X.
- Ma perchè
fai così? - gridò la signora Giulia al rumore del vaso, che traballava, e corse
precipitosamente con un grande svolazzo di sottane verso di lui.
Era stato
Nello, il suo magnifico bambino di quasi quattro anni, che arrampicandosi pel
vaso di una gardenia se lo era tirato addosso col pericolo di restarvi sotto,
ma invece aveva saputo cansarlo, saltando subito dopo sull'arbusto per
spiccarne un largo fiore bianco dalla vetta.
E rideva
trionfalmente.
Anche
Lamberto e De Nittis si erano alzati.
- Sei
insoffribile! - seguitava la signora Giulia tentando indarno d'ingrossare la
voce, vinta dalla tenerezza orgogliosa delle mamme davanti alla monelleria di
quel bimbo grasso e ricciuto, così poco spaventato dalla sua aria, che si
accostava tendendole una falda dell'abitino azzurro tutto impolverato:
- Puliscimi,
puliscimi.
Ella non
seppe resistere, gli scosse la polvere con una mano, e ritornò verso di loro
tenendolo in braccio.
Anch'ella
alta, coi capelli di un biondo ardente, il petto largo e voluttuoso, era
ammirabile in quel momento; benchè il bambino fosse pesante, lo aveva sollevato
con allegra facilità, e rideva sonoramente, mentre egli le provava il fiore fra
i capelli agitandosi così che qualunque altra donna ne avrebbe traballato.
- Bada a non
farti male, - intervenne Lamberto: - via, fallo discendere.
Ma Nello le
si teneva stretto al collo.
La scena durò
qualche minuto.
Quel giorno
Lamberto, tornato nell'inverno di guarnigione a Bologna col grado di capitano,
era appunto venuto colla signora Giulia, sua moglie, a trovare Bice in quella
magnifica villa del Sasso conducendo seco il bambino. Difficilmente si sarebbe
potuto vedere un gruppo più bello. Egli era diventato anche più robusto, con un
principio di pinguedine, che accresceva la poderosità delle sue forme ancora
eleganti; ella fulgida di gioventù, non fine nei lineamenti, ma con una
espressione di sana giocondità, che attirava subito le simpatie.
Non vi fu
neppure un'allusione al passato.
Bice, dopo
quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza anche più inquietante
per la stessa cortesia dei suoi modi, nella quale s'indovinava la rassegnazione
di un dolore inconsolabile. Non vestiva più che di scuro, una specie di mezzo
lutto, senza affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora
devota, già svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carità. Infatti
non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a poco a
poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che nelle maggiori
solennità dell'anno. Erano quelli i giorni più tristi per lei.
Il sole
tramontava dietro l'Apennino in mezzo ad un frastaglio d'oro, che pareva
incendiarvi le vette, mentre i grandi alberi del giardino ondulando al primo
vento del vespero rispondevano con susurro discreto al murmure del fiume vicino.
All'intorno tutto era pieno di fiori, l'aria ne rimaneva fragrante, i passeri
si chiamavano l'un l'altro per l'aria verso un alto cipresso, in fondo, dietro
gli abeti.
Nello era
scappato un'altra volta in mezzo alla grande aiuola, poi tornò da Bice per
mostrarle uno scarabeo dalle ali di smeraldo, che aveva sorpreso sopra una
foglia. Coll'istinto infallibile dei bambini egli aveva subito sentito la bella
impressione, che le aveva fatto.
- Ma Nello, -
ricominciò sul medesimo tono la mamma. - tu annoi la signora: le vuoi bene?
- Sì, -
ribattè aggrappandosele alle sottane.
Ella ebbe un
divino sorriso, e gli prese fra le mani ceree la grossa testa ricciuta per
aiutarlo a salire; allora Lamberto credette di dover intervenire.
- Lascia,
lascia, - gli si rivolse Bice, che aveva ripreso con lui il tu da fanciulla,
adesso che quei due matrimoni avevano tutto cancellato.
- Vieni a
giocare con me, - diceva Nello pestandole gli abiti per mettersele a cavalcioni
sulle ginocchia.
- Come vuoi
giocare?
- Adesso,
quando andremo via, ti lascio qui, - lo minacciò la signora Giulia col solito
vezzo delle mamme.
Egli si
voltò.
- Ci staresti
colla signora? - ripetè imprudentemente.
Ma Nello
spaurito si era già lasciato strisciare sino a terra guardando Bice, che gli
tendeva le mani per nascondere il dolore cagionatole da quella scena; poi corse
alle sottane della mamma.
- Va via,
cattivo, che mi sciupi tutta. Ma è davvero un supplizio con questo birichino, -
e sorrideva beatamente, - che non sta fermo un minuto! Anche ieri è cascato da
una sedia, sulla quale era montato per prendere un album da un tavolino.
Lamberto la
guardò di sfuggita per troncare il discorso, conoscendo il pettegolezzo vuoto
della moglie.
