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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Libro quarto

 

LE DANZE

 

(Da «Canti e Danze di Maschere»)

 

La pifferata

 

Io vidi i Re venir dall’Oriente

l’uno era giovane, l’altro era bruno ed il terzo un vegliardo cadente.

Per la città silente e nevicata

passar portando doni ognun pebisogni

dei bimbi, delle bimbe e dei malati e dei sofrenti:

lunga parata di camelli e schiavi vestiti a stole d’oro

e magico lavoro d’oreficeria.

Squillano le campanule d’argento

per il vento invernale a quando a quando:

gettansi fior’ da canestri ingemmati

i bei fior’ della state incensando.

 

La fistola silvestre sopra le cennamelle

Ci proclama i prestigio

trilla e gorgheggia il piffero

dalla pancia ventosa

or si riposa

ora ride ora sospira.

Oh meglio che la lira,

l’armonia rusticana

dice la storia strana

di questa caravana

che ha trovato il Messia.

La fistola silvestre sopra le cennamelle

acqueta le procelle nei cuori avvelenati.

Le mortelle ora son troppo verdi,

sulla neve caduta troppo bianca,

e il capperuccio e la bauta

troppo oscuri sui visi feminili?

I Re d’Oriente van per far ritorno

Quest’altr’anno in letizia,

 

Io chiesi a loro perché camminassero

di notte e in pompe per la città:

le cennamelle diedero un sospiro e la fistola tacque nell’aspettare.

 

Il primo disse:

«Io son giovane e biondo

e viaggio pel mondo:

son porporato e ho scettro

sopra strani abitanti,

ch’ignorano le lagrime ed i pianti.

Incapace il tuo plettro

non saprà raccontar le mie virtù.

Ho nell’anfore il vino della vita,

pei moribondi appresto il calice

essi bevono e sperano ancora.

Le mie corone fatte di giacinti;

di rubini e di perle

pajon soli a vederle.

Tre ne porto di sopra al berretto

e mi prometto

di largir dolci sogni ai derelitti

ed a chi sofre per li altrui delitti.

In ciel la stella caudata e vaga della buona fortuna

per la diafana e buona tenda notturna

testé si soffermò sopra a una casa.

giù una turba immota e persuasa

attende ad un natale: passerem dalle soglie

a fare riverenza:

la presenza

imperial d’un triplice corteggio

s’inchina al seggio

di paglia d’un pastore:

sempre al nascer d’un bambino

si profondono l’ori dei potenti

e attende l’indovino a strologar sull’astri

congiunzioni mirabili.

Il Bambino vagisce

e la terra fiorisce.

Vedeste, uomini miei, un’aurora più dolce

splendere a mezza notte se si addolce

la luna sulla neve con uno sguardo d’azzurro?

Udiste di tra i canti anche un sussurro

anelante e convinto per la rivelazione?

Molti bambini sognan delle spade

e molte bimbe dei baci.

Largirem spade e baci dentro al sogno

per la bisogna della felicità

Ed il primo si tacque.

 

In modo flebile batte l’accordo,

il piffero singhiozza.

Udite meglio? le giulive note

mujon dentro alla strozza

del suonatore.

Battono l’ore o suonano a mortorio?

Il riso del Re giovane era un’ingenuità

sulla rigidità di queste vie.

Silente la città sembra che dorma:

auspicii enormi vengono poi.

Prepariamo sarcofaghi alli Eroi.

La Caravana passa sui ghiacciuoli:

le cennamelle hanno malinconia

per l’allegrie perdute.

Fiori all’inverno?

E pure molti fiori dai canestri

gettansi ancora dai famigli ornati,

de’ fiori tristemente profumati.

 

Disse il secondo:

«Io son rozzo e mal destro:

venni per mar senza che il navalestro

spingesse vela o battesse di remo.

E pure i miei paesi son lontani.

stanno per i piani

a battaglie elefanti ed unicorni

e portan grappoli d’acini acri

i peschi e l’olmi.

Idoli neri cui morde la ruggine

si ascondon nel mistero,

e reggon sulle teste gaschi lucidi

e diamante e cimiero.

Veglian la Morte.

