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Alfredo Oriani
La disfatta

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  • GIULIO DE NITTIS UNICO FIGLIUOLO ASPETTA QUI I PROPRI GENITORI
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GIULIO DE NITTIS

UNICO FIGLIUOLO

ASPETTA QUI I PROPRI GENITORI

 

Poi le due date della nascita e della morte.

Ma la vita li aveva nuovamente circondati come un immenso deserto sotto un sole appannato, in un silenzio anche più immenso. Ella rimaneva quasi tutto il giorno nella propria camera, egli aveva accettato la presidenza dell'Accademia Benedettina, come un ultimo modo di passare il tempo nel riordinarvi la biblioteca, prostrando in questo lavoro materiale le ultime ribellioni dei propri ricordi. Talvolta il loro appartamento troppo vasto li spaventava. Il salotto della contessa Ginevra, sempre con quei vecchi mobili, sembrava attendere la stessa conversazione di tanti anni; la poltrona del povero Ambrosi portava ancora le tracce delle sue così pronte irritazioni nelle frangie sfilacciate dei bracciuoli; quella della contessa Ginevra, più larga e pesta dalla pesantezza del suo corpo, era presso al solito tavolino, sul quale il piccolo paniere da lavoro, in vimini dorati e con uno sportello rialzato, lasciava vedere tutto un aggrovigliamento di matassine e di gomitoli a mille colori. V'era lo sgabello di Giorgi, la sedia americana di Prinetti, quel servizio da , gli albums, gli ultimi giornali ancora aperti, religiosamente conservati al medesimo posto. E le altre sale più ricche spiravano un senso anche più desolato di abbandono. I servitori, oramai tutti invecchiati, ne sorvegliavano meno la pulizia, spesso le finestre restavano chiuse per intere settimane, la polvere si stendeva a veli diafani sulle stoffe, l'aria vi stagnava nell'ombra con quel sito indefinibile degli appartamenti troppo a lungo disabitati. Infatti Bice e De Nittis, respinti da quella solitudine, non occupavano più che poche stanze. Ella si era attaccata alla contessa Maria, seguendola in tutte le sue corse di beneficenza e nelle lunghe divozioni per le chiese; poi, anche la vecchia Rosa era morta, e quella figlia del povero Giorgi, piuttosto di sua moglie che sua, aveva preso una mala piega. Bice, che avrebbe voluto farle una piccola posizione, dovette rinunciarvi con una stretta più straziante al cuore. Tutto era finito; del suo passato non rimaneva che Lamberto, fra Nello e la signora Giulia, che passavano tutti i pomeriggi sotto i portici del Pavaglione, all'ora del passeggio, così belli tutti tre che la gente si voltava loro dietro sorridendo d'ammirazione.

Ma in quella tristezza, qualche volta, le si alzavano dalla coscienza voci impetuose.

Perchè vivere così? Aveva ella diritto di condannare quell'uomo tanto adorato ad una solitudine più amara di quella che il celibato gli avrebbe inevitabilmente riserbato, dopo averlo inseguito nel suo calmo ritiro di sapiente per trarlo dentro il dramma giovanile del proprio amore? Perchè disperare della vita, mentre vedeva tutti i giorni gente più tribolata di lei resistervi coll'invincibile ostinazione dell'istinto, o colla speranza sempre verde nella misericordia di Dio? E certe parole della contessa Maria la toccavano come un rimprovero di quella sua rassegnazione disperata, forse non meno empia di tante bestemmie, dopo le quali le anime si umiliano nuovamente nella preghiera. Quindi la natura la tentava con bruschi risvegli come nel marzo, quando tra gli ultimi freddi dell'inverno tutte le piante presentono da capo la festa del sole. Le signore, che venivano raramente a trovarla in quel gabinetto, presso la sua camera da letto, vi apportavano, colla vivacità della loro eleganza, tutti i sentori della strada; il salotto ne rimaneva vibrante per tutta la giornata, dandole un senso quasi stanco di quegli abiti così modesti, fuori di moda, che le facevano una figura di donna già vecchia, ridotta a non essere più che un parassita di altre esistenze più rigogliose. Ma De Nittis era ancora più vecchio di lei. La sua bella faccia rosea era diventata di un giallognolo opaco, non si pettinava, non vestiva più colla stessa severa eleganza; le spalle incurvate gli lasciavano cadere la testa sul petto, appena si obliasse in un pensiero, o non vi fosse più gente intorno per tenerlo eccitato. Solo i suoi occhi limpidi e profondi si accendevano ancora qualche volta nel lampo improvviso di una memoria, ma la sua voce non aveva più le profonde dolcezze accento, alle quali già tutti restavano presi.

