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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Per quando cadon le Foglie: III Episodio

 

Di porpora e di pesco a una fiaccola spegnentesi. La fiaccola fumiga. Passano dei corvi. Crisantemi fioriti.

 

Il Passante

 

Signora, ecco l’autunno,

nella morbidità piange quest’ora,

sotto la pioggia il parco moribondo

non ricopreguarda le nudità di Pomona e Vertumna.

Abbiam l’anima calma e pure accesa,

calma di noi, accesa...

Non abbassate li occhi, queste cose si dicono...

 

La Passante

 

Dite, non mi rifiuto. Guardo lontano.

 

Il Passante

 

Come me.

 

La Passante

 

Come voi, per lo stesso motivo.

 

Il Passante

 

Non abbassate li occhi, non guardate lontano.

Per ricordarvi ecco lo specchio.

 

La Passante

 

Mi specchio.

 

Il Passante

 

E vicino all’orecchio, una trama d’argento,

lunga, sottile, nascosta, pudica, che vi pare, Signora?

 

La Passante

 

Filo intessuto nel velluto cupo,

a complemento d’una bellezza, dissonanza perfetta,

aggiunge altro fomento a giovinezza...

 

Il Passante

 

Giovinezza che va...

 

La Passante

 

Come l’ingenuità.

 

Il Passante

 

Destreggiamo di frasi...

 

La Passante

 

Per farci persuasi ch’ora nasce la luna, ch’ora giunge la notte.

 

Il Passante

 

Celiate?

 

La Passante

 

No. La luna che ascende ci limita il tempo.

Domani un altro giorno.

Più rosso, più violento, se volete più adorno di questo

magistero naturale che l’autunno munifico e regale

ci sciorina da torno. Quanti ori impensati, quante

porpore accese e sanguinose!

 

Il Passante

 

Quanto sangue sul cielo e sulla terra!

 

La Passante

 

Sangue, bandiere di comando.

 

Il Passante

 

Imperatrice! Non un giorno così. Specchiatevi.

E per dove passammo, per le scale di marmo e pei viali,

pei prati di smeraldo e per li specchi delle fontane pallide;

e per dove passammo, vicino alle fontane, quando al vespero

i vecchi venian a conversare, per tutti questi luoghi

pei castelli fatati,

per le vie del mare ingiojellato di conchiglie e di spume,

per le bianche giunchiglie, per le acute vainiglie violacee,

ma per ogni luogo, Signora, non passeremo più.

Vi rammentate le giovani donne che svolgevan gomitoli

al lavoro per le sere indecise indugiando

ad aspettar chi non vedranno più?

Ci metteremo a sedere aspettando vicino a quelle donne.

 

La Passante

 

Lo specchio è liscio, puro, lucente come l’acqua di fonte.

Nessuna nuvola vagola e vela:

non nuvole allo specchio. Non vedo il filo d’argento

a mostrarsi, tra i riccioli, curioso d’intorno all’orecchio.

Divaghiamo, Signore.

 

Il Passante

 

Ritirate la mano compiacente

dall’arco profumato delle labra ch’io vi veda almeno

a sbadigliare.

 

La Passante

 

Sbadiglio e ve lo mostro. Non mi copro.

 

Il Passante

 

Lo Sbadiglio ineffabile, rivelazione.

Guardavate lontano per lo stesso motivo.

Sinceramente.

 

La Passante

 

Vi sono dei momenti che ritornano a gesti incoscienti.

Fiore, è sera. Sbadiglio. Voi?

 

Il Passante

 

Io mi faccio in disparte e vi lascio passare.

 

La Passante

 

Troppo tardi, Signore. Vi siete già scoperto. Mi cercherete.

«Calmo il meriggio discende al tramonto».

Ho voluto sentirvi vivere, morire e rinascere in me.

Che volete di più? Posseggo la virtù di leggervi nelli occhi.

 

Il Passante

 

Per un minuto di crisi isterica?

Credete alle risposte di un isterico?

 

La Passante

 

Indemoniato? Isterico?

Domenico di Guzman li abbruciava.

 

Il Passante

 

Parliamo senza ambagi,

Scoperto spogliato? Se mi sapete.