So il perché della Morte:

fra la mirra nascondo il buon nepente

che fa dimenticare.

Tutte le cose care

volgon dentro alla notte.

Non volete sofrire?

Non s’allenti l’ardire

di scoperchiar la fiala dei profumi

che lieti vi conducono a’ bei fiumi

della mia eternità.

Io sono nero.

Rosse troppo s’accendono le labra

di tra le guancie.

Porto le melarancie medicate

pel bimbo che si lagna:

così chiuderà l’occhi;

la testina reclina sui ginocchi

della mamma che vigila.

Dorme tranquillo?

Oh, più tranquillo d’ora,

non potrà mai dormire.

So la Natura: ha bisogno di sangue:

io vengo a richiamar tutti li stanchi.

Oh quante molli bocche desianti una pace!

Oh come tace ermetica questa vergine bocca!

Sono il buon Re della liberazione.

Ho corone di ferro e manto verde;

tutto che qui si perde

io raccolgo per via.

Così affaticano sotto ai fardelli

di mille cose disparate e oscure

quest’umili camelli

che vengon dietro.

Odo vagir giù:

un essere di più su questa terra?

Porterà pace o guerra?

Forse un predestinato

e molto sofrirà.

Faremo riverenza di presenza

a questa devozione fatta carne.

Seminerà pei posteri:

un mio ministro già gli prepara

la più rustica bara.

Ancor si sente piangere giù:

o voi pregate; o voi sperate?

Se nel passar mi apriste la postierla

vi condurrò a vederla

la ben amata, la Felicità.

Molti bambini sognano delizie

tra le pigrizie dei letti spiumacciati.

Sogno beato se non vi destate.

Molte bambine sognano amori

sorridendo tra i fiori

di giardini impossibili.

Sognate quindi se volete vivere.

Dispensieri, dei sogni, ancor dei sogni,

da questi aerei troni

si domina la vita.

E se il sogno è la Morte

Dispensierspalancate le porte

a quest’anima vagola e sperduta.

Tutto che qui si perde

io raccolgo nel mio mantello verde

soffice come l’erbe

e riposa alla fine

sotto all’ oscuro

mio sguardo di notte,

sicuro

Ed il secondo tacque.

 

Colle baute passano mute

altre rigide forme,

e un consigliere

dal borzacchiere rosso

s’avvoltola la barba nella pelliccia folta.

Le ciocie montanine

calpestano la neve e si maceran dentro.

Venite tutti qua!

Il piffero sogghigna

e la fistola ghigna.

Codesta pifferata

ha una pazza intenzione.

Se va Filosofia per la via

dovrà stare al suo tono.

Vengono ancor camelli,

son ripieni i cestelli

d’altre preziosità:

l’ultimo che verrà

sarà assai più munifico.

Questi Re spensierati

hanno ducati a staja,

ne spendono dovunque: alla fungaja

e sopra ai mosaici.

Dei lumi alle finestre.

Venite tutti qua.

Lasciate le minestre insipide,

ecco dei maccheroni.

Se va Filosofia per la via

deve far luccicar cospiquii doni

all’occhi che li sognano,

e dar nelle parole

cenere coi carboni.

Il piffero sogghigna

e la fistola ghigna,

le argute cennamelle

dan la baja alle stelle.

 

E disse il terzo

«Sono vecchio e canuto,

tutto ho veduto,

perciò la mia cesarie

più giova delle parie

membra d’Elèna

e della forte e piena

gamba di Paride.

Sotto il cranio ricciuto

ritrovi vento e vuoto.

Fui sopra l’anni

sopra li affanni

e coi tiranni.

Son Sacerdote e Re: è semplice il perché

dei tristi inganni.

La Plebe al zuccherino

fa le moine come il bambino,

zuccherino oratorio.

Sopra il martirio

d’ogni civiltà

stesi uno scettro imarcescibile.

Venne lo scibile in compunzione

a recitarmi la sua devozione.

Io sorrisi e ricolsi nelle ceste

parole che scintillano e fumi che sfavillano

all’aria come stille: fuochi di gioia

contro alla noia; sorrisi che dismagano

e guardi che rinnegano,

e i dilemma che danno e che non danno

un motivo e disfanno.

