GIULIO DE NITTIS
UNICO FIGLIUOLO
ASPETTA QUI I PROPRI
GENITORI
Poi le due
date della nascita e della morte.
Ma la vita li
aveva nuovamente circondati come un immenso deserto sotto un sole appannato, in
un silenzio anche più immenso. Ella rimaneva quasi tutto il giorno nella
propria camera, egli aveva accettato la presidenza dell'Accademia Benedettina,
come un ultimo modo di passare il tempo nel riordinarvi la biblioteca,
prostrando in questo lavoro materiale le ultime ribellioni dei propri ricordi.
Talvolta il loro appartamento troppo vasto li spaventava. Il salotto della
contessa Ginevra, sempre con quei vecchi mobili, sembrava attendere la stessa
conversazione di tanti anni; la poltrona del povero Ambrosi portava ancora le
tracce delle sue così pronte irritazioni nelle frangie sfilacciate dei
bracciuoli; quella della contessa Ginevra, più larga e pesta dalla pesantezza
del suo corpo, era presso al solito tavolino, sul quale il piccolo paniere da
lavoro, in vimini dorati e con uno sportello rialzato, lasciava vedere tutto un
aggrovigliamento di matassine e di gomitoli a mille colori. V'era lo sgabello
di Giorgi, la sedia americana di Prinetti, quel servizio da tè, gli albums, gli
ultimi giornali ancora aperti, religiosamente conservati al medesimo posto. E
le altre sale più ricche spiravano un senso anche più desolato di abbandono. I
servitori, oramai tutti invecchiati, ne sorvegliavano meno la pulizia, spesso
le finestre restavano chiuse per intere settimane, la polvere si stendeva a
veli diafani sulle stoffe, l'aria vi stagnava nell'ombra con quel sito
indefinibile degli appartamenti troppo a lungo disabitati. Infatti Bice e De
Nittis, respinti da quella solitudine, non occupavano più che poche stanze.
Ella si era attaccata alla contessa Maria, seguendola in tutte le sue corse di
beneficenza e nelle lunghe divozioni per le chiese; poi, anche la vecchia Rosa
era morta, e quella figlia del povero Giorgi, piuttosto di sua moglie che sua,
aveva preso una mala piega. Bice, che avrebbe voluto farle una piccola
posizione, dovette rinunciarvi con una stretta più straziante al cuore. Tutto
era finito; del suo passato non rimaneva che Lamberto, fra Nello e la signora
Giulia, che passavano tutti i pomeriggi sotto i portici del Pavaglione, all'ora
del passeggio, così belli tutti tre che la gente si voltava loro dietro
sorridendo d'ammirazione.
Ma in quella
tristezza, qualche volta, le si alzavano dalla coscienza voci impetuose.
Perchè vivere
così? Aveva ella diritto di condannare quell'uomo tanto adorato ad una
solitudine più amara di quella che il celibato gli avrebbe inevitabilmente riserbato,
dopo averlo inseguito nel suo calmo ritiro di sapiente per trarlo dentro il
dramma giovanile del proprio amore? Perchè disperare della vita, mentre vedeva
tutti i giorni gente più tribolata di lei resistervi coll'invincibile
ostinazione dell'istinto, o colla speranza sempre verde nella misericordia di
Dio? E certe parole della contessa Maria la toccavano come un rimprovero di
quella sua rassegnazione disperata, forse non meno empia di tante bestemmie,
dopo le quali le anime si umiliano nuovamente nella preghiera. Quindi la natura
la tentava con bruschi risvegli come nel marzo, quando tra gli ultimi freddi
dell'inverno tutte le piante presentono da capo la festa del sole. Le signore,
che venivano raramente a trovarla in quel gabinetto, presso la sua camera da
letto, vi apportavano, colla vivacità della loro eleganza, tutti i sentori
della strada; il salotto ne rimaneva vibrante per tutta la giornata, dandole un
senso quasi stanco di quegli abiti così modesti, fuori di moda, che le facevano
una figura di donna già vecchia, ridotta a non essere più che un parassita di
altre esistenze più rigogliose. Ma De Nittis era ancora più vecchio di lei. La
sua bella faccia rosea era diventata di un giallognolo opaco, non si pettinava,
non vestiva più colla stessa severa eleganza; le spalle incurvate gli
lasciavano cadere la testa sul petto, appena si obliasse in un pensiero, o non
vi fosse più gente intorno per tenerlo eccitato. Solo i suoi occhi limpidi e
profondi si accendevano ancora qualche volta nel lampo improvviso di una
memoria, ma la sua voce non aveva più le profonde dolcezze dì accento, alle
quali già tutti restavano presi.
