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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Miraggi di luna

 

Eccola, a punto, balena

tra la frappa e il torrente indecisa,

brulica sopra il greto dentro la bigia arena;

è bagnata di luce lunare,

corrusca come il petto di una imagine

esposta in sull’altare:

vedi la Caravana,

sul margine del bosco,

come pitocchi imperiali al bivacco

d’un umorista Roman comique,

personaggi di conto dalle tele istrioniche,

personaggi d’amore e di passione

dentro ai sogni ebefrenici?

 

Qui sta; e manda da torno la sua gente

a riconoscere il passo nel torrente;

e, tra i cespugli bassi, le lancie verdi, i cuori

aperti ed accoglienti delle languide foglie d’acquitrino,

tra i bianchi e rossi fiori del margine,

brillano come li occhi del pavone,

verdi d’argento, verdi d’oro e porpora,

d’oltre le piante, i riflessi dell’acque intenebrate:

poi, l’ironia ripone; a di prospettiva,

l’estetico indeciso, al di di uno stagno e delli alberi,

di sfondo velato di Città confusa tra le nuvole.

 

Messer Grande impacciato s’avvicina a Madama:

- «Madama, è una follia -

- «È un capriccio squisito;

sento la nostalgia della Città;

in questa eterna amenità del Regno delle Fate

noi ci siamo oh! quanto, ahime! annojate

 

- «Ma passare lo stagno non si può!» -

 

- «Voi lo dite Messere!

Convien pagarvi per Tesoriere

se non ci è lecito ogni e qualunque cosa;

il ‘non si può’, napoleonicamente, è bandito

d’oltre i miei stati,

mi sia concesso o no.

Passeremo lo stagno; è un capriccio regale,

passeggiar pel Palazzo Comunale colli arguti Scapini,

parlare col Prevosto de’ Mercanti,

farmi inchinare dal Podestà.

Ho prurigine fresca e curiosa

d’uscire dalla ‘routine’ della divinità,

per farmi una Preziosa e blaterare

per le frequenti vie della Città

a seguito di ‘snobs’ e di borghesi.» -

 

- «Oh Madama, consideri l’incongruenza enorme;

la Città si riaddorme covando pranzo e cena,

la fatica, la fame e il disonore.

Non ha festoni appesi,

non drappi alle finestre,

 non orifiamme in piazza

sciorinate, distese pel fausto avvenimento,

non luminarie aeree sulle torri e li spalti.

Li arcieri alle balestre sonnecchiano appoggiati;

le rane cantano dentro i fossati:

Madama, non è il caso

d’importunar Consiglio, Vescovo e Generale,

per grattarsi sul naso d’impazienza e dispetto,

lasciate d’urgenza la coltrice e il letto

intiepidito dalla tonda e canonica metà,

per un vostro reale e malsano diletto!» -

 

- «Preparate di che passare al di !» -

 

- «Sua Maestà vorrà dirmi però come!

Noi non abbiamo parco di pontoniere.

Ella crede un piacere

passare a piedi scalzi le pozzanghere?

Ed i catarri? e i raffreddori? e le ostinate corizze?

Ma è stagione di bagno o pediluvio?

a pena il suo bagno la Colomba,

e il Vento Marzolino ed inquieto

ci spia sull’alto delle Roccie al balzo.

E vi saran molti gradi di meno,

oltre il fiorito confine del Regno;

raggricciato il mercurio permaloso

rifiuterà salire in sul termometro.

Quindi, la mota del lubrico pantano

V’impegolerà i piedi: oh! delitto bruttar l’estremità

rosee e delicate e sacrosante;

oh, sacrilegio pungerle sui ciottoli

insidiosi tra la melma, accorgere

guizzar di biscie lotofaghe e cieche,

incavigliate tra tufo e tufo,

libidinose a salir sui malleoli

con fredde smaniglie incerchiando le gambe!

Indi, il resto ed il peggio, Madama

 

«Siete improprio Messere!

Ritenete da vero un Laghetto minuscolo

il più gran mare dell’Universo?

A voi la Primavera serve, mi par, d’ambra grigia

vi deprime e vi umilia:

vi soffoca l’ardore, certo fittizio, delle lunghe serate invernali

vendemmiate alla fiamma del ‘cognac’.

A Noi la Primavera allarga il cuore.

Voi temete lo Stagno, Tesoriere

e rimanete tutto il racchiuso

tra i sucidi segreti delle Banche?

Rivedete di notte i ‘Mastri a cassa dei Comptoirs d’Escompte’,

rabbrividite de’ serpentelli

gajetti e snelli, ciechi, innocenti e frigidi

a pena ridestati dal fango de’ fossati?

Ma l’unto della ‘carta monetata

non vi impecia le dita?

