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Alfredo Oriani
La disfatta

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X.

 

- Ma perchè fai così? - gridò la signora Giulia al rumore del vaso, che traballava, e corse precipitosamente con un grande svolazzo di sottane verso di lui.

Era stato Nello, il suo magnifico bambino di quasi quattro anni, che arrampicandosi pel vaso di una gardenia se lo era tirato addosso col pericolo di restarvi sotto, ma invece aveva saputo cansarlo, saltando subito dopo sull'arbusto per spiccarne un largo fiore bianco dalla vetta.

E rideva trionfalmente.

Anche Lamberto e De Nittis si erano alzati.

- Sei insoffribile! - seguitava la signora Giulia tentando indarno d'ingrossare la voce, vinta dalla tenerezza orgogliosa delle mamme davanti alla monelleria di quel bimbo grasso e ricciuto, così poco spaventato dalla sua aria, che si accostava tendendole una falda dell'abitino azzurro tutto impolverato:

- Puliscimi, puliscimi.

Ella non seppe resistere, gli scosse la polvere con una mano, e ritornò verso di loro tenendolo in braccio.

Anch'ella alta, coi capelli di un biondo ardente, il petto largo e voluttuoso, era ammirabile in quel momento; benchè il bambino fosse pesante, lo aveva sollevato con allegra facilità, e rideva sonoramente, mentre egli le provava il fiore fra i capelli agitandosi così che qualunque altra donna ne avrebbe traballato.

- Bada a non farti male, - intervenne Lamberto: - via, fallo discendere.

Ma Nello le si teneva stretto al collo.

La scena durò qualche minuto.

Quel giorno Lamberto, tornato nell'inverno di guarnigione a Bologna col grado di capitano, era appunto venuto colla signora Giulia, sua moglie, a trovare Bice in quella magnifica villa del Sasso conducendo seco il bambino. Difficilmente si sarebbe potuto vedere un gruppo più bello. Egli era diventato anche più robusto, con un principio di pinguedine, che accresceva la poderosità delle sue forme ancora eleganti; ella fulgida di gioventù, non fine nei lineamenti, ma con una espressione di sana giocondità, che attirava subito le simpatie.

Non vi fu neppure un'allusione al passato.

Bice, dopo quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza anche più inquietante per la stessa cortesia dei suoi modi, nella quale s'indovinava la rassegnazione di un dolore inconsolabile. Non vestiva più che di scuro, una specie di mezzo lutto, senza affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora devota, già svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carità. Infatti non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a poco a poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che nelle maggiori solennità dell'anno. Erano quelli i giorni più tristi per lei.

Il sole tramontava dietro l'Apennino in mezzo ad un frastaglio d'oro, che pareva incendiarvi le vette, mentre i grandi alberi del giardino ondulando al primo vento del vespero rispondevano con susurro discreto al murmure del fiume vicino. All'intorno tutto era pieno di fiori, l'aria ne rimaneva fragrante, i passeri si chiamavano l'un l'altro per l'aria verso un alto cipresso, in fondo, dietro gli abeti.

Nello era scappato un'altra volta in mezzo alla grande aiuola, poi tornò da Bice per mostrarle uno scarabeo dalle ali di smeraldo, che aveva sorpreso sopra una foglia. Coll'istinto infallibile dei bambini egli aveva subito sentito la bella impressione, che le aveva fatto.

- Ma Nello, - ricominciò sul medesimo tono la mamma. - tu annoi la signora: le vuoi bene?

- Sì, - ribattè aggrappandosele alle sottane.

Ella ebbe un divino sorriso, e gli prese fra le mani ceree la grossa testa ricciuta per aiutarlo a salire; allora Lamberto credette di dover intervenire.

- Lascia, lascia, - gli si rivolse Bice, che aveva ripreso con lui il tu da fanciulla, adesso che quei due matrimoni avevano tutto cancellato.

- Vieni a giocare con me, - diceva Nello pestandole gli abiti per mettersele a cavalcioni sulle ginocchia.

- Come vuoi giocare?

- Adesso, quando andremo via, ti lascio qui, - lo minacciò la signora Giulia col solito vezzo delle mamme.

Egli si voltò.

- Ci staresti colla signora? - ripetè imprudentemente.

Ma Nello spaurito si era già lasciato strisciare sino a terra guardando Bice, che gli tendeva le mani per nascondere il dolore cagionatole da quella scena; poi corse alle sottane della mamma.

- Va via, cattivo, che mi sciupi tutta. Ma è davvero un supplizio con questo birichino, - e sorrideva beatamente, - che non sta fermo un minuto! Anche ieri è cascato da una sedia, sulla quale era montato per prendere un album da un tavolino.

Lamberto la guardò di sfuggita per troncare il discorso, conoscendo il pettegolezzo vuoto della moglie.