Erano venuti
lentamente dalla stazione, barattando appena qualche parola su Lamberto e la
signora Giulia così felicemente accoppiati; ma, volta per volta, il dialogo si
era loro rotto alle prime parole.
- Non hai
freddo? - egli tornò a domandarle.
- No.
La villa non
era molto lontana.
La campagna
intorno dormiva di un sonno leggero sotto gli occhi sorridenti delle stelle, in
quel tepore autunnale, che sembra rendere l'aria più molle. Tutto taceva. Solo
il fiume seguitava a passare con un mormorio inintelligibile, come un susurro
di voci le quali soffocassero la propria gioia per non rompere la tranquillità
discreta della notte. La strada era senza polvere.
De Nittis
allungò il passo. Il suo braccio stringeva insensibilmente quello di Bice,
imprimendole una leggera ondulazione, che le fece alzare il capo.
Era una notte
come la prima del loro matrimonio, diafana e lieve, ma gli ultimi profumi,
vaporanti in quel sonno della terra, avevano una dolcezza anche più acuta.
Alcuni alberi disegnavano sulla strada grandi macchie oscure. Ella ebbe una
vaga impressione di languore e si abbandonò sul suo braccio, mentre da tutta
quell'ombra, che li circondava nascondendoli nel proprio mistero, le veniva
nuovamente una più cupa tristezza, una inesprimibile persuasione di non essere
ella medesima più che un'ombra abbandonata per una notte senza fine. Egli
invece camminava con insolita vivacità, trascinandola colla leggerezza di una
volta, gli occhi fisi al grande cancello della villa, che appariva già alla
svolta della strada. Bice gli sentiva battere il cuore. Nullameno ogni sforzo
per ritmare il proprio passo sul suo le fu impossibile; diventava sempre più
stanca, colla sensazione pesante di quello scialle che le impediva i movimenti.
Egli allentò
il passo, erano già vicini al cancello. L'ombra dei due grandi ippocastani, a
fianco dei suoi grossi pilastri in pietra, era così profonda che avrebbero
potuto seguitare, non veduti dalla villa, quella passeggiata.
Un battente
del cancello era socchiuso.
Una suprema
speranza teneva sospeso De Nittis nel ricordo della loro prima notte, per
quella strada di Corticella.
- Vuoi
rientrare? - dovette finalmente chiederle con voce tremula, dopo avere atteso
invano qualche istante un suo atto per proseguire.
Ella assentì
mutamente.
Appena
dentro, videro un lume spiccarsi dalla porta e venire loro incontro sul prato;
era il giardiniere. De Nittis si portò la mano al volto per nascondergliene la
profonda emozione, ma Bice non se ne accorse. Nella villa tutti i servitori
erano già a letto, secondo il solito, perchè da oltre un anno nè egli nè Bice
usavano più di farsi aiutare da loro coricandosi; Margherita e Tonina, tornate
alle antiche abitudini, dormivano insieme in una camera, a fianco di quella di
Bice.
Nell'andito
v'erano due bugie d'argento colle candele pronte.
- Vattene
pure; buona notte, Giovanni, - disse De Nittis al vecchio giardiniere.
Mise egli
stesso il catenaccio alla porta, e tornando presso Bice ancora avvolta nello
scialle, prese anche il suo candeliere dal tavolo colle mani tremanti. Ella
ebbe una strana sensazione nel vedergli la faccia così animata, salirono i due
rami di scale; quindi De Nittis sempre dinanzi si avviò alla camera di lei.
Appena vi
furono dentro, depose le candele sul comò, e si volse per aiutarla a torsi lo
scialle. La camera aveva le finestre socchiuse per ricevere l'aria balsamica
della notte.
- Debbo chiudere?
- le chiese.
Ella rimaneva
in mezzo, presso al tavolo, sul quale da un grande vaso di Sèvres si alzava una
bella pianta verde. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che egli le veniva
così in camera, e le parlava con tale intimità. Un sorriso gli tremava sulle
labbra; quindi andò a chiudere la finestra, mettendovi un certo tempo.
Ella si era
appoggiata al tavolo cogli occhi bassi.
La sua anima
rabbrividiva nel silenzio di quella camera sacra alla morte, dacchè i becchini
erano venuti un giorno a prendervi il cadavere del piccolo Giulio, dalla culla
a fianco del letto. La culla era ancora lì, con quella bandiera bianca di
merletti, che la copriva a mezzo, tutta bianca al di dentro, come aspettando il
sonno di un altro bambino. Bice non aveva voluto che la togliessero dalla
camera, per un bisogno segreto di potersele ancora inginocchiare daccanto nelle
notti più desolate della propria vedovanza. Le due candele, quasi contigue,
bruciavano sul comò con un battito leggero delle fiammelle, che faceva oscillare
trepidamente l'ombra su per le pareti.
