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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Melusina

 

S’io dentro guardo in me, o a torno, sento e trovo composizione

mirabile tra quanto esprime imagine lungo ai versi squillanti

dell’Epopea e quanto in noi si plasma e si concilia

inavvertitamente seguendo quelle prime conseguenze. -

I rustici del fango velenoso, i rustici mal nati non credono

e condannano a questa rinascenza.

Non per questo rinuncio al lavoro, anzi meglio v’attendo, e ne godo.

 

Melusina: la casa Lusignano ti venera a patrona, e, in sulli scudi,

ornati dalle imprese d’Oriente, ecco imprime il tuo aspetto:

poi seguita l’istoria ch’il buon Giovanni d’Arras ci distende

ad ammaestramento per l’infantili numeri balbettanti,

rapiti nel mistero. Ancor la sacra Grecia ti esprimeva,

Regina d’Albania nel cristianesimo,

troppo memore autoctona delle divine figurazioni antiche;

 

salda ai principii. Così se invidia alle gemmanti forme

punge la Fata o colpa astrusa e tragica di Padri (Edipo

non è morto) si rinnova per te, ecco dall’ombelico

in giù trasformarsi nel sabbato le coscie, e la coda

squamosa per le conche fluviali alla notte tu immergi,

mentre il bel volto rivolto alle stelle

attende l’amatore e lo consiglia presso, grazioso e largo d’amori.

 

E poi ch’a tuoi incanti fu un Barone, Raimondo di Forez,

che ti dié di sposo e assicuranza di custodir l’enigma

(amor lo accontentava); ma durante la calma e lunare

notte dal folto occhieggiando venne (rimorso lo pungeva

o gelosia) a di scoprir la strana metamorfosi,

sparisti ai sensi e pur eterna

oltre servivi, sorella a Calibano Dio e Pesce, migliore.

 

Vagano le fantasime in sulli spalti di Bisanzio specchiantesi

nel mare; vagano e a Lusignano, tra l’urger delle maure coorti

ed il vento dell’Asia e dell’Islam feroce, additano e proclamano

la prossima rovina; attendi Melusina. Fra codeste fantasime

viaggia pur la tua serena in fra minaccia ed urli,

un cotal poco mesta, ma benigna,

pallida sempre in sulla antica tua terra di Grecia oppressa.

 

Bella Figurazione del Poeta, Melusina aggraziata e confidente,

venustà protettrice, o madre di pietà e buona suora, per la presenza,

e amante pel tenero abbandono! Melusina, splendor della Leggenda,

interveniente a tratti per l’istoria cavalleresca del popol Latino

a guida di Baroni, conforto e ricompensa, e bruna e bionda,

moral forza; risurgi, per le spose

suffragio e custode e libertà verso il Cielo e la Meta.

 

Melusina incantante, così il nome, riflette il Daimon classico, sta, e compone

dall’origin la Forma e la Sostanza, integrando l’ufficii

d’angela guardiana per la veggente umilità d’Amore.

Pur se le grazie del corpo e l’inganni lusinghieri dell’animo attendono

alla bell’opera di carità, allegoria all’umana avventura

l’ibridismo suggella in te foggiando

la congiunzion dell’Arte e del Peccato, della sincerità e dell’insidia.

 

Accenna la tua mano protettrice candida e calda mano d’avorio

cui segnano le vene azzurreggianti, trama squisita che il buon sangue

dice, ed accennan le dita coronate dell’onice rosato. O Mani,

o Dita, lo scettro imperial brilla impugnato e il bastone

d’argento abbaziale. O Mani di Giuditta stringenti l’elsa alla spada

vendicante della carne e della patria ebrea,

o Man di Cleopatra, donanti alle tazze le perle, Mani dispensatrici

 

perché sì pure e belle e crudeli restate, se la figura della Donna

poi si distende in drago? Perché benedicete e confermate?

O chiari occhi ridenti e sospirosi, voi m’invitate a credere, o labra

gioconde imporporate e serie e costanti e turbanti,

voi m’invitate a sugger sul cinabro i filtri e l’incantesimo,

s’io non riguardo alle coscie sformate

sotto alle squame del serpente araldico, che terminan la forma.

 

In tal modo t’ammiro e ti conservo arte di Donna ed arte di Poeta,

e rivolgo lo sguardo alla tua umana faccia e cerco

dimenticar quanto si snoda di sotto al ventre e all’anche.

Forse Raimondo nuovo, per me solo m’appresta queste figurazioni

all’occhi della mente, poi ch’intese al mistero della trasformazione.

Così mi piacque d’ammirare

di posseder, d’amare e di scoprirti a fondo. O Scienza o Desiderio,

 

ecco le vostre forme innanzi a me: mi cibo e tra il miel della polpa

saporosa e tra il fiele avvelenato dell’ermetico nocciolo nascosto,

Melusina: un’Agrippa ti costrinse, per brevora, allo specchio

di fronte all’italiana, tragica Caterina di Firenze sulla torre

del Louvre. Io, Caterina e Agrippa, sempre ti trovo in me,

nell’arte mia, d’in torno a me,

nella Donna, e protettrice e santa, ma serpe alla fine.




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