Egli parlava con De Nittis di Roma, ove sperava di poter ritornare presto. La grande città, così elegante ed aristocratica nella moltitudine dei propri saloni affollati di tutta la nobiltà del mondo, gli aveva lasciato nell'anima una impressione incancellabile. Anzitutto vi aveva ottenuto molti trionfi femminili, era stato presentato a corte e accettato finalmente al Club della Caccia, il più difficile di tutti i clubs. Nella volgarità della propria vita militare egli non aveva capito altro di Roma; poi sua moglie, figlia unica di un grosso mercante di campagna, gli aveva portato una ricca dote, colla quale potevano tenere carrozza, abitando nello stesso palazzo del padre un appartamento, abbastanza ricco per darvi qualche ricevimento.

A Bologna invece tutto gli era apparso noioso.

Ma De Nittis finiva coll'impacciarsi in quella conversazione insignificante.

Già la colezione del mezzogiorno non era stata allegra; qualche parola sventata della signora Giulia aveva rievocato memorie dolorose, attirandole brusche occhiate da Lamberto, che l'avrebbero imbarazzata maggiormente, senza le continue diversioni, colle quali la petulanza di Nello la soccorreva. Evidentemente quella loro visita non si sarebbe ripetuta per un pezzo. Lamberto aveva perduto ogni rimasuglio di spiritualità in quella vita di caserma e di salone, nella quale una rivista od un ballo diventavano i massimi avvenimenti; Bice e De Nittis, spogliati di ogni foglia e di ogni flore, non erano più che due piante che si essicavano lentamente in un lungo autunno.

Quindi Lamberto per non sapere cosa dire lo interrogò sulla grande opera, cui lavorava da tanti anni.

L'altro scosse tristemente il capo.

- Quale costanza! - replicò Lamberto: - capisco che i capolavori esigono spesso tutta la vita.

- Bisognerebbe poter fare della vita il proprio capolavoro! A che giova la gloria, quando non si può più viverla? Le spalline di capitano adesso valgono per voi meglio del nome di Napoleone.

L'altro credette di sentire una ironia nel complimento.

- Napoleone alla mia età era già Primo Console.

- Ecco perchè egli è ancora così vivo nell'ammirazione di tutti: la gloria non è vera che giovane. Dante aveva più ingegno di Napoleone, ma non si è cominciato a valutare davvero la sua opera che al principio del nostro secolo. Chi oggi vorrebbe essere stato Dante? Chi non ha sognato di essere Napoleone I? Forse il poema di Dante non ha procurato al pensiero tante soddisfazioni quante la biografia di Napoleone! La sua leggenda è stata l'ebbrezza di questo secolo.

- Pare che in Francia si prepari un risveglio napoleonico.

- Non credo: la reazione vi è piuttosto contro l'abbassamento socialistico, dal quale siamo minacciati, che contro la repubblica. L'umanità, condannata a comprendere so stessa solamente nei propri grandi uomini, non potrà uscire mai dall'ideale messianico, mentre il socialismo moderno, negando nella religione la prima poesia di ogni vita, e sopprimendo colla gloria la sola poesia della morte, contraddice ai due più profondi bisogni dell'anima umana. Ecco perchè Napoleone risorge ora nella fantasia popolare come un sogno consolatore di grandezza, una rivincita della individualità, che non vuole essere preterita. Vedete: oggi si moltiplicano le società per l'abolizione della guerra, e il popolo invece non si sente vivo che sognandone un'altra maggiore di tutte le passate, quella di classe

- Lei non crede dunque alla pace perpetua? - chiese Lamberto, contento come capitano di trovare nell'illustre filosofo le proprie idee, che credeva solamente pratiche.

- La pace perpetua! cioè tutte le guerre tranne quella delle armi, la meno micidiale. Se la civiltà è formata di stratificazioni, come una razza potrebbe sovrapporsi alle altre senza schiacciarle più o meno? Adesso la razza bianca si trova nuovamente in lotta con la gialla e la nera per dare davvero alla propria civiltà un carattere mondiale: vi giungerà senza guerra? Se il socialismo è l'avvento di una nuova classe per mettere un'altra giustizia nell'ordine e una diversa autorità nel potere, vincerà senza guerra?

- Parlano di nazione armata....

- Ancora la guerra di tutti contro tutti, quando ogni proroga di riforma sarà esaurita! Ma forse neppure voi, capitano, benchè siate ancora giovane, vi ci troverete.

E De Nittis, accorgendosi che la signora Giulia si annoiava, cercò di mutare discorso.

Aspettavano l'arrivo del sindaco, del dottore Leoni e del parroco, invitati a pranzare da Bice per far meglio passare il tempo ai due ospiti, giacchè il treno non ripassava verso Bologna che sulle undici.

