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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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La Notte del Poeta

 

Un letto bruno di quercia scolpito ed a colonne a spira lumeggia sotto un’alcova: una lampada d’argento ossidato a vetri rossi vi spande delle indecise e vermiglie chiarità. Dei canterani alle pareti, molti quadri, alcune statue: una ricchezza d’arte, una grigia copertura di polvere. Ori tenui e sfuggenti alle cornici; lustri alle sete delli arazzi. Le vetriate a losanghe sono aperte sulla campagna che non si scorge; sembrano spalancate sopra una vuota e nera immensità. La luna è spenta in cielo. Il Poeta discinto non trova requie: va dal letto alla finestra; delle idee stanche e tenebrose gli turbinano in capo. Oh il pensiero ed il ricordo! Triste momento di angosciosa cerebrazione. Il Poeta ha delle vane parole sul labro che dimostrano l’interno tumulto.

Et je rêve de vie absurde et l’heure expire.

EMILE VERHAEREN: Silencieusement

 

Aver la nebbia in capo e ritentare, dentro la grigia tenda

mille cose preziose, mille imagini rare;

aver l’abisso sotto i piedi e dire: «Or mai bando al Sofrire»

e foggiarsi un altare in sul martìre del mio cuore bevendo i vin dell’isole procaci

e comporsi in pensiero strani baci per una illusione che ti uccide,

fantasmaticamente ardir la vita come una gradita collana d’ametiste e di carbonchii

e lacerarsi i piedi sopra ai tronchi e li sterpi mal nati della via

poi lasciarsi cader stanco, accasciato troppo martoriato a mezzo del cammino,

sotto a un maligno sguardo di stella e sospirare e piangere e sorridere

fors’anche e bestemiare,

e non cercare più in oltre la grigia tenda;

o se una lucciola blandula vagula

nell’ora dell’estate più paurosa sopra una sepultura di ferro smossa

giuochi commossa a torno a un simulacro di croce che si sperde nelle tenebre,

seguitarla coll’occhi al volare e ripensare perché muore giù;

e tra un motto e una nota assaporar l’inconscio che si rimbuca nel tempo

silenziosamente,

e vagamente

e da lungi, con fede, oscuramente.

O foggiarsi una casa di cristallo, roseo ed azzurrino,

e veder la Natura compiacersi alla nuova apparenza,

e le piante mostrarsi in un corallo tenero come carne,

e le capanne assurgere a palazzi,

reclusorii di pazzi

che non san genitura ed affezioni:

e tutto solo stare, come sopra a un altare,

e non cercar più in dentro l’immensità

di quanto non conosco:

e non aver rimorso e soferenza,

e far senza d’amore

e imaginarsi che muoja lentamente il cuore

in una lenta e diuturna etisia. –

Ma vi son delle tende fantasiose,

spesso distese sopra alle ringhiere,

tende di seta nere e bigie e rosee,

tende d’oriente.

Qui ricaman dragoni in irti nodi

un groviglio di spire tra mezzo al sonno

dei nenufari bianchi indecisi e stanchi

come un desio di vecchiaja.

Oh le sete, le sete del mio cuore,

sfilacciate dal vento in la passione

oh queste sete nere a compassione nel mortorio del cuore!

Vi furono de’ giorni di dovizia

sulle tende distese per l’uccelli canori ritornati

al nativo paese: vi furono dei giorni di blandizia

per i baci tornati sulle livide labra

come un ricordo dei tempi passati:

baci di sole, baci di piume senza costume

rivissuti ad un tratto nel dolore!

Povero amore! Anima, finalmente

ti piaci dell’angoscia, la tua virilità magra s’accascia

sopra la. soglia di un cimitero, sopra la soglia d’una prigione.

Amica, abbiam veduto nell’inganni di quanto è trapassato

dei pensieri senza fine e un coraggio sublime,

le sterili imprese. –

Oh quanta gente che non ci comprende, quanta gente invidiosa,

oh tutta questa gente che non osa dire che ci comprende:

e la paura d’essere come ciascuno,

d’essere come tutti, e la Stranezza, triste madre e i lutti

che la Stranezza porta e di cui ci cingiamo,

e i farabutti che ci scimiottano senza sapere che vogliamo dire -

Amica, anche il tuo sguardo sfugge la mia pupilla;

poc’anzi una favilla vidi fugace a spegnersi,

desiderio di carne e di carezze, non desiderio d’idealità. -

Ma a notte, a notte fonda! Le tende sfumano

dentro alle tenebre; anche se mi scompari e delle nebbie

che portano la forma del tuo corpo, si plasman vicino a me.

La nebbia! ... Ed è il tuo corpo in sui guanciali bianchi

stanca malata pallida ed esile, lunga malata pallida,

oh sui cuscini senza orgoglio, oh frigida malata, Amica mia!

Verso l’eternità volgon li sguardi,

l’istanti son ben tardi al richiesto tramonto;

li sguardi, l’occhi di un oro profondo

l’occhi bizzarri e dolci che si muojono.

Così muojon d’estate lentamente i vesperi dorati,

sui pantani rappresi in mezzo all’erbe

oro verde sull’acque e verde d’oro sopra la prateria.

