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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Vedesti come fui morigerato,
come mi presentai pudico e castigato,
ti piacqui, fratello Lettore?
Amai con te li Uomini?!
Ciascuno ama, mi sembra, il suo proprio carnefice;
voi no, Uomo e Lettore,
voi, boja, no: non siete sanguinarii
non ve ne basta l’animo,
voi, che vi angelicate in nuvole jacintie,
siete sospesi, - così per infingere - tra cielo e mare
sciocchi, Uomini e Lettori, per farvi commiserare,
per ingannare meglio e di più.
Abbiam fatto la pace?
Piccoli siete, lo so, e lo dite anche voi ...
per ciò mi son chinato,
come un Gigante buono,
e vi ho steso la mano
per ajutarvi al passo.
Siete piccoli e tristi e infingardi,
siete vendicativi ed impostori;
per ciò vi sorreggo a... delinquere
e vi perdono... vi compassiono,
piccinini, scialbati ostinatuzzi,
caro Prossimo mio innocente,
come biscia d’acqua,
oh, candide coscienze
vendute a plurimi ufficii,
ultimi e fumigosi escrementi
di questa stitica e occlusa società.
Pur non vi amo, per quanto in oggi si debba amare
il grottesco e il deforme.
No, non vi amo, Critici maligni,
Senatori e no, in compromesso
con Hegel ed il D’Annunzio,
poveri vigliacchetti dalla pancia ritonda, impertinenti,
cui fascia il piqué del gilet insaldato.
Oh belli, o cari, o nobili!
Oh come mi fa bene discorrere con voi,
e farvi le carezze sulla guancia rosa;
come si appiana e si fa persuasa
senza una grinza la mia folliculare solidarietà.
Come son cosa vostra,
mentre sto per passare il limitare
di questa astrusa chiostra,
di codesta superba altra mia nuova Casa.
Casa? Palazzo, Parco, Giardino, Orto, Frutteto, Foresta, Vivaio
di caimani e di murene,
a cui io vi dò in pasto;
grande Imperio reale di un pazzo
che è più saggio di voi
che siete così saggi;
voi, all’incanto di sulla fiera,
voi, cristianelli onesti o quasi,
voi, timorati catameniali pel ventisette del mese
oh, voi, fratelli miei.
Che vi avete compreso, arche di scienza?
Che vi avete scoperto, lincei mostri di giornalistica enciclopedia?
Avete scifrato il secreto
della mia interna armonia,
della mia passione, dalla mia bontà?
Oh, questa volta come vi apparvi buono,
come semplice e mite;
che fior di gocciolone è il Melibeo
che va a scordarsi delle proprie pene;
che in sulle piaghe mise a compressa verbene
perché odorassero anche le pustole
e fosse imbalsamata anche la sanie
che suppora all’ulcera del condiloma!
Quante bellezze semplici e gioconde
vi ho messo in bacheca nel libro;
e come fui guardingo in sui vocaboli indicativi,
io, che sono di solito sboccato;
niente scatologia, niente pornografia,
proprio come si usa nei salotti per bene
asessuali ed eunuchi;
proprio come è di moda,
broda fogazzariana, elettuario idealista,
faccia sentimentale
e misticismo di seminarista.
Ma, Bestie d’importanza, scusate siete ottuse!
come sempre, leggeste a rovescio.
Fuori dal mio palazzo,
via dalla mia Capanna,
ritornate in Città, ritornate tra voi.
Qui dentro non passeggerete più;
girate sotto le mura di cinta, non entrerete;
non l’effrazione vi giova,
e non l’officinale grimaldello della supposizione,
non la calunnia alla mano che insiste;
non la scalata di viva forza
ché siete troppo vili, troppo ignoranti e cattolici.
Nulla vi giova ad entrare qui dentro,
nel mio Paradiso, in Casa mia!
Fuori, fuori, rimanete fuori!
Vi ho inchiovacciato sul muso i chiavistelli
delli ultimi uscioli;
spie non ne voglio, melensi malfattori per il buon ordine!
Qui non vi è nulla da fare per voi,
né meno il ruffianesimo gratis e pel buon cuore;
fuori, sotto le mura a riguardare in su.
Già vi risponde l’acciajo ostile
d’irte saracinesche, d’arcigne postierle;
non le toccate, non le tentate!
Vi uncinano e vi sbranano, meccanicamente metodiche.
Quante scoperte ha la scienza, per favorire la libertà dello spirito!
Ma se pur giunti in Giardino,
con circospetta astuzia salesiana,
vi lascerò morire di fame!
Non uso gettare nel truogolo,
per broda fangosa e cruschello,
pasto di Porci avidi e grugnanti,
l’anima mia ed il mio cuore,
tutto me stesso in fiore,
e le mie sante idee, lucide e vergini perle;
o grufolanti, Lettori ed Uomini, se non potete saperle!
Mi risciacquo più tosto la bocca,
colla bestemia sapida, prima di congedarvi,
perché a tono Le Antitesi richiedono l’assenzio:
bestemia amara, sapiente e cara,
estrema, Prossimo mio, distratto Leggiucchiatore,
giudice improprio d’infamia e d’onore.