Egli parlava
con De Nittis di Roma, ove sperava di poter ritornare presto. La grande città,
così elegante ed aristocratica nella moltitudine dei propri saloni affollati di
tutta la nobiltà del mondo, gli aveva lasciato nell'anima una impressione
incancellabile. Anzitutto vi aveva ottenuto molti trionfi femminili, era stato
presentato a corte e accettato finalmente al Club della Caccia, il più
difficile di tutti i clubs. Nella volgarità della propria vita militare egli
non aveva capito altro di Roma; poi sua moglie, figlia unica di un grosso
mercante di campagna, gli aveva portato una ricca dote, colla quale potevano
tenere carrozza, abitando nello stesso palazzo del padre un appartamento,
abbastanza ricco per darvi qualche ricevimento.
A Bologna
invece tutto gli era apparso noioso.
Ma De Nittis
finiva coll'impacciarsi in quella conversazione insignificante.
Già la
colezione del mezzogiorno non era stata allegra; qualche parola sventata della
signora Giulia aveva rievocato memorie dolorose, attirandole brusche occhiate
da Lamberto, che l'avrebbero imbarazzata maggiormente, senza le continue
diversioni, colle quali la petulanza di Nello la soccorreva. Evidentemente
quella loro visita non si sarebbe ripetuta per un pezzo. Lamberto aveva perduto
ogni rimasuglio di spiritualità in quella vita di caserma e di salone, nella
quale una rivista od un ballo diventavano i massimi avvenimenti; Bice e De
Nittis, spogliati di ogni foglia e di ogni flore, non erano più che due piante
che si essicavano lentamente in un lungo autunno.
Quindi
Lamberto per non sapere cosa dire lo interrogò sulla grande opera, cui lavorava
da tanti anni.
L'altro
scosse tristemente il capo.
- Quale
costanza! - replicò Lamberto: - capisco che i capolavori esigono spesso tutta
la vita.
-
Bisognerebbe poter fare della vita il proprio capolavoro! A che giova la
gloria, quando non si può più viverla? Le spalline di capitano adesso valgono
per voi meglio del nome di Napoleone.
L'altro
credette di sentire una ironia nel complimento.
- Napoleone
alla mia età era già Primo Console.
- Ecco perchè
egli è ancora così vivo nell'ammirazione di tutti: la gloria non è vera che
giovane. Dante aveva più ingegno di Napoleone, ma non si è cominciato a
valutare davvero la sua opera che al principio del nostro secolo. Chi oggi
vorrebbe essere stato Dante? Chi non ha sognato di essere Napoleone I? Forse il
poema di Dante non ha procurato al pensiero tante soddisfazioni quante la
biografia di Napoleone! La sua leggenda è stata l'ebbrezza di questo secolo.
- Pare che in
Francia si prepari un risveglio napoleonico.
- Non credo:
la reazione vi è piuttosto contro l'abbassamento socialistico, dal quale siamo
minacciati, che contro la repubblica. L'umanità, condannata a comprendere so
stessa solamente nei propri grandi uomini, non potrà uscire mai dall'ideale
messianico, mentre il socialismo moderno, negando nella religione la prima
poesia di ogni vita, e sopprimendo colla gloria la sola poesia della morte,
contraddice ai due più profondi bisogni dell'anima umana. Ecco perchè Napoleone
risorge ora nella fantasia popolare come un sogno consolatore di grandezza, una
rivincita della individualità, che non vuole essere preterita. Vedete: oggi si
moltiplicano le società per l'abolizione della guerra, e il popolo invece non
si sente vivo che sognandone un'altra maggiore di tutte le passate, quella di
classe
- Lei non
crede dunque alla pace perpetua? - chiese Lamberto, contento come capitano di
trovare nell'illustre filosofo le proprie idee, che credeva solamente pratiche.
- La pace
perpetua! cioè tutte le guerre tranne quella delle armi, la meno micidiale. Se
la civiltà è formata di stratificazioni, come una razza potrebbe sovrapporsi
alle altre senza schiacciarle più o meno? Adesso la razza bianca si trova
nuovamente in lotta con la gialla e la nera per dare davvero alla propria civiltà
un carattere mondiale: vi giungerà senza guerra? Se il socialismo è l'avvento
di una nuova classe per mettere un'altra giustizia nell'ordine e una diversa
autorità nel potere, vincerà senza guerra?
- Parlano di
nazione armata....
- Ancora la
guerra di tutti contro tutti, quando ogni proroga di riforma sarà esaurita! Ma
forse neppure voi, capitano, benchè siate ancora giovane, vi ci troverete.
E De Nittis,
accorgendosi che la signora Giulia si annoiava, cercò di mutare discorso.
Aspettavano
l'arrivo del sindaco, del dottore Leoni e del parroco, invitati a pranzare da
Bice per far meglio passare il tempo ai due ospiti, giacchè il treno non
ripassava verso Bologna che sulle undici.
