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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Passa un fiume da Coblentz. Ohimé! ohimé!
e il ponte bruno è coperto di neve.
Se avvien che piova, alla vicina notte,
la neve struggesi e anela al mare, via coll’acqua del fiume.
L’acqua distilla e va nel giardin dell’amata:
ed il giardino è vuoto. Acqua passata
non ritorna più. Io attenderò di sera e di giorno,
sotto al sole e alle stelle. Le viole ribacian le mortelle:
ma nella brezza e soli mormorano li ontani.
Ohimé! ohimé! Le cime verdi e fragili
sorgon ancora dall’onde a riguardare il cielo
e tutto intorno: oh per l’ultima volta.
La sera è oscura; più triste è il giorno.
Le cime annegheranno. La mia amata ha già fatto partenza
dal giardino; e perché non l’ho veduta?
Mio dolce cuor, conviene aver pazienza.
Verremo a te? In che modo?
Le cime verdi e fragili scompajon sotto l’acque,
o Sole, o Sole! un raggio si rispecchia
sul fiume che sonnecchia; o Sole, un arco
variopinto e lucido, come la coda dei pavoni striduli,
stendi di sopra al fiume. O Sole, il tuo saluto!
Io ho dunque perduto la bella del giardino?
Ed una bianca mano, gilio aderto
all’aperto, sull’acque si distende.
O bianca mano, o bianco corpo! L’aliga ascende
sul tuo bel seno ad allacciarti, l’alighe ch’aman le vergini:
ed il ligustro vario intesse il drappo oscuro e funerario.
Passa un fiume da Coblentz; ohimé! ohimé!
e il ponte rosso ride all’aurora.
O Dame, o quante Dame passano in pompa e in sciali,
e attraversano il fiume. O sguardi vuoti
e senza tenerezze, o sguardi morti a me!
Perché passan di qui? passano ed io riguardo
L’acque del fiume maestoso e tardo.