Così i cestelli portano i fornelli

delle materie prime,

fanno la neve il gelo e le pruine

il buon caldo ed il vento:

e nelli affaticati crogiuoli dei tempi

stampar l’immemoriali eterni esempii

di quanto ora qui sta.

Badate all’oro,

questo è un tesoro

che non muta fortuna.

Io fui sopra l’Istoria

e se esiste memoria

eccomi gloria

vivente ed ultima.

Sono Teocrazia e Dispotismo,

presso di me il cinismo vale la forca.

Son l’Impostura ricca e la Paura

dell’Inferno angosciata

e sono una cruciata

divinità rabbiosa.

Krônos, Saturno?

Faccio ritorno in me.

O Sapiente o Filosofo?

Per l’indomani

carezzo i ciarlatani

perché faccian prodigi

e sui fastigi delle torri di rame

do il folgore innocente

per la gente che grida.

Ah! Ah! Oh! Oh!

Il vecchio riso

tra la barba bianca

è l’ultima ironia che balbetta e manca

sulle livide labra d’un morente.

Filosofo da burla, se contemplo il passato!

Schiavi gettate argenti

commisti a’ bei rubini

questi pezzenti, applaudiranno

con mille inchini.

Schiavi, che le bombarde

vomitin fuoco:

questi pezzenti hanno le gambe tarde,

si scalderanno un poco

all’incendio improvviso e dentro al sangue.

M’han detto poco fa che è nata a pena

una dolce e serena meraviglia:

per chi si piglia

a tali annunci basta

un vagito di bimbo.

Or, tutto il limbo è pieno di tali intenzioni.

Un Messia? Una eresia!

Andrem per intricare di presenza

a fare riverenza

al nuovo Re del mondo.

Or voi, Sicarii, bene osservate

il suo musetto biondo,

per ritrovarlo al colpo che decide.

Sciocchi, sciocchi!

Solo i pitocchi

hanno queste speranze lontane

che dormon sulla paglia de’ giaciglii

nel presepe.

Altri sono migliori i consigli.

Li Eroi van sulle cime della vita

come a scalar Bastiglie,

li Schiavi stanno a basso vicino ai palafreni

e lavoran di striglie.

Le donne curiose fremono delli Eroi

tendon le braccia, tendono i seni:

sotto a’ cielioscurisereni

ingorde assorbono la genitura:

li Schiavi come i buoi, tiran l’aratro.

E i forti dan presenti d’astri e di stelle

all’incaute belle.

Esse giuocan coi fuochi e vi s’abbruciano

coi diletti guerrieri.

Oh! jeraticamente sta nel mondo

Amor, gran Dio, porpureo all’aspetto,

porpureo come un pazzo ed un predestinato,

con ali d’oro in cima dell’elmetto.

E faretra pei clivi e le boscaglie

dove cozzan zagaglie

invidiose e gelose.

Io passai sui cadaveri recenti

risi ai tormenti, risi alle fiamme:

ricolsi lance spezzate e versiere

per il piacere della vendetta;

e per dono alli eredi delli estinti.

Altro vuol l’Uomo: un Dio, forse se stesso.

Vidi la luna scioglier lo strascico

sui limpidi paduli;

vidi garzoni ignudi

giocar nell’acque pregne di luna:

vidi il corteo che aduna

l’orror del bujo.

Passai sulle paure e risi ancora.

Molti raggi di luna ho raccolti,

e bene involti

nella malinconia,

largisco qui a favore d’una prosodia

che suda sulla rima.

Oh, ma in me stesso era tutto il creato;

guardai nel cuor per veder tutto il mondo:

fummo una schiera

ora solo rimango,

ed i morti non piango.

Di tra i ferri crudeli e dardeggianti

fu gran copia di pianti,

e le mitre orgogliose

sorrisero alle rose.

Dei leopardi a’ piedi ingiojellati,

furbi e domesticati

venivano a lambire

squittendo come volesser morire

di voluttà,

e delle donne dopo aver danzato

han sospirato nell’ultimo momento

il nostro nome.