Infatti non
tardarono molto ad arrivare: il curato fu l'ultimo. Era un vecchio molto
semplice, con tutti i capelli bianchi e gli abiti poco puliti, ma senza quella
solita servilità del clero verso i signori. Per molti anni aveva insegnato
filosofia nel seminario di Bertinoro, poi disgustato dalla guerra sleale
mossagli da tutti gli altri colleghi per la paura che diventasse vescovo, era
ritornato a Bologna presso il cardinale Morichini, uno degli ultimi prelati
liberali e gentiluomini del quarantotto; e alla morte di questo protettore
aveva accettato di andare in campagna. Da un anno si trovava al Sasso, curato
della chiesa principale, ove lo avevano battezzato settant'anni prima, il
giorno stesso della morte di Napoleone. Naturalmente era presto diventato amico
dei signori della villa e, dacchè Bice vi era ritornata, veniva spesso a
trovarla per una segreta speranza di poterle giovare. La sua esperienza di
vecchio confessore gli aveva fatto subito indovinare la posizione reciproca dei
due sposi, dopo la morte del bambino, sulla quale la brutalità dei medici non
aveva al solito saputo tacere.
Però non
aveva ancora osato affrontare con lei questo tema. La sua vecchia faccia
scarna, rischiarata dalla bontà di due grandi occhi neri, cercava di farsi
anche più dolce nell'intimità, quando poteva trovarla sola; mentre dinanzi a De
Nittis non sapeva difendersi dalla soggezione nell'abbarbaglio troppo frequente
di qualche grande idea, sebbene la sua fede di piccolo professore cattolico non
ne rimanesse turbata. Invece il dottore si era sentito trascinare verso Bice da
una simpatia quasi inconscia, poi mano mano più viva, fatta di pietà e di amor
proprio, giacchè dopo tutte quelle sue premure quasi affettuose verso il
piccolo Giulio negli ultimi giorni, ella gliene era rimasta vivamente grata.
Quindi al suo primo onomastico gli aveva offerto una magnifica busta
chirurgica, comprata appositamente a Londra, un capolavoro ed un lusso degno di
un clinico. Certo ella era tutt'altro che bella, con quel grande naso ducale
sopra un viso così sparuto, e un pallore quasi cereo, senza nessuna delle più
labili e minute civetterie femminili; ma forse appunto per questo, egli sino
allora quasi superbo della propria sana brutalità, finiva per ammirare
passionatamente quella spirituale delicatezza, cui la stessa miseria del corpo
pareva accrescere la grazia.
D'altronde
Bice e De Nittis erano le sole persone colle quali al Sasso potesse qualche
volta assorgere dalle pesanti volgarità del proprio mestiere.
Ma la
presenza di Lamberto era subito bastata a rieccitare in lui tutti gli istinti
di odio contro l'attuale ordine della società, ancora offesi dalle ingiustizie
subite nei tre anni passati per forza, come medico, in un reggimento di
fanteria.
Stavano sul
prato in circolo, davanti alla grande porta della villa, ornata di tende in
tela grigia a liste azzurre, dietro le quali si travedeva nell'andito un
mobilio severo di cassettoni scolpiti, e un tavolo oblungo, nel mezzo, dai
piedi di drago. Come accade spesso in simili casi, il bambino serviva
all'imbarazzo generale, ricevendo colla propria adorabile disinvoltura di
piccolo monello le carezze di tutti. Ma il sindaco, sempre pieno di pretensioni
cortesi, affettava già di parlare colla signora Giulia di Roma, dove si era
laureato ingegnere gli ultimi anni del governo pontificio; mentre con quel
delizioso accento romano, così indeterminabile nella canzonatura, ella si
divertiva invece ad imbrogliargli i ricordi con bruschi accenni ai grandi
lavori edilizi, che ne avevano, secondo lei, mutato affatto la fisonomia.
Invece Don
Gregorio vi era stato per le ultime feste del giubileo.
- Vorrei
potervi tornare.
- Verrete con
me, Don Gregorio, se vi andrò più.
- Perchè più,
questa brutta parola? - rispose con dolce rimprovero. - Quando si è giovani
bisogna vivere il più allegramente possibile.
- Servite
Domino in laetitia, - intervenne sardonicamente il dottor Leoni.
- Questo
consiglio, caro dottore, è forse più profondo di quanto non paia: la malinconia
può diventare facilmente un rimprovero contro Dio per la parte assegnataci in
questo mondo. Ecco perchè bisognerebbe saper portare come un peso leggero anche
il dolore.
De Nittis,
prevedendo una delle loro solite discussioni, sorrise.
- Per
riceverne il premio in paradiso, non è vero? Il dolore si deve sopprimere qui,
colle ingiustizie che lo producono.
- Potrete
sopprimere il dolore nelle malattie? Dovrete prima sopprimere queste, e prima
ancora di queste, la morte, che ne è la gran causa. Voi siete socialista,
dottore, e io sono prete: siamo dunque vicini; ambedue vorremmo correggere il
male e consolare il dolore, ma voi cancellate il cielo. Che cosa vi resta? Chi
avreste contentato, trionfando col vostro sistema? Coloro che avevano fame, e
coloro che avevano freddo: ma che cosa darete dopo anche a questi?