 

La Passante

 

Dalla carne alla carne.

 

Il Passante

 

Vi sbagliate di nuovo.

Nel giardino saputo a foglia a foglia,

come alla vostra voglia si compiacque,

un insetto, un virgulto, una pietruzza non avete scoperto,

rimangono sconosciuti ed inesperimentati.

In sulla stessa soglia della casa, un tenue lichene

grigio niello d’argento, disegna una cifra ad insegna,

che voi non conoscete, leggetela.

Anche una fine peluria di muschio

tra pietra e pietra velluta un’enigma. Leggete ancora.

Per ciascuno minuto la natura vi postilla una sigla,

vi convita a sorprese, vi porge un problema.

Or voi che amate catalogare l’anime,

un gesto vi rimanda all’infinito,

svolgete il teorema della semplice anima mia.

Due strofe, poesia delicata di versi:

due accordi, un’armonia limpida e vocale:

un profumo di fiori: o un impeto selvaggio:

tale una fiamma erompe dal Mongibello e abbrucia:

pioggia lenta di maggio sulle rose:

o polvere vetusta sulle cose:

contradizioni. Ora trovate i nomi,

analizzate, scomponete, turate dentro le fiale dell’alchimia morale

le varie essenze, le varie presenze, le infinite virtù

di questo spirito: e sui cristalli che mi serrano bene

incollate leggende a previsione di un non lontano avvelenamento.

Questa chimica è assai pericolosa.

 

La Passante

 

(Spiai quest’anima dentro alla carne:

vidi un’ombra agitarsi di sopra a un paravento?

Spiai quest’anima perché si dimostrasse:

e la colsi in un lampo, nel lampo del mostrarsi?

L’ombra è sparita, l’anima non c’è più?)

 

Il Passante

 

Abbiam dormito nel letto comune il riposo pesante

e affascinato dell’amore saziato;

ho mangiato con voi:

vi apparvi ora l’eroe ora il bambino

singhiozzante e supino ai piedi vostri,

ho pianto, ho pregato, ho bestemiato.

Vi tesi tutte e due le mani aperte

come l’amico, come il fratello;

vi ho fissato nell’occhi tutti e due l’occhi a cercare;

abbiam commesso l’identici peccati,

per troppo amare noi stessi,

per nulla amare altrui;

ripulse, carezze, preghiere, sorrisi;

i nostri visi sull’unico origliere

attesero, rivolti all’oriente, raggi improvvisi e forieri

d’aurora ed han bevuto in un unico istante,

raggio d’aurora celeste diamante:

ancora e sempre abbiamo confessato

desiderio e capriccio disperati nell’unica malia;

e bene e poi?

Guardate, guardate: mi riconoscereste?

Io vi percuoto e sto colla ragione,

sopra di voi, uomo,

indiscusso e terribile ministro, imperialmente.

 

La Passante

 

Ah! Ah!… Divinità di un giorno!

Maschera disvelata: l’arabesco capzioso di contorno

porge pugnali e veleni alla nostra Bianca Capello

perché più non vi tragga dalla chiostra

effimera del vecchio monastero?

Vecchia coscienza maschile: un umile

egoismo si fabrica il mondo:

umile a postillar lo spazio d’egotismo

e rifiuta la femina e fa vile l’amore?

Vi ho strappato la maschera: udite.

«Tu non vedrai così tra le mie braccia

sopra al mio corpo, i miei capelli ti velano la faccia,

tu non vedrai così morire il sole».

Cerca il tuo sole or mai, sotto la luna:

la stagione ha spiegato il suo artificio

d’oro riccio e di porpore sanguigne

perché anche di notte, al lume della luna

le piante pajan vestite di sole. Mente:

come tutto che è femina: mente.

Codesta è nostra gloria.

Raggio di luna sulla mia bianchezza,

raggio carezza:

sono l’antica statua perenne della lussuria:

governa il mondo. Mobile, eterna, inconturbata.

Viaggia pel mondo. Troverai me.

Posseggo in ogni istante dominazione.

E posseggo così, senza possesso;

desiderii, l’alcioni, a viaggiare sul cielo,

desiderii di fuoco.