Infatti non tardarono molto ad arrivare: il curato fu l'ultimo. Era un vecchio molto semplice, con tutti i capelli bianchi e gli abiti poco puliti, ma senza quella solita servilità del clero verso i signori. Per molti anni aveva insegnato filosofia nel seminario di Bertinoro, poi disgustato dalla guerra sleale mossagli da tutti gli altri colleghi per la paura che diventasse vescovo, era ritornato a Bologna presso il cardinale Morichini, uno degli ultimi prelati liberali e gentiluomini del quarantotto; e alla morte di questo protettore aveva accettato di andare in campagna. Da un anno si trovava al Sasso, curato della chiesa principale, ove lo avevano battezzato settant'anni prima, il giorno stesso della morte di Napoleone. Naturalmente era presto diventato amico dei signori della villa e, dacchè Bice vi era ritornata, veniva spesso a trovarla per una segreta speranza di poterle giovare. La sua esperienza di vecchio confessore gli aveva fatto subito indovinare la posizione reciproca dei due sposi, dopo la morte del bambino, sulla quale la brutalità dei medici non aveva al solito saputo tacere.

Però non aveva ancora osato affrontare con lei questo tema. La sua vecchia faccia scarna, rischiarata dalla bontà di due grandi occhi neri, cercava di farsi anche più dolce nell'intimità, quando poteva trovarla sola; mentre dinanzi a De Nittis non sapeva difendersi dalla soggezione nell'abbarbaglio troppo frequente di qualche grande idea, sebbene la sua fede di piccolo professore cattolico non ne rimanesse turbata. Invece il dottore si era sentito trascinare verso Bice da una simpatia quasi inconscia, poi mano mano più viva, fatta di pietà e di amor proprio, giacchè dopo tutte quelle sue premure quasi affettuose verso il piccolo Giulio negli ultimi giorni, ella gliene era rimasta vivamente grata. Quindi al suo primo onomastico gli aveva offerto una magnifica busta chirurgica, comprata appositamente a Londra, un capolavoro ed un lusso degno di un clinico. Certo ella era tutt'altro che bella, con quel grande naso ducale sopra un viso così sparuto, e un pallore quasi cereo, senza nessuna delle più labili e minute civetterie femminili; ma forse appunto per questo, egli sino allora quasi superbo della propria sana brutalità, finiva per ammirare passionatamente quella spirituale delicatezza, cui la stessa miseria del corpo pareva accrescere la grazia.

D'altronde Bice e De Nittis erano le sole persone colle quali al Sasso potesse qualche volta assorgere dalle pesanti volgarità del proprio mestiere.

Ma la presenza di Lamberto era subito bastata a rieccitare in lui tutti gli istinti di odio contro l'attuale ordine della società, ancora offesi dalle ingiustizie subite nei tre anni passati per forza, come medico, in un reggimento di fanteria.

Stavano sul prato in circolo, davanti alla grande porta della villa, ornata di tende in tela grigia a liste azzurre, dietro le quali si travedeva nell'andito un mobilio severo di cassettoni scolpiti, e un tavolo oblungo, nel mezzo, dai piedi di drago. Come accade spesso in simili casi, il bambino serviva all'imbarazzo generale, ricevendo colla propria adorabile disinvoltura di piccolo monello le carezze di tutti. Ma il sindaco, sempre pieno di pretensioni cortesi, affettava già di parlare colla signora Giulia di Roma, dove si era laureato ingegnere gli ultimi anni del governo pontificio; mentre con quel delizioso accento romano, così indeterminabile nella canzonatura, ella si divertiva invece ad imbrogliargli i ricordi con bruschi accenni ai grandi lavori edilizi, che ne avevano, secondo lei, mutato affatto la fisonomia.

Invece Don Gregorio vi era stato per le ultime feste del giubileo.

- Vorrei potervi tornare.

- Verrete con me, Don Gregorio, se vi andrò più.

- Perchè più, questa brutta parola? - rispose con dolce rimprovero. - Quando si è giovani bisogna vivere il più allegramente possibile.

- Servite Domino in laetitia, - intervenne sardonicamente il dottor Leoni.

- Questo consiglio, caro dottore, è forse più profondo di quanto non paia: la malinconia può diventare facilmente un rimprovero contro Dio per la parte assegnataci in questo mondo. Ecco perchè bisognerebbe saper portare come un peso leggero anche il dolore.

De Nittis, prevedendo una delle loro solite discussioni, sorrise.

- Per riceverne il premio in paradiso, non è vero? Il dolore si deve sopprimere qui, colle ingiustizie che lo producono.

- Potrete sopprimere il dolore nelle malattie? Dovrete prima sopprimere queste, e prima ancora di queste, la morte, che ne è la gran causa. Voi siete socialista, dottore, e io sono prete: siamo dunque vicini; ambedue vorremmo correggere il male e consolare il dolore, ma voi cancellate il cielo. Che cosa vi resta? Chi avreste contentato, trionfando col vostro sistema? Coloro che avevano fame, e coloro che avevano freddo: ma che cosa darete dopo anche a questi?

