scatto.
- Dopo questa
cattiva parola dovrete venire per punizione, - rispose venendo ad appoggiarsi
sulla spalliera della sua poltrona con tutta la grazia, di cui era capace.
La prima
settimana a Roma era stata un idillio artistico. Lasciando la zia Ginevra a
parlare del passato colla vecchia amica, essi s'alzavano di buon mattino e non
tornavano che a notte, stanchi e felici di una giornata, nella quale avevano
percorso meravigliose distanze attraverso i capolavori delle varie civiltà. Il
tempo era florido, il sole ardente di maggio incoronava la divina città delle
proprie fiamme più pure. De Nittis si sentiva ritornare giovane in quelle
lunghe passeggiate, che gli accendevano le guancie, bagnandole come di un sudore
refrigerante; quindi si fermavano un po' dappertutto, a colazione o a pranzo,
preferendo i luoghi più modesti, come uno studente o una crestaina partiti in
festa a un mattino di primavera. Ella pure si animava. Sotto il pallore cereo
del viso il sangue correva più caldo nelle sue piccole vene azzurrine, mentre
dagli occhi e dalla voce stessa, sempre velata, le vibrava tratto tratto una
allegria provocatrice. Bice non aveva mai vissuto tanto. Quella vita, all'aria,
al sole, fra il vento polveroso delle strade, andando alla ventura con un abito
succinto, gli stivalini gialli, un binoccolo ad armacollo, sospesa al braccio
di De Nittis, che se la traeva violentemente contro il petto al menomo pericolo
di un urto; quelle colazioni, quei pranzi furtivi nel segreto di una amicizia,
che per diventare amore non aveva bisogno che di esaminarsi meglio, le
eccitavano tutti i nervi. De Nittis l'osservava sorridendo. Non era più la Bice
solita, ancora tanto poco persuasa di vivere, che assisteva alla vita quasi
come ad uno spettacolo: il suo passo era mutato, camminava a testa alta,
guardando tutte le donne, che incontravano, per coglierne a volo i difetti con
una satira saltellante e sonora.
Qualche volta
egli arrischiava uno scherzo giovanile, ella rispondeva sul medesimo tono,
sorridevano, ridevano, finchè qualche cosa li arrestava bruscamente, sorpresi
di tale intimità; poi gli scherzi proseguivano nei musei, dinanzi ai monumenti,
quasi la loro gaiezza primaverile avesse bisogno di scrollare tutti i gioghi,
anche quello dell'ingegno. Sembrava che volessero vivere, niente altro che
vivere in quell'incanto del maggio, ai soffi della sua giovinezza immortale.
Una mattina
videro Lamberto a cavallo, solo, presso porta San Giovanni. Egli occupato a far
caracollare un magnifico sauro non li scorse, ma parve loro diventato anche più
bello; la sua elegante figura si manteneva sulla sella in una compostezza
ammirabile, pareva fuso col cavallo, che cercava d'inalberarsi, finchè d'un
balzo, a redini lente, partì di un galoppo vertiginoso.
- Bel
cavaliere! - esclamò De Nittis, mentre Lamberto scompariva alla svolta della
strada.
- Veramente
bello.
- E puoi
dirlo così indifferentemente!
- Il centauro
non è forse più bello? Lo sapete pure, maestro, che Lamberto non amerà mai che
sè stesso.
Due giorni
dopo, verso le cinque pomeridiane, entravano in San Pietro. Ma Bice aveva
voluto prima visitare l'ospedale dei pazzi alla Lungara, del quale i giardini
si stendono voluttuosamente sul colle, ricevendone malgrado la gioconda
bellezza del luogo una lugubre impressione. Le era sembrato che quegli infelici
avessero tutti sul viso un'espressione di terrore indefinibile. Infatti i loro
occhi e le loro bocche rimaste come contratte nello spasimo de la tempesta,
nella quale era naufragata la loro ragione, avevano perduto il sorriso.
Solamente gl'idioti apparivano sereni, ma anche quella loro serenità animale
era involta di un'ombra, che non offusca mai le fronti del bue o del cavallo.
Bice non
aveva parlato durante la lunga visita.
Quando
uscirono finalmente dal gran portone, parve loro di respirare meglio, ella
camminava a testa bassa.
- Ti senti
male?
- Non avrei
immaginato di provare una così angosciosa impressione. Tutto il resto dei mali
possono essere una espiazione delle nostre colpe: Dio vorrà così nella sua
misericordia per evitarci forse un più tremendo castigo, ma la pazzia.... è un
mistero inconcepibile.
