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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Di rosa e d’argento a losanga sotto al lambello violaceo. Passano dei cigni bianchi. Profumando un garofano muore. Tre lagrime di sangue
Il Passante
Oh bruna pallidezza feminile; ecco il meriggio dopo tanto amore.
La Passante
Di tutti i fiori della ghirlanda sfatta, uno virente
uno, un garofano non è appassito.
Per una luce intima e secreta si è redimito
e la raggiera presenta i colori dell’iridi all’incanto della pace,
se dopo l’uragano occhio di sole piove
Il Passante
Noi ammettiamo, cara, un uragano a cui succede lieto tempo.
E dove avete conosciuto,
indiscreta ed astuta,
Dove, nel tempo che per le foreste coglievate le vergini primule,
dove avete voluto ch’io vi cogliessi ancora?
La Passante
In quella sera stessa.
Le fanciulle passavan sui viali dei pensili giardini:
sopra ai banchi di marmo molti vecchi venivano a ciarlare:
eran le coppie in mezzo ai freschi prati,
Ho io forse scoperto nell’occhi entusiasmati
un cercarsi di nuovo, un volersi comprendere?
Ho inteso forse delle parole ambigue tra le lagrime e il bacio,
che penavan d’esprimere ciò che non si poteva?
D’allora, amico, ho visto, solitarii giovani incantarsi
a una stella cometa ed ho pensato ch’aspettavano invano.
Nell’incontro, io stessa in quel momento in cui mi proferiva
sospettosa, sorpresa, intenerita, aspettava e temeva.
Il Passante
Il ricordo!
La Passante
Oh no, per un ricordo!
Il Passante
S’io dovessi foggiare alla parola
un canto di mandola, un trillo d’usignolo
e nella musica della mia lirica
si sospettasse un lontano rimpianto,
A vendemmiar di fiori: patetica monotona!
Languire nell’attesa: fiori appassiti nelle mani in febre.
Senza coscienza amare! Felicità. Quale?
E riguardare all’acque che passan sotto i ponti,
oltre la valle, e aver l’inquietudine per non seguirla!
Nel caldo d’oro estivo, refrigerio dell’acque e dell’ombrie.
Amica, seguitammo il corso del torrente,
per la curiosità: il torrente moriva sulla spiaggia
in faccia all’ampia, alla distesa verità dell’oceano.
Nell’ora meridiana, come qui sonnecchiavano
Coll’edere pendenti, glicine scapigliate
menzogna agreste alle ville borghesi:
liane morbide, capri selvaggi,
dendriferi viaggi, aggrovigliati meandri di sterpi,
sopra ai lentischi tenui, dei rigidi piumetti a fiammeggiare.
Oh bellezze minuscole, dita di araldiche felci e cicute
di tra le foglie acute delli allori
ornamento dai muri, sui muri dentro ai muri del giardino,
a sonnecchiare stanco della parata estiva.
Ho pensato all’enorme vegetazione artistica
sopra le vecchie mura a soffocar le pietre;
ho pensato all’estetica proflusa dalle nostre carezze
sopra a un semplice amore di parola,
per una semplice parola d’amore, nel cuore!
In fine in riva al mare, al mare di tristezza,
La Passante
Per quella notte al ritorno, una promessa: «Fratello!»
Il Passante
Sorella, sia: ma l’alba ci sorprese nell’incerto.
La Passante
Lasciate ch’entri il sole del meriggio.
Il Passante
Finestra aperta sopra a un paesaggio
imagine leale a un sentimento: ditemi, che sentite?
La Passante
Ecco: prima la valle: o quanto verde e soffice,
velluto riccio ai piedi. I boschetti a languir di voluttà
Poi il torrente, i pioppi in fila processionando.
L’onda cammina, non si rivolge,
l’onda si svolge e s’avvicina all’estuare.
Seguitiamo la strada dell’acqua.