Oh bacio lungo, o bacio intenso, o bacio soffio; e mi dispenso.

Carne per ogni anima!

Ho comprese le anime!

Non importa, Signore, ho divagato alquanto,

non vi ho infatti compreso, Voi che mi possedete e comandate,

sorridete e perdonate.

 

Il Passante

 

Ora parlate, santa impudica, e non dimenticate.

La vostra bocca dica

tutto il bene ed il male:

vada in deliquio la carne vostra,

si sprigioni all’aperto, il vostro spirito, smarrito al soffio

della passione; spirito a bevere

l’aria ed a vivere perché non muoja di consunzione.

E vi siete tradita.

 

La Passante

 

Tradirmi? Sono semplice.

Auguro a voi questa semplicità

che è la mia costante e profumata verginità.

Voi mi avete così fatta molteplice

sotto la vostra imagine: mille cristalli tagliati esponeste

per l’innumeri feste della nostra cerebrazione,

mi avete rimirata in ogni modo.

Li specchi riflettendosi l’un l’altro

mi hanno addoppiata. Credeste alla visione affatturata.

Ora vi dico; domani stranieri, incontratici ancora

ripeterò la formola:

«L’anima mia è nata semplicemente,

e non sono cangiante.

L’anima mia è nata in un soffio, completa e singola.

Sono tutto l’istinto, sono tutto un ufficio,

sono tutto l’amore».

 

Il Passante

 

Donna! Gonfia la groppa cavallina e serica,

stira i muscoli ai balzi lussuriosi:

danza dei fianchi, protendici il ventre,

e assorba l’ingordigia del tuo amore:

serra le natiche, aspira, aspira!

La bocca scolorita ti sospira

voci roche, incomprese; oh pel paese del tuo fatale

amore ciascun uomo si serve di ruggiti, non di parole.

Sibila di tra i denti, denti freddi.

L’occhi rivulsi, l’occhi stellari di entro alla morte,

rivulsi e spenti, hanno veduto il teschio?

Protenditi alla tomba dell’alcova. Applaudo!

 

La Passante

 

Moralista per l’opera d’amore.

Verrà un istante e vi ricrederete.

Un vi siete pure ricreduto. Ripeterete.

«Nella notte, oh bianca, oh mia,

non potremo sentir la frenesia

non mai provata, non mai sentita

del mio potere e del tuo volere,

non potremo svuotare nella morte tutto l’amore della vita?

Amare la morte, vivere intensamente!».

 

Il Passante

 

(Delle mani a carezza ed a martirio.

Delli sguardi che adorano e che odiano.

Dei gridi di preghiera e di maledizione.

Tutto l’inferno e tutto il paradiso.)

Basta, Signora, voi siete oscena.

 

La Passante

 

A scuola vostra, dottore dell’ideale libertinaggio.

Sono nuova, divarico le coscie,

ho svelto i lini alla onestà, quella che va per le case

per bene. Non aspiro verbene tenere e lacrimose,

ma rose orgogliose, lussuriose.

Prenacqui al favoloso serpentello dell’Eden,

Jehve, se rammentate: il serpente è retorica,

un pastore del Libano l’estrusse

nei rudi sbocchi della prosodia. Guardate me,

Jehve semplice e prima,

per quanto la pruina mi cristalli la chioma,

e Jehve giovanetto, intatta e perfetta,

d’oggi alla pubertà.

 

Il Passante

 

Imitami e ripetimi. Ti foggerai pur sempre

sul modello maschile.

 

La Passante

 

«Te stesso; sfatato

 

Il Passante

 

Non ingiuriarmi.

 

La Passante

 

L’andromedia trionfa dal primo segno rosso della luna

all’inconscio prurito verginale. Voi maschio ci bevete

coll’occhi assorbenti.

Vi sono dei vecchi ardi che s’indugiano

colle mani di scheletro alle chiome bionde e proffuse

delle giovanette:

e vi sono dei nonni incestuosi che spian dalla toppa

al dispogliarsi della nipotina.

Vi sono dei ragazzi petulanti che nei giuochi innocenti

sminuzzano i pimenti pornografici;

e vi son delle vergini maliziose, mezze vergini in fatto,

che concedono al tatto quanto non può sciuparsi.