Lamberto ascoltava, preso già nell'interesse della disputa, perchè la figura del medico gli era subito spiaciuta.

- Quando l'uomo avrà il necessario...

- S'accorgerà tosto che vale anche meno del superfluo, - fu pronto a ribattere il prete. - Oramai l'utopia socialistica non può ingannare più alcuno: è un appello, una promessa di piaceri brutali in un oblio convenuto di tutti i più alti e necessari dolori. Supponete che questo bambino così bello muoia, malgrado tutta la vostra scienza, - seguitava impetuosamente, senza accorgersi della sconvenienza così angosciosa per Bice di questo esempio, ma poi lo sentì ad un suo sussulto, e dovette nullameno proseguire perchè era troppo tardi: - che cosa potrebbe dare il socialismo al cuore dei due genitori? Sapete che cosa sarebbe la vostra nuova città? Un refettorio al pianterreno, un dormitorio al primo piano: dovreste incaricare i cuochi di consolare tutte le afflizioni con una doppia razione di budino. Ma quello, che voi giudicate il superfluo, è invece per l'anima umana il più necessario, è la fede nell'ideale di un'altra vita, in una giustizia, che la società non potrà mai applicare, perchè la natura stessa non può contenerla quaggiù. Non vedete come la natura è apparentemente ingiusta nella distribuzione della salute e della vita?

Il dottore non trovò subito la risposta.

- Convenite almeno, - disse poi coll'aria di chi vuol troncare una discussione, nella quale certamente saprebbe vincere, se la cortesia di altri riguardi non glielo impedisse: - convenite almeno che la società è male organizzata. La pace armata negli ultimi vent'anni ha già costato all'Europa oltre cento miliardi: quante miserie si sarebbero guarite con questa somma!

Il capitano sentì l'allusione.

- Molte certamente, ma altre peggiori avrebbero potuto prodursi senza la salvaguardia dell'esercito.

- La guerra è sempre stata, fino ad oggi, un male necessario, - ribattè don Gregorio.

Ma Bice s'intromise opportunamente con un sorriso.

- Non farete dunque mai la pace voialtri due?

Tutti si volsero.

- Eppure cercate la medesima traccia, voi, dottore, cogli occhi bassi, voi, don Gregorio, cogli occhi in alto; v'incontrerete in fondo all'orizzonte, dove la terra tocca il cielo.

- Ah! - esclamò Lamberto commosso d'ammirazione, - sei sempre la Bice di una volta; mentre invece la signora Giulia, un po' seccata, la guardava senza aver ben capito le sue ultime parole.

Ma Nello produsse ancora una diversione; tutti si alzarono dirigendosi dal giardino verso il bosco, che si allungava cupo di abeti a fianco della villa. Il sindaco aveva offerto il braccio alla signora Giulia, e dentro quel largo soprabito nero, colla pelle bruciacchiata dal sole, pareva anche più secco; don Gregorio, rimasto alquanto addietro con Bice, s'accorse della tristezza più desolata del suo volto. Ella seguiva coi grandi occhi neri il bambino, che sgambettava dinanzi a tutti senza berretto.

- Signora Bice, - le disse improvvisamente con uno sforzo, che gli faceva tremare la voce.

Ella lo guardò; don Gregorio si era già nuovamente confuso, ma superando la propria emozione:

- Veda - seguitò - avrei voluto domandarglielo prima: ella non spera più da Dio la benedizione di un bel bambino come quello ? Io sono vecchio.... credo di aver indovinato il suo dolore, ma badi che non bisogna essere più prudenti di Dio, rifiutando di esporci di nuovo ad una disgrazia, colla quale ha voluto provarci. Dio è buono, signora Bice; egli comprende meglio di noi i nostri bisogni, ma vuole tutta la nostra confidenza. Anch'io non sono che un povero prete, ma dovevo dirle questo; ella, signora Bice, non vorrà aversene a male, se mi sono espresso come ho potuto.

Invece le parole gli venivano fluenti sulle labbra. La sua faccia ne rimaneva come illuminata, mentre le mani non abbastanza pulite gli tremavano leggermente.

Bice rattenne a stento uno scoppio di pianto.

- Speri, speri, lei è giovane ancora.

- Come è bello! - esclamò poco dopo, mostrandogli il bambino, che in quel momento era corso ad abbracciare le gambe del padre.

- Ebbene, io voglio credere di battezzarne presto un altro, - si affrettò a rispondere, perchè la signora Giulia ritornava verso di loro.

