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Gian Pietro Lucini
Le antitesi e le perversità

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Per «Un Tristo»

 

Anima; abbiam trovato in sulla via

dell’ingrato ricrederci

e tra i pallidi albor della speranza

un falso Mendicante.

Mentito aspetto e mentito sembiante,

lungo le siepi spinose e infiorate

sdrajato sotto le piante in accidia,

la mano ci stese inerte e dubia

per estrema elemosina.

 

Anima; abbiamo accolto nella casa

questa lercia figura

e con assidua cura, per intima poesia,

l’abbiamo assunto a noi;

ed abbiam voluto dischiudergli il cuore,

ed abbiamo voluto portare la luce

dentro le tenebre del suo tentare.

 

Oh! Giardini esultavan nel nostro pensiero

D’insolita vaghezza;

colmi giardini a profumar sentieri

di pace e di bellezza,

a porger dolci e care infiorescenze,

prospettiche apparenze e colonnati.

E canti e risa e giocondi sollazzi

S’imbaldanzivano dentro i palazzi

alle parate di generose illusioni,

come dalla fontana, ammaliate,

sorgevano Ninfe imperlate

d’argento nell’argento della luna,

doviziosa fortuna all’imaginazione.

Oh! Giardini fiorivan nel pensiero;

e carole di bimbe e di bambini

candide e rosei a giocare tra i fiori,

a corruscar, lontane, di splendori

accesi dalle parole

sacre di gloria e a nobili destini.

 

Noi gli offerimmo amore.

Istrionesco all’abito e alla voce

ci raccontò un dolore,

accattato a ricordo di menzogna:

e pur dentro ghignava insidioso

d’ogni parola mentita.

 

Ma lo guardammo nelli occhi:

fuggivano i nostri sguisciando,

paurose biscie dai cigli socchiusi

reclini di vaga malizia;

si nascondevano dentro.

Anche sul petto gl’imponemmo le mani;

ma il suo cuor ci sfuggiva le palme,

convulsionava, strideva, gemeva,

povero, tristo, indocile

d’ogni e qualunque virtù.

 

Anima; abbiamo errato:

egli ci ha castigato.

Ma, in un giorno d’oblio,

non si era avventurato alla preziosa delizia

di rinnovarsi, fosco e conturbato?

Non gli offerimmo, in grazia,

le mani per sorreggerlo,

il desco per sfamarlo,

la casa a custodirlo,

la camicia a coprirlo?

non gli porgemmo, a esempio, un sacrificio

umile ed imperiale per le lotte feconde

per schiacciare le serpi del livore,

riavvolte in sulle spine al maleficio,

gelose e invereconde?

Anima, abbiamo errato.

 

Invano, per le labra esulcerate

abbiam recato ristoro e fragranza

dentro coppe infiorate,

nepenti d’amicizia e di favori:

tentammo, invano, sulle guancie imbiaccate

carezze veritiere, convincenti e sincere,

Anima, se increspar biechi livori

dalle guercie pupille

ai protesi favori della nostra bontà.

 

Anima, abbiamo errato; al Mendicante

abbiam chiuso le porte in sulla faccia.

Quanto egli dica e faccia sarà stolto annaspare;

abbiamo smascherato la Maschera malnata;

ora, tra ciglio e ciglio gli sigillo,

in un marchio rovente,

la sua verità.

 

Non importa! Lo spasimo e l’inganno

raffinan noi dall’animalità.

Fiammeggia in sulle cime

L’entusiasmo a novissime prove.

Non importa! Vagisce la mirabil bisogna

di un Eroe necessario

a sventolare sui tumuli

un gonfalone ardente a redenzione.

Dai carnai della guerra ascende il Milite

terse le armi nei fiori;

s’avvia, in sulla pace, all’indomani:

o aspetta la Sposa gioconda

ansiosa al saluto protesegli le mani.




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