De Nittis si
volse quasi con ammirazione: la fanciulla nella dolorante bontà del proprio
cuore aveva sentito subito la più atroce antitesi del problema.
- Perchè si
diventa pazzi? - ella gli chiese poco dopo nervosamente.
- Non lo si
diventa, lo si resta. La follia come l'errore è una sosta inevitabile nel
processo, col quale la nostra logica ricostruisce il mondo delle cose colle
sensazioni stesse che ne riceve; nell'errore lo spirito è ingannato dalle
apparenze, nella follia s'inganna sovra di esse per non saperle mantenere nella
loro serie. Vedi, Bice; la follia ricomincia periodicamente nel sonno coi
romanzi che vi combiniamo forzatamente e nei quali viviamo con sì intensa
sensibilità: prorompe ad ogni passione che ci soverchia, si ripete ad ogni
memoria che ci disordina. Nella follia la ragione non è morta ma prigioniera.
- Troppo
alto, troppo alto! - esclamò Bice, che si sentiva opprimere da un nuovo peso.
Quando
traversarono la piazza di San Pietro, il sole era ancora vivido; pochi
fiaccheri vi sembravano fermi come barche in un lago silenzioso malgrado
l'enorme getto spumeggiante delle due fontane dinanzi alla enorme facciata.
- Entriamo, -
disse Bice.
Girarono un
pezzo pel tempio a braccetto, fermandosi tratto tratto ai monumenti. Era vuoto
ed immenso. Pochi altri visitatori vi erravano, destando strane sonorità colla
battuta dei passi, e sparivano nell'ombra dietro i massicci pilastri; le
colonne torse e dorate della Confessione luccicavano, laggiù, ad un raggio
spiovente da un finestrone della cupola. De Nittis col cappello nella destra, e
Bice sospesa al braccio sinistro, camminava come dentro a un museo; ella era
tutta meravigliata di non provare alcuna emozione religiosa. Glielo disse.
- Credevi
forse di entrare nel tuo bel San Petronio! Questo non è che un tempio
cattolico, dal quale Dio è assente, perchè venne innalzato solo per la
glorificazione della sua chiesa. Guardane l'architettura freddamente classica e
le decorazioni posteriori. I mattoni spiegano la sua vastità colla
insignificanza del loro costo; ogni cappella è un tempio a parte, ogni
monumento vi rimane straniero a tutti gli altri. Dio dovrebb'essere sotto quel
baldacchino di bronzo, così odiosamente rabescato e dorato, poichè davanti
all'altare, che s'inabissa sotto le sue colonne, prega il Rezzonico.
Decorazione, null'altro che decorazione! San Pietro è stato concepito troppo
tardi, quando le arti per ritornare belle ripassavano pel paganesimo, e il
pensiero per afferrare nuove verità usciva dal vangelo. Nullameno questa massa
è gloriosa; il cattolicismo ha affermato con essa la propria universalità al
momento stesso che il protestantesimo vittorioso la negava.
Poi De Nittis
le fece notare la goffaggine della cattedra sostenuta dai quattro Evangelisti
nelle pose più teatrali, e a sinistra il monumento di Della Porta, serenamente
impudico, di un candore ambrato nelle carni palpitanti.
- Quale è
dunque il vero tempio cristiano?
- Quello di
Assisi. Prega, se puoi, qui.
- Eppure
questa è la chiesa, che appare nelle orazioni a tutti i fedeli sparsi nel
mondo.
- Essi la
veggono nella fantasia ben diversamente.
Poi anch'egli
tacque.
Improvvisamente
udirono un suono di organo lontano, dentro a qualche cappella. L'ombra sbucava
dalle profondità del tempio salendo sotto le sue vôlte come un vapore.
Camminarono ancora: ogni tanto torri di legno ed immense scale li obbligavano a
girare al largo da un pilastro, che i sampetrini in camiciotto da lavoro,
chiamandosi ad alta voce come in piazza, restauravano; le cappelle
indietreggiavano negli spaccati dei muri, dietro le balaustre di ferro o di
marmo, già sommerse nelle tenebre e nel silenzio. Molti monumenti si
discernevano appena.
- Sei stanca!
- le chiese cercando indarno cogli occhi una panca.
Infatti Bice
si appoggiava sempre più al suo braccio.
- Qui, - le
disse, fermandosi per farla sedere sulla base di un pilastro.
Era rimasto
in piedi dinanzi a lei, poi anch'egli le sedette vicino. Avrebbero potuto
credersi nel mezzo di una foresta all'ora del tramonto; qualche voce remota
giungeva loro come dal di fuori, l'ombra crescente sembrava raffreddare l'aria.