Lamberto
ascoltava, preso già nell'interesse della disputa, perchè la figura del medico
gli era subito spiaciuta.
- Quando
l'uomo avrà il necessario...
- S'accorgerà
tosto che vale anche meno del superfluo, - fu pronto a ribattere il prete. -
Oramai l'utopia socialistica non può ingannare più alcuno: è un appello, una
promessa di piaceri brutali in un oblio convenuto di tutti i più alti e
necessari dolori. Supponete che questo bambino così bello muoia, malgrado tutta
la vostra scienza, - seguitava impetuosamente, senza accorgersi della
sconvenienza così angosciosa per Bice di questo esempio, ma poi lo sentì ad un
suo sussulto, e dovette nullameno proseguire perchè era troppo tardi: - che
cosa potrebbe dare il socialismo al cuore dei due genitori? Sapete che cosa
sarebbe la vostra nuova città? Un refettorio al pianterreno, un dormitorio al
primo piano: dovreste incaricare i cuochi di consolare tutte le afflizioni con
una doppia razione di budino. Ma quello, che voi giudicate il superfluo, è
invece per l'anima umana il più necessario, è la fede nell'ideale di un'altra
vita, in una giustizia, che la società non potrà mai applicare, perchè la
natura stessa non può contenerla quaggiù. Non vedete come la natura è
apparentemente ingiusta nella distribuzione della salute e della vita?
Il dottore
non trovò subito la risposta.
- Convenite
almeno, - disse poi coll'aria di chi vuol troncare una discussione, nella quale
certamente saprebbe vincere, se la cortesia di altri riguardi non glielo
impedisse: - convenite almeno che la società è male organizzata. La pace armata
negli ultimi vent'anni ha già costato all'Europa oltre cento miliardi: quante
miserie si sarebbero guarite con questa somma!
Il capitano
sentì l'allusione.
- Molte
certamente, ma altre peggiori avrebbero potuto prodursi senza la salvaguardia
dell'esercito.
- La guerra è
sempre stata, fino ad oggi, un male necessario, - ribattè don Gregorio.
Ma Bice
s'intromise opportunamente con un sorriso.
- Non farete
dunque mai la pace voialtri due?
Tutti si
volsero.
- Eppure
cercate la medesima traccia, voi, dottore, cogli occhi bassi, voi, don
Gregorio, cogli occhi in alto; v'incontrerete in fondo all'orizzonte, dove la
terra tocca il cielo.
- Ah! -
esclamò Lamberto commosso d'ammirazione, - sei sempre la Bice di una volta;
mentre invece la signora Giulia, un po' seccata, la guardava senza aver ben
capito le sue ultime parole.
Ma Nello
produsse ancora una diversione; tutti si alzarono dirigendosi dal giardino
verso il bosco, che si allungava cupo di abeti a fianco della villa. Il sindaco
aveva offerto il braccio alla signora Giulia, e dentro quel largo soprabito
nero, colla pelle bruciacchiata dal sole, pareva anche più secco; don Gregorio,
rimasto alquanto addietro con Bice, s'accorse della tristezza più desolata del
suo volto. Ella seguiva coi grandi occhi neri il bambino, che sgambettava
dinanzi a tutti senza berretto.
- Signora
Bice, - le disse improvvisamente con uno sforzo, che gli faceva tremare la
voce.
Ella lo
guardò; don Gregorio si era già nuovamente confuso, ma superando la propria
emozione:
- Veda -
seguitò - avrei voluto domandarglielo prima: ella non spera più da Dio la
benedizione di un bel bambino come quello là? Io sono vecchio.... credo di aver
indovinato il suo dolore, ma badi che non bisogna essere più prudenti di Dio,
rifiutando di esporci di nuovo ad una disgrazia, colla quale ha voluto
provarci. Dio è buono, signora Bice; egli comprende meglio di noi i nostri
bisogni, ma vuole tutta la nostra confidenza. Anch'io non sono che un povero
prete, ma dovevo dirle questo; ella, signora Bice, non vorrà aversene a male,
se mi sono espresso come ho potuto.
Invece le
parole gli venivano fluenti sulle labbra. La sua faccia ne rimaneva come
illuminata, mentre le mani non abbastanza pulite gli tremavano leggermente.
Bice rattenne
a stento uno scoppio di pianto.
- Speri,
speri, lei è giovane ancora.
- Come è
bello! - esclamò poco dopo, mostrandogli il bambino, che in quel momento era
corso ad abbracciare le gambe del padre.
- Ebbene, io
voglio credere di battezzarne presto un altro, - si affrettò a rispondere,
perchè la signora Giulia ritornava verso di loro.
