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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Amico, il nostro dì precipita alla notte
prima del sole occiduo;
Amico, e intorno a noi
vediam correre a stuolo molti Eroi,
gettando grida e squassando bipenni,
e, teoria violacea, delle vergini
a lagrimar sulle recenti bare.
Quindi Vecchie ed Infanti
e un lamentar di pianti
senza rimessione
e una canzone
di contadina stanca al ritornare
da i solchi pigri e infranti:
e strida a un’officina senza posa,
fischii pel cielo
ed il fumo che fiotta come un velo,
nube infausta, e s’addensa
sul volto sorridente di una nuvola.
Amico, ogni cosa, mi par, si riposa
asfisiata d’amore e di dolore; anche la rosa,
sull’erbe lucenti ama, si ammala d’amore,
e pur noi ci uccidiamo nel pensiero
torbido e nero a fissar l’a venire.
Stagnano brume alla vigilatrice
coscienza del Sogno;
ora il massimo pensier freme e nitrisce
se odora vento di lotta lontana,
eroico polledro di peana.
E avvampa ancor nelle basse latebre
della nostra coscienza
una fiaccola rossa di prescienza
e batte il sangue all’arterie gonfiate
come sorge entusiasmo,
e squillan le parole
come trombe imboccate
se ghignano ingiustizie.
Nuove intenzioni hanno riposo,
tregua e battaglia insieme
dentro alla grande arena del pensiero;
tra chi fescenna canti e chi ne geme
schiudiam le ferree porte del Mistero.
Oh, che v’ha giù nel bujo?
Che son quei lumi pallidi di morte,
tra i bianchi lini della sepoltura?
E là in fondo, lontano, a che paura
e rimorsi e perché, oltre alle porte
ferree del Mistero?
Amico, il pensiero
S’arresta e freme.
Oh, fredda e triste muda
al possente volare,
oh, catene a Prometeo; oh, singolare
incanto che fa muta Galatea
a pena viva in prestigio d’amore;
oh, Pigmalione pazzo e sanguinoso,
svenato in sui gradini
ai freddi piedi di quel marmo; Idea!
E vi sono giardini,
amico nostro,
che ti sembran fioriti;
vi crescon gelsomini,
paiono freschi e graditi,
proni alle mani che li voglian cogliere;
ma il tamala ed il loto
smunti han perduto la loro malia;
e se tu vai, Amico, e non osservi
al volgersi del tempo,
e giungi in fondo alla fresca fontana,
dove il viale termina,
getta un’occhiata in dietro ...
e il giardino è sparito.
Non importa! lo spasimo e l’inganno
raffinan noi dall’animalità:
sorridiam dolorosi e perché fanno
l’altri pel ventre, ci interroghiam muti.
Non importa! Li ajuti,
che non scendon dal ciel, troviamo in noi,
l’Egoismo volgendo in Carità,
e, all’impetrato Uomo che verrà,
vogliam foggiare una culla di fiori,
vogliam dare sorrisi;
vogliam porger fanciulle miti in cori
bianchi, vermigli e verdi
a cantar la rinata ingenuità.
Qui sopra i laureti e sulle palme
tramonti d’oro, se incensa la terra
il cordiale aròmata;
qui i riposi e le veglie nelle calme
notti amorose che non portan guerra
tra i ricreduti spiriti!
Perciò sognare ancora, Amico, e sempre;
poi che il Sogno è la Vita
per le fatali tempre,
volti li occhi all’oriente, assicurati
al folgorare del nuovo dì.