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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Ad una Giovine inquieta

 

Io ti dirò: «Interrompi

il vagellare dei giorni inquieti».

Stagnan malinconie sopra fittizi dolori

piangono lagrime amare

sui turgidi rossori de’ capricci ebefrenici.

 

Io ti dirò: «Giovine, non conviene

consentire al delirio spasimato

in codesta tristezza che deplora

il bel canto spiegato della vita.»

Ed ecco che all’equivoco inalbera

fresca giocondità vittoriosa

le intenzioni sovrane e debellato

premon con orgoglio: ben riposa

sul trofeo delle spoglie cimmerie

arruginite e corrose, persuasa

la ritrovata serenità.

 

Ma tu ripeterai nell’ore morbide:

«Ho gonfio il cuore e balzami

come un uccello al groviglio del serpe;

batte e frenetica in gola;

mi soffoca il singulto.

Vanno le mute scarlatte alla caccia

oh, desiderii, uggiolanti a tormento!

mi addentano le carni, le insanguinano,

mi solcan fonde ed acerbe profonde ferite.»

 

Altro rimprovererai invece ironica,

rammarico, veleno fermentato.

 

«Ah!» tu lamenterai, «noja torbida e oscura,

essere rosa sbocciata e attendere

per quanto e invano la mano a cogliermi?

Sprecare per l’aria indifferente profumi

disperdere i petali all’ erba piovorna e sul fango

alle sterpi, sui branchi sui dumi

della foresta selvaggia ed in balia del vento?!

Ad una, ad una, concedere al tempo

foglie, bellezze, porpore, e fragranze e speranze

invidiosa tentando d’incalzare nell’età?»

 

Su, Giovine, bracca il piacere

sorella della bigia inesperienza!

Ti acciuffa la menzogna coll’angoscia,

di un più vano fervore di sogno;

e ti tormenta notturna; si accascia

dentro la penombra intimità.

Ti brulica il mosto spremuto e fatale

nelle vendemmie della salacità;

ti sfoggiano imagini allettatrici;

ti siedon guaste ridendo sulle vergini coltrici;

incubi suadenti e licenziosi;

tu vittima nel bacio attossicato, incompleto;

tu supina, esalata, consunta

nel fallace diletto che erompe

se i sudori e li umori ti imperlano

per acerba e scomposta voluttà…-

Poi ti riassumi destata e sfatata?

Sorgi, determini, esponi

tutta te stessa dalla nascente tua volontà?

 

Forse: e qui sono, chirurgo benigno,

crudele, paziente ed acuto:

stillo il fuoco al consiglio,

caustica tenerezza, sopra le aperte piaghe, risano:

«Vano il frutto spiccato e assaporato,

con ingordigia acerbo e gittato lontano:

vuoi tu precorrerne il gusto e la stagione?

Triste ragione se ti eccita

pazzescamente col compiere

delle sessuali temerarietà.»

 

Ed andrò ripetendo: «Bella Giovine,

sulli sterpi amministra della densa pianta

la scure, ed il piccone sul groviglio

de’ roveti che intricano il passo

bagnati in pieno sole, riscaldati al tuo raggio:

Epifania, fiorisci, risorta dalle brume,

solennità di spirito e di carne.

L’anima tua è pura come una fonte montana,

è un cristallo rubino che sfavilla

come la primavera all’aurora,

e venuta alla soglia della vita volontaria e sincera;

sacrificata dal vento e della piova

affidata all’alba ventura

la casta sofferenza autentica e prova l’amore;

evolve la gioia serena il saporoso frutto dal fiore.»




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