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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Due parole

 

Tenera rosa piccina,

rosa, non mettere spina,

ora all’albore del vivere,

domani in opulenta maestà:

l’amore anche s’affina

senza l’angoscia e il dolore:

bellezza non periclita

senza la vanità.

 

Volgiti al sole: guìdati sulla sua luce.

Un raggio discende intessuto

d’ogni speranza, conduce

a ritrovarti in pace con te stessa e li uomini,

candida giovanezza,

sicura promessa giurata

a più matura età.

 

Verso, o parola povera!

Questo non è madrigale,

Lenina, è accento onesto,

è breve, è rude; e vale

come un consiglio d’amico;

rosa piccina che sbocci,

tu lo sorprendi nascente

su labra che sanno ormai troppo,

come una profezia:

«Conservati intatta; dice,

racchiusa profuma al tuo richiamo,

esponiti

limpido specchio per li occhi,

limpido e senza mugghi

ma fiamma d’oro pel cuore:

sfuggi la tristizia e la bigia menzogna che cade

dentro l’anima nostra come un tarlo:

vivida e fresca in grazia

bussa alle porte della pubertà.»

 

Verso, o parola povera:

fiato vano e capriccio,

talora dissonanza sull’armonia diffusa

del mondo misterioso e rivelato!

Quanto meglio ignorare e non comprendere

ma credere appaga la vita sempre d’imagini buone:

oltrepassare colla pupilla intesa e ardita

più in là dell’orizzonte;

sorridere ed amare

questa impaziente e ambigua nostra mortale fraternità.




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