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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Tomo secondo delle Ironie
E delle Esperienze del Melibeo
Or faccio il Giardiniere:
non vi han detto: «Coltiva rosai in riva alle paludi?»
Perfettamente, son io e schietto,
IL MELIBEO: e faccio il Giardiniere-per-bene.
Ho coltivato e vado scegliendo rosa da rosa,
tutte rose innocenti, quasi senza profumo:
rose di seta, di panno, di velluto;
rose che sembran camelie, frigide e pretenziose,
rose di strano e pur comune tessuto.
Immetto, tra la folla dei concorrenti astiosi,
la mia candidatura al Premio di Virtù.
Vi è un Premio di Virtù, parmi, in Italia,
ne traffican Curato e Ministro, ambo salesiani.
Ci allevano, così, ampia covata emerita
d’impostori e di lerci ciarlatani:
son quelli che verranno, all’indomani,
in sui trionfi rossi, provvidamente impiccati.
Or faccio il Giardiniere ameno e cortese:
ho pur castrato, qui, tutti li Eroi:
in generale saran dei Fantocci,
e, se hanno sesso, lo copriran folto;
tutti qui gridan per l’Ideale;
ne hanno, in compenso, la pancia vuota:
son futuristi, o quasi, per morire di fame.
Lasciatemi ridere, un poco, prima d’incominciare:
voglio celiare sopra le pietre del mio proprio altare,
sul rito strambo del mio sacrificio!
Ho rose, qui, rose di carta inodore;
non faccio il Giardiniere di corbeilles
dignitose, officiali e severe?
Di sulla siepe mieto bottino;
n’empio il canestro, compongo mannelle;
ne getto in grembo alle signore
con gesto largo e dispensiero,
alle bambine, alle vecchie, alle vergini, pure!
Non arrossite, non c’è di che;
regalo, regalo, munifico.
Voi non sapete che il Poeta è un Re?
Re di valsente, Re di corona e Re del mondo,
compreso inferno e paradiso;
il re di Brocelianda, il bel paese
che proprio non c’è.
Per mazzi di festa,
per sopra l’altare,
per scagliarveli ai piedi in protesta:
codesta frasca scabra per la cucitrice,
zitellona deforme e bisbetica:
unica rosa pel bicchiere fesso
posto sul comodino all’ammalata povera:
e molte rose pel bouquet sgargiante:
due foglie verdi per la passante:
un bocciolo socchiuso all’amicizia:
tutte le spine per l’odio e l’amore:
le spine che cavano il sangue,
il mio bel sangue rosso come è rossa la rosa,
il mio bel sangue denso ove ciascun s’imbelletta;
tutte le spine che mi buchino il corpo.
Poi la corona classica alla pallida sposa:
ma imperiale, incuneato, irto di sacrificio e di passione,
simbolo caro all’acquisto dell’inquieta Umanità,
il serto in fronte al Cristo pel tempo che verrà.
Or faccio il Giardiniere d’Academia,
e non m’attardo a bere nelle bettole,
per quanto mi dimentichi a chiacchierare;
in sulla soglia, dispenso fiori ingenui e bastardi.
Quante corolle raccolte da sui rosai in riva alle paludi!
Han maturato tardi: ma nessuno vi illude.
Oh, per amarvi meglio, sapessero come fan tutti
- e non lo sanno! - ingannare!
Già, ve lo dissi, non hanno profumo
né vi celano il serpe di sotto:
- Fratelli miei, malvagie Sorelle,
non attendete cotidianamente a divorarmi il cuore? –
Oggi, le rose mie non hanno più odore.