Il mare: sulla spiaggia a sedersi:
l’altro jeri i marosi infuriati han violato li scogli marmifici:
v’han sradicato delle lucenti preziosità;
alghe e conchiglie, coralli e perle.
così lucide e tonde lagrime d’Anphitrite,
Inquietudini. Ecco il ritorno. Fraternamente una vana promessa.
E l’alba ci sorprese nell’incanto fatale e naturale.
Il Passante
se in questo giorno la luce non dà
al paesaggio insospettate verginità
d’un ombra nuova, d’un nuovo scintillìo.
L’imagine si chiude sui motivi già risaputi senza colore.
Suscitare, per sempre, in ogni istante
le mirifiche piante dell’allegoria:
esser la poesia volontaria e valente della vita.
Conoscere l’oblio per sperare:
lasciare la speranza quando combatte colla realtà.
Farsi piccini ed umili; o gonfiare in superbia,
Prometeo e Francesco, mite Francesco d’Assisi.
E sentirsi ammalato, amar la malattia,
pregare di morire per rinascere,
per creder nuova la luce del sole.
Ritrovare così ad ogni aurora una convalescenza;
avere la pazienza d’attendere il risveglio della soavità,
delle forze di vita trionfanti sopra il morire dell’imaginare.
Voi lo sapete: queste curiose sensibilità
dan le morali convalescenze al cuore.
Ripensare, la testa sui cuscini
ed avere una spalla fresca e dolce sotto la palma.
Appoggiarvisi. La calma di un sorriso di sotto alle pupille dell’amica;
Emozione del corpo molle e bianco,
sincerarsi così, essere una lattea bevanda ed essere assorbito,
odore di bevanda campagnola dopo l’essenze distillate e acute,
sui letti di bucato, ed il petto leggero e liberato
Una catharsi ironica sul vuoto
crudele e abbacinante della vita.
La Passante
Per quel giorno, Signore, invece dell’oceano dioscureo,
fece al torrente uno stagno prolisso e limaccioso.
La mia esperienza, inferiore assai alla vostra, credete
M’insegna al giro solito. Non usciamo dall’orbita.
Tutta la vita trascorre lunghesso la corrente di un fiume.
Ogni albero rammenta, parmi, un albero,
ed il ciottolo un ciottolo, e una donna una donna.
Seralmente le cose si incontrano: l’incanto: fatale.
La forma dell’anello varia: rimane l’anello e incatena.
Voi sottile a distinguere
avete un ritmo nuovo a nuova poesia?
Il Passante
Ridomandiamo al Maggio la solita canzone,
dal Mahabarata all’Hedda, da Catullo a Verlaine,
pei gironi infernali la Vita Nuova spremuta,
ed il Viaggio Sentimentale è prossimo parente del germanico Ortis.
Un sottile vantaggio questa palinodia
per la vostra morale ipocrisia. Troviam le frasi fatte alla nojosa
sensibilità del tempo delle rose,
quando l’inverno si discioglie e geme sui boccioli futuri.
E vi dirò: «Le giovani del parco intrecciano corone,
le giovani al giardino cittadino,
dimenando matasse s’irritano sul filo scapigliato;
sospettando con loro, stan dalle ringhiere,
e accusano li amanti le severe leggi che fermano al cielo le stelle.»
La Passante
Santa, eterna, mio caro, la vecchia e nuova favola,
come la via segue il torrente, dalla valle alla spiaggia.
Il Passante
La strada lungo il fiume vale il giardino della città.
Le sensazioni semplici son divenute lame affilate;
ci feriscono troppo: noi cerchiamo ogni giorno
i modi artificiali. Passeranno ben presto:
che importa: sopra al miele allettatore,
il sospetto d’un rancido sapore, non toglie, aggiunge alla focaccia.
È assai triste, ma vero. Per la nostra irritata sensibilità,
l’anima si raggrinza, foglia secca d’autunno;
termineremo a bastarci dell’occhi,
le mani lasciamo i levigati e tondi e morbidi ginocchi
per suonar il psalterio, e l’ascetismo guata
dietro la serenata di Beltramo,
come il candor sorride alla sceda opima d’Aristophane.