Vi sono delle callide letture di libri sacri

per santa Teresa e per Maria Alacoque che irritano,

vi sono dei disegni, dei quadri, delle statue che ci fanno palese

quanto comunemente ci si asconde.

E vi sono dei lampi fugaci

fosforici procaci.

alle vostre pupille,

siate giovane o vecchio,

miserabile o ricco,

che il mio passare suscita scintille,

che il vento della gonna nel passare

fa divampare.

Concedetemi ancora, concedetemi sempre

questo supremo altare dell’andromedia:

Andromeda sull’Ettore trojano;

amazzone al comando dell’amore, non Briseide schiavetta, Signore.

Sempre dal primo segno rosso della luna.

 

Il Passante

 

Giovanetta al tuo vizio solitario!

 

La Passante

 

È così non lo nego.

Io mi lascio spogliare, io mi lascio comprendere;

sono semplice e pura, non ho paura.

Non vi chiedo pietà se togliete l’orpelli

se strappate i giojelli barbari e problematici

che la cavalleria mi stelleggiò nel corpo.

Sola a bruciare sui bruciati deserti

della lussuria e sopra ai prati aperti,

azzurreggianti di luna nelle sere del sentimento atavico.

Sole e sola signora: non è un bon mot, né una divisa:

è una ragione di vita.

Io mi ritroverò domani ancora

priva di gemme false come sono oggi giorno.

Rinasco Sfinge: voi restate sfatato.

 

Il Passante

 

Non insultare, giovanetta nel vizio solitario.

 

La Passante

 

Solitario, infecondo ed acerbo,

ma un vizio piacere.

Giovanetta che esprime allo specchio non conformate ancora

nudità per dolce carità di se stessa inquieta;

e che si spia e che specilla il sesso, che sa quanto profitta

giovanetta allo specchio a conturbarsi

delle proprie carezze ed a saziarsi,

illanguidita, a mezzo.

Nel piacere incompleto ho profetato a me stessa l’imperio,

per questa rabbia d’insoddisfazione,

per il vano strisciar del corpo vergine sulle lenzuola,

per il vano abbrancar sul mio guanciale,

per il vano liquore, per il vano sudore

dell’erotico spasimo notturno.

Taciturno un pensiero: offrirmi,

lacerata e la veste e la carne, dono e perdono

all’inutilità, ed al primo venuto, ed al primo

passante; essere l’incostante preferita,

simulato offertorio nella scelta, ...

e voi ho preferito, e voi ho posseduto.

La vostra giovinezza ha rifatto la mia:

«Io sono bella come fu l’Aprile

e sono assai più giovane di voi, uscito in sull’Aprile».

 

Il Passante

 

No, no, non parlare, non bestemiare.

 

La Passante

 

E perché m’hai rifatta,

giovane per l’eterna gioventù

raccolgo dallo spasimo d’amore l’archetipa virtù di rinnovarmi

sempre, giovine e giovinezza della vita,

accoppio la tradita fede per ogni istante

e sono assai sincera,

poi che sento d’amore ancora e sempre

su quel punto ch’io amo,

senza doppia intenzione di partecipazione.

 

Il Passante

 

Oh per pietà, nel tuo delirio

non insultare al martirio della ragione ferita a morte e prigione

sotto alla tua bocca di vampiro.

 

La Passante

 

Ed ora va, respira,

o Cristo nazareno, alla conquista del mondo.

 

Il Passante

 

Ci siamo insultati.

Ci siamo abbeverati del nostro fiele scorrente dal ventre

lacerato. Apriamo le finestre nella notte,

per l’addio necessario.

Vediamo ora e per sempre

i cimieri d’argento delle alpi lumeggiare

sul padiglione oscuro.

Vediamo nell’autunno le villette disperder bianche stelle

dai gelsomini penduli,

e tra le siepi madide occhieggiare i bambini malinconici,

tra i seni delle belle ad appassire

l’ultime tuberose.

Al vespro poco fa,

coi ciuffi imparruccati a pompeggiare

gridarono i pavoni.

Sì la ragione è vostra, apriamo le finestre nella notte,

la lampada dei monti, luna fredda, ci rischiari la fronte.

