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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Parade

 

«J’ai seul la clef de cette parade»

RIMBAUD

 

La Luna, a quando a quando, ama mostrare

languidamente le sue nudità

ambrate e rare:

ora, sbuca da specchi nubilari,

ora, s’invola alli occhi curiosi,

ora, profuma tra nubi languenti,

ora, disfuma in tenui vapori.

 

Ecco, all’istante, orbe magnifica

affaccia il ventre e si rigira

dolce e melata, offerta e piana,

pandemia alata del molle cielo,

ad ogni stella che le vien presso:

ma, se sospira un alito di brezza,

ecco, scoscendere pare alla terra

languida, bionda, tenue carezza;

s’adagia e si riposa,

in cima ai colli folti di verzura,

nel seno di un giacinto,

nel cuore di una rosa.

 

Oh, la frescura!

Dondola il pioppo la rama oscura,

la lunga ramora canora all’alito!

e, tra le ramore, passa silente

e riverente il bacio della Luna.

 

* * *

 

La Luna non s’addorme nei boschetti,

per quanto prediliga Caccie, Silvestri, Pastorelli e Ginnetti:

guizza, sguscia, si effonde,

dalla frappa, in sull’onde.

L’acque fremono al raggio:

salgono a lei per ribaciarla in bocca;

l’attirano nel gorgo per berla intimamente,

per possederla liquida come l’argento colato,

frigida e smorta, cattiva come un filtro fatato.

 

Or son gorgogli, risa commosse,

sciacquii indecisi, fresche promesse:

gemiti stridono, se gemon li spruzzi,

strepiti azzurri e stelleggianti

di fuochi erranti,

sulla criniera ispida e grigia

dell’onda nera, tonda e callipigia.

Quindi, in sordina, un trillar piano,

spunto in cadenza a morire lontano:

propone il la la Rana assorta

a governare l’orchestra:

interza presso il Grillo

un lesto compromesso

tra le tenebre e il ;

li riassume una Voce; li trasforma,

nell’inno lucente, sigillo di note,

l’imprime in sull’acque,

in sul cielo, così:

 

* * *

 

- «La Luna!

Sopra ai rivoli d’argento

sommessi, trillando ai vicini

salici inchinati;

tra le nubi fuggenti, o pallidAstro

di prezioso alabastro incandescente;

la Luna!

vigilatrice nel Sonno:

stanno i convegni d’amor sospirati

dentro alla selva e i prati che s’addormono.

Io rilevai la man gocciando stille,

fosforiche scintille,

dal rivolo lucente del tuo raggio,

e m’aspersi la fronte, e ne profersi

all’amata vicina.

Oh, serene promesse oh incantamento,

oh, felice momento del tempo avventurato!

Un sospir ti raggiunge nel viaggio,

Luna, e ti ferma alcun poco ad attendere:

tu lo assorbi col fuoco pallido del tuo volto;

il sospir si è rivolto e scende a me

tiepida gocciola,

lagrima tiepida,

bacio di luce,

nota d’amore,

sulla mia bocca, protesa a beverlo -

 

* * *

 

Oh, le bell’acque s’incantano e fremono

sotto lo strascico dell’imperiale

frigida Amante, perfida Amica

sterile, nobile e vagabonda!

 

Ella sorge stillante; si riasciuga

le membra neghittose e lattescenti,

macerate in un bagno medicato

dall’ambra acida di bergamotto,

dentro alla chioma bionda

di una nube che incontra e corre via.

La nube tremula in leggiadria;

sorpresa, pallida si trascolora;

dietro una scia di rosei veli

lascia guizzando, come il pudore,

delle intraviste sue nudità.

La Luna va.

 

* * *

 

Non par che fumi

come un Pascià

dal corno fossile di un cupreo chibouck

il suo sogno d’Oriente,

coll’oppio dispensiere,

pel mitologico vecchio verziere,

se si addormenta,

grossa e rotonda,

sopra un sofà

di turchesi imperlati

semi scoperta in mezzo all’alone,

che le sopporta le sue beltà?

 

* * *

 

Miracoli, apparir nel plenilunio,

disegnati sull’orbe completa,

palmizii e case e il cane sacro a Persefone,

pozzo e villano con la falce in mano,

vecchie streghe che accorrono al sabbato,

vieti perché di fiaba e d’illusione.

 

Ma se Boschita il teschio scialbo

spicca dal busto d’Huytaca curva

sulla fattura a condensare

gilio e tamala composti in droghe,

sanguinolente lo sferra all’empireo;

ruota il teschio nel vuoto della notte,

cangiante cresce come un opale:

il sangue si raggruma sul lembo delle nubi,

climaterico, piove, spasimando.

 

* * *

 

A poco, a poco, Luna enigmatica

volgi e ti posa dietro al dorso dei colli:

cala, ti umilia sull’ultimo rossore,

estremo cilio socchiuso, mentre trabocchi in giù.

 

Sbatte, svolazza; nera virtù,

membrana tesa di pipistrello;

ti stampa invidioso sulla faccia

l’ala protesa, mezza larva a fortuna

per le brillanti maschere del cielo,

ti affattura a risorgere opportuna.

Saporosi vaporteneri e molli!

Fruscia, sospiro, con alito di brezza:

passa, carezza, sulla frescura,

sulla verzura impietosita

al morir della Luna,

dentro la selva discreta.

Filo di luce, oltre al dorso dei colli,

o Pallidissima-Irrequieta,

piangi in silenzio l’androgina avventura

Insaziata-Complessa dell’Amore?

 

Ginandre, muor la Luna

alli angiporti delle vagole nubi,

la Luna strana che vi assomiglia,

riversa confonde di sotto le cilia

lunghe e perverse l’iridi revulse,

le spegne nel patema convulse!

 

Baciatevi, Ginandre, piangendovi in faccia,

tentandovi i seni, le gote, le labra,

stringendovi, mute, l’una l’altra le braccia,

irresolute, febrili:

sciogliete, sui prati soffusi di umori,

sui fiori in vigilia di luce,

nell’ultimo sguardo morente,

pur l’ultimo velo;

estrema non vi copre di reti d’argento,

di labili intrichi di perla pallenti,

pur nude e vestite,

Ginandre bruciate d’inutile amore, la Luna?

 

La Luna è morta:

piove lagrime e sangue dal cielo profondo,

ne allaga il mondo.

E che? Avvampa ed abrucia,

nel cuor dell’orizzonte,

un sesso incandescente;

lo vedete flagrare imperiale

ritta divinità sopra l’altare?

Riempie l’oriente, scoscende dai monti sul piano

feconda, Sole, di germini nuovi

l’utero sitibondo delle Spose e del Mare.




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