E a poco a
poco quella solennità, cui le tenebre della notte stavano per dare un'altra
grandezza di mistero, li vinse. Sebbene non fossero entrati che da un'ora, e ne
dovesse mancare più di un'altra all'ave maria, pareva già molto tardi.
De Nittis
fece atto di alzarsi.
- Piangi!
Ella si mise
le mani sugli occhi.
- Perchè? -
domandò ansiosamente tentando di staccarle le mani dal volto.
Ella cedette:
nell'ombra i suoi occhi umidi gettarono un bagliore.
Ma sotto il
suo sguardo egli stesso si turbò. Bice lo interrogava con una fissazione
insistente, poscia chiuse gli occhi abbandonando nuovamente il capo sul muro.
Così vestita di bianco, in quell'ombra, sul bianco incerto del pilastro, poteva
sembrare una statua sepolcrale; De Nittis n'ebbe una vaga impressione, ma
dinanzi alla rivelazione inaspettata di quel dolore tutta la sua prontezza di
analisi venne meno. Una emozione indefinibile gli strinse il cuore.
- Ma che hai?
Andiamo a casa: quest'ombra e questo freddo ti fanno male.
- Avete
ragione, - ella sospirò senza muoversi.
Allora
spaventato dal pericolo di una qualche crisi nervosa, le passò un braccio
dietro la cintura, e se la strinse leggermente contro: aveva posato il cappello
a cilindro sul pavimento, spiandosi sospettosamente intorno.
Ella tornò a
guardarlo colla stessa interrogazione muta ed ardente.
- Hai freddo?
- Sì.
- Vieni.
Perchè non rispondi?
- Siete voi
che non volete rispondere.
Erano rimasti
come abbracciati. Egli la sentiva tratto tratto vibrare sotto la pressione del
suo braccio, mentre i singhiozzi le facevano groppo alla gola.
- Ebbene! -
proruppe alzandosi bruscamente nella paura che una convulsione potesse
sorprenderla: - verrai con me, te lo ordino.
Ella si alzò
obbediente e gli riprese il braccio senza però camminare.
- Perchè sei
così?
- Perchè vi
amo.
De Nittis
sentì il soffio di questa parola passargli sul volto come una fiamma.
L'emozione di prima lo riprese più subitanea e violenta, lasciandolo quasi
senza forze di fronte a lei: ma siccome tardava a rispondere, Bice chiese:
- Mi
perdonate?
- Andiamo, -
ribattè.
Quindi si
rimise distrattamente il cappello, quasi fossero già fuori del tempio.
Bice lo seguì
a stento, premendosi colla mano libera le labbra per soffocare i singhiozzi
così che egli dovette arrestarsi da capo. Il suo volto si era alterato, giacchè
quei pochi istanti gli erano bastati per ricapitolare tutto il passato di Bice
e indovinare il mistero di quella passione.
- Non
piangete dunque, Bice, - le disse con voce commossa.
-
Rispondetemi.
- M'avete
fatto entrare qui apposta?
- Sì, è stata
una luce improvvisa: ho sentito che dovevo dirvelo oggi.
- Povera
fanciulla! È tardi.
- Anche voi
mi ricusate?
- No, Bice:
sono io che mi ricuso. Il tuo cuore t'inganna; io sono il tuo padrino, la più
profonda, la più pura affezione della tua vita.
Ella non
piangeva più; la sua faccia esprimeva un dolore così acuto che l'altro n'ebbe
ancora paura.
- Ti senti
male?
Bice ebbe un
gesto sprezzante, come se nemmeno la morte potesse più interessarla; poi
mormorò con voce straziante:
- Anche per
voi sono troppo brutta?
Erano nel
vano di due pilastri. De Nittis, agitato da quella scena, nella quale potevano
essere sorpresi, fece ancora qualche passo fermandosi davanti all'altro
pilastro; si accorgeva della risoluzione di Bice a volere da lui una risposta
definitiva, e ne provava nell'anima un trepido compiacimento.
Bice gli alzò
gli occhi in viso.
- Voi siete
solo come me. Mi avete allevata voi, perchè la solitudine vi faceva paura, e mi
avete dato la vostra anima. Io vi amo così.
- Ma io non
posso essere più nulla, Bice mia!
Ella trovò un
sorriso trionfante:
- Non sono io
più debole di voi?
Però De
Nittis non era persuaso: quella scena inattesa gli aveva tolto tutto lo
spirito; Bice inorgoglì sentendolo così scomposto dinanzi a quella sua
affermazione di donna. La passione le dava il sopravvento.