- Bice! -
mormorò De Nittis cogli occhi lucenti.
Ella sentì
quell'appello, sommesso come un'eco che le venisse dai giorni lontani della sua
vita, quando la sua anima vergine attendeva tutte le rivelazioni dell'amore, e
istintivamente tremò. Il suo cuore ebbe cinque o sei battiti convulsi. L'altro
non respirava.
Ma vedendola
sempre così curva, cogli occhi a terra, quasi non avesse intesa la preghiera
della sua voce, ebbe uno smarrimento profondo, la sensazione di un abisso, nel
quale stesse nuovamente per cadere. Tutte le speranze gli fuggivano sul capo
con un volo spaventato di colombi, mentre un vento freddo gli batteva
dolorosamente gli occhi.
Stettero così
qualche secondo, poi Bice alzò la testa, guardando con una indefinibile
espressione verso la culla vuota e biancheggiante nell'ombra come un'alba
lunare; un'emozione insopportabile di amore e di abbandono, egualmente eterni,
soffocava loro il respiro: ella fu quasi per cadere, quindi colla mano
sinistra, sempre appoggiata al tavolo, si voltò lentamente, girandogli per
sempre in un saluto tutta la propria anima.
De Nittis
afferrò traballando la candela, ed uscì.
Il suo studio
nella villa non era che una piccola stanza con pochi libri, giacchè da molti
mesi non lavorava più alla grande opera sulle religioni. I fascicoli
accuratamente legati in carta rosea, con un grosso numero nero, romano, in
cima, si ammucchiavano sullo scrittoio a fianco di un ritratto di Bice, chiuso
in una cornice di bronzo inverdito, elegantemente severa nel disegno.
Egli sedette
sulla poltrona, innanzi alla piccola candela. Tutto era perito intorno a lui,
giorno per giorno, silenziosamente, la sua gloria, il suo amore, la sua sposa,
il suo bambino, coloro ai quali si era accompagnato, quelli che avrebbero
dovuto sopravvivergli. Come quei viaggiatori, che attraversano il deserto e che
il deserto esaurisce, egli non aveva più dinanzi che un orizzonte fatto di un
cielo e di una terra egualmente vuota, nella quale il suo grido resterebbe
senza eco, e il suo passo senza traccia. Da gran tempo la sua anima non aveva
potuto parlare giacchè, dopo la morte del piccolo Giulio, Bice era rimasta
forse più sola di lui stesso, nella inutile giovinezza dei propri ventisei
anni. Un'angoscia piena di rimorsi li divideva ancora, e li dividerebbe sempre
un terrore che il loro bacio chiamasse alla morte un altro piccolo innocente,
terreo e singhiozzante, con le pupille stravolte nello spasimo della propria
effimera apparizione.
Egli si
stupiva persino di essersene potuto dimenticare poco dianzi. Era stata
l'eccitazione prodotta in lui dallo spettacolo di Lamberto e della signora
Giulia, così belli entrambi e felici nel trionfo del proprio bambino? O il
delirio di una speranza, come talvolta ne hanno i moribondi drizzandosi sui
cuscini a parlare di quanto faranno, appena guariti, con accento convulso
d'impazienza? Adesso egli soffriva del dolore, che Bice doveva aver provato
rispondendo al suo appello, con quello sguardo, nel quale tutta l'anima le
aveva bruciato come una stella cadente per gli abissi del cielo. Ella, più pura
e più profondamente piagata di lui nel proprio cuore di madre, accettava la
castità di quell'esilio colla virtù delle prime donne cristiane, uscenti dalla
vita sulla traccia di Gesù. Non piangeva, non sperava. Per quanto egli avesse
cercato d'indovinare lo stato del suo spirito, non vi era riuscito: Bice gli
mostrava sempre lo stesso viso pallido, cogli occhi velati, e gli rispondeva
colla stessa voce assopita. Tutto era morto in lei, tranne la fede in Dio e
alla sua giustizia, dentro il mistero della quale camminava a testa bassa. Egli
invece aveva sentito scoppiare nella propria anima la frenesia di tutte le
ribellioni; il suo pensiero si era teso in uno sforzo titanico per resistere
alla ruina, che lo travolgeva, gridando come quello di Giobbe contro il
pensiero di Dio. Certo non era giusto quanto gli accadeva. Per lunghi mesi, nel
silenzio delle proprie notti, egli aveva ripetuto questa eterna protesta umana,
con una specie di ebrietà nell'opporre così la grandezza dei lamenti a quella
della sventura, senza che la morte, trionfante come sempre, uscisse dal proprio
mistero per rispondere. E a poco a poco era ricaduto anch'egli nel silenzio,
col viso pallido e gli occhi velati come Bice.
