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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Whilst me, who am thy foe, eyeless in hate,
Hast thou made reing and triumph, to they scorn,
O'er mine own misery and thy vain revenge.
SHELLEY, Prometheus Unbound, Act I.
Per non piangere no, perché non voglio
che altri mi pianga di codesta angoscia. –
Tra la porpora viva dell’orgoglio
la passional tempesta dentro scroscia,
e, ritto al fortunale, sullo scoglio
Prometeo dà se stesso. - Sulla coscia,
l’adunghiato carnivoro, all’imbroglio
dell’inguine e del sangue, di una floscia
carne si pasce sciapa; ma il pensiero
vagola e la ragione sopra intende.
Turbina dentro al vento la prescienza.
Sta sopra ai ghiacci il sol calmo e severo.
Una valanga d’argento scoscende.
Detta, enorme Prometeo, l’avvertenza.
Scienza conferma: «A che sformare il volto,
nelli insulti spasmodici, al dolore?
perché conturbar l’occhio, un dì rivolto
al profumato nascere del fiore?”
Arte spiega: «Perché la man che ha culto
grazie di bimbe ed ebbe per l’amore
le soavi carezze, - oh quanto, oh molto
predilette e studiate! - nell’orrore
della moral tortura disperate?»
Dolce in pensiero passan le memorie:
«Stavano i tralci pingui e rugiadosi;
noi abbiamo in sull’alba incantate
dei nostri amori le assai vaghe istorie,
e le bocche non erano piagate.»
Convien saper far parte, in grave giro,
Prometeo, alla sequenza della vita,
richiamarci davanti, nel sospiro
ultimo, la più dolce e più squisita
voluttà delibata. - Nel martiro
la carne a brani morsa, redimita
sorriderà benigna al flavo e miro
uccello, religiosa e in se contrita.
«Ecco,» diremo compresi e sereni,
«la testa sanguinosa un dì tra i seni
d’una gioconda Galatea posava,
maraviglie di vezzi e di giojelli:
ci splendea una corona sui capelli,
ai nostri piedi il mondo s’inchinava.»
Diremo ancora: «Ho rapinato l’oro
e le fiamme ed il sole al vecchio Iddio.
Umilemente alli umili il tesoro
volli partecipato; ma quest’Io
fu di superbia intatto tra l’alloro
e la palma composto oltre all’obblio.
Seppi al metallo con rude lavoro
foggiar spada ed aratro e pur col mio
strologar sopra il cielo. - Enorma gloria! –
Il sacrificio innerba la coscienza
coll’opera e conferma la vittoria.
Tumultuano li Eroi fieri e pazienti,
si rifiutano ai Re: armati e ardenti
trabalzano li Dei esautorati.»
Ma Galatea nel mare assiderato
che ne ricinge ebbe al suo bel peccato
tomba per essi già pietra, poi, vita.
La fiamma dalla cima scaturita
si spense sulle ceneri, lo stralo
millenario gravi sull’infinita
sciagura della terra e senza aita
clami l’Uomo percosso e disperato.
Teogonie astiose. - Ancor dischiudi,
Prometeo, un gesto di virilità,
incatenato al Caucaso ferrigno,
a Zeus rinfaccia l’immortalità
ritto, calmo, solenne, in sul macigno.
Modernamente prono sui guanciali
giovane inerte complica un suo drama
di sogno e d’oppio per l’anima grama.
Se si sveglia delira; i penetrali
dettaglia del suo cuore, indi declama
febre e pazzia, ostende i genitali
flacidi d’impotenza e senza brama,
li soppesa in un ridere convulso.
Prometeo aspetta: livida di noja
s’avvelena la razza a poco, a poco.
Noi veniamo con te: dai pali avulso
scardina il mondo: ribellion di gioja
rida di fiamma, domini col fuoco.