- Non vi
amerei se non mi amaste. Bisognava lasciarmi morire allora, se dovevate tutti
abbandonarmi sola in un mondo, che potrebbe appena accettare la mia dote, e al
quale non potrei mai mostrare la mia anima. Mi amate, non è vero?
- Ti ho
sempre amata.
- Siate tutto
per me.
Ella attese
colla fronte dritta, già sicura della vittoria; gli aveva lasciato il braccio,
standogli dinanzi per sbarrargli il passo, e guardandolo alta sulle stesse
cime, dalle quali egli l'aveva sempre dominata. Ma in quella penombra la faccia
di De Nittis, divenuta più pallida sotto i capelli bianchi, s'illuminò di un
triste sorriso.
- Maestro! -
ella proruppe per affrettargli la risposta.
- Il tuo
maestro, null'altro.
Ella
indietreggiò traballando; poi con uno sforzo supremo si avviò davanti a lui per
uscire.
- Prendi il
mio braccio.
- Che
v'importa dal momento che non mi amate?
- Ingrata,
che tenti d'ingannare te stessa!
- Non siete
voi solamente il mio maestro? I maestri non amano più, quando l'educazione
degli scolari è finita.
Una collera
dolorosa scrollava la fanciulla.
- Non mi
vorrai più nemmeno per maestro?
- Non
irridete, - ella scoppiò senza piangere: - voi solo non ne avete il diritto.
Egli la fermò:
- Bice,
lascia ch'io ti ami come ti ho sempre amata.
- No.
Erano presso
il tamburo della porta: egli ne alzò colla spalla il pesante tendone, perchè
ella vi passasse nella fessura. All'aria aperta De Nittis rimase tristemente
impressionato della profonda, improvvisa alterazione in tutta la fisonomia di
Bice, tremando di leggervi un sinistro prognostico. Il suo cuore si ammollì:
quindi le offerse nuovamente il braccio per discendere la gradinata, ma ella
ricusò ancora e si diresse verso un fiacre vicino alla colossale statua di San
Pietro.
- Piazza Tor
Sanguigna, palazzo Altemps, - ordinò con voce rotta al cocchiere.
Lungo la via
non parlarono.
Al portone
scese prima di lui, e senza rivolgersi sparì per l'atrio, su per le scale. Egli
la seguì, la contessa Ginevra non era in casa: rimase nel salotto ad aspettare,
poi una cameriera gli disse che Bice si era posta a letto, ordinando di
chiudere tutte le finestre e di lasciarla tranquilla.
- Era un po'
pallida, si sarà stancata, - aggiunse con indifferenza la vecchia cameriera
della principessa d'Ornano.
De Nittis se
ne andò senza aver visto la contessa Ginevra.
L'indomani
alle undici si presentava ancora al palazzo Altemps; la contessa Ginevra era
già uscita in visite, ma Bice lo attendeva. Era più bianca, cogli occhi
cerchiati di nero, pesti da una notte d'insonnia; un pallore opaco le dava
un'aria dolente di ammalata.
Rimasero
entrambi imbarazzati, poi De Nittis per rompere il ghiaccio le disse con
affettata disinvoltura:
- Oggi
avevamo stabilito di visitare il museo Borghese.
- A che
scopo? - ella rispose con voce mesta.
Ma egli, che
voleva dimenticare assolutamente la scena di ieri, finse di sorridere.
- Andate a
mettervi il cappellino: avete già fatto colazione o la faremo fuori? Io ho già
fame.
- Mangiate
qui.
- Perderei
l'appetito: vai, Bice, - esclamò prendendole allegramente ambo le mani e
sollevandola dalla poltrona; ma ella si rabbuiò.
De Nittis non
se ne mostrò sorpreso; evidentemente si erano entrambi preparati nella notte,
poi la fanciulla alzò gli occhi e, con voce tremula malgrado tutti gli sforzi
della volontà, disse:
- Sono io che
debbo parlarvi per l'ultima volta. Voi avete ragione, dovevate rispondermi
così, ma bisogna che vi dica tutto. Mi vedete, sono una povera fanciulla senza
nessuno dal giorno che sono nata: mio padre e mia madre mi avrebbero amata,
perchè sono morti di amore, ma non hanno potuto conoscermi. La zia, voi, tutti
gli altri mi avete protetta contro la morte, che mi ha sempre minacciata; avete
voluto fare di me un'anima buona ed intelligente istillandomi tutte le vostre
virtù. Che cosa sono diventata? Una creatura debole, piena di sogni, che ignora
la vita appunto per tutte le spiegazioni superiori, che me ne avete dato. Forse
non pensaste agli inconvenienti di questa educazione.