Ma durante il pranzo Lamberto, col quale il sindaco cercava di sfoggiare tutte le proprie cognizioni di buon amministratore, venne a parlare di cavalli per l'esercito e del loro allevamento non abbastanza incoraggiato dal governo nelle campagne. La razza friulana era già perita, quella delle Maremme, così famosa un tempo, e che aveva fornito a Napoleone I i cavalli più resistenti nella grande campagna di Russia, non era più riconoscibile; le altre dell'Agro romano non davano risultati, i cavalli sardi erano cavalli da bimbi. Lamberto, fanatico pei cavalli inglesi, spiegava tutto ciò coll'esaurimento del sangue negli stalloni, cui bisognava comprare in Inghilterra moltiplicando le stazioni di monta, e non ricevendovi cavalle difettose. L'Italia era rimasta ultima in Europa in questa produzione così importante; si conoscevano cavalli normanni, andalusi, russi, inglesi, meklemburghesi, ungheresi, ma non vi erano cavalli italiani; il loro tipo mancava sui mercati. La nostra cavalleria, montata sugli scarti delle altre nazioni, era condannata in caso di guerra ad una pericolosa inferiorità.

- Tutte le nostre razze sono così, - proseguiva, - i buoi, i cani, le pecore, i polli: se lei va in Inghilterra vedrà delle meraviglie, e non sarebbe difficile farne di simili. È questione d'incrociamento, bisogna escluderne gl'individui affetti da vizi ereditari: ciò vale anche per la razza umana.

Don Gregorio guardò Bice.

- Per la razza umana, signor capitano, non si può giudicarla alla stessa stregua.

- Lei non lo crede, ma tutta la scienza moderna le torto: lo domandi, - seguitò imprudentemente Lamberto riscaldandosi in questo suo terna favorito, che faceva le spese di tutti i discorsi al reggimento; - lo domandi al professore; oggi si è provato che anche la delinquenza è ereditaria. Veda, per esempio, l'Agro romano è un territorio dei più malsani, eppure i butteri sono forse gli uomini più belli d'Italia: perchè? Perchè vi nascono si può dire a cavallo, e ne discendono solamente per essere seppelliti; i bambini a questa vita non resistono che essendo molto forti. In molti secoli con tale selezione si è formata una magnifica razza.

- Me li ricordo anch'io, - disse il sindaco: sono ammirabili.

De Nittis così interpellato dovette assentire con un cenno del capo, ma un turbamento gli era passato negli occhi; Bice si era piegata verso Nello, che in ginocchio sulla sedia s'impiastricciava le manine nel piatto, mentre la mamma lo sgridava:

- Oh il porcellino!

Ed egli voltava la grossa testa rosea verso di loro con un sorriso trionfante sui labbruzzi sporchi, che lo rendeva anche più bello.

- Ma scusi, don Gregorio, - si ostinò Lamberto: - oramai questa non è più una questione.

- Cioè.... mi permetta allora di rinnovarla. Non voglio discutere gli allevamenti animali, perchè non sono competente a giudicare sulle cause dei miglioramenti ottenutivi, e saranno magari dovuti ad una più logica scelta nell'incrociamento....

Il capitano sorrise di questa concessione.

- Ma quanto alla razza umana ho diritto di affermare, che le sue leggi sono così diverse da quelle delle altre razze, come la missione affidatale da Dio. Che cosa sappiamo noi sul perchè e sul modo della nostra vita? Certo vi è un animale in noi, un corpo soggetto alle necessità della materia, ma l'anima, che vi sta dentro, non può essere spiegata colle condizioni fisiche di esso. Coloro che paiono i più deboli, sono spesso i più forti; poi siete ben sicuro che il muscolo sia sempre in noi il più resistente, e il più longevo fra noi il più robusto? Oggi si fa un gran discorrere di eredità per scusare tutti i difetti con questa spiegazione: è il suo temperamento, i suoi genitori erano così! Io non lo credo.

- Non si tratta di fede, ma di fatti.

