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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Il Monologo delle Evanescenze dolorose

 

Il Poeta in un paesaggio ideale. Tele dipinte quasi affastellature di quinte: pure il paesaggio non è una scena. Una luce scende che non si comprende donde promani: una malata luce di giorno agonizzante; o come passa la luna piena in cielo, una luce di notte evocatrice. Il Poeta sofre.

 

Mon âme!

Et la tristesse de tout cela, mon âme!

et la tristesse de tout cela!

MAETERLINCKSerres Chaudes» -Âme

 

Il Verbo è morto: che mai potria in questa lutulenta

pianura di fastidii suscitar la Parola? Ma trovi in te un pensiero

che corrisponda alla Parola? Sequenza di note,

sequenza di sillabe, intendimento nullo.

Io stesso non intendo:

alcune cose appajono e chiare e luminose al mio cervello

altre nel bujo s’allontanano già.

Fuggon la Morte e una Similitudine di Morte ecco le inghiotte.

O parla qui vicino a me qualch’uno?

Io non so se finora ho parlato.

Veli volan sui cieli

diafani rosei veli

non nubi, ed i color mutan d’aspetto;

io non afferro il verde e la Luce suoni, non colori,

e la Parola scolpisce una statua:

Statua ideale, non versi, non periodi.

S’io tutto sento, io tutto posso fare: e l’Arte si confonde.

E pur non faccio nulla. Una Impotenza? Quale?...

Vogliam più tosto attendere la Luna

che risplenda azzurrina sopra la fresca neve di Natale.

Questo Natale una Esaltazione.

Ecco un’altra Parola che significa una Nascita

e che vuol dire un’Epoca: una stella caudata in cielo

ed un vagito in terra, ragliò l’Asino, e muggì il Bove.

Poi vengono i Re. I Re? Ma i Re non videro

il mio prodigio. Il calice, diamante alle facelle

conteneva un liquore

espresso dal mio cuore. Lacrime?

E volitando leggiera e spensierata

nella stellata notte,

io vidi una farfalla l’ali bianche e dorate espanse al zefiro

cadere dentro al cratere.

Forse ella volle bere. - La Farfalla nel calice;

la Farfalla che muore d’asfisia

dentro il bicchiere della malinconia,

la Farfalla candida e dorata

un’anima che muore nel bicchiere!

Io non so se il bicchier fosse di vetro, di rubini

o di marmo. I divini

occhi si spensero all’insetto, ed il liquore

mutò colore alla morte.

Se fossero più presto i Re venuti

questo avrebber veduto.

Oblio di me, oblio di religioni, dell’angiole tra i fumi

dell’incenso, magici eoni:

fole di bimbo, inganni d’impostore

senza amore.

Lasciate andar la celestial baracca,

carne ci vuole e soda ed avariata,

carne di vergine e di baldracca.

Che volete di più?

Un sogno fu.

Sognò pur la Farfalla che cadde nel Bicchiere.

Che valgon queste apocrife acque d’Oblio?

se il desio di te più ancor m’irrita,

e m’impazza il cervello umile e puro

per cercar quanto non c’è?

Oltre le nubi? Andiam su, salga la scala, voli la carne,

la pigra e capricciosa carne d’asceta

dell’alessandrino poeta astioso,

vagoli blandula, vagoli sciocca, vagoli gilio e vagoli profumo.

No... l’anima mia ha paura

delli infecondi sogni arguti e beffeggianti delle mie labra;

poich’io ho delibato rosei calici

d’un fior che non conosco in quelle tazze che vengon d’Oriente.

Il liquore era verde. Anima mia, io so dov’è il tuo male. –

Il vicino ospedale

inquina l’aria d’odor di cloroformio.

Io vedo nelle sale

della tortura e della guarigione

io nel laboratorio

vedo una strana operazione;

e all’amata distesa sopra il marmo freddo rigida e pallida

aprono il seno e quel seno, fior commisti a sangue

da cui sorge profumo. Ma più forte è l’odor del cloroformio.

L’amata canta. lo non l’odo a cantare. E più lontano

si rabbercian cervelli. -

Il Verbo non ha logica - Anima, alcune monache

veggon passar galee in sui canali, questi canali che non danno al mar:

ma sulle praterie. Falcian colle cicute l’asfodeli

su queste praterie prive di cieli,

anima, i Mori, quattro Mori. Le sette Principesse

del Castello Incantato e addormentato

nel bosco dei cipressi aquilonari

morir di fame e d’ideale che germoglia cicute

dentro all’anima mia, anima! Nell’ospedale

si raggiustano cranii e vagiscon neonati sulle scale

delle prigioni che inserran le madri.

Ma il verde è rosso e passan sopra un cielo di sciamito

quattro grigie cicogne e alcuni corvi,

io non so se quei corvi siano veri, che l’alberi non sono a fatto verdi.

Io temo i pazzi di questi ospedali:

io vedo tutti i pazzi alla finestra.

Una balestra

fischia nell’aria e giunge alla sua meta. Un cigno cade.

Se fosse un cavaliere? Il mio Sosia fu ucciso,

il Menegmo ha spezzato il cuor di un dardo.

Un leopardo gli sta dipinto sopra la corazza.

Pure il dardo passò carne ed acciajo.

Gli faremo l’esequie dei ceri e delle salmodie

sopra le praterie di fresco falciate che non daranno fiori.

L’alberi che sorgeran domani, (prevedo) saran limpidi assai.

Anima mia e lo strazio di tutte queste cose, anima mia

e la profonda tristezza di tutte queste cose!

Non senti un sospiro tra le piante?

II Verbo è morto al cuore ed alla intelligenza,

alcune cose appajon luminose

e ben chiare al cervello: altre nel bujo s’allontanano già.

Ho paura di morire ... Oltre? Delle note, dei fior’, dei profumi,

una galea rossigna e un Satiro pilota sopra il ponte

veleggian verso il monte

della disperazione. Tre croci sul calvario, la più alta nel mezzo.

Anima! io non ragiono più: del resto domani...

falceranno domani le rose colla ricurva lama della Morte

ed io coi fiori, io colle rose mozze. Daran sangue le rose? ...A dio.




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