Erano venuti lentamente dalla stazione, barattando appena qualche parola su Lamberto e la signora Giulia così felicemente accoppiati; ma, volta per volta, il dialogo si era loro rotto alle prime parole.

- Non hai freddo? - egli tornò a domandarle.

- No.

La villa non era molto lontana.

La campagna intorno dormiva di un sonno leggero sotto gli occhi sorridenti delle stelle, in quel tepore autunnale, che sembra rendere l'aria più molle. Tutto taceva. Solo il fiume seguitava a passare con un mormorio inintelligibile, come un susurro di voci le quali soffocassero la propria gioia per non rompere la tranquillità discreta della notte. La strada era senza polvere.

De Nittis allungò il passo. Il suo braccio stringeva insensibilmente quello di Bice, imprimendole una leggera ondulazione, che le fece alzare il capo.

Era una notte come la prima del loro matrimonio, diafana e lieve, ma gli ultimi profumi, vaporanti in quel sonno della terra, avevano una dolcezza anche più acuta. Alcuni alberi disegnavano sulla strada grandi macchie oscure. Ella ebbe una vaga impressione di languore e si abbandonò sul suo braccio, mentre da tutta quell'ombra, che li circondava nascondendoli nel proprio mistero, le veniva nuovamente una più cupa tristezza, una inesprimibile persuasione di non essere ella medesima più che un'ombra abbandonata per una notte senza fine. Egli invece camminava con insolita vivacità, trascinandola colla leggerezza di una volta, gli occhi fisi al grande cancello della villa, che appariva già alla svolta della strada. Bice gli sentiva battere il cuore. Nullameno ogni sforzo per ritmare il proprio passo sul suo le fu impossibile; diventava sempre più stanca, colla sensazione pesante di quello scialle che le impediva i movimenti.

Egli allentò il passo, erano già vicini al cancello. L'ombra dei due grandi ippocastani, a fianco dei suoi grossi pilastri in pietra, era così profonda che avrebbero potuto seguitare, non veduti dalla villa, quella passeggiata.

Un battente del cancello era socchiuso.

Una suprema speranza teneva sospeso De Nittis nel ricordo della loro prima notte, per quella strada di Corticella.

- Vuoi rientrare? - dovette finalmente chiederle con voce tremula, dopo avere atteso invano qualche istante un suo atto per proseguire.

Ella assentì mutamente.

Appena dentro, videro un lume spiccarsi dalla porta e venire loro incontro sul prato; era il giardiniere. De Nittis si portò la mano al volto per nascondergliene la profonda emozione, ma Bice non se ne accorse. Nella villa tutti i servitori erano già a letto, secondo il solito, perchè da oltre un anno egli Bice usavano più di farsi aiutare da loro coricandosi; Margherita e Tonina, tornate alle antiche abitudini, dormivano insieme in una camera, a fianco di quella di Bice.

Nell'andito v'erano due bugie d'argento colle candele pronte.

- Vattene pure; buona notte, Giovanni, - disse De Nittis al vecchio giardiniere.

Mise egli stesso il catenaccio alla porta, e tornando presso Bice ancora avvolta nello scialle, prese anche il suo candeliere dal tavolo colle mani tremanti. Ella ebbe una strana sensazione nel vedergli la faccia così animata, salirono i due rami di scale; quindi De Nittis sempre dinanzi si avviò alla camera di lei.

Appena vi furono dentro, depose le candele sul comò, e si volse per aiutarla a torsi lo scialle. La camera aveva le finestre socchiuse per ricevere l'aria balsamica della notte.

- Debbo chiudere? - le chiese.

Ella rimaneva in mezzo, presso al tavolo, sul quale da un grande vaso di Sèvres si alzava una bella pianta verde. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che egli le veniva così in camera, e le parlava con tale intimità. Un sorriso gli tremava sulle labbra; quindi andò a chiudere la finestra, mettendovi un certo tempo.

Ella si era appoggiata al tavolo cogli occhi bassi.

La sua anima rabbrividiva nel silenzio di quella camera sacra alla morte, dacchè i becchini erano venuti un giorno a prendervi il cadavere del piccolo Giulio, dalla culla a fianco del letto. La culla era ancora , con quella bandiera bianca di merletti, che la copriva a mezzo, tutta bianca al di dentro, come aspettando il sonno di un altro bambino. Bice non aveva voluto che la togliessero dalla camera, per un bisogno segreto di potersele ancora inginocchiare daccanto nelle notti più desolate della propria vedovanza. Le due candele, quasi contigue, bruciavano sul comò con un battito leggero delle fiammelle, che faceva oscillare trepidamente l'ombra su per le pareti.