De Nittis non
osò interromperla.
- Adesso mi
sento freddo intorno. Lamberto non potevo amarlo: mi sono consultata molte
volte dopo, e mi sono persuasa che le nostre due nature erano inconciliabili.
Che cosa posso pretendere dalla vita? Voi solo, che mi avete amato più di
tutti, siete adesso in dovere di rispondermi. Potrò essere amata ancora come da
Lamberto? Egli non mi amava, lottava indarno colla sua amicizia per
trasformarla in amore; mi avrebbe sposata e l'avrei fatto infelice. Gli altri
mi subiranno come un inconveniente della mia dote: ecco che cosa sono,
sapendolo troppo bene per poterlo mai dimenticare.
- Voi
esagerate.
- No,
maestro, siate grande e sincero come sempre: sapete benissimo che ho ragione.
Io non dovrò dunque amare alcuno, non avrò avuto alcuno che mi ami? Come un
trastullo spirituale avrò occupato le vostre conversazioni per rimanere come un
giocattolo abbandonato in un appartamento deserto. Oh è ingiusto, credetelo!
De Nittis si
sentiva commosso; Bice aveva pronunziato queste ultime parole con una tenerezza
straziante. Egli avrebbe voluto alzarsi e camminare nel gabinetto per vincere
l'emozione, che gli cresceva nel cuore, ma si accorgeva che la fanciulla non
aveva ancora finito.
- Perchè mi
rifiutate? lo so, mi amate, - gli gridò quasi improvvisamente.
Egli non
trovava ancora la risposta, ma ne' suoi occhi inumiditi dalle lagrime
s'accendeva qualche lampo.
- Ho paura di
restar sola, ve l'ho pur detto.
- Non sareste
sola egualmente?
- Non mi
volete?
- Io ti
voglio felice, - egli esclamò con impeto, - io che ti amo davvero, povera
testolina! E verresti tu, che hai freddo al cuore, che sei così pallida, a
rincantucciarti nell'ombra della mia vecchiezza per rimanere poi più sola di
prima! No, Bice mia, la tua vita non può essere così: hai già sofferto troppo
da piccina perdendo il babbo e la mamma, perchè non ti si appresti qualche
felicità. Se non hai potuto amare Lamberto malgrado la sua bellezza, amerai un
altro giovane buono come te, che ti aprirà le porte del mondo, dal quale io
sono uscito per sempre e senza rimpianti. Non vi ho lasciato nulla. Più triste
di te, che disperi per paura dell'avvenire, io non dispero più perchè disprezzo
anche il passato; la mia vita sarà stata come un lucignolo acceso in una
lanterna cieca; non ho potuto amare nè essere amato. La mia gloria sei tu sola
che mi credi, i lettori dopo morto non m'interessano.
- Voi siete
grande.
- Quanti
scolari dissero così del proprio maestro! Non pensiamoci più: il tuo cuore ha
scambiato la più dolce affezione della tua vita per amore. Quando amerai
davvero, t'accorgerai della differenza.
- Non amo che
voi, - ella replicò con accento quasi severo.
L'altro
titubava.
- Badate di
non essere poi costretto a credermi troppo tardi.
Bice si era
alzata livida.
- Dove
andate?
- Ritorno
nella mia camera.
- Non
uscirete con me?
- Oggi stesso
pregherò la zia di ritornare a Bologna.
- Ma vi
sentite male! - egli proruppe cercando di prenderle le mani.
Ella gli
buttò le braccia al collo:
- Mi amate,
mi amate! - mormorava scossa dai brividi di una convulsione imminente.
- Ma sì, lo
sai pure che ti ho sempre amata!
- Non così,
non così!
E sotto le
sue strette deliranti egli medesimo sentì il bisogno d'abbracciarla, e la baciò
sulla bocca. Allora Bice gli si sospese al collo, aggravandovisi con tutto il
peso, così che lo fece traballare sconvolto, senza fiato.
- Mi amate?
- Sì.
- Sarete
tutto per me?
Egli tardava
a rispondere.
- Oh!
cattivo, - esclamò pigliandogli il volto fra le mani; - io che sono sua da
vent'anni, non mi vuole!
Allora De
Nittis sopraffatto, felice, si arrese.
Poco dopo
Bice raggiante scappava nella propria camera.
- Torna
stasera a pranzo, lo diremo alla zia.
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