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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
«Uva parit dulces, sed sole coquente, liquores,
Qui recreant homines, qui recreantque Deum.
Sed cessent radii solis, lux aurea cesset,
Nullis erit Bacchus, frigida vitis erit».
«En toi je tomberai, végétale ambroisie,
Grain précieux jeté par l’éternel Semeur,
Pour que de notre amour naisse la poésie
Qui jaillira vers Dieu comme une rare fleur!»
BAUDELAIRE, L’Âme du Vin
«Aujourd’hui l’espace est splendide!
Sans mors, sans éperons. sans bride,
Pour un ciel féerique et divin!»
BAUDELAIRE, Le Vin des Amants
Raggio di sole caldo e profumato, Vita del Mondo
vena d’oro flagrante, nell’istante giocondo e nuziale,
col sangue rosso della terra incita
Vena porpurea, trillante, lucente dentro al bacino bruno della tinozza
rivolo capzioso, un capriccioso
fumo d’ebrietà svolgesi e satura
E sotto alla strettoja della vite gema l’umore fervido
e cigoli la vite dentro al ceppo.
Ceppo proboscidato, oscuro e dubio, sotto alla volta bassa,
megaterio mecanico, protende la mole del suo peso e del suo corpo.
Frangonsi l’acini, frangonsi le grappe;
giri la vite, cigoli, gema e prema.
Oh sangue, oh sangue puro della Vite, significazione;
sangue, universo lievito di Sole, sangue, al Sole sposato, fresco e dolce.
Ora, nella maturità ampia dell’anno, le giovanili forze
s’accrescono di linfe porporine;
ora, al profumo dell’ultime rose sfacciate ed orgogliose
i miti fiori della Morte sposano
l’odorati sospiri delle corolle fragili e piccine.
Ma la porpora e l’ori delle selve e i rumori,
lungo le frappe e le forre, le belve e a ricercar selvaggie
or fulve, or bigie, se i cani in lenti giri,
o correndo la muta, ne discovan le tane ascose;
ma le risa alle vigne e dentro ai clivi
empiono di giulivi rivolgimenti la campagna, e godono
questi saccheggiatori della messe materna la dovizia!
Latrar sui corni squillanti al massacro,
sacro sonito e bellico al tepore del meriggio cortese,
cantar la bocca aspersa dal liquore recente
e giuochi di mano e dita brune, preste e lascive
dentro al corsetto delle villanelle!
E i Fauni alla squisita esistenza de’ boschi sulle Ninfe
gettano le bramose occhiate lucide, e la Ninfa acconsente.
Evohé! dal tino fermenta l’amore!
Schiacci la machina; vortichi al sole,
fascia d’oro corrusca, l’impeto feminile.
Puntan le braccia sopra le barre,
le terghe incurvansi;
voli la ridda da torno al palo,
voli nel sole, voli fatica, voli entusiasmo;
rida la vite nel ceppo grave, e gemano le grappe;
il vino nasce, il vino bulica;
evohé dal tino fermenta la gloria!
E, al vento della corsa, ecco le gonne, imporporate cappe,
le gambe sode e l’anche volontarie;
ed il busto, guaina sulle spalle, rigonfiarsi alli sforzi.
Rivolo scorre limpido dal canaletto nella tinozza.
Evohé! dal tino augurio ai baci anonimi.
O riso feminile! Queste nuche protese e sudanti
spirano un’altra grazia; hanno dedizioni
pei baci sotto ai vellicanti e buoni
profumi di quest’aria ubriacata.
Così concedersi e così amare?
La possessione immensa; tutta la terra venga nel respiro
dentro le vene; e venga il bacio iniziale e fervido
Ridda alla ridda e nel torneo del palo
la gagliardia feminile; al mosto,
captivansi quest’ilari fanciulle, captivansi i garzoni.
Ora, una vecchia bruna, quasi a covar gelosa sulle botti,
intende alla bisogna e bada alla fatica;
«Munifico l’Autunno ci ha prodotto, come un Re Mago,
dalla promessa pampinosa, il frutto:
tutto il villaggio giubila nel balenìo tiepido ottobrino.
Munifico l’Autunno il sangue della Terra dona alle nostre vene».
- «Rosetta, il damo aspetta impaziente»
- «Clara, perché la bocca vi è più turgida e rossa?»
- «Nina, questa mattina è un incanto d’amore
sopra alle saccheggiate pendici pruinate».
E vi son dell’accesi occhi che guardan basso.
- «A me! A me!» - «Darete a me il fiore di questo vino dolce!»
- «Oh no, non dolce mai come il tuo bacio»
- «Taci!» - «Via!» - «Su, su, su!» Dicon le belle.
E la vecchia: «Col giro della vite sulle vinaccie gonfie
trabocca il vino fin sopra le doghe».
Giri la vite e rotei sui perni allo strettojo;
e le ragazze tendono i colli, spingon le braccia.