Sospiri ed aliti ho pur riposti

sotto nascosti a piume rare

in queste bare che portano i somieri:

ai bimbi altieri

che tornano al passato per comporre

un giocondo a venire

farem piovere sopra all’origlieri

questi pensieri gravi di lagrime.

Oh le magie!

I capricci disfoggiano la veste

Più inusitata:

gustai le atroci feste

di sangue e di baci:

l’unghie polite

s’intriser nel vermiglio

delle ferite,

per veder di cosa sanguinavano.

Famiglie, ora è questo il tugurio

del portento umanato?

È cattivo l’ augurio

di nascer tra lo strame.

Schiavi, per il festino una volta conviene

colle verbene mescere il vino:

chi ne assaggia di rado

perde tosto la mente:

astutamente incitiam la catastrofe.

Molti garzoni sognano vittorie

tra le glorie dei nimbi cimmerii:

ai focolari

deporremo una croce ed una ruota.

Molte fanciulle sognan balli e sciali:

in sulli alari

deporremo li specchii e le collane.

Schiavi: l’harem or mai mi va in fastidio.

Evireremo i forti in eunuchi;

penseran sui caduchi

lauri di quanto fu.

Comprerem le zitelle, le più belle

fra quante si guardar dentro allo specchio

il collo ornato di queste collane

regalate di notte ad intenzione.

Passiamo altrove: son ricco troppo,

ho paura di troppo donare

Anche l’ultimo tacque.

 

Saran tutti passati, saran tutti sfumati, in fondo della via,

per la città silente e nevicata,

or per poco destata

al calpestio dei barbari camelli e al tintinnire delle catenelle?

E tutti i fiori e tutti li ori? Oh, son gelati i fiori

per i rigori della bianca stagione!

E le baute, ed i cappucci, e quelle forme mute?

E le ciocie bagnate nella neve? Ed il mantello del consigliere?

Pifferi, pifferi:

dalla pancia ventosa danno il gorgheggio,

e colle cennamelle, rustiche sorelle,

in questa nenia.

 

Calmo riposo in ciel sotto le stelle:

l’alberi ricoperti di diamanti.

sembrano stanchi

imperator’ di gelo.

Non un velo per l’aria:

precedendo la luna

un chiaror sorge dietro le torri e i campanili.

Lieta cullante, buona incurante

triste graziosa e tenebrosa

la pifferata

sembra intuonata

sopra al raccoglimento,

e un sentimento

grave accoglie la terra.

Questo mantello peso di ghiacciuoli

non soffoca la vita, non soffoca il respiro.

Ed i valletti che seguono i potenti,

e i dispensier’ li schiavi ed il carnefice,

lagriman nel cammino e gettan doni.

Oh incatenati ai fati

di una lunga sciagura!

Oh vinti alla congiura

della fame e del freddo!

Ah a ah! oh ooh!

La culla dondola

sotto l’occhio materno,

non prevalgon lo scherno e l’impostura.

Oh ooh! Ah aah!

Chiudi l’occhi che son troppo sereni

e ch’han lo sguardo libero e sicuro.

Dormi, a domani:

i Re t’han fatto festa, alla tua testa

chinaron le corone e le tiare.

E come pare limpida la notte.

 

Tra i sempre verdi

e le mortelle

il capannuccio

rustico sta.

E in un cantuccio

sopra la greppia piena ed odorosa

color di rosa in fasce

dorme e si giace

l’imperial divina maestà.

Soffiano il bove e l’asinello

similitudine di carità

sul frutto tenerello,

sangue e miele commisto, di tra i baci d’un amor senza pari

bel giojello e tra i rari

se uscito fuor di culla spezzerà all’umili il pan d’or della parola

ed ai forti veggenti donerà

una teda pel bujo e una bipenne

per la foresta della cattività.

 

Passa un ascoltatore che se ne intende: sogghigna e se ne va.

«Codesta pifferata» dice, «par confettata come una disgraziata

parata funambolica. Andate :

o i suonatori perdono le note o sono vuote le zucche dei marrani

che aspettan l’indomani sopra il trillo dei pifferi.

Ed in fine m’annoia




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