- Provateli dunque. Mio padre era un giuocatore, io giuoco; è una eredità? Vi è dunque in noi un organo anche pel giuoco; ma se vi è, come passa nel bambino al momento della sua generazione? Che cosa sa la scienza, di questa generazione? Nei primi mesi del feto essa è costretta a dichiarare che non può nemmeno precisarne l'umanità. Mi permetta ancora, signor capitano, una obbiezione e non parlo più. Il bambino preesiste, o si forma nel momento che diciamo della generazione? Nessuno può affermare l'uno l'altro, giacchè le due ipotesi sono egualmente assurde per la scienza, e la terza non v'è. Se preesiste, vi sono già forme di uomo vuote, che la generazione riempirebbe ed imprimerebbe di certi caratteri dei due genitori: ma che cosa sono allora queste forme, dalle quali uscirebbero gl'individui umani? Se il bambino non preesiste, la sua individualità come deriva dalla dualità dei genitori? Era nell'ovo, o vi è immesso? Se vi era, la madre è tutta la generazione, e le obbiezioni di prima ritornano; se vi è immesso, preesiste dunque nel padre, e siamo ancora dentro la stessa obbiezione. Vedete bene che per la nostra logica il fatto della nascita è sempre egualmente impossibile. Ma veniamo all'eredità: questo bambino somiglia ai genitori; comunque sia di lui, preesistesse loro, o sia stato creato dal loro incontro, è uscito alla vita da un ovo, nel quale si è compito il fatto della sua somiglianza con essi. Per quale processo le loro due fisonomie hanno formato la sua? Nell'attimo unico della generazione, come il colore degli occhi del padre e la forma degli occhi della madre hanno potuto passare in lui che non aveva occhi? Forma e colore passano dunque senza la cosa? Eppure passano: d'accordo, ma confessate che tutto ciò è assurdo, inesplicabile, per la nostra scienza, come la nascita. Mio padre gioca, io gioco; questa è ancora una trasmissione come quella del colore de' suoi occhi ne' miei? Con quale diritto la vostra, la mia ignoranza lo affermerebbero? Io ho un'anima, una mente, una volontà, giuoco perchè voglio giuocare: ecco tutto. Queste famose leggi dell'eredità non sono che riapparizioni dei medesimi fatti nei padri e nei figli, spesso anche assai male osservati. Vi è una eredità, nella quale il nostro spirito resta libero, secondo il dogma cristiano del peccato originale, mentre la vostra scienza la falsifica pretendendo di sopprimere con essa la nostra libertà morale. L'uomo nasce nel peccato, ma al bene: la sua anima può assorgere a tutte le virtù, e precipitare in tutti i vizi: ecco la verità cristiana, che nessuna scienza potrà mai smentire.

E si fermò come ansante; tutti lo avevano ascoltato attentamente, quantunque non afferrando sempre bene il valore di quelle argomentazioni. Lamberto guardò il dottor Leoni, al quale sarebbe scaduta per diritto la risposta, ma questi, contento di vederlo imbarazzato, si volse invece a don Gregorio:

- Eh! avete portato il problema alla radice.

- Io non posso risponderle, - replicò allora il capitano. - Vi sarà benissimo un mistero anche per la scienza, ma basta guardarsi intorno, dappertutto, per trovare giuste le mie osservazioni. Io non mi sono ammalato che una volta: il medico, prima di esaminarmi, m'interrogò su' miei genitori.

- Non nego questo, mi oppongo solo alla pretesa di voler spiegare tutta la vita umana con leggi animali, che spessissimo non sono nemmeno leggi.

Don Gregorio si accorgeva di aver fatto peggio ad approfondire simile questione, ma trascinato dall'impeto dialettico della vittoria, avrebbe voluto lanciare al capitano un ultimo razzo, che dissipasse nel cuore di Bice tutte le paure lasciatevi dalla morte del piccolo Giulio. Quelle teoriche sull'atavismo uccidevano al tempo stesso la religione e la vita. Come osare di essere padre, sapendosi affetto da una inguaribile malattia ereditaria? Certo la maggioranza della gente non vi pensava, ma e coloro invece che vi pensassero? Come accorderebbero la coscienza coll'istinto? La sua fede e il suo buon senso si ribellavano del pari a queste leggi, avendo anch'egli nella propria esperienza visto spessissimo il contrario, genitori buoni avere figli pessimi, e da genitori malaticci uscire figli robusti. Adesso l'ultima teorica dei microbi annullava tutte le famose leggi dell'eredità patologiche, riproducendo nella natura la legge cristiana: gli uomini essere egualmente immersi in tutti i morbi e in tutti i peccati, e la loro salute fisica o spirituale non risultare che dalla resistenza oppostavi.

Queste idee, raccolte da tempo in una delle sue prediche meglio riuscite, gli si ripresentavano tumultuariamente nella memoria, mentre il cuore gli doleva di avere offeso quelle due anime già così infelici, intendendo invece a consolarle. Una vergogna lo sorprese fra tutti quegli sguardi, che sembravano aspettare come sarebbe uscito da tale scabra situazione.

De Nittis dovette generosamente soccorrerlo; il suo sguardo cadde prima su Bice.

- Avete difeso validamente la vostra religione, don Gregorio, ma nemmeno essa ha diritto di rinfacciare alla scienza il mistero, dopo esserne egualmente ricinta. Come in ogni epoca d'incredulità religiosa, oggi si dogmatizza su tutto colla stessa facilità di altri tempi a credere; eppure si sa così poco! Se le nostre osservazioni resteranno eternamente strette fra microscopio e telescopio, mentre la verità è forse al di d'entrambi, le nostre più salde certezze non sono che l'accordo di una prima ipotesi con alcune altre; ma senza la fede istintiva, che è in fondo alla nostra intelligenza, cosa ci resterebbe di esse? La fede sola, questa vittoria sull'incomprensibile, può salvare la vita incomprensibile anch'essa come l'amore.

- Avrei voluto dire così anch'io! - esclamò don Gregorio.