Impiastricciamo i piedi onestamente

per passare al di ,

che l’acqua limpida ce li risciaquerà;

ma voi dimenticate, con molta indiferenza,

che il fango delle ‘Azioni ferroviarie

non lo lava che il sangue:

Messer Grande, Ministro Tesoriere,

date li ordini ‘ad hoc’, voglio passare.» -

 

- «Vostra Maestà mi tempo a pensare? ...» -

 

«Mezz’ora, non di più; spicciatevi dunque:

per mezz’ora governo alla costituzionale,

il mio senno ... materno fa la pioggia e il bel tempo,

e non voglio aspettare» -

 

Vecchio Ministro,

parola d’oro

non è tesoro che ha corso in Corte;

l’esperienza le vele ammaini;

la scienza dorma nelli scaffali;

dentro la noja delle biblioteche,

la polvere ricopra i calamai,

ammuffiti sui guai delle pragmatiche operazioni,

Primavera sull’ali dell’Allodole

turba la festa ai giovani Padroni del Regno delle Fate,

Ministro Tesoriere, al suo apparire,

strozza il buon senso ed affoga la pratica,

dentro il bicchiere espanso e impollinato

di un Giacinto rosato,

fuga, in un attimo, tutto il sapere

tutto il parere dell’arti gesuitiche,

- A sghimbescio il topé,

prude la cuticagna;

l’egoismo si lagna sopra la Primavera,

la presa del rapé,

tra l’indice ed il pollice,

ha perduto il perché del suo profumo,

aperitivo scaccia pensieri! -

Ministro, il grand’affare a traversare il mare dello stagno:

un uomo, come tutti, lo scavalca di un balzo.

 

Mezz’ora d’intermezzo passa nel meditare.

(Tabacchiera a coperchio rabescato

l’oro e l’argento vi han niellato

un candido peccato ed infantile

della sovrana, un primaverile.

Le mani tremano se vi s’immergono;

la commozione sparge il tabacco:

le rane cantano, solfeggio arguto;

l’acqua si sdraja sotto la luna.

La convinzione sprizza di un subito

dalle meningi, dalle cervici, dalle narici

coll’ufficioso pensier gesuitico,

dentro la testa di un paralitico,

Messer-Grande-Ministro-Tesoriere,

in un saluto di ilarità,

collo starnuto di verità!

Eccì!; eccì! – Salute! -

Tutta la Caravana del Roman Comique

augura all’impresario felicità!)

 

(Cantan le rane la serenata,

cantan, s’invitano per l’al di ,

Cuore di Fata!

Oh, piccolina accesa e sitibonda,

di molto bevere, di molto amare!

Per chi si innonda di luna la notte

e stelleggiano ironici miraggi,

fiamme danzanti, equivoci palazzi,

riflesso di fornace da’ chimici incanti,

al di dello stagno?)

 

Mezz’ora d’intermezzo passa nel fluttuare

del pensier burocratico a pensare.

 

- «Messer Grande?!» -

 

- «Madama -

 

- «Vi siete persuaso -

 

- «È un gran caso, Madama -

 

- «Non mi pare, Messere -

 

- «Noi usciamo di Stato.

E le complicazioni internazionali?

È necessario radunare li Stati Generali,

chiedere consiglio alli Eccellentissimi;

bisogna promulgare un decreto speciale:

proporre una legge pei fondi del viaggio:

sua Eccellenza, fra tanto, il Ministro dei Lavori Pubblici

farà approvare i piani e stendere i rilievi della strada;

qui costruire un ponte:

non se ne fa a meno!» -

 

- «Messere, Messere; tanto rumore per nulla!» -

 

- «Questa, non è, Madama, una comedia inglese -

 

- «Dei ‘calembours’, Messere -

 

- «Madama? ...» -

 

- «Non più!

Dentro un’ora i cannoni delli spalti

tuonino sul mio giungere in Città -

 

Furbescamente il vecchio ride.

 

- «Che cosa è quel cipiglio,

questa smorfia e li occhiacci -

 

- « Pensiamoci per bene!

Frivolità, Regina,

bagnarsi i piedi ad andare di ...

a vedere che cosa? Tutto quanto è già qui.

Almeno comandare il solito equipaggio

delle entrate trionfali,

 che le servì nel viaggio l’altr’anno a Kalikut

per salutarvi il Gran Kan dell’Orse bianche:

Ha disposte conchiglie smaglianti,

madrepore e coralli aggeminati d’oro,

il traino retto dal gigante Faifol,

la gondola specchiante come il bucintoro

o quadriglie di Gatti sapienti per cavalli,

remiganti tre Foche addomesticate?

Codesta è necessaria sua etichetta -

 

- «Dunque si può passare in qualche modo?

E per far tutto ciò? ...» -

 

- «Bisogna radunare li Stati Generali;

chieder consiglio alli Eccellentissimi;

bisogna promulgare un decreto speciale;

proporre una legge pei fondi del viaggio;

Sua Eccellenza, fra tanto, il Ministro dei Lavori Pubblici,

farà approvare i piani e stendere i rilievi della strada;

qui costruire un ponte ...» -

 

- «Messer Grande, alle corte!

Sono ancora bambina -

 

- «Oh, Madama, l’amore ...» -

 

- «Basta così, non Richelieu, Mazzarino;

non mi permetto d’esser Anna d’Austria.

Passate nei ‘caveaux’ della Tesoreria,

a pesar li zecchini tosati delle vostre figliuole -

 

- «Oh, Madama, l’amore ...» -

 

Continua la disputa tra Scrivania e Trono.

La Luna sboccia in alto de’ colli.

Tela di Ragno alacre lavora.

Le prime Nottole intinte di grigio,

schizzan dai geroglifici sui guizzi lunari.

Come una vaga giocondità infantile

dice che bussa al cuore ed all’imaginazione

il risveglio d’Aprile.

Poi il Seguito si sdraja sopra all’erba;

torna a giuocare a domino:

si la baja, sparla, cinguetta, s’addormenta.

La Luna è un fiore enorme,

che si spetala in cielo e si riversa,

come una coppa tonda, aperta e tersa,

vecchio vermeil sopra un vassojo di malachite;

si specchia nello stagno, tra il bosco e la città,

suscitando miraggi e luminelli

dentro le frappe tenere,

fuggevoli ceselli,

sopra l’oscurità.




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