Ma durante il
pranzo Lamberto, col quale il sindaco cercava di sfoggiare tutte le proprie
cognizioni di buon amministratore, venne a parlare di cavalli per l'esercito e
del loro allevamento non abbastanza incoraggiato dal governo nelle campagne. La
razza friulana era già perita, quella delle Maremme, così famosa un tempo, e
che aveva fornito a Napoleone I i cavalli più resistenti nella grande campagna
di Russia, non era più riconoscibile; le altre dell'Agro romano non davano
risultati, i cavalli sardi erano cavalli da bimbi. Lamberto, fanatico pei
cavalli inglesi, spiegava tutto ciò coll'esaurimento del sangue negli stalloni,
cui bisognava comprare in Inghilterra moltiplicando le stazioni di monta, e non
ricevendovi cavalle difettose. L'Italia era rimasta ultima in Europa in questa
produzione così importante; si conoscevano cavalli normanni, andalusi, russi,
inglesi, meklemburghesi, ungheresi, ma non vi erano cavalli italiani; il loro
tipo mancava sui mercati. La nostra cavalleria, montata sugli scarti delle
altre nazioni, era condannata in caso di guerra ad una pericolosa inferiorità.
- Tutte le
nostre razze sono così, - proseguiva, - i buoi, i cani, le pecore, i polli: se
lei va in Inghilterra vedrà delle meraviglie, e non sarebbe difficile farne di
simili. È questione d'incrociamento, bisogna escluderne gl'individui affetti da
vizi ereditari: ciò vale anche per la razza umana.
Don Gregorio
guardò Bice.
- Per la
razza umana, signor capitano, non si può giudicarla alla stessa stregua.
- Lei non lo
crede, ma tutta la scienza moderna le dà torto: lo domandi, - seguitò
imprudentemente Lamberto riscaldandosi in questo suo terna favorito, che faceva
le spese di tutti i discorsi al reggimento; - lo domandi al professore; oggi si
è provato che anche la delinquenza è ereditaria. Veda, per esempio, l'Agro
romano è un territorio dei più malsani, eppure i butteri sono forse gli uomini
più belli d'Italia: perchè? Perchè vi nascono si può dire a cavallo, e ne
discendono solamente per essere seppelliti; i bambini a questa vita non
resistono che essendo molto forti. In molti secoli con tale selezione si è
formata una magnifica razza.
- Me li
ricordo anch'io, - disse il sindaco: sono ammirabili.
De Nittis
così interpellato dovette assentire con un cenno del capo, ma un turbamento gli
era passato negli occhi; Bice si era piegata verso Nello, che in ginocchio
sulla sedia s'impiastricciava le manine nel piatto, mentre la mamma lo
sgridava:
- Oh il
porcellino!
Ed egli
voltava la grossa testa rosea verso di loro con un sorriso trionfante sui
labbruzzi sporchi, che lo rendeva anche più bello.
- Ma scusi,
don Gregorio, - si ostinò Lamberto: - oramai questa non è più una questione.
- Cioè.... mi
permetta allora di rinnovarla. Non voglio discutere gli allevamenti animali,
perchè non sono competente a giudicare sulle cause dei miglioramenti
ottenutivi, e saranno magari dovuti ad una più logica scelta
nell'incrociamento....
Il capitano
sorrise di questa concessione.
- Ma quanto
alla razza umana ho diritto di affermare, che le sue leggi sono così diverse da
quelle delle altre razze, come la missione affidatale da Dio. Che cosa sappiamo
noi sul perchè e sul modo della nostra vita? Certo vi è un animale in noi, un
corpo soggetto alle necessità della materia, ma l'anima, che vi sta dentro, non
può essere spiegata colle condizioni fisiche di esso. Coloro che paiono i più
deboli, sono spesso i più forti; poi siete ben sicuro che il muscolo sia sempre
in noi il più resistente, e il più longevo fra noi il più robusto? Oggi si fa
un gran discorrere di eredità per scusare tutti i difetti con questa
spiegazione: è il suo temperamento, i suoi genitori erano così! Io non lo
credo.
- Non si
tratta di fede, ma di fatti.
- Provateli
dunque. Mio padre era un giuocatore, io giuoco; è una eredità? Vi è dunque in
noi un organo anche pel giuoco; ma se vi è, come passa nel bambino al momento
della sua generazione? Che cosa sa la scienza, di questa generazione? Nei primi
mesi del feto essa è costretta a dichiarare che non può nemmeno precisarne
l'umanità. Mi permetta ancora, signor capitano, una obbiezione e non parlo più.
Il bambino preesiste, o si forma nel momento che diciamo della generazione?
