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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Luna classica e piena per le lunatiche

 

Luna, i polledri s’inalberano territi;

ecco la faccia tua pallida e lucida

dalle ogive smerlate delle nubi,

Luna, a risplendere sopra le vie.

Vie di Roma e di Atene,

bianche come le schiume del mare,

le grandi vie dell’umanità, o mitica Selene,

ripide tra i cipressi eroici e i pini italici,

erti ed espansi sul cielo tragico.

 

Ecate; a te uggiolano i levrieri serpentini,

alita il fresco tra la bruma, arreca sito di belve;

nel bosco, un tempietto di marmo protegge

il tuo simulacro di bronzo.

Bramiscono le damme; rispondono i cervi;

battonsi i levrieri colle code le costole;

apron le fauci, - trabocca la lingua rossa, -

sorbiscon bava, pregustano la preda sanguinante.

Snelli e feroci a Te riconfortano,

Ecate, scudo di rame sospeso,

l’ora che affolta la caccia selvaggia.

I cignali grugniscono, frugano tra le ghiande,

stanno in agguato, in ascolto, fuggono nella frappa.

Scintilla al tuo riflesso, come un’amazzone armata,

la tua statua di bronzo nel tempietto.

 

Iside doppia in cielo.

Li elefanti discendono sulle rive del fiume;

copioso aspirano le proboscidi il bevere.

Traluce una falce di Luna,

dalle palme, ai papiri stormenti.

Tornano all’isole rosse di fiori, per l’acqua,

i fenicotteri; navigan tra le rose,

divelte dai rosai colla corrente.

Dall’azzurra sorgente del Nilo

corron, squittendo, le scimie verdi e sacre.

 

- Rodope n’accolse una divina bestia,

compagna alla mensa ed al talamo. –

S’impauriscono agili e ironiche,

dalla sponda, al giuncheto, alle rame,

caprioleggiando, pensili, a grappoli.

Bruni tondeggiano al raggio massicci e catafratti

li elefanti e passeggiano tra li uccelli porpurei svolazzanti;

giuocan coll’acqua; improvvisan fontane d’argento;

crepita il getto dalle narici e scroscia.

Vedi aspirata coll’acqua una rosa;

s’indiamanta, spiccata nel volo,

come la piuma scoccata col dardo;

questa s’offre sacrata,

Iside, pel tuo gemino sesso, ed eletta.

La profezia parlò: - Mormoran pianti e gemiti;

Luna trapassa; agonizzan le scimie di languori;

la falce corrusca s’oscura, scoscende

dietro i monti di Libia.

Livido è il cielo: la fattura si compie;

il cuore delle vergini boccheggia di passione.

 

Persefone dell’Hades: i colchici di Lete

distilli nel vapore della sera.

Appari loto funebre, che alla tomba compiace.

Le giovanette morte hanno tra i denti,

coll’obolo, un fiore di loto,

sopra le labra livide, gelato l’ultimo soffio;

così pagano il valico eterno.

Kore purifica! Bacchico Kurios protende la piota;

trabocca di sangue e di vino:

solare Adone risorge per morire nello stesso istante,

sopra il tappeto delle capigliature

recise in dono delle donne di Siria,

sui cestelli intrecciati de’ giardini fittizii ed appassiti.

Occhio geloso: per Te li abissi del mare si gonfiano

come il ventre materno e si riversano sopra le spiagge bionde.

Estua e sgorga verso di Te, dal sesso,

al segno rosso, sangue e frenesia.

Senti pianger d’amore e delirare,

sul marmo millenario dell’altare,

le inutili fanciulle ardenti ed infeconde,

geloso elettro, pupilla gialla, sul cielo e sul mare?

 

Eurimene fila dalla conocchia d’oro

per un vario lavoro di matassa, nella notte maligna.

Vede le lupe grigie, protette nel covo, discendere;

venire per le steppe, balzando e latrando di gioia.

- Artemis, Dea, Febea!

Sorella nell’Ortigia, ombelico all’Egeo;

Foibos divise con Te la sua luce,

quando, per sette punti, il Carro di Boote

s’aggeminò sotto al trono di Zeus;

quando, dall’arco seminator di morte,

come volesti, hai Tu scoccato il dardo alla moria,

serbasti Ifigenia pallida e tremante dal culto rituale.

Eurimene fila dalla conocchia d’oro

i mirabili incanti della notte;

si svolgono le lane colorate,

occhio geloso, affatturate.

 

Selene, Persefone, Isis, Ecate, Luna,

pentagramma stellare.

La tua malia si protende dalla febre al desio;

verso la Sfinge precipitasti Edipo;

reggi li amori proibiti e li incesti

che interrompono l’ordine del mondo, e incalzano il dimani.

 

Dehva! Ogni cosa tramonta colla Luna,

ogni cosa che amiamo;

il tuo corpo di luna si difende dal Sole che ritorna.

Hai veduto morire la notte?

Fuggiamo il che rasserena.

Quando nasce con Foibos riprova

la silenziosa nostra carezza,

l’umida e tumida celebrazione.

Il Sole, che domina nudo

sul mondo coi baci del maschio,

apre ferite, contamina ed uccide.

Noi ci baciamo, colli occhi, Dehva,

silenziosamente; occhi di luna e di stelle,

e sappiamo morire di gioja,

senza spargere sangue,

senza mai possederci,

le labra sulle labra, amanti, sorelle.




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