 

La Passante

 

Apriamo le finestre. È la nostra protesta contro all’alcova.

Cristo, nel tuo viaggio...

 

Il Passante

 

Cristo sfatato, Cristo inumano forse.

Vorrò dire domani dopo la rossa prova del tuo vituperio

e la condanna della mia volontà:

«Essere una vivente redenzione:

atto di fede atto d’amore:

e per ogni fatica e per ogni dolore

e specialmente per tutti i dolori della voluttà

prestare la mia frusta carità.

Seguir le prostitute in la tempesta,

vagabonde pitocche, lacerate, infangate,

vestirle di broccati e in sulla testa

scarmigliata depor gemme e corona.

Angiole suscitare dal fango, domani, domani in la vendetta,

contro le banche, l’officine, le chiese,

l’ospedali, i musei, e le galere.

E far di queste sucide petroliere

le imperatrici convinte e necessarie.

E per ogni delitto in sulla terra,

e per ogni supplizio della carne e dell’anima fare l’oblio...

 

La Passante

 

Cristo, hai tu dunque così atrocemente soferto?

 

Il Passante

 

...E nella oblivione d’ogni cosa,

per l’opera incosciente,

nudo riassorba il ventre feminile

fomento e genitura,

sacra funzione e pura».

 

La Passante

 

Cristo, hai tu dunque così atrocemente martoriato?

 

Il Passante

 

Per il mio e pel tuo peccato.

Ritrovo l’ironia dopo l’umiliazioni.

 

La Passante

 

Prega, testardo: non tentare il dolore.

 

Il Passante

 

Per lasciarci convinti del nostro valore,

Signora, perdonate ch’io ritrovi il sorriso.

Noi abbiamo giuocato e ci siamo annojati.

Ne conveniamo.

Codesto libro aperto e troppo letto

l’abbiam gualcito: abbiam gualcito l’uomo:

il paesaggio solito c’infastidisce.

La neve che corazza la giogaja,

vi pare, è un nulla gaja.

Anche questa proflusa ricchezza del mortorio,

offertorio d’autunno, sopra all’anno che muore,

oh dio, quanto s’indugia.

Ma vi son mille strade che passano alle porte della villa,

portano a mille paesi diversi.

Così l’intingoli che avete assaporato

sopra al piatto comune, ripugnano ora mai al sottile

palato: vi ho consentito di non mangiarne più.

Ma, se usciamo e viaggieremo, ...

ricorderete quanto avete fatto.

 

La Passante

 

Rimproveri, Signore, in quest’ora serena?...

 

Il Passante

 

Serena come dite... gentile eufemismo.

Così se usciremo e ci divideremo,

ricordatemi almeno.

Fui la preda leggera.

Tutto quanto io aveva io v’ho donato.

Non vi ho cercata: mi avete preso.

Eravate nei limbi inaspettati della mia coscienza.

Ora ladra, Signora, sono come chiunque.

Ladra per me, non io per voi, ...

 

La Passante

 

Parole aspre in quest’ora serena...

 

Il Passante

 

Avete scassinato i chiavistelli,

avete saccheggiato, vi siete ornata dei miei più cari giojelli.

Oh! nel museo dell’anima mia,

quante statue spezzate, quanti libri abbruciati,

quanti dipinti lordati, ingiuriati!

Ladra, Signora.

Ora sapete l’uomo:

ma non portate a torno

l’innumeri e secrete mie ricchezze,

non distruggetele, non l’esponete a tutti

proxeneta a richiamo,

non mescolate l’anima mia e il sangue

con sangue della folla dentro l’ingordo sesso:

lasciatemi distinto e sconosciuto.

 

La Passante

 

Siamo due stranieri e ci ritroveremo;

Cristo-Passante, in Maddalena-Jehve:

rinnoveremo la nostra passione:

e sia feroce e breve. Or potete partire.

Dolci parole serene e discrete nell’abbandono estremo.

 

Il Passante

 

Per la mia carità, addio, Signora.

 

La Passante

 

Da un lembo di cielo scoperto la luna,

lanterna dei monti si mostra in corona

di rosee nubi che ridono a torno.

Predice un ritorno. Addio, Signore.




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