Nessuno può affermare nè l'uno nè l'altro, giacchè le due ipotesi sono egualmente
assurde per la scienza, e la terza non v'è. Se preesiste, vi sono già forme di
uomo vuote, che la generazione riempirebbe ed imprimerebbe di certi caratteri
dei due genitori: ma che cosa sono allora queste forme, dalle quali uscirebbero
gl'individui umani? Se il bambino non preesiste, la sua individualità come
deriva dalla dualità dei genitori? Era nell'ovo, o vi è immesso? Se vi era, la
madre è tutta la generazione, e le obbiezioni di prima ritornano; se vi è
immesso, preesiste dunque nel padre, e siamo ancora dentro la stessa
obbiezione. Vedete bene che per la nostra logica il fatto della nascita è
sempre egualmente impossibile. Ma veniamo all'eredità: questo bambino somiglia
ai genitori; comunque sia di lui, preesistesse loro, o sia stato creato dal
loro incontro, è uscito alla vita da un ovo, nel quale si è compito il fatto
della sua somiglianza con essi. Per quale processo le loro due fisonomie hanno
formato la sua? Nell'attimo unico della generazione, come il colore degli occhi
del padre e la forma degli occhi della madre hanno potuto passare in lui che
non aveva occhi? Forma e colore passano dunque senza la cosa? Eppure passano:
d'accordo, ma confessate che tutto ciò è assurdo, inesplicabile, per la nostra
scienza, come la nascita. Mio padre gioca, io gioco; questa è ancora una
trasmissione come quella del colore de' suoi occhi ne' miei? Con quale diritto
la vostra, la mia ignoranza lo affermerebbero? Io ho un'anima, una mente, una
volontà, giuoco perchè voglio giuocare: ecco tutto. Queste famose leggi
dell'eredità non sono che riapparizioni dei medesimi fatti nei padri e nei
figli, spesso anche assai male osservati. Vi è una eredità, nella quale il
nostro spirito resta libero, secondo il dogma cristiano del peccato originale,
mentre la vostra scienza la falsifica pretendendo di sopprimere con essa la
nostra libertà morale. L'uomo nasce nel peccato, ma al bene: la sua anima può
assorgere a tutte le virtù, e precipitare in tutti i vizi: ecco la verità
cristiana, che nessuna scienza potrà mai smentire.
E si fermò
come ansante; tutti lo avevano ascoltato attentamente, quantunque non
afferrando sempre bene il valore di quelle argomentazioni. Lamberto guardò il
dottor Leoni, al quale sarebbe scaduta per diritto la risposta, ma questi,
contento di vederlo imbarazzato, si volse invece a don Gregorio:
- Eh! avete
portato il problema alla radice.
- Io non
posso risponderle, - replicò allora il capitano. - Vi sarà benissimo un mistero
anche per la scienza, ma basta guardarsi intorno, dappertutto, per trovare giuste
le mie osservazioni. Io non mi sono ammalato che una volta: il medico, prima di
esaminarmi, m'interrogò su' miei genitori.
- Non nego
questo, mi oppongo solo alla pretesa di voler spiegare tutta la vita umana con
leggi animali, che spessissimo non sono nemmeno leggi.
Don Gregorio
si accorgeva di aver fatto peggio ad approfondire simile questione, ma
trascinato dall'impeto dialettico della vittoria, avrebbe voluto lanciare al
capitano un ultimo razzo, che dissipasse nel cuore di Bice tutte le paure lasciatevi
dalla morte del piccolo Giulio. Quelle teoriche sull'atavismo uccidevano al
tempo stesso la religione e la vita. Come osare di essere padre, sapendosi
affetto da una inguaribile malattia ereditaria? Certo la maggioranza della
gente non vi pensava, ma e coloro invece che vi pensassero? Come accorderebbero
la coscienza coll'istinto? La sua fede e il suo buon senso si ribellavano del
pari a queste leggi, avendo anch'egli nella propria esperienza visto
spessissimo il contrario, genitori buoni avere figli pessimi, e da genitori
malaticci uscire figli robusti. Adesso l'ultima teorica dei microbi annullava
tutte le famose leggi dell'eredità patologiche, riproducendo nella natura la
legge cristiana: gli uomini essere egualmente immersi in tutti i morbi e in tutti
i peccati, e la loro salute fisica o spirituale non risultare che dalla
resistenza oppostavi.
Queste idee,
raccolte da tempo in una delle sue prediche meglio riuscite, gli si
ripresentavano tumultuariamente nella memoria, mentre il cuore gli doleva di avere
offeso quelle due anime già così infelici, intendendo invece a consolarle. Una
vergogna lo sorprese fra tutti quegli sguardi, che sembravano aspettare come
sarebbe uscito da tale scabra situazione.
De Nittis
dovette generosamente soccorrerlo; il suo sguardo cadde prima su Bice.
- Avete
difeso validamente la vostra religione, don Gregorio, ma nemmeno essa ha
diritto di rinfacciare alla scienza il mistero, dopo esserne egualmente
ricinta. Come in ogni epoca d'incredulità religiosa, oggi si dogmatizza su
tutto colla stessa facilità di altri tempi a credere; eppure si sa così poco!
Se le nostre osservazioni resteranno eternamente strette fra microscopio e
telescopio, mentre la verità è forse al di là d'entrambi, le nostre più salde
certezze non sono che l'accordo di una prima ipotesi con alcune altre; ma senza
la fede istintiva, che è in fondo alla nostra intelligenza, cosa ci resterebbe
di esse? La fede sola, questa vittoria sull'incomprensibile, può salvare la
vita incomprensibile anch'essa come l'amore.
- Avrei
voluto dire così anch'io! - esclamò don Gregorio.
Tutti
sorrisero, meno il dottore Leoni intento nel volto di Bice durante tutto quel
discorso.