- Bice! - mormorò De Nittis cogli occhi lucenti.

Ella sentì quell'appello, sommesso come un'eco che le venisse dai giorni lontani della sua vita, quando la sua anima vergine attendeva tutte le rivelazioni dell'amore, e istintivamente tremò. Il suo cuore ebbe cinque o sei battiti convulsi. L'altro non respirava.

Ma vedendola sempre così curva, cogli occhi a terra, quasi non avesse intesa la preghiera della sua voce, ebbe uno smarrimento profondo, la sensazione di un abisso, nel quale stesse nuovamente per cadere. Tutte le speranze gli fuggivano sul capo con un volo spaventato di colombi, mentre un vento freddo gli batteva dolorosamente gli occhi.

Stettero così qualche secondo, poi Bice alzò la testa, guardando con una indefinibile espressione verso la culla vuota e biancheggiante nell'ombra come un'alba lunare; un'emozione insopportabile di amore e di abbandono, egualmente eterni, soffocava loro il respiro: ella fu quasi per cadere, quindi colla mano sinistra, sempre appoggiata al tavolo, si voltò lentamente, girandogli per sempre in un saluto tutta la propria anima.

De Nittis afferrò traballando la candela, ed uscì.

Il suo studio nella villa non era che una piccola stanza con pochi libri, giacchè da molti mesi non lavorava più alla grande opera sulle religioni. I fascicoli accuratamente legati in carta rosea, con un grosso numero nero, romano, in cima, si ammucchiavano sullo scrittoio a fianco di un ritratto di Bice, chiuso in una cornice di bronzo inverdito, elegantemente severa nel disegno.

Egli sedette sulla poltrona, innanzi alla piccola candela. Tutto era perito intorno a lui, giorno per giorno, silenziosamente, la sua gloria, il suo amore, la sua sposa, il suo bambino, coloro ai quali si era accompagnato, quelli che avrebbero dovuto sopravvivergli. Come quei viaggiatori, che attraversano il deserto e che il deserto esaurisce, egli non aveva più dinanzi che un orizzonte fatto di un cielo e di una terra egualmente vuota, nella quale il suo grido resterebbe senza eco, e il suo passo senza traccia. Da gran tempo la sua anima non aveva potuto parlare giacchè, dopo la morte del piccolo Giulio, Bice era rimasta forse più sola di lui stesso, nella inutile giovinezza dei propri ventisei anni. Un'angoscia piena di rimorsi li divideva ancora, e li dividerebbe sempre un terrore che il loro bacio chiamasse alla morte un altro piccolo innocente, terreo e singhiozzante, con le pupille stravolte nello spasimo della propria effimera apparizione.

Egli si stupiva persino di essersene potuto dimenticare poco dianzi. Era stata l'eccitazione prodotta in lui dallo spettacolo di Lamberto e della signora Giulia, così belli entrambi e felici nel trionfo del proprio bambino? O il delirio di una speranza, come talvolta ne hanno i moribondi drizzandosi sui cuscini a parlare di quanto faranno, appena guariti, con accento convulso d'impazienza? Adesso egli soffriva del dolore, che Bice doveva aver provato rispondendo al suo appello, con quello sguardo, nel quale tutta l'anima le aveva bruciato come una stella cadente per gli abissi del cielo. Ella, più pura e più profondamente piagata di lui nel proprio cuore di madre, accettava la castità di quell'esilio colla virtù delle prime donne cristiane, uscenti dalla vita sulla traccia di Gesù. Non piangeva, non sperava. Per quanto egli avesse cercato d'indovinare lo stato del suo spirito, non vi era riuscito: Bice gli mostrava sempre lo stesso viso pallido, cogli occhi velati, e gli rispondeva colla stessa voce assopita. Tutto era morto in lei, tranne la fede in Dio e alla sua giustizia, dentro il mistero della quale camminava a testa bassa. Egli invece aveva sentito scoppiare nella propria anima la frenesia di tutte le ribellioni; il suo pensiero si era teso in uno sforzo titanico per resistere alla ruina, che lo travolgeva, gridando come quello di Giobbe contro il pensiero di Dio. Certo non era giusto quanto gli accadeva. Per lunghi mesi, nel silenzio delle proprie notti, egli aveva ripetuto questa eterna protesta umana, con una specie di ebrietà nell'opporre così la grandezza dei lamenti a quella della sventura, senza che la morte, trionfante come sempre, uscisse dal proprio mistero per rispondere. E a poco a poco era ricaduto anch'egli nel silenzio, col viso pallido e gli occhi velati come Bice.