Tutti sorrisero, meno il dottore Leoni intento nel volto di Bice durante tutto quel discorso.

Ella si era voltata verso il marito con un moto passionato: una luce spirituale le brillò repentinamente sul viso, ma quel dubbio supremo, nel quale egli parve voler disciogliere tutte le realtà della vita, e che aveva entusiasmato don Gregorio come una mistica formula cristiana, ve la spense.

Il pranzo si protrasse ancora meno animato; il dottore affettava il silenzio, Lamberto ed il sindaco, disorientati dalle ultime parole di De Nittis, non trovavano più l'accento ordinario della conversazione, mentre la signora Giulia seguitava a rimpinzare Nello sempre in ginocchio sulla sedia, e col tovagliolo annodato al collo, che lo faceva sembrare anche più grosso.

Poi, quando passarono nell'altra sala a prendere il caffè, il dottor Leoni disse a don Gregorio con un sorriso enigmatico:

- Chi volevate dunque persuadere con quel vostro attacco contro le leggi dell'eredità, le più sicure della scienza moderna? Voi stesso non potreste dubitarne dopo la morte del loro bambino: credete che vivano separati?

La domanda era così brutale, che l'altro ne sofferse; alla propria volta guardò acutamente il dottore.

- Voi mi domandate un secreto che non ho, e che non potrei rivelare in alcun modo. Perchè me lo chiedete? La loro sventura è una delle più terribili, che io abbia incontrato nella mia oramai lunga carriera di prete, ma lo è forse diventata maggiormente per le parole di voialtri medici. Secondo il verdetto della vostra scienza, le loro nozze sarebbero colpevoli, mentre il matrimonio cristiano, lasciando a Dio il segreto della generazione, ignora tali colpe. Quella povera signora soffre il più straziante dei martirii nella propria maternità.

- Perchè ha ella voluto sposare un vecchio, essendo lei stessa così debole?

- La sua cattiva eredità sarebbe dunque diventata buona, sposando un giovane come voi?

Bice veniva appunto verso di loro con una tazza nella mano, ma siccome don Gregorio non prendeva mai caffè, la tazza toccò al dottor Leoni, che arrossì impercettibilmente facendole il solito piccolo inchino. Gli occhi di don Gregorio diventarono malinconici: il dottore amava Bice, ma come avrebbe potuto capire un'anima simile?

La conversazione seguitò ancora sino alle nove, poi la carrozza venne a postarsi dinanzi alla porta per riaccompagnare in paese don Gregorio, il dottor Leoni e il sindaco; il vecchio prete era solito a coricarsi presto, e il dottore aveva tuttavia qualche visita importante da fare. Il sindaco si attardava nel complimentare la signora Giulia.

Quando furono partiti, Lamberto chiese a Bice:

- È questa tutta la gente della tua conversazione?

- Nemmeno questa: don Gregorio viene qualche volta, gli altri due quasi mai.

- Come si fa a passare il tempo allora? - esclamò ingenuamente la signora Giulia.

La tristezza della casa si appesantiva su tutti. Quella grande villa, con un giardino ed un bosco principesco, era muta; le sue ricche sale parevano disabitate, tutti i servitori erano vecchi, non si udiva strepito di cavalli, di cani o di bimbi, che la facessero vibrare della propria vita. Fuori sul prato, nell'ombra rotta dai due grandi fanali a fianco della porta, si travedeva qualche vaso, e un poco più lungi, a sinistra, i primi gruppi degli abeti si alzavano come un fumo dapprima compatto, poi meno denso in alto, dentro la notte. Non aliava vento; solo il murmure del fiume si allontanava mestamente per il fondo della valle.

Benchè la notte fosse tiepida, rientrarono nell'andito.

Gli ultimi discorsi furono naturalmente di Roma, ove Lamberto sperava di ritornare nell'inverno passando dalla cavalleria allo stato maggiore; quindi la signora Giulia insistè per cavare da Bice una promessa di venirli a trovare nel loro appartamento a Roma. Si capiva dalle parole che desiderava di mostrarglielo.

L'altra si schermiva: De Nittis, colla solita signorile affabilità, acconsentiva a tutto senza aggravare colle proprie esortazioni quegli inviti.

Nello dormiva già sulle ginocchia di Margherita.

La carrozza aspettava nuovamente sul prato dinanzi alla porta, ma Lamberto propose invece di andare alla stazione a piedi.

- Scommetto che tu, Bice, cammini troppo poco.

Ella sorrise.

- Ma il bambino....

- Vedrai che non piange svegliandosi.

Infatti, quando lo destarono, si stropicciò gli occhi e chiese per la prima cosa da bere.