Ella si era
voltata verso il marito con un moto passionato: una luce spirituale le brillò
repentinamente sul viso, ma quel dubbio supremo, nel quale egli parve voler
disciogliere tutte le realtà della vita, e che aveva entusiasmato don Gregorio
come una mistica formula cristiana, ve la spense.
Il pranzo si
protrasse ancora meno animato; il dottore affettava il silenzio, Lamberto ed il
sindaco, disorientati dalle ultime parole di De Nittis, non trovavano più
l'accento ordinario della conversazione, mentre la signora Giulia seguitava a
rimpinzare Nello sempre in ginocchio sulla sedia, e col tovagliolo annodato al
collo, che lo faceva sembrare anche più grosso.
Poi, quando
passarono nell'altra sala a prendere il caffè, il dottor Leoni disse a don
Gregorio con un sorriso enigmatico:
- Chi
volevate dunque persuadere con quel vostro attacco contro le leggi dell'eredità,
le più sicure della scienza moderna? Voi stesso non potreste dubitarne dopo la
morte del loro bambino: credete che vivano separati?
La domanda
era così brutale, che l'altro ne sofferse; alla propria volta guardò acutamente
il dottore.
- Voi mi
domandate un secreto che non ho, e che non potrei rivelare in alcun modo.
Perchè me lo chiedete? La loro sventura è una delle più terribili, che io abbia
incontrato nella mia oramai lunga carriera di prete, ma lo è forse diventata
maggiormente per le parole di voialtri medici. Secondo il verdetto della vostra
scienza, le loro nozze sarebbero colpevoli, mentre il matrimonio cristiano,
lasciando a Dio il segreto della generazione, ignora tali colpe. Quella povera
signora soffre il più straziante dei martirii nella propria maternità.
- Perchè ha
ella voluto sposare un vecchio, essendo lei stessa così debole?
- La sua
cattiva eredità sarebbe dunque diventata buona, sposando un giovane come voi?
Bice veniva
appunto verso di loro con una tazza nella mano, ma siccome don Gregorio non
prendeva mai caffè, la tazza toccò al dottor Leoni, che arrossì
impercettibilmente facendole il solito piccolo inchino. Gli occhi di don
Gregorio diventarono malinconici: il dottore amava Bice, ma come avrebbe potuto
capire un'anima simile?
La
conversazione seguitò ancora sino alle nove, poi la carrozza venne a postarsi
dinanzi alla porta per riaccompagnare in paese don Gregorio, il dottor Leoni e
il sindaco; il vecchio prete era solito a coricarsi presto, e il dottore aveva
tuttavia qualche visita importante da fare. Il sindaco si attardava nel
complimentare la signora Giulia.
Quando furono
partiti, Lamberto chiese a Bice:
- È questa
tutta la gente della tua conversazione?
- Nemmeno
questa: don Gregorio viene qualche volta, gli altri due quasi mai.
- Come si fa
a passare il tempo allora? - esclamò ingenuamente la signora Giulia.
La tristezza
della casa si appesantiva su tutti. Quella grande villa, con un giardino ed un
bosco principesco, era muta; le sue ricche sale parevano disabitate, tutti i
servitori erano vecchi, non si udiva strepito di cavalli, di cani o di bimbi,
che la facessero vibrare della propria vita. Fuori sul prato, nell'ombra rotta
dai due grandi fanali a fianco della porta, si travedeva qualche vaso, e un
poco più lungi, a sinistra, i primi gruppi degli abeti si alzavano come un fumo
dapprima compatto, poi meno denso in alto, dentro la notte. Non aliava vento;
solo il murmure del fiume si allontanava mestamente per il fondo della valle.
Benchè la
notte fosse tiepida, rientrarono nell'andito.
Gli ultimi
discorsi furono naturalmente di Roma, ove Lamberto sperava di ritornare
nell'inverno passando dalla cavalleria allo stato maggiore; quindi la signora
Giulia insistè per cavare da Bice una promessa di venirli a trovare nel loro
appartamento a Roma. Si capiva dalle parole che desiderava di mostrarglielo.
L'altra si
schermiva: De Nittis, colla solita signorile affabilità, acconsentiva a tutto
senza aggravare colle proprie esortazioni quegli inviti.
Nello dormiva
già sulle ginocchia di Margherita.
La carrozza
aspettava nuovamente sul prato dinanzi alla porta, ma Lamberto propose invece
di andare alla stazione a piedi.
- Scommetto
che tu, Bice, cammini troppo poco.
Ella sorrise.
- Ma il
bambino....
- Vedrai che
non piange svegliandosi.
Infatti,
quando lo destarono, si stropicciò gli occhi e chiese per la prima cosa da
bere.