Ma sotto l’abiti! Noi cerchiam l’ascetismo,
non il candore mai: opera pornografica
sollevar le gonne della matrona del sentimento ufficiale.
Passeggiamo di nuovo pel solito viale.
La Passante
Lungo cammino.
Cominciando a sognare, profferirsi all’azzurro:
discutere opportuno nel meriggio glorioso,
ingloriosamente nel banchetto d’amore.
Al banchetto serotino, su le porte a distinguere,
ciò che voi porterete, se tutto, in parte o nulla,
del vostro sentimento. La compagna al festino, ode e non s’argomenta
su questa restrizione: economicamente prevedete. Non è cavalleresco.
Il Passante
Eliminando vi do un corpo semplice alle scoperte e comodo.
La Passante
Un cristallo squisito, ortogonale.
La fisica m’insegna di usar della mazzetta,
per cercarvi il motivo iniziale.
Ma vi sono li spigoli taglienti,
l’angoli molto acuti: il martelletto sopra al metallo duro
si spezza: le cesoje s’infrangono.
Un cristallo assai ligio alla normale regola della orientazione,
e alla vista compito, alla solita estetica morale.
Ditemi, il corpo semplice, perché rifrange la luce multipla?
I mirabili spettri da un cristallo! E secondo la luce,
e secondo il colore, vi si svolge e conduce
una gamma variabile e variata;
o cristallo squisito e ortogonale;
il bene e il male similmente pel giuoco naturale
si ripresentano sulla sua faccia;
nello spettro il motivo della luce del sole,
del fosforo ambiguo della lucciola,
e di un carbone, d’una torcia, e d’un’anima in fine!
Ma badate uno spettro: la virtuale imagine:
vi basta nell’amore? A me no, lo sapete.
Beate fantasie di caleidoscopio:
ridde dipinte sul drappo bianco per la lente munifica
Ma baciate li spettri: toccate li spettri.
Domandate ad Amleto se nuvole e fantasime,
si possono abbracciare nel secreto delle alcove imbottite,
ed a Macbeth l’orrore delle infernali apparizioni di Duncan al banchetto.
Terrifiche ed inani, ecco l’imagine,
o sciocche e pretenziose: Teodata s’innesta sopra Diotima
a rivivere dalla bocca, vi da a baciare un velo.
Mancherò più tosto a Teodora flava, a Damenassa pandemia,
l’ossequio: l’ossequio della carne.
Ma ciascuno di noi…
Il Passante
Perfettamente disputatrice, ma ciascuno di noi
ha la radice dell’esistenza in un sacco di scudi,
in un torrente limpido, o nella melma di una palude,
o in un cuor di vitella, o nel cervello pazzo di Tabarino,
nell’elmo di Mambrino, e nessuno o già mai, nel vero campo,
da cui deve spuntar l’anima umana.
Perfettamente: i cristalli s’aggiogano come altrettanti buoi
sotto a un filo di sole e pargoleggiano mitici eroi,
al raggio della luna. Quindi ciascuno aduna,
al suono scintillante d’una ipocrita lira di luce,
(non spaventatevi, l’imagine eteroclita vibra del suono nell’onde luminose)
le sensibili animule che vagano perché vi si riattacchino.
Valanga d’animuccie. L’una soccorre l’altra,
così per dire, per meglio comparire e per meglio deprimere:
e sopra alle congerie, pel fuoco per l’acqua pel vento,
voltolata, combusta, levigata,
Battete col martello, dotto naturalista.
Le faccette si scagliano, l’angoli si distorcono,
una scintilla a risplendere, quando?
La vostra dialettica, fa sopra a me, l’effetto
del sagace picchiar del martelletto:
sentimenti sotto le scorie si vedon qua e là,
le volontà s’irritano, una scintilla a rispondere quando,
s’io non lo voglio ancora.
Unico solo un mezzo: per l’istinto al cervello:
oh ma siete commossa più di me, nel gaudio e non pensate:
e allora, non godete, riflettete e studiate
se questo vi è possibile.
