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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Essi stanno, riguardando e non sanno: e pur nelle pupille,
immote e intente al nuovo caso e strano,
erra un novello lume, una fiamma indecisa
timida ancora e presta a divampare.
Ingenuità si turba alla presenza di questa forma
e va cercando in se ragion’ che ne riveli
(La neve alpina sta candida, ignara così dell’orma umana
e tutta si commuove a quel suggello d’un primo
passaggio nella liliale apparenza muta:
se avvien che alcun la turbi e rappresenti
simbolo di possesso essa ne freme e geme quasi
Non mai prima su quelle eccelse cime, valicò l’ardire
non mai qui s’ebbe vita).
Ma piange la nera forma di Donna: e colle mani
al viso tenta nasconder le lagrime e frenare
quello strazio di pianto soffocante: oh l’onta, l’onta
delle percosse sopra il corpo oppresso
dalle miserie e dalle privazioni: oh la brutalità di quelle
contro a un affetto, contro alla pia speranza, contro a un desio
Ella piange e i singulti l’urtano il petto; Ella piange
per sé, per l’a venire: in un’ora, in un’esigua ora
di tempo, tutta la vita infranta! Ritorneran le gioje
le domestiche gioje incantatrici?
Non forse in quest’ora l’eternità enorme invincibile del Dolore?
farfalle d’amor disertanti la chiusa casa ed oscura,
e le gaiezze a volo pel ciel calmo del vespero!
I bimbi intorno stanno e temono comprendere.
«Perché piange la donna e si lamenta? Non le carezze
scendono sulla fronte reclinata
balsamo d’ogni piaga, conforto d’ogni lagrima?
il bel sole giocondo ch’innonda il villaggio e che spinge
«Non ha madre chi sofre? Sui Loro pianti scende
benigna ed alacre a tergere la materna mano e la bocca
mormorante di pace e d’oblio; vigilano e conservano,
dopo l’affanno, il sorriso geniale.»
Essi non vider mai: estasiati e pur turbati ancora
e dalla vista un turbine di cose al petto fan tumulto:
E pure il sol che in fondo alla strada montana or si ritira,
poco fa lumeggiava per l’androne li scabri gradi della scala
usata e la porta di quercia persa e ferrata:
è ver che stan le foglie, sparse foglie
d’oro vivissime cui il turbine l’altra notte spinse
ma queste foglie scintillano, ed ardori e letizie
bacchiche qui ammoniscono.
Poi che più lontano intorno alla fontana che canta e trilla
nelle fresche acque del prossimo ghiacciajo, la luce tenta
luminelli e giuochi, e in questi incanti erranti
sulle muraglie e per le chiome arboree,
vengon le forosette, il secchio garrule portando, ad attingere;
vengono ed i parlari
ed i sorrisi rinnovare coi galanti preti al convegno dall’ufficio
Così gioja si spande: spandasi pur la gioja e allegri il cuor e l’occhio
delli aspetti più amati, e sian lungi le prone forme
oscure dell’angoscia vibrante. La Donna sta. Di quel tempo beato
forse è muto il ricordo alla coscienza;
e per quell’ore Farfalle d’amor disertanti la chiusa casa,
colà tra i dami e l’accorse giovanette libere e sincere
I Bimbi mirano ancora: ragion sferza la via a perscrutare
e già afferra, ragion della Maggior tra Loro che li guarda
e Li serba stese le braccia esili al crocchio, maternamente.
Certo la Donna sofre e piange e prega.
Oh su quel fronte non può scender consilio di genitrice or mai,
poi che la Soferenza è Madre della Vita e dell’Amore.
ingenue giù scorron le lagrime e l’Anima si desta
nel petto e sorge forse a conquista, forse a ribellione.
Felicità cercano intorno: dove Felicità? nel bacchico autunno,
in quel raggio danzante alla fontana?
(Perché le nuove urgenze dei boccioli floreali attendono
per vivere nel mondo, e il Bimbo attende la bufera e il dolore