Alle dieci si
avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra mano, De Nittis dietro
loro colla signora Giulia che, malgrado le sue istanze, non aveva voluto
mettersi la piccola giacca inglese. Appena fuori del prato, quasi sommerso
nell'ombra degli abeti, la notte parve loro più chiara, le stelle scintillavano
a miriadi, la strada era bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza
parlare. Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di
amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno si era
dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per l'altra. Ora nulla
avrebbe potuto più riavvicinarli. Le loro vite divergevano verso una meta
egualmente inconoscibile, obliandosi reciprocamente a poco a poco: non erano
passati cinque anni dal loro ultimo abboccamento in casa della contessa
Ginevra, e nel rivedersi solamente allora per la prima volta, avevano potuto
riconoscersi appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco,
con una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio dell'avvenire e
un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona che avrebbe potuto
intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire nemmeno a divorare tutto il
proprio patrimonio.
Bice invece
era diventata più pallida, più magra, più orfana di prima: lentamente tutti
erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la zia Ginevra, il dottor
Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo mondo così spirituale e così eroico
nella semplicità, quale a Lamberto era rimasto nella fantasia in un'impressione
confusa di leggenda. Ella aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande
maestro, il più alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato
uno di quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano
attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un altro
mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto più bello, nell'inno
radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino intorno alla sua culla.
Ella non era rimasta che l'involucro di sè stessa, talmente leggera che non la
sentiva neppure pesare sul braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i
giorni? Amava ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente
a se stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto
indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue egualmente
assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro parole, e dava alle
loro faccie una strana bianchezza di statue.
Eppure egli
avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente meschino, quasi ridicolo, lo
aveva impedito.
E questo
pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente, rendendola quasi più
limpida nel considerare invece la condizione che si era creata sposando la
signora Giulia. In quel momento faceva più fatica a reggere il bambino per
mano, che a sostenere Bice con tutto il braccio.
Nullameno una
sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla sua presenza, dal
sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro, colla leggerezza di un
fantasma. Quelle poche parole, prima di attraversare il villaggio, si erano
spente intorno a loro come l'eco di un sogno.
Doveva
mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.
La strada
costeggiava quasi il fiume.
Allora si
fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che andavano anche più
piano; poi Nello, per uno di quei capricci inesplicabili, volle lasciare la
mano di Lamberto per prendere quella di Bice.
- Tu sei
felice, Lamberto? - ella gli chiese con accento così dolce di speranza, che lo
fece trasalire.
Allora una
tenerezza passionata gli sgorgò impetuosamente dal cuore a quella domanda,
nella quale il suo amore di fanciulla per lui risorgeva trasmutato dal dolore
in una più pura carità: tremò, ma non sapendo come rispondere, le strinse quasi
violentemente il braccio.
- È proprio
una deliziosa passeggiata! - esclamò la signora Giulia: - Nello, vuoi venire
con me?
Invece volle
rimanere attaccato alla mano di Bice.
La stazione
non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale vuoto, due o tre
fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse: entrarono nella sala d'aspetto
e sedettero sui divani neri. Al momento di separarsi la loro tristezza aumentò;
Lamberto rimaneva preoccupato, Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora
Giulia, colla bella faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si
guardava intorno osservando le cose più insignificanti. Alla parete dicontro
pendeva una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di
una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la tettoia, era
aperta.
Passarono
pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagliò l'aria. Il treno, un diretto,
arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i saluti furono precipitati;
Lamberto salì per ultimo nel vagone, e coi piedi già sul predellino, si volse per
stringere ancora la mano a Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo
sportello, tenendolo fermo sotto le braccia.
- Fa un bacio
alla signora.
Bice rispose
con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella penombra a guardare il
treno, che fuggiva già invisibile verso Bologna, coll'ultima visione della sua
giovinezza.
In quella
notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza dell'estate, ma le
ombre parevano più profonde e il sonno della campagna più stanco. Ritornarono a
braccetto, a passo lento; egli chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle
scuro, che le scendeva fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della
novità di quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia
taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i
giardinieri non parevano più gli stessi per la sola presenza di quegli ospiti
giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le aiuole, e la
signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri abiti chiari, rossa nel
sole, che le accendeva come un nimbo d'oro intorno ai magnifici capelli biondi.
Era stata la visione di un'altra vita, repentina ed inaspettata, attraverso il
giardino assopito nel silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano
mollemente per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta;
non uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel fondo,
la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il paesaggio, così
chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi addormentato al monotono murmure
del fiume.
Traversando
il paese, Bice si volse a guardare le finestre della scuola, da lei aperta pei
bambini poveri, nella quale veniva qualche volta la mattina a perdere una
mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta alla meglio per tale uso, già
appartenente alla contessa Ginevra; nella camera più grande si apriva il
refettorio, dove i bambini ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza,
resa oramai volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era
bastata nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece
temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di scroccarle così
qualche migliaio di lire.
La scuola,
chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di ottobre, nel tempo per
tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma anche là nulla sarebbe mutato
nella loro vita solitaria. Dacchè il piccolo Giulio era morto, la separazione,
già provocata dalla sua nascita, era divenuta anche più profonda; un rimorso
troppo delicato, perchè potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale
sforzo, faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei
feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano occupato
i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla Certosa, che servisse
anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il disegno, Bice vi aveva posto
questa singolare iscrizione:
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