La Passante
O vi farò sofrire.
Il Passante
In che modo? Ma fatelo; ve ne prego, Signora.
Un dì corte d’Amore, preparava losanghe alla divisa,
preparava la ciarpa e destinava l’offerta sibillina
all’Edipo scudiero. Un dì la ciarpa intrisa
di sangue e ricamata dalle mani crudeli
(Mandetta da Tolosa, e Bice e Laura)
veniva riportata e Bertrando del Born
scriveva sirvantesi, per il volo d’amore e per le freccie.
Manna celeste, Venere rafforzava sulla moda di Londra
il suo assai seduto e conosciuto profilo classico
e stirando le braccia si addormentò sulli stalli scolpiti
dell’abbazia di Canterbury. Chaucer guarda sotto alle gonne
ed imita il Boccaccio nel sorridere.
Poi figlioletto Amore, preso d’invidia delle pecorelle,
si fa arricciar l’aluccie. Osservate l’aluccie arricciate!
Così delle bambine ai dubii sogni,
sui primitivi ricalcano le foggie
ed i capelli coprono a metà l’orecchie rosee,
e le vesti discendon tutte rigide d’una assai elaborata purità.
Ma le labra? ...non mistiche. Guardatevi allo specchio.
Amore pone e dona dei falsi diamanti,
depone sulle sedie liberty le corone d’arancio,
l’Estetica accompagna il ricciutello,
ed espone il piattello, oh Botticelli,
della questua ai simbolici anelli meritorii.
ch’ogni amore è sponsale in lingua nuova,
la buona donna accoglie nell’amante, un ajuto al marito,
e un amante in ajuto dell’amante, ...eccetera, così.
Amore si dimena nei salotti sentimental porchetto,
grufola il madrigale e rettifica il letto
secondo la morale dell’epoca che impone di trattare,
per quella notte, alle coppie, da Sapho ad Oscar Wilde, mia cara.
Ma davanti al bordello, al vero tabernacolo d’amore,
Amor sente il pudore di se stesso, si vergogna e si fugge:
ma perché volle arricciarsi l’alette,
corre, è troppo veloce, incespica del piede,
e a penitenza, della notte in fregola,
ode tutti i guaiti, i miagolii, le bestemie ed i baci,
della casa pandemia, sopra al suo corpo, nel letamajo.
Ma...
La Passante
Il martello mi ha dato una scintilla.
Il Passante
Sì.
La Passante
Or vedete mio caro, la retorica serve.
Il Passante
Come la carne.
La Passante
Batto ancora: ridatemi le stelle di fuoco.
Il Passante
Oh no, no!
La Passante
Batto: baciatemi: calmo il meriggio discende al tramonto.
Voglio sentir la vita, la doppia vita in me.
Il Passante
Passione carnale: l’amore s’impaura ed impaura.
La Passante
o falsa educazione e false cose.
Siate umano: con me, via discendiamo.
Il Passante
Scoprirmi a voi? Perché voi mi vinciate?
Non avere per voi nessuna cosa ascosa?
E per questa follia?
La Passante
Io sono bella come fu l’Aprile
e sono assai più giovane di voi, uscito in sull’Aprile.
Il leit-motif è mio, non è più vostro,
e l’imagini ingombrano il periodo:
sulle labra, al sospiro che non mente.
Il Passante
No, per pietà.
Non vogliate spogliarmi.
S’io rigetto per voi tutti li orpelli,
s’io levo ai molti anelli tutte le gemme false,
Comprendete l’accento che mi esprime
l’accento personale, mio, assolutamente mio,
indovinate, cercatemi a traverso le inanellate fioriture esotiche.
Non confondetemi, non confrontatemi,
se tenete un modello d’oppormi.
E sentitemi dentro: sentite quest’arcano e mirifico impeto
rimbucato di sotto all’espressioni, il valore sincero incontrastato
di tutto quanto l’essere mio.
Sono la Maschera, non il fittizio Arlecchino romantico.