O ricolto nell’Isole Egee, o dalle vendemmiate sabbie perverse
o sopra ai pergolati fiesolani (l’olmi mariti n’han malinconia);
o sui gradi scheggiati delle creste abduane,
mentre muggono le mandre ai larghi pascoli;
(cerulo volteggiar tra i massi e il muschio dell’onde alpine e vergini)
o biondo come una capigliatura gallica, in faccia al Reno,
e nei castelli spremuto; o pallido e salato come un capriccio isterico,
spuma e profumo di donna incipriata;
Vino, Falerno, pei festini classici,
(le nude gesta della mitologia!) -
sulle candide mense cristiane;
Cratere scintillante, nel divino
istante della prima agape fraterna,
corno bruno e ricolmo, che si alterna nelle parche sissizie,
tra le scolie e il peana si conserva,
sotto il liquido tuo consentimento, la patria libera.
Tazza di vino, tazza di sangue!
San Graal gnostico fiamma: ma il vino del delitto!
Vino amaro e veleno nelle gole dei pezzenti angosciati;
il vino de’ peccati delli oziosi si intorbida e dà feccia,
aceto e assenzio. Vino senza speranza al condannato,
vino macabro e denso al sabba della morte.
Triste sorbire dalla tazza estrema, poi che l’incalza
partenza all’avventure sconosciute, del fuoruscito;
lagrime dentro al vino; ed il vino di Giuda.
Voli la ridda da torno al palo,
voli nel sole, voli fatica, voli entusiasmo;
il vino nasce, il vino bulica;
evohè, il vino suscita l’istoria.
Una memoria pervicace e pagana
si plasma dentro ai fumi cordiali.
Erano i geniali giorni della virtù sincera e grata,
erano i trionfali ditirambi all’Iddio,
Dionysos, le lotte ed i trionfi, sacrificio e vittoria.
He-van-he! Dall’Egitto in Fenicia,
dall’India in Grecia; e i cimbali profetici
Simbolo imperituro della forza, simbolo di natura;
al carro aggiogansi le tigri gaje e fulve, le fauci rosse aperte,
il carro ruota, nelle battaglie, evohé! e stride,
fiammeggia fra nubi di fiamme.
Insanguinato Jakkos, anche il supplizio destinavi alla carne,
poi che la carne-mito pasca d’idee l’uomo,
e sia certezza alla rivelazione,
Jesus bacchico e pallido: l’Adone, esangue come il vino tuo,
piangon le donne frigie, Bacco d’istoria e di fantasia;
sull’ara fumiga, di recente cosparsa di sole di sangue e di vino,
il caprone sgozzato: si impersona la tragedia.
Ma, nei boschi di Tracia, le Baccanti, erto il tirso esiziale,
insanguinano i pampini di vino e d’assassinio
ma dentro alle Suburre capuane e tiburtine,
il baccheggiar delle spumanti ancelle a Licisca vicine,
se il gladiatore male accetta l’offerta del bacio.
E, dentro all’aranceti (riva protesa alla carezza molle
del mar partenopeo), rincorrersi affannoso;
e il timoroso pastore abbandonarsi alle lascivie;
Edera, fieno, tuberose e verbene, corone semplici
e corone spavalde, le mani calde delle vendemmiatrici
hanno contesto sui fronti in sudore.
Vada il trionfo, e suggello rimanga il segno porporato,
sull’ubero materno, della grappa schiacciata,
e sia deliziosa alla materia questa strage di viti e di cuori.
«Noi ridiremo al calice spumante la nostra elevazione,
noi bacieremo dal calice le labra a pena tolte la bocca del garzone:»
«Noi bacierem la nuca, nella corsa vertiginosa,
in torno a questa machina divina, la nuca alle ragazze
offerta a noi nel laborioso desiderio bacchico:»
E tutti: «A noi, a noi! Su, su, su! Giri la mole,
franga la macina; vortichi, riddi, svolga il lavoro,
la forza orgogliosa ed eccitata;
«Vino, ristoro delle vecchie vene, farmaco alla podagra,
fuoco della vecchiaja; vino, liquore, oh vino, giovinezza della terra,
vino, maturità dell’anno!» Pensa la vecchia e grida:
«Le giovanette a’ nostri tempi meglio sapevan spingere
e sapevano amare!» E poi sorride astuta,
stende la gonna e sciorina il grembiule, chioccia umana
sul tino, forma bruna e golosa a covare.
«I giovanili ardori servono alle cantine
zeppe di botti, fresche ed opime.
Su, su spingete!»
Raggio di sole caldo e profumato, Vita del Mondo,
vena porpurea trillante e lucente, rivolo capzioso,
scaturiente sotto il peso enorme della primordial machina oscura,
dentro alla volta bassa si assicura
il fatal vostro congiungimento, o sangue della Terra,
evohé, la ridda da torno al palo, ruota nel vino,
ruota nel sole; evohé, il divino mosto
consacra l’agonia imperiale e rossa all’anno.