Adesso gli altri
gli facevano invidia per la loro stessa insensibilità, anzi non invidiava più
che tale inerzia della memoria, e quella facilità di ogni più basso piacere,
che la vita consente al maggior numero per non esaurire forse sè stessa negli
inutili sforzi dell'ideale. Così la gente non soffriva nemmeno della morte.
Molte madri, molti padri si trovavano come lui al tramonto, egualmente deserti,
e non pertanto ostinati a prolungare i propri ultimi giorni; egli invece non
sentiva più che la morte dovunque. Il suo alito passava in tutti i soffi, il
suo singhiozzo si rompeva in tutte le voci, il suo tremito appariva sotto ogni
moto, la sua oscurità saliva da ogni ombra. Era la morte che, interrompendo a
mezzo tutte le allegrie, lasciava sempre la stessa goccia putrida nel fondo di
tutti i bicchieri e di tutti gli sguardi.
Quindi una
stanchezza disperata gli rendeva ogni giorno più pesante la vita, nella
coscienza profonda della sua inutilità. Non era egli omai troppo vecchio per
durare ancora, dopo che tutte le prove erano finite? Ma la morte stessa sarebbe
una soluzione del problema imposto dalla vita al pensiero? V'era qualche altra
cosa, un altro dove?
La vecchiaia
era già essa pure una morte.
E non
pertanto il cristianesimo, questa massima rinnovazione tentata sulla vita, era
un'opera di vecchi. Tale tremenda ironia contro la natura soffiava dalle prime
scene del dramma cristiano sempre più fredda sino alle ultime, perchè tutto era
vecchio nel cristianesimo; Elisabetta e Zaccaria avevano generato Giovanni, il
precursore, nella più tarda età; Anna e Gioacchino erano già vecchi prima di
generare Maria; Giuseppe, secondo le più antiche leggende, aveva sposato a
settant'anni Maria, la piccola vergine di dodici. Mai l'eterna giovinezza dello
spirito fu significata con più sicuro disprezzo contro le leggi della natura.
Egli vi
ripensava anche in quel momento, ricordandosi le frasi di don Gregorio nella
disputa con Lamberto.
La fede del
vecchio prete aveva ancora la freschezza delle prime albe, quando lo spirito
lanciandosi a volo pei nuovi cieli aperti dalla resurrezione di Cristo, aveva
lungamente gridato di amore dietro il suo fantasma radioso, del quale non
rimanevano sulla terra che una croce e pochi discepoli a proclamare la vittoria
sulla morte. Nullameno, dopo molti secoli, l'anima umana tornava a dubitare
della propria redenzione, senza trovare in sè stessa un altro maggiore
concetto, entro cui raccogliersi nuovamente con Dio. Tutta la critica accampata
ora, come nel secolo di Augusto, oltre i confini delle filosofie e delle
religioni, sembrava un'altra volta pronta a retrocedere dinanzi al mistero. Se
allora nessuna fola pagana poteva più essere ripetuta in un circolo di persone
colte senza eccitarvi le beffe, noi pensiamo oggi con eguale sorriso agli
effetti, che produrrebbe sugli abitanti di Marte un cristiano annunciando che
il loro Dio, duemila anni or sono, discese a morire sulla terra per salvarvi
dal peccato i discendenti del primo uomo. I cieli, che narravano la gloria dì
Dio, ne velano adesso il segreto con una folla di mondi così immensi, che il
nostro piccolo globo non vi ha più importanza di un granello di sabbia nel
deserto o di un riflesso di luce sul mare. Ma il pensiero umano, sperduto col
proprio pianeta nell'infinito, sente che tutto vi naviga ad una meta
misteriosa, e il medesimo soffio, che incendia gli astri come fari, dirige le
migrazioni delle comete, attraverso i grandi oceani di stelle, per la serenità
delle notti. Perchè dunque l'infinito può essere pensato? È questa la prima
delle rivelazioni, che ci attendono, o Dio volle anticiparne qualche altra,
come affermarono tutte le religioni?
A poco a poco
De Nittis si era assorto in queste meditazioni. La candela, oramai consunta,
ventava nel bocciuolo della bugia con un battito di ali spaventate: accese
l'altro lume a petrolio, e si trasse dinanzi tutti i fascicoli della sua grande
opera.
Sulla
pallidezza lapidea della fronte gli si accendeva come una aureola.
I suoi occhi
si fissarono attenti su quelle pagine fitte e minute, nelle quali la posterità
avrebbe letto il testamento del suo pensiero: tutto era silenzio intorno a lui,
tutto era morto dentro di lui. E allora riprendendo la penna, come un romeo
antico il bordone in vista del Santo Sepolcro, si rimise sulla traccia di Dio.
Casolavalsenio,
15 agosto 1894.
FINE.
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