Ma volete me, tutto, e quindi?
lo mi debbo serbare, racchiudermi, serrarmi lontano,
essere in alto, velato all’occhi feminili, divinità
e alle feminili comprensioni astruso.
Perché, che sarò, domani? E voi?
La Passante
Te stesso: sfatato.
Il Passante
per te si è compromesso e divenne un giuocattolo di fiaba
quando tu lo vincesti nell’addentar al pomo.
Jehve: la tua scienza di vita predisse
nel morso superbo al frutto affatturato.
la tua perversità è l’istinto incosciente
d’un maleficio per il bene forse, e regge il mondo.
Bevimi: il fondo porterà l’assenzio alle labra vermiglie,
l’ubriachezza ch’io ti darò sarà così feroce ed empia
che tu preferirai d’esserne avvelenata.
Nato da te, incompreso: aprimi e saggia.
La Passante
Portar le labra al sangue fresco e giovane,
giuocar sul cuore tenero e patetico, appuntar li spilloni della acconciatura
aver l’unghiette porpuree di vita,
sentir di sotto all’unghie scorrere la vita:
specillare il cervello e nelle storte della psicologia
distillare li affetti e i sentimenti:
e letterariamente usar proprie parole della fisiologia,
saper l’anatomia sul corpo dell’amico.
Quindi apprestar farmaci certosini
con gesuitiche similitudini,
dare un mentito aspetto di salute coi ricostituenti,
sollevare il polmone coll’ossigeno chimico.
Attendere all’aprirsi della convalescenza,
ed aver le parole che confermano,
il passo debole, il gesto goffo,
spiar la crisi che non mancherà,
ripeter l’esperienza della nostra benigna crudeltà.
Eccomi a te, donna senza sospetto, serena all’infermeria,
Il Passante
A te, per te, li stadii del sofrire:
ogni dolore apparecchiò il motivo dell’accogliente.
Quanto ho passato preparava il modo dell’averti,
la mia ingenuità ebbe la cura di riserbarti nuova
tra le molte che ho prima conosciute.
Ammirabile tempo di credenza,
d’ogni e qualunque passional credenza,
tra il negare la formula di Dio, perché la negazione era la scusa
alla divinità e il confondersi dentro l’anormalità dell’illusione.
per cui fioriva l’indulgenza a torno alle cangianti convinzioni nuove,
e sofriva il mio spirito, l’umana inquietudine al sorriso.
E badate, Signora: le corolle piangenti dei giacinti,
ed i narcisi gialli, e le rose di mese, e i bianchi ellebori
convinzioni, indulgenze, sorriso ed inquietudini.
Noi abbiamo dovuto passare per questa prateria costellata
per raggiungere in alto la collina,
rivolta alla mattina, ma impervia assai, aperta in sul tramonto.
In quel dì recitai, a voi ed altri, io non lo so,
alla prima vicina, a chi mi trascorreva a lato,
alla prima venduta, alla povera e sciupata prostituta...
- Non irritatevi: il bisturi anatomico rende ciò che volete:
non dovevate armarvi dell’acciaio scientifico e sicuro
se avevate paura d’’arrossirne.
«Gretchen, ragazza, piccolina ragazza;
occhi, turchese giovani e chiari;
sotto ai miei baci irrequieti a battere:
ma sotto alle mie labra, le curve magre dell’anche, oh professionalmente,
hanno vibrato: e mi dispiacquero: e fui insensibile.
I tuoi seni han perduto la freschezza:
eccitami, ti supplico: uccidi il sogno...
ma senza, ahimé, senza quell’artifizii ...
Lo so, li impieghi... coi vecchi, lo so... Non sono vecchio:
ho il sogno troppo biondo e troppo azzurro.
Fa in modo ch’io ti senta, senza ch’io ti veda.
Ho bisogno di tenere pietà sensuali e blande:
e non affaticarmi di violente e maldestre aspirazioni.
Così Gretchen, contesta lo sguardo ai seni di troppo affaticati:
e compiacente, va… lasciami, ... non partire.
Eccoti i soldi: numera: ritorna.
No, non per il denaro...
