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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Ranz des vaches

 

«Lezarmailli dei Colombette

De bon matin se san lehà:

Ah ah ah ah

Liauba, liauba! por arià

 

Ranz des Vaches du Canton de Fribourg

 

- «Pastora, già a quest’ora il torrente minaccia:

voi siete all’altra riva in sicurtà: volgete qua un’occhiata

e datemi la mano. I macigni che fanno sopra l’acque,

sì come al primo piacque di gettarli, un istabile ponte

sono muffosi e lubrici assai.

Pastora, già a quest’ora il torrente minaccia:

e più radiosa faccia io non vidi già mai risplendere sui prati d’Appenzell».

 

I grossi armenti di papà Gilles

furon di buon mattino qui sui pascoli:

volan coll’ali tese al vento azzurro l’avoltori rapaci:

rapiran cuori, rapiran baci?

Dove, quando, qua e ?

Da, da, fallerì, fallerà.

 

- «Pastor, più in v’è il passator’; a tutte l’ore

imbarca gente come gli piace.

Le mie mani son tenere e gentili,

né le braccia mi giungono al di dell’acque ad ajutarvi.

Le vacche muggono, muggono in coro:

miglior lavoro non v’ha del mungere.

Le vacche vengono in un sonoro squillar di campanelle,

stellate, bionde, nere,

rosee, giovani, altere, capricciose, or lente, or timorose.

Vacche, vacche per mungere, sotto ai mobili faggi

innamorati del vento azzurro e frigido

 

Le sonagliere squillan sui dirupi e dalli acuti scogli

si rivolgono l’echi alla pianura. Una sicura giornata

anticipa la grata e profumata levata del sole.

Un avoltore figge lo sguardo nella pupilla azzurra alla captiva.

Piagherà il cuore a questa montanina pastorella?

Dove, quando, qua e ?

Da, da, fallerì, fallerà.

 

- «Pastora, d’ora in ora, il torrente decresce;

sì che d’un balzo attingo all’opposita riva. Siete triste o giuliva?

Io vidi in torno a un fiore men fulgido e vermiglio delle labra vostre

le pecchie tornear impazienti e ghiottone.

Le vacche sbandansi verso più molli prati.

Le catenelle d’argento del corsetto splendon nell’aria pura:

state sicura: le vostre pupille risplendon di più.

L'acqua bianca ai macigni dice lunghe canzoni

di nuove intenzioni sopra antiche passioni.

Porgetemi la mano! Già le dita vi bacio.

Oh la gradita alba sui prati d’Appenzell

 

Son bianchi, azzurri, e gialli i prati a primavera.

La canzone sincera va colle vacche al suono delle cupree

campanule squillanti. Nei rossi istanti dell’aurora giungono

le allodole dal nido. Maggio si volge all’alberi:

si fondono i ghiacciai. Già sui rosai s’inturgidan l’urgenze;

avrem siepi fiorite qua e .

Da, da, fallerì, fallerà.

 

- «Pastor, se così vuole il torrente che sta lieto e placato siate il ben arrivato:

quest’acque stanno a difender le belle. O mostra di difesa!

Se l’attesa chiede che l’acque turbinose dimettano la rabbia spreca il suo tempo.

Lontano vanno l’onde capricciose. Che volete da me?

Questo perché m’intrica assai: temo la pioggia e il vento.

Por arià: le vacche sbandansi dietro al torello

ardito e snello: la giù più molli prati l’attendon ai beati istanti dell’amore

se le amare cicute non portino fiori e l’assenzio sia lungi assai.

Mille paure e desiderii irritano,

sorrisi di pastori e prati e primavera

 

- «Voi non credete a me? Le vostre labra sanno di verbena

 

- «Perché? La pena dell’accogliervi non deterge,

l’amaro dentro al miele del bacio?».

 

Din, don, dan! L’allegro suon della maggior campana del campanile

sal nel mattino; din, don, dan, sopra l’esile tinnir delle campanule,

viandanti al collo delle vacche. I grossi armenti di papà Gilles

escon di buon mattino qui sui pascoli:

le sonagliere squillan sui dirupi e dalli acuti scogli

scende il torrente. Avoltori e allodole pel vento

azzurro e profumato. Din, don, dan! Il sol si affaccia sopra ai ghiacciai.

Molti rosai dan fiori ma i rododendri stan umili ancora.

Un non so che di strano va sui prati, son troppo verdi e molli.

O pastora, o pastora, per di qua: il faggio a maggio scarsa ombrìa:

o pastor, per di qua:

din, don, dan,

da, da, fallerì, fallerà.




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