Così eran li sguardi, Amica mia. -

Oh li sguardi ignorati a sconosciute cose, sguardi nel vuoto,

sguardi indecisi; oh li sguardi angosciosi verso un Secreto che freme

dentro di noi; oh sguardi della fame e di qualunque fame,

fame di pane, d’amore, di gloria sguardi disconosciuti;

oh li sguardi di chi nascerà poi, sguardi oltre alla nascita del bimbo;

oh pietà delli sguardi che s’affisano dentro all’occhi brumosi d’una vergine

che freme a indovinare; pietà dei morti sguardi dei ciechi,

pietà d’un raggio di sole sopra ad una palude! –

Ed hai veduto, Amica, delle mani, esangui mani e lunghe

aderte e ingiojellate, scongiuranti nel bujo?

Io non so donde vengano, o forse scaturiscon da terra,

mani di morte dalla sepoltura uscite qui a richiamo!

Io non amo la vostra preghiera, tacite mancongiunte,

amo il riso, amo quanto posso udire,

amo rumore e vita.

Ed anche tu, Ombra cara e gradita

Ombra paterna, a che lustrare in torno

alla casa del figlio? Che mai t’ho fatto?

Che t’abbiam fatto noi? Or va lontano in altra più ricca casa

cui veglia il rimorso, non qui.

Vedi che pace? Vedi la casa di cristallo roseo perché tutti vi specchiano;

vedi l’Amica mia come ti venera,

come noi ti piangiamo ancora, o Padre!

Accosciata l’Angoscia, nobile fatica

sul tuo sepolcro sta a simiglianza

della tua lunga che portasti in terra,

della nostra che sempre ci opprime, Padre.

E di tra quelle mani, non la tua congrega a scongiurare,

siamo ancor come fummo, e sarem come te,

e sarem delle mani scongiuranti una benedizione

sopra al capo dell’umili più amati

dell’umili fratelli, dell’umili difesi;

e pace nelle tenebre!

Che albor d’argento sulle vetriate! Che albor di landa selenite!

Dei grigi uccelli stanno invece a ciancie

sopra le tende e i fior sono smuntati;

non vi sono .più sciali di gialli e di dorati verdi e porpurei,

ogni cosa è stanca.

Ma il raggio irrompe e batte sulla spera

di quel vecchio oriuolo lento all’ore ed al tocco,

e batte in fronte ad un bianco Alcinoo ermafrodito.

S’inlividan le labra, s’inturgidano i seni,

morto ch’ansima ancora,

morto, morto, morto.

Raggio di morte, o luna, va e scompari,

raggio più funerale della torcia da torno al catafalco;...

no, no, ... hai tu veduto, Amica, quella statua

d’Alcinoo sorridere e accennare,

hai tu veduto dalle dita aperte cader goccie di sangue?

Hai tu veduto come batte il seno;

hai tu veduto come nel sereno di questa notte

vagolan tronfii i gufi e i barbagianni?

Hai tu veduto nell’occhi alla statua

i fantastici inganni che chiamano, che vogliono la nostra vita,

che ci assorbon la vita?

Non più, non più!

Ed i ceri giù, nella stanza rimota e l’oriuolo,

e tutti l’orologi della città che ci suonano dentro e che tormentano

in questa nostra casa di cristallo!

Ceri; fiammelle di rimorso e di preghiere,

fiaccole lungo i dubii cammini della Morte,

ceri sopra ai sarcofaghi dorati, ceri sopra la bara nuda e misera!

Orologi alla cima delle torri falcate di trine, nel marmo, nel basalto,

oscuri ad indicar la luce, o niellati tra i seni,

minuscoli giojelli delle belle, Orologi!

E larve dentro ai fumi dei bracieri, bigie Larve insidiose,

tra le fiammelle dei Ceri e lo studio delle ruote dentate alli Oriuoli.

E nella oscurità e nei silenzii non tocchi qualche cosa d’inavvertito

e non tocchiamo un corpo molle e viscido che non isfugge

ma che non si afferra? E passa un vento vicino all’orecchie!

Ed abbiamo sudate e fredde mani!

e pungon l’occhi le tenebre!

Basta, basta! Chi chiama qui? Mi chiami, Amica mia?

Io non ti vedo più, tu sei morta, morta come il Padre...

Io sono dunque solo? Perché debbo esser solo?

Che ho fatto a voi perché mi abbandoniate?

Io non v’ho consacrata la mia vita, la mia giovane vita?

Non forse troppo amato? Ahimé! Ahimé!… -

Zitti: batton le porte, battono forte come in quella notte,

la notte del mistero sciagurato. Apri, or s’apra subito,

e dicano i venienti tutto quello che sanno;

voglio tutto sapere, voglio saper perché si muoja al fine. -

Oh no, non aprite, se ne tornino a casa,

a quella casa ch’era un la mia,

voglio guarire, voglio rinchiudermi in una prigionia

perpetua, non voglio che nessuno mi venga a ritrovare...

e nelle nebbie vagare, in queste dense nebbie;...

non per questo ho costrutto il magistero

del lucente maniero di cristallo? Non per questo il cristallo era rosato,

e la Natura vi si compiaceva apparire così come all’aurora? -

Oh, oh, sono entrati, salgono a me,

io vedo i tristi volti de’ salienti le scale:...

vogliate risparmiarmi; ... io so già quanto mi volete dire...

Entrano: voi, voi! ... non parlate! Oh parlate!...

 

(Il Poeta cade riverso sopra una poltrona).




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