Senti: s’io sono avaro, è per l’anima mia...
e pure in questo istante, non m’hai rubato parola.
Non ridere, ti prego... Io t’ho detto già troppo:
dimentica, ragazza. Gretchen, il Dottor Faust,
avanti Mefistofele era più giovane di me...
e sono giovane io».
Ho declamato, ho fatto ridere:
e la mia originalità ebbe gratis un frutto in ogni sera
da portarmi alla bocca, ed a sermoneggiare nella notte.
La Passante
«Io sono assai più giovane di voi uscito in sull’Aprile»,
sono meno inquieta, non mi fabrico pene e reticenze ai piaceri.
Il Passante
Non vi faccio vergogna?
trova la vanità del sogno bianco
come si piace il libertino stanco
del prezzo afrodisiaco d’una sospetta verginità.
Coll’innocenza dei sedici anni
la femina è più dotta d’un corazziere:
a sedici anni ho composto una culla di liriche volanti
ingenuamente assai sciocco e benigno,
addormentai l’amore sopra la berceuse dei belati morali.
Daphni ritrova la scienza sulle labra di Chloe ahimé,
poi che Lycori spiega i rudimenti.
Ho dovuto passare per le mani mercenarie, Signora,
ho dovuto spogliare del velo petrarchesco
la Venere celeste per accettar le vecchie e meste e stanche
lezioni erotiche, per profittarne, ah poco!
Ogni gonna ricopre un mistero:
questo mistero è un sogno: ogni sogno è fratello:
sogno di pubertà: la baldracca di piazza che si dà
per pochi soldi sollecita il sogno, come la sposa, come l’amante.
Se la carne s’appressa alla carne, a dio al sogno.
Per ricercar il sogno vivo, nobile freno, sulla carne?
Per averlo, e poi? ... La solita domanda: la solita risposta. -
A ciascuno di noi fu grave inganno, non vi pare, Signora,
un vespero di pura immensità, e un’offerta di fiori.
La Passante
Qualcuno, qualche cosa mi prese e mi rapì.
Ch’io seta le tue mani, forte alla taglia mia.
Assicurati i fiori alla ghirlanda, che non cadano i fiori».
Baciami e dimmi: dì se le labra mie hanno il sapore dell’altre notti.
Il Passante
Ma prova di convincermi! Luce rifratta in sette colori: non oltre.
La Passante
Dì ancora: «Nella morte, oh bianca, oh mia,
non potremo sentir la frenesia
non mai provata, non mai sentita,
della mia potenza, del tuo valore,
non potremo svuotare nella morte tutto l’amor, la vita?»
Il Passante
Noi troveremo sempre la carne.
La Passante
Il Passante
Oh ma tutte han saputo questa via
v'hanno lasciato sangue e fiori ed orme.
La Passante
Il Passante
E sopra alle terrazze del giardino.
La Passante
Sarà sempre così.
Il Passante
Fate portar la lampada: chiudiamo al sol la camera.
Il sole cereo agonizza. Tutto il sangue del cielo preconizza
una vittoria che non conosciamo. Ho paura di noi.
La Passante
Il Passante
No, ci sorprende vicina ed invigila.
la madre ha troppo amato nella tua gestazione,
garofano un dì rimasto orgoglioso
della ghirlanda sfatta ed appassita. L’abbiamo
La Passante
Perché pensare a tutte queste cose?
È naturale che muoja il garofano, passi, e che si
come le rose.
Il Passante
È naturale, sì. Silenziosamente quelle giovani
tiran sulla matassa aggrovigliata,
quei giovani pretendono amore dalle stelle.
È naturale, sì. Silenziosamente or conviene sorridere,
tra il bene e il male lasciarsi trascinare
a cercar la morale nella carne,
poi che lo spirito è la più enorme oscenità.
La Passante
Tu non vedrai così tra le mie braccia,
sopra il mio corpo, (i miei capelli ti velino la faccia)
tu non vedrai così morire il sole.
Il Passante
Ma te sento a morire irreparabilmente.