Adesso gli altri gli facevano invidia per la loro stessa insensibilità, anzi non invidiava più che tale inerzia della memoria, e quella facilità di ogni più basso piacere, che la vita consente al maggior numero per non esaurire forse stessa negli inutili sforzi dell'ideale. Così la gente non soffriva nemmeno della morte. Molte madri, molti padri si trovavano come lui al tramonto, egualmente deserti, e non pertanto ostinati a prolungare i propri ultimi giorni; egli invece non sentiva più che la morte dovunque. Il suo alito passava in tutti i soffi, il suo singhiozzo si rompeva in tutte le voci, il suo tremito appariva sotto ogni moto, la sua oscurità saliva da ogni ombra. Era la morte che, interrompendo a mezzo tutte le allegrie, lasciava sempre la stessa goccia putrida nel fondo di tutti i bicchieri e di tutti gli sguardi.

Quindi una stanchezza disperata gli rendeva ogni giorno più pesante la vita, nella coscienza profonda della sua inutilità. Non era egli omai troppo vecchio per durare ancora, dopo che tutte le prove erano finite? Ma la morte stessa sarebbe una soluzione del problema imposto dalla vita al pensiero? V'era qualche altra cosa, un altro dove?

La vecchiaia era già essa pure una morte.

E non pertanto il cristianesimo, questa massima rinnovazione tentata sulla vita, era un'opera di vecchi. Tale tremenda ironia contro la natura soffiava dalle prime scene del dramma cristiano sempre più fredda sino alle ultime, perchè tutto era vecchio nel cristianesimo; Elisabetta e Zaccaria avevano generato Giovanni, il precursore, nella più tarda età; Anna e Gioacchino erano già vecchi prima di generare Maria; Giuseppe, secondo le più antiche leggende, aveva sposato a settant'anni Maria, la piccola vergine di dodici. Mai l'eterna giovinezza dello spirito fu significata con più sicuro disprezzo contro le leggi della natura.

Egli vi ripensava anche in quel momento, ricordandosi le frasi di don Gregorio nella disputa con Lamberto.

La fede del vecchio prete aveva ancora la freschezza delle prime albe, quando lo spirito lanciandosi a volo pei nuovi cieli aperti dalla resurrezione di Cristo, aveva lungamente gridato di amore dietro il suo fantasma radioso, del quale non rimanevano sulla terra che una croce e pochi discepoli a proclamare la vittoria sulla morte. Nullameno, dopo molti secoli, l'anima umana tornava a dubitare della propria redenzione, senza trovare in stessa un altro maggiore concetto, entro cui raccogliersi nuovamente con Dio. Tutta la critica accampata ora, come nel secolo di Augusto, oltre i confini delle filosofie e delle religioni, sembrava un'altra volta pronta a retrocedere dinanzi al mistero. Se allora nessuna fola pagana poteva più essere ripetuta in un circolo di persone colte senza eccitarvi le beffe, noi pensiamo oggi con eguale sorriso agli effetti, che produrrebbe sugli abitanti di Marte un cristiano annunciando che il loro Dio, duemila anni or sono, discese a morire sulla terra per salvarvi dal peccato i discendenti del primo uomo. I cieli, che narravano la gloria Dio, ne velano adesso il segreto con una folla di mondi così immensi, che il nostro piccolo globo non vi ha più importanza di un granello di sabbia nel deserto o di un riflesso di luce sul mare. Ma il pensiero umano, sperduto col proprio pianeta nell'infinito, sente che tutto vi naviga ad una meta misteriosa, e il medesimo soffio, che incendia gli astri come fari, dirige le migrazioni delle comete, attraverso i grandi oceani di stelle, per la serenità delle notti. Perchè dunque l'infinito può essere pensato? È questa la prima delle rivelazioni, che ci attendono, o Dio volle anticiparne qualche altra, come affermarono tutte le religioni?

A poco a poco De Nittis si era assorto in queste meditazioni. La candela, oramai consunta, ventava nel bocciuolo della bugia con un battito di ali spaventate: accese l'altro lume a petrolio, e si trasse dinanzi tutti i fascicoli della sua grande opera.

Sulla pallidezza lapidea della fronte gli si accendeva come una aureola.

I suoi occhi si fissarono attenti su quelle pagine fitte e minute, nelle quali la posterità avrebbe letto il testamento del suo pensiero: tutto era silenzio intorno a lui, tutto era morto dentro di lui. E allora riprendendo la penna, come un romeo antico il bordone in vista del Santo Sepolcro, si rimise sulla traccia di Dio.

 

Casolavalsenio, 15 agosto 1894.

 

FINE.




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