Alle dieci si avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra mano, De Nittis dietro loro colla signora Giulia che, malgrado le sue istanze, non aveva voluto mettersi la piccola giacca inglese. Appena fuori del prato, quasi sommerso nell'ombra degli abeti, la notte parve loro più chiara, le stelle scintillavano a miriadi, la strada era bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza parlare. Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno si era dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per l'altra. Ora nulla avrebbe potuto più riavvicinarli. Le loro vite divergevano verso una meta egualmente inconoscibile, obliandosi reciprocamente a poco a poco: non erano passati cinque anni dal loro ultimo abboccamento in casa della contessa Ginevra, e nel rivedersi solamente allora per la prima volta, avevano potuto riconoscersi appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco, con una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio dell'avvenire e un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona che avrebbe potuto intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire nemmeno a divorare tutto il proprio patrimonio.

Bice invece era diventata più pallida, più magra, più orfana di prima: lentamente tutti erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la zia Ginevra, il dottor Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo mondo così spirituale e così eroico nella semplicità, quale a Lamberto era rimasto nella fantasia in un'impressione confusa di leggenda. Ella aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande maestro, il più alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato uno di quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un altro mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto più bello, nell'inno radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino intorno alla sua culla. Ella non era rimasta che l'involucro di stessa, talmente leggera che non la sentiva neppure pesare sul braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i giorni? Amava ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente a se stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue egualmente assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro parole, e dava alle loro faccie una strana bianchezza di statue.

Eppure egli avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente meschino, quasi ridicolo, lo aveva impedito.

E questo pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente, rendendola quasi più limpida nel considerare invece la condizione che si era creata sposando la signora Giulia. In quel momento faceva più fatica a reggere il bambino per mano, che a sostenere Bice con tutto il braccio.

Nullameno una sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla sua presenza, dal sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro, colla leggerezza di un fantasma. Quelle poche parole, prima di attraversare il villaggio, si erano spente intorno a loro come l'eco di un sogno.

Doveva mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.

La strada costeggiava quasi il fiume.

Allora si fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che andavano anche più piano; poi Nello, per uno di quei capricci inesplicabili, volle lasciare la mano di Lamberto per prendere quella di Bice.

- Tu sei felice, Lamberto? - ella gli chiese con accento così dolce di speranza, che lo fece trasalire.

Allora una tenerezza passionata gli sgorgò impetuosamente dal cuore a quella domanda, nella quale il suo amore di fanciulla per lui risorgeva trasmutato dal dolore in una più pura carità: tremò, ma non sapendo come rispondere, le strinse quasi violentemente il braccio.

- È proprio una deliziosa passeggiata! - esclamò la signora Giulia: - Nello, vuoi venire con me?

Invece volle rimanere attaccato alla mano di Bice.

La stazione non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale vuoto, due o tre fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse: entrarono nella sala d'aspetto e sedettero sui divani neri. Al momento di separarsi la loro tristezza aumentò; Lamberto rimaneva preoccupato, Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora Giulia, colla bella faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si guardava intorno osservando le cose più insignificanti. Alla parete dicontro pendeva una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la tettoia, era aperta.

Passarono pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagliò l'aria. Il treno, un diretto, arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i saluti furono precipitati; Lamberto salì per ultimo nel vagone, e coi piedi già sul predellino, si volse per stringere ancora la mano a Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo sportello, tenendolo fermo sotto le braccia.

- Fa un bacio alla signora.

Bice rispose con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella penombra a guardare il treno, che fuggiva già invisibile verso Bologna, coll'ultima visione della sua giovinezza.

In quella notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza dell'estate, ma le ombre parevano più profonde e il sonno della campagna più stanco. Ritornarono a braccetto, a passo lento; egli chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle scuro, che le scendeva fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della novità di quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i giardinieri non parevano più gli stessi per la sola presenza di quegli ospiti giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le aiuole, e la signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri abiti chiari, rossa nel sole, che le accendeva come un nimbo d'oro intorno ai magnifici capelli biondi. Era stata la visione di un'altra vita, repentina ed inaspettata, attraverso il giardino assopito nel silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano mollemente per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta; non uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel fondo, la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il paesaggio, così chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi addormentato al monotono murmure del fiume.

Traversando il paese, Bice si volse a guardare le finestre della scuola, da lei aperta pei bambini poveri, nella quale veniva qualche volta la mattina a perdere una mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta alla meglio per tale uso, già appartenente alla contessa Ginevra; nella camera più grande si apriva il refettorio, dove i bambini ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza, resa oramai volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era bastata nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di scroccarle così qualche migliaio di lire.

La scuola, chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di ottobre, nel tempo per tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma anche nulla sarebbe mutato nella loro vita solitaria. Dacchè il piccolo Giulio era morto, la separazione, già provocata dalla sua nascita, era divenuta anche più profonda; un rimorso troppo delicato, perchè potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale sforzo, faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano occupato i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla Certosa, che servisse anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il disegno, Bice vi